Un grande lutto…

Un grande lutto…

Adriano, circa 68 anni, non vedente, creatore qualche anno fa di questo blog, di cui mi onoro di essere co-amministratore e collaboratore, ha subìto in novembre 2016 dc un grave incidente a due passi da casa sua, in zona via Mecenate a Milano.

Ricoverato in gravi condizioni all’Ospedale Maggiore Niguarda e, in ultimo, all’ospedale di Garbagnate Milanese, nonostante tutti noi, parenti, amiche ed amici, volessimo sperare in una ripresa non ce l’ha fatta e, questo febbraio 2017 dc, ci ha lasciati per sempre.

Quelli tra noi che condividevano il suo ateismo, mai settario e mai banale, ritengono di averlo perso per sempre, e dovranno accontentarsi di averlo nella mente, in cui vivrà il suo ricordo. Non nel “cuore” perché, come lui, ritengono che tutto risieda nel cervello e nella mente, e che il cuore sia solo uno dei tanti muscoli, da cervello e mente comandati.

Gli altri, che pure lo stimavano, credenti in qualsiasi religione, riterranno probabilmente “certo” di poterlo incontrare nell’aldilà nel quale credono.

Più sotto, alcune foto che lo ritraggono.

Arnaldo, Jàdawin di Atheia

Daniele-Brinzio-1

14 Giugno 2014 dc: in una foto di Daniele che ci ritrae durante un’escursione ai Tre Valicci sul Monte Martica, da Brinzio (Varese)

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14 giugno 2014 dc: altra foto di Daniele nella stessa escursione ai Tre Valicci: da sinistra Adriano ed io

RdR Marina di P.24-11-07-Lantana-3-mod

24 Novembre 2007 dc: a Marina di Pietrasanta (Lucca), durante l’unica riunione “fisica” della redazione di Resistenza Laica (i partecipanti totali erano circa una decina)

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Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post…

Sorgente: Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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Aborto: una proposta di legge per farmacisti obiettori

OggiScienza

https://www.google.it/search?site=imghp&tbm=isch&q=pharmacist&tbs=sur:fc&gws_rd=cr&ei=XDKSV-6SCMLveKyyv-gO#gws_rd=cr&imgrc=fiPL6vWSi_jKoM%3A Secondo la nuova proposta di legge se il farmacista ritiene che un certo farmaco sia in grado di provocare un aborto, potrebbe decidere di non dartelo anche se lo chiedi con regolare ricetta medica.

GRAVIDANZA E DINTORNI – Immaginate la scena. Una giovane donna entra in farmacia con una ricetta medica per il misoprostolo, un farmaco antiulcera. Il farmacista legge la ricetta, guarda la donna. Rilegge la ricetta, riguarda la donna. Infine, le dice che non può darle il farmaco richiesto: è un obiettore di coscienza, lui, e il misoprostolo – assunto a dosi più elevate di quelle previste per il trattamento dell’ulcera – potrebbe provocare un aborto se la donna fosse incinta. Si tratta infatti di una sostanza in grado di stimolare contrazioni dell’utero che potrebbero portare all’espulsione di un embrione o di un feto. Non importa che la donna abbia davvero l’ulcera e che il suo medico…

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La Sindone: a prova di scienza solo quando il risultato torna

domenica 19 giugno 2016
La Sindone: a prova di scienza solo quando il risultato torna
Quando il metodo scientifico viene messo in soffitta

