Ancora su Wanda Poltawska: l’eminenza-amica… di Giovanni Paolo II

Una decina di giorni fa, era comparso su La Stampa un servizio su Wanda Poltawska, un’amica prediletta del precedente papa, vi si affermava che il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II era stato frenato dalla scoperta di una lunga relazione epistolare tra quest’ultimo e l’amica polacca. Sebbene allo scrivente sia fin troppo facile colpire questo bersaglio, gli ho preferito un articolo sulla stessa protagonista apparso sulle colonne de Il Riformista che trattava più di affari di stato che di retroscena piccanti. Questo perché il pettegolezzo non mi piace un granché, dato che è troppo facile solleticare il gusto raccattando notiziole pruriginose qua e là. Beninteso, se si fosse trattato di eros, io tifo per questo: ci rido sù del tormento che certi preti si autoinfliggono per le restrizioni assurde della loro dottrina, perché, per volgere al contrario una massima evangelica, difronte all’eros "la carne è forte", anzi fortissima, e "lo spirito è debole", una brezzolina. Ma per pareggiare, eccovi il seguito apparso sempre su La Stampa dell’11 giugno. Vi si parla di foto compromettenti, affari di Stato, servizi segreti…
 
11 Giugno 2009

I misteri del Vaticano

La rivelazione del giudice Priore
«Dopo l’attentato Wojtyla affidò
all’amica un’indagine parallela»

«Il Papa si fidava
solo di Wanda»

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Wanda Poltawska, la grande amica di Giovanni Paolo II, non conserva solo un’eccezionale corrispondenza privata con il Pontefice. E’ la depositaria anche dei segreti più terribili di quel Pontificato. Sa molto dell’attentato in piazza San Pietro, ad esempio. E non è un caso se il giudice Rosario Priore, che indagò a lungo sui mandanti che si nascondevano dietro la mano di Alì Agca, la interrogò tre volte nel novembre del 1993. Il giudice infatti, aveva scoperto con stupore che nelle ore seguenti all’attentato il Papa aveva tagliato i ponti con la Curia e con la Segreteria di Stato, affidandosi a questa sconosciuta signora polacca, un medico di Cracovia, nella quale riponeva la massima fiducia. «Giovanni Paolo II – spiega Priore – si circondò di una fascia ristrettissima di fide persone polacche, tagliando fuori tutti gli altri». Ovvia la deduzione: non si fidava del resto del Vaticano.
Di questa fiducia assoluta in Wanda, il giudice Priore se n’è convinto esaminando una storia poco nota: le fotografie «rubate» al Papa nei primi giorni della convalescenza. Una decina di scatti presi con un potente teleobiettivo che si materializzarono all’improvviso in Vaticano. Se le ritrovò tra le mani un certo monsignore Salerno, consulente legale presso la Prefettura degli Affari economici. Erano indubbiamente choccanti: raffiguravano il Papa dolorante che si affacciava in vestaglia su un piccolo terrazzo, con due medici al fianco. Forse c’era anche Wanda con loro. Monsignor Salerno capì che si trattava di roba grossa. E che ne fece? Si affrettò a consegnarle a Wanda Poltawska «molto vicina – dice in una testimonianza – al Sommo Pontefice».
Priore volle capirne di più. «Valutai – gli disse monsignor Salerno – più proficuo informare una persona come la dottoressa di un caso che mi appariva delicato per le ragioni connesse alla sicurezza personale del Pontefice piuttosto che sollecitare formalmente le autorità interne». Un’altra prova della sfiducia imperante nell’appartamento papale. «Mi era noto il suo legame con il Sommo Pontefice e la ritenevo la persona più idonea a esperire eventuali interventi per evitare una esposizione imprudente della persona del Papa».
La dottoressa Poltawska capì anche lei, fin dal primo sguardo, che si trattava di materiale incandescente. Segnalavano una falla nella sicurezza: e se qualcuno si fosse appostato con un fucile di precisione? Guai in vista, poi, per la privacy: e se queste foto fossero finite su un giornale? Infine una terza questione, molto imbarazzante: ricostruendo le prospettive, e considerando che il terrazzo papale non affacciava che verso l’interno del Vaticano, le foto potevano essere state scattate soltanto dalla Lanterna posta sopra la Cupola di San Pietro. E per di più con una macchina fotografia professionale che aveva bisogno di un robusto cavalletto. Chi poteva averle scattate? C’era evidentemente una talpa in Vaticano. Forse nella stessa Sicurezza. Wanda Poltawska perciò avviò una sua inchiesta interna, coinvolgendo monsignor Salerno e il fotografo dell’Osservatore romano, Arturo Mari. Un’inchiesta segretissima su cui, interrogata dalla magistratura italiana, è stata volutamente fumosa. Queste le sue vaghissime risposte: «Io al tempo non conoscevo quasi nessuno in Italia. Personalmente non presi alcuna decisione, se riferire o meno a persone della Sicurezza vaticana. Ne riferii solo al Sommo Pontefice».
Però l’indagine ci fu, eccome. Mari ha riferito di aver studiato le foto e poi di averle restituite a Wanda. Lei stessa ricostruì meglio quando potevano essere state scattate. «Avendo mostrato copia di quelle fotografie al personale che all’epoca prestava servizio nell’appartamento privato, accertava che solo nei primi tre o quattro giorni dopo il rientro, il Santo Padre fu assistito da medici del Gemelli». Insomma gli scatti dovrebbero essere stati «rubati» tra il 4 e il 6 giugno 1981.
Resta un mistero anche la via attraverso cui arrivarono in Vaticano. A monsignor Salerno le diede un sacerdote, Ennio Antonelli, che a sua volta – disse – le aveva ricevute da un generale italiano. Raccontò una storia palesemente falsa. Il generale le avrebbe avute da un giovane sconosciuto, assieme ad altre che riguardavano la tragedia di Vermicino, mentre saliva su un aereo militare che lo avrebbe portato a Parigi. Sull’aereo, sfogliando il plico, avrebbe scoperto la serie che riguardava Wojtyla e le sottrasse. Ma chi era mai questo generale? Chiamato a palazzo di Giustizia, don Ennio si appellò al segreto del confessionale. E non ci fu modo di farlo parlare. Però forse Wanda lo sa.

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