Mettersi a parlare della Sindone e della sua eventuale autenticità è terreno minato, come accade in Italia per tutti quegli argomenti che in qualche modo possono richiamare la religione, vedi ad esempio la teoria dell’evoluzione. In tutti questi casi avviene che gente normalmente logica e rigorosa mette tutta la sua razionalità nell’armadio e, pur senza ammetterlo, fa fatica a discutere su questi argomenti anteponendo il metodo scientifico al cuore.
Indubbiamente la Sindone è un oggetto molto interessante, e per certi versi poco chiaro. Lo è sicuramente per ciò che concerne la formazione dell’immagine, sebbene recentemente il chimico Luigi Garlaschelli sia stato in grado di replicarla usando soltanto tecniche che erano disponibili all’epoca (fonte), comprese le sue caratteristiche di immagine negativa e tridimensionale.
Però io qui non voglio assolutamente discutere se la Sindone sia veramente il telo che ha avvolto Cristo, o sia invece un falso, anche se una mia idea ben precisa ovviamente ce l’ho. In quello che segue mi interessa invece discutere del metodo. Il metodo usato per studiare la Sindone, che dovrebbe essere quello scientifico, e che da tanti “autenticisti” viene cavalcato e sbandierato negli studi sulla Sindone per motivarne l’autenticità, ma che viene all’improvviso messo da parte, maltrattato e strapazzato quando nelle misure c’è qualcosa che non torna, qualcosa che va contro i propri pregiudizi, qualcosa che mina la possibilità che la Sindone sia autentica. Su questo aspetto di metodo, facendo di mestiere lo “scienziato” (termine che gli scienziati non usano mai per chiamarsi), anche se non sono un sindonologo posso dire infatti la mia.
Prendo spunto quindi da questa intervista a Baima Bollone, uno dei principali sostenitori dell’utenticità della Sindone, medico patologo e quindi uomo di scienza, e che – come tale – dovrebbe usare quest’ultima per indagare la Sindone. L’intervista mi era stata gentilmente segnalata in un commento ad un altro articolo di questo mio blog, ed era troppo succosa per essere ignorata, perché riassume come, in fatto di Sindone, il metodo scientifico sia usato solo quando fa comodo.
sindone
Il metodo scientifico è innanzitutto una serie di comportamenti. Non ci sono regole codificate, ma è un misto di buon senso, logica e tecniche che servono in ultima analisi ad effettuare misure corrette dal punto di vista metodologico e contemporaneamente ad individuare ipotesi illogiche, evitare cattive interpretazioni dei dati e quindi non prendere, per quanto possibile, colossali cantonate.
L’indagine e le relative conclusioni sulla Sindone da parte di certi scienziati ci ricorda che gli scienziati sono anche esseri umani, e quindi pure per loro il cuore e il sentimento possono mandare il raziocinio a farsi friggere. Vediamo.
Intanto l’esordio dell’intervista: “l’autenticità della Sindone è scontata”, afferma Bollone, che quindi si sbilancia senza mezzi termini, affermando anche che la Sindone è “autentica come epoca”, passando come uno schiacciasassi sul fatto che esiste una datazione al Carbonio 14 che colloca la Sindone nel 14esimo secolo, con alta probabilità fra il 1260 e il 1390.

Sull’esame del C14 tornerò più avanti. Però qui ci sono due errori clamorosi e ingenui che un ricercatore non dovrebbe mai commettere. Bollone, che dovrebbe essere uomo di scienza, questi errori li fa entrambi.

Il primo è fare una ricerca per dimostrare una tesi che si crede già essere vera. Una regola base della scienza, quando si vuole testare un’ipotesi, è assumere che quell’ipotesi sia sbagliata, ovvero che sia vera l’ipotesi nulla. Per capirci, se si cerca l’esistenza di una particella, si assume che quella particella non esista; se si cercano gli effetti nocivi del cellulare, si assume che non ci siano effetti nocivi, etc. E quindi si va per prima cosa a guardare se i dati sono spiegabili assumendo l’ipotesi nulla. Solo se i dati sono assolutamente incompatibili con l’ipotesi nulla, si ha il permesso di cercare ipotesi alternative. Se il segnale del bosone di Higgs fosse stato spiegabile con quanto previsto dal semplice rumore di fondo (l’ipotesi nulla), non saremmo stati autorizzati a fare annunci sulla sua scoperta. Se un eventuale incremento di una certa malattia fosse spiegabile senza invocare l’uso del cellulare, niente ci autorizzerebbe a dare la colpa al cellulare. Insomma, se voglio cercare qualcosa che non so se è vera, parto sempre dall’ipotesi che non sia vera, e se trovo qualcosa che mi potrebbe indicare il contrario, cerco innanzitutto di smentirla in tutti i modi possibili! E’ un modo di procedere assolutamente fondamentale nella ricerca scientifica. E quindi se certe osservazioni sulla Sindone sono spiegabili assumento che la Sindone sia falsa, nulla ci autorizza ad affermare il contrario.

Il secondo errore grossolano si riallaccia direttamente al primo, ed è quello di ignorare i risultati scientifici che si oppongono alla convalida di questa tesi preconcetta. In gergo si chiama “confirmation bias”. Cioè tenere per buoni quei risultati che vanno nella direzione di provare quello che crediamo vero, e ignorare i risultati che invece lo smentiscono. E, nel caso specifico della Sindone, ignorare il risultato del C14. Invece, relativamente a questo test, o si dimostra (ma lo si fa veramente, non con ipotesi a caso, come vedremo più avanti) che la datazione del C14 è sbagliata, oppure non si può semplicemente ignorarne il risultato perché va contro le nostre convinzioni sull’autenticità della Sindone. Invece Bollone, e tutti gli autenticisti, il C14 lo menzionano solo di straforo, del tipo: “…e poi ci sarebbe pure il C14, ma quello vabe’, è sbagliato di sicuro, figuriamoci se la Sindone, la cui autenticità è scontata, può essere del 1300!”. E’ il metodo scientifico buttato nel cesso e la catena tirata. E prima che il gallo canti verrà tirata molto più di tre volte…
Ad esempio un’affermazione di Bollone che dovrebbe indurre qualunque scienziato a riflettere è che “la Sindone ha una perfetta corrispondenza con i Vangeli”. Affermazione che lascia sottintendere che, mostrando la Sindone l’immagine di un uomo crocifisso come dicono i Vangeli, questo rafforza la probabilità che sia vera. L’errore grossolano è ignorare che, assumendo l’ipotesi nulla, e cioè che la Sindone sia un falso, si può dire con altrettanta plausibilità che essa ricalca perfettamente quanto descritto dai Vangeli. Insomma, se uno vuol fare un falso e farlo passare per l’impronta del corpo di Cristo, gli ci mette le stimmate, i segni delle frustate, il sangue sulla testa dovuto alla corona di spine, sul costato etc. Se vuole fare un falso credibile prende i Vangeli e li copia al millimetro! Non dico che questo indichi che la Sindone sia falsa, ma piuttosto che in nessun modo questa constatazione possa portare indizi verso l’autenticità della Sindone, perché qualunque Sindone falsa avrebbe comunque ricalcato i Vangeli! E se si parte (come qualunque scienziato serio dovrebbe fare) dall’ipotesi che essa sia un falso, questa osservazione è perfettamente consistente con quello che ci si aspetta da un falso. Il fatto che, eventualmente, sarebbe anche consistente con l’ipotesi che la Sindone fosse vera, non significa nulla in questo caso, così come avviene per qualunque “rumore di fondo”, che per definizione è indistinguibile dal fenomeno cercato. La consistenza dell’immagine della Sindone con in Vangeli è, in pratica, assolutamente ininfluente per quello che riguarda la sua autenticità.

E il discorso è analogo per la questione del sangue che sarebbe presente sulla Sindone. Infatti, anche ammesso che ci sia sangue, cosa che peraltro è tutt’altro che scontata, volendo realizzare un falso molto probabilmente l’autore ci avrebbe messo del sangue. E quindi, di nuovo, la presenza di tracce ematiche sulla Sindone non porta nulla a favore della sua autenticità.

L’altra affermazione di Bollone spacciata per prova, o comunque come contributo all’insieme delle prove, e che invece è ancora una volta solo un altro svarione di metodologia scientifica, è che in un magazzino a Templecombe, in Inghilterra, è stato trovato un pannello di legno, datato 1280 (peraltro compatibile con l’età della Sindone “falsa”), con un’immagine disegnata che ricorda quella del volto sindonico. Questo potrebbe provare che il famoso telo è appartenuto per un certo tempo ai Templari, e sarebbe stato contenuto nell’eventuale cassa (di cui non vi è traccia) di cui questo legno sarebbe stato il coperchio. Questo, dice Baima Bollone, andrebbe a supporto della sua autenticità.  Cerco di tradurre spiegando: gli autenticisti ipotizzano che la Sindone, prima della sua comparsa ufficiale nella storia, cioè a metà del 1300, sia appartenuta per un certo tempo ai Templari, che l’avevano trafugata in oriente, dove sarebbe stata custodita. Siccome i Templari sembra siano stati a Templecombe, il ritrovamenteo di un legno con un volto simile in sembianze a quello della Sindone proverebbe che esisteva un contenitore (di cui il legno sarebbe stato il coperchio) dove era contenuta la Sindone. E quindi la Sindone sarebbe autentica.

A parte la storia un po’ tirata per il collo, c’è di nuovo un errore grossolano nel metodo, e cioè che tutte le raffigurazioni medievali di Cristo somigliano alla Sindone! Capelli lunghi, barba divisa in due, baffi. A Templecombe come in Italia, come in qualunque luogo dove gli artisti raffiguravano Cristo (e non solo lui, per la verità). E quindi in base a quale meccanismo logico si può affermare che se quell’immagine è così è perché è stata copiata dalla Sindone? Sempre assumendo valida l’ipotesi nulla, ovvero che la Sindone è un falso, è normale che sia la Sindone ad assomigliare a quell’immagine perché all’epoca le immagini di Cristo si assomigliavano tutte già da qualche secolo.

Per inciso, per alcuni secoli Cristo non è mai stato raffigurato in nessuna forma artistica nota (fonte). Le prime raffigurazioni di Cristo, in molti casi senza barba e diverse da quelle medievali, risalgono al quarto secolo. E, dato che attorno all’anno zero non esistevano cellulari o videocamere, è abbastanza difficile supporre che, dopo quasi 400 anni di oblio, esse fossero riproduzioni realistiche delle sembianze di Cristo. E il fatto che la Sindone venga datata del 1350 o giù di lì, epoca in cui peraltro compare esplicitamente per la prima volta anche nei resoconti della storia, in un periodo in cui la raffigurazione di Cristo con barba, baffi e capelli lunghi era già ben consolidata, dovrebbe quantomeno instillare qualche dubbio. Dubbio che però Baima Bollone non ha, tanto da fargli affermare in modo perentorio che “l’autenticità della Sindone è scontata”.
Ma veniamo al test del C14. Il test non è certo una novità, e viene usato da molto tempo, se ne conoscono le tecniche, le sistematiche (gli effetti che possono alterarne il risultato) e i limiti di applicabilità. Qui, di nuovo, Bollone (e non solo lui, ma tutto il gruppo di sindonologi fideisti) commette una nuova serie di errori di metodo.

Il primo errore è ipotizzare che il campione analizzato sia stato contaminato perché manipolato nelle epoche successive, senza tuttavia specificare un’informazione fondamentale, e cioè quanto dovrebbe essere stato contaminato per far apparire qualcosa vecchio di 2000 anni come se avesse solo 650 anni. Una regola fondamentale del procedere scientifico è che, quando si fanno ipotesi per spiegare un fenomeno, bisogna quantificarne gli effetti in modo da poter controllare se sono compatibili con l’esperimento. Altrimenti si sfocia nella pseudoscienza, dove le ipotesi, le teorie, non hanno mai un numero appiccicato, uno straccio di previsione numerica, e ci si sente liberi di affermare qualunque cosa. Come gli sciachimisti, che gli basta una tanica di non si sa cosa per riempire di sostanze nocive centinaia di milioni di chilometri cubi di atmosfera che servirebbero a scatenare tornadi e terremoti. Qui uguale: bisogna saper dire quanto un’eventuale contaminazione potrebbe influire sulla datazione. E se non ci pensa Bollone, al posto suo ci pensano gli esperti del C14 che hanno fatto la misura, che ci spiegano che la quantità di materiale necessaria per spostare di 1350 anni la datazione della Sindone sarebbe dovuta essere assurdamente grande, e quindi l’ipotesi della contaminazione non regge proprio. Altri hanno invece ipotizzato che il campione da datare col metodo del C14 sia stato ritagliato da un rammendo posticcio. Poco importa che uno degli esperti che hanno ritagliato il campione fosse un docente di tecnologia dei tessuti presso il Politecnico di Torino, perché, secondo alcuni, il rammendo era così perfetto da essere invisibile. Mi viene in mente l’ispettore Clouseau quando straccia il vestito di una signora in uno dei suoi film e poi dice col suo indimenticabile accento: “non c’è problema, adesso fanno dei rammendini invisibili!”. Nella Sindone c’era evidentemente un rammendo talmente invisibile da essere visibile solo con la fede. Che gli si risponde a uno così?  Un sommario su questo argomento specifico si trova qui, con tutte le referenze specifiche all’interno.
L’altro errore di metodo veramente grossolano è affermare quindi che il punto della Sindone in cui è stato ritagliato il campione su cui è stato effettuato il test del C14 non andava bene, perché poteva essere stato maneggiato in epoche successive, perché c’era un rammendo, perché la contaminazione era funzione della distanza (in modo che, estapolata lungo il telo avrebbe riportato la Sindone alla data giusta nel punto giusto, vedi qui). A parte che la risposta è stata comunque appena data qua sopra, qui c’è un altro errore veramente grossolano della metodologia scientifica. E cioè che, in tutti i test in cui si cerca un dato fenomeno, le metodologie e il modo di procedere dell’analisi si stabiliscono prima di fare le misure. Si chiama “protocollo” dell’analisi. E invece qui stanno sostanzialmente dicendo che se veniva dell’anno zero allora il punto in cui hanno preso i campioni andava bene, ma siccome viene del 1300 allora c’è qualcosa che non va. Nonostante la procedura per raccogliere i campioni e effettuare l’analisi fosse stata concordata in anticipo. E questo sarebbe un modo di procedere scientifico? Non funziona mica così la scienza! Faccio un altro esempio, così magari è più chiaro. Supponiamo che venga uno che affermi di saper prevedere con la mente le uscite dei dadi. Se si vuole fare un test serio si concorda con lui una procedura di test prima di fare l’esperimento, e si concorda anche cosa vuol dire “indovinare”, cioè quante volte dovrebbe indovinare su N prove per affermare che è realmente capace di indovinare. Non è che se non riesce a indovinare può permettersi di dire “beh, ma proviamo adesso con il mio dado che il tuo magari è contaminato dal sudore”, né può provare e riprovare finché non indovina e poi dire “Visto? So indovinare!”. Qui con la Sindone si sta facendo proprio il trucchetto del tipo coi dadi: visto che non è venuto il risultato che gli autenticisti si aspettavano, si dice che la procedura di test, sebbene all’inizio concordata fra le parti, in realtà non andava bene. Se invece fosse venuto che la Sindone era vecchia di 2000 anni, avrebbero ugualmente messo in dubbio la procedura?
E poi la perla: la spiegazione del perché la misura del C14 non viene quella “giusta”: la resurrezione! La resurrezione mette a posto tutto: spiega la formazione dell’immagine (che è una specie di strinatura) in base a una grande emissione di energia, e anche il cambiamento isotopico del Carbonio, perché è noto che la resurrezione è associata ad un’intensa emissione di particelle nucleari! Non è ironia da parte mia, lo dicono veramente nell’intervista! Ascoltare per credere! E c’è anche questo incredibile lavoro presentato a un convegno sulla Sindone, che si intitola, tradotto dall’inglese: “Analisi dei neutroni emessi dal corpo di Gesù durante la resurrezione”, che spiega come il flusso di neutroni emesso durante la resurrezione aggiusti perfettamente la datazione del C14, e già che ci siamo anche quella del telo di Oviedo, che sarebbe il sudario posto sul viso del Cristo.  Su questo telo macchiato di sangue alcuni sindonologi hanno infatti trovato “perfette” corrispondenze con la Sindone (cercate in rete l’immagine del telo di Oviedo e decidete voi se le coicidenze sono “perfette”). Il problema è che il telo di Oviedo è stato datato col C14 attorno al 700 dopo Cristo (fonte). Ma questo non ci deve scoraggiare, perché l’articolo spiega che, essendo stato posto un po’ più distante dal punto di emissione dei neutroni della resurrezione, sul telo sono arrivati meno neutroni che sulla Sindone, e quindi il telo si è ringiovanito un po’ meno. Tutto normale quindi.

L’articolo è talmente demenziale che meriterebbe un approfondimento dedicato. Ad esempio quando dice che, siccome il corpo con la resurrezione scompare (lo sanno tutti, no?), gli atomi del corpo di Cristo devono essere passati in un altra dimensione grazie a un processo fisico sconosciuto. Tuttavia non c’è motivo di escludere che, in questa fase, siano stati emessi neutroni in quantità, che assorbiti dall’azoto si sono trasformati in C14. E guarda caso questi neutroni erano proprio dell’energia giusta per produrre C14 (questo dell’energia giusta l’autore dell’articolo se ne è dimenticato, ma glielo dico io: se la resurrezione emette neutroni ma dell’energia sbagliata, non se ne fa niente col C14). Non solo, ma anche il numero di neutroni giusto per far apparire la Sindone del 1300 che, guarda caso, è proprio il periodo in cui se ne comincia a parlare nei resoconti storici. Cosa sono le coincidenze, eh?

Sul fatto poi che la scomparsa di 70 Kg di massa (più o meno la massa di un essere umano) implicherebbe l’emissione in energia di qualcosa come un migliaio di MTons, ovvero qualche decina di volte il più potente ordigno nucleare mai esploso,  il nostro scienziato tace. Evidentemente la fisica della resurrezione riesce a far passare inosservato un evento simile.

Nonostante tutto questo dal punto di vista scientifico sia raccapricciante, Baima Bollone nell’intervista dice che questa dei neutroni è un’ipotesi largamente condivisa, e che lui non ha motivo di opporvisi. Avrebbe poturo dire che l’ipotesi di Batman è largamente condivisa e che lui non ha motivo di opporvisi e non avrebbe detto niente di scientificamente meno rilevante di quello che ha detto.  Certo che se ai congressi di Sindonologia parlano di queste cose…  Speriamo solo che tutte queste radiazioni non siano dannose per il neo risorto, perché sarebbe una vera beffa! Risorgi e poi ti becchi il cancro tempo sei mesi!

E poi gli autenticisti non si accorgono di un altro erroruccio pacchiano. Sindonologi, decidetevi, o la datazione col Carbonio 14 è venuta male perché hanno preso il campione in un punto sditazzato nei secoli, oppure perché il campione era un rammendo (invisibile), oppure grazie alla resurrezione. Una delle tre! Non è che potete dire che, sì, il Carbonio 14 è stato falsato dalla contaminazione, e poi c’era anche un rammendino invisibile, ma nel caso non bastasse c’è comunque la resurrezione che come si sa produce tutti quei neutroni e sistema perfettamente le cose.

Scusate, ma a questo punto ho bisogno di commentare: maporcaputtanaporca! Speriamo solo che Galileo non legga mai questa roba, che non gli capitino mai in mano i proceedings di un congresso di sindonologia, altrimenti chiede il permesso pure lui di risorgere e ci fa un culo così a tutti quanti! Insomma, lo sapevo che finiva così. Ero partito per scrivere un articolo serio e pacato, ma mi sto sbracando proprio sul finale. Giuro che stavolta ce l’avevo messa veramente tutta, però quando uno legge certe cose… eccheccazzo!

PS. Ringrazio Andrea Nicolotti, del Dipartimento degli Studi Storici dell’Università di Torino, che mi ha indicato alcune imprecisioni (che ho corretto) sul ritrovamento di Templecombe e sul periodo e il luogo in cui sarebbe stata custodita la Sindone dai Templari.

 

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Gambero Rosso – L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

 

1 Mar 2016

a cura di
È un po’ la rivincita di Dario Bressanini e di tutti quelli come lui che da anni sostengono (inascoltati) le ragioni degli Ogm e delle biotecnologie. A suggerirglielo sorride – “sono cose che dico da 10 anni” replica il chimico dell’università degli studi di Como – ma la puntata di Presa Diretta della scorsa domenica 28 febbraio dedicata proprio agli Ogm ha dato spazio a una prospettiva diversa. “Un’inchiesta ben fatta, soprattutto perché ha parlato di ricerca pubblica, mentre di solito si tirano in ballo multinazionali, brevetti e diserbanti. Hanno affrontato questioni in genere volutamente messe in ombra” e aggiunge, quando gli chiediamo se non gli pare incredibile questa posizione da parte della Tv di Stato “non dovrebbe stupire che le inchieste raccontino le cose come stanno”.

 

Il divieto italiano

E come stanno le cose è presto detto: in Italia non si possono coltivare Ogm, ma si possono importare e utilizzare, e si può ipoteticamente fare ricerca (in laboratorio ma non in campo aperto). Un’incoerenza tutta italiana di cui non dovremmo stupirci. “Se uno scienziato studia come modificare il genoma di una vite per renderla resistente all’oidio poi non può applicare nella pratica la sua scoperta. E il Ministero non dà finanziamenti. Nessuno scienziato fa ricerca in laboratorio se puoi non può neanche vedere se funziona”.

Questo significa anche che la richiesta esistente viene assorbita in altro modo: acquistando Ogm dall’estero. Soprattutto Nord e Sud America per mais e soia, Cina e India per il cotone (anche quello idrofilo, usato in campo medico), ma tra i paesi da cui importiamo c’è anche l’Ucraina (Cernobyl vi dice niente?). Eppure l’Italia era all’avanguardia: fino al 2002-2003 c’erano più di 300 campi con coltivazioni transgeniche, soprattutto su specie nazionali, delle più comuni. “Da Pecoraro Scanio in poi (parliamo dei primi anni 2000) i Ministri dell’Agricoltura non hanno più finanziato la ricerca e le coltivazioni esistenti sono state distrutte”. Con una danno evidente, sia in termni economici che di competenze.

 

I rischi degli Ogm

Mais e soia trovano impiego nella filiera zootecnica, per esempio per nutrire quelle vacche dal cui latte deriva il grana. Quindi già viviamo all’interno di una catena alimentare che ha, tra i suoi anelli, anche organismi geneticamente modificati. Ma come in altri ambiti – si pensi all’energia atomica – vogliamo che il lavoro sporco lo faccia qualcun altro, per poter dichiarare, forte e chiara, la nostra opposizione a delle pratiche impopolari, perché il sentire comune è ostile alle biotecnologie. Quali sono i motivi di questa posizione? “Probabilmente ragioni di convenienza politica, spesso ben diverse da quelle dichiarate. Nelle discussioni Ogm e Bio sono una coppia di fatto e l’associazione tra parlamentari a sostegno del biologico spesso ne fa un argomento comune per interrogazioni parlamentari. Ci si muove tra demonizzazioni e interessi commerciali. Basta girare per qualsiasi supermercato per accorgersene”.

Ma cosa risponde a chi chiede conto di eventuali rischi connessi agli Ogm? “Il primo Ogm è stato coltivato nel 1996, da allora a oggi sono stati raccolti centinaia di studi indipendenti. La risposta è è unanime: rispetto alle controparti convenzionali da cui si è partiti non ci sono differenze nell’impatto né sulla salute umana né su quella animale”. Ma 20 anni sono abbastanza per avere una casistica sicura o serve un’indagine più a lungo termine? Quel che è sicuro è che l’uso di Ogm è una consuetudine ormai accettata: “Importiamo tonnellate di cereali Ogm e nessuno se ne preoccupa o insorge per vietarne l’uso, se ci fosse un effettivo rischio ci sarebbero proteste, se non del Ministero almeno delle organizzazioni non governative. Invece nulla, neanche sui mercati internazionali”. Continua Bressanini: “Non c’è una associazione certa tra alcuna patologia e l’uso dei transgenici”.

 

I rischi degli Ogm free

Lo stesso non si può dire per alcune colture tradizionali. L’esempio più eclatante è quello del mais cancerogeno. Il mais Ogm free è esposto all’attacco della piralide, una farfallina che depone le larve negli stocchi del mais, e veicola funghi che producono tossine cancerogene. Così il mais Ogm free è a rischio, e quando dalle analisi (effettuate sempre sui prodotti immessi sul mercato, non sempre se impiegati per allevamenti a filiera chiusa) si rileva un livello troppo alto di tossicità (come è stato nel 2012 per più di metà del raccolto) deve essere eliminato e gli agricoltori e gli allevatori devono acquistarne, e quel che comprano dall’estero è Ogm. O meglio lo è almeno per il 70%, anche se non c’è modo di accertarsene, perché dove è consentito l’uso di biotecnologie si mescola insieme indicando tutto come transgenico, anche quando non lo è. Forse a significare proprio che non è rilevante. Invece è rilevante, eccome, per la nostra economia.

 

L’agroalimentare in Italia

All’inizio del millennio eravamo autosufficienti per il mais, successivamente le cose sono cambiate: le rese non sono cresciute, il fabbisogno è rimasto stabile, ma la produzione è incostante, soggetta a siccità o all’attacco di parassiti. Le alternative sono due: intervenire in modo pesante con antiparassitari e trattamenti in via preventiva, o rischiare il raccolto. In più il prezzo del mais, unico Ogm che si può coltivare in Europa (ma non in Italia) è molto basso e i nostri produttori Ogm free non riescono a essere competitivi oltre che impossibilitati ad avere certezza del raccolto. “In soldoni siamo noi ad affossare i nostri produttori”.

Quali sarebbero le prospettive per l’Italia? “Più che per la soia e le grandi produzioni le biotecnologie potrebbero essere impiegate per le colture di nicchia, siano kiwi o mele, e salvaguardare l’ambiente diminuendo i trattamenti chimici, pesticidi e diserbanti che hanno un grande impatto su un territorio”. Ma non crede che gli italiani debbano tutelare i propri prodotti d’eccellenza? “Una filiera completamente Ogm free è un’utopia, il nostro mais è poco e di cattiva qualità, invece potremmo tornare a essere autosufficienti con le biotecnologie”. L’esempio arriva dalla Spagna, dove più del 30% del mais coltivato è modificato e resistente agli insetti, con riduzione dei pesticidi. “Non c’è stata nessuna caduta d’immagine per i loro prodotti: nessuno ha smesso di comprare prosciutto spagnolo”.

 

Il risvolto economico

Quanto pesano queste decisioni sulla nostra economia? Lo abbiamo chiesto a Dario Frisio, economista agrario ordinario all’Università degli Studi di Milano. “L’impatto dell’import degli Ogm sulla nostra economia è pesantissimo: dipendiamo completamente dall’importazione di mangimi Ogm destinati all’allevamento. Di fatto la nostra situazione è peggiorata degli ultimi anni avendo colture deboli sia come quantità che come qualità ”.

 

Qualche dato

Nel 2000 il nostro disavanzo per le importazioni nette di mais (all’epoca era poco, oggi intorno al 40%) e soia era tra 600 e 800 milioni di euro, pari all’8-10% del nostro deficit agroalimentare. Nel 2013 ha toccato il 45% e, solo per la soia, ha superato i 2 miliardi di euro. Parliamo di cifre che equivalgono a oltre il 90% del valore delle nostre esportazioni di prodotti tipici di origine animale. Insomma spendiamo in mangimi per il nostro bestiame quasi quanto guadagniamo dalla vendita dei nostri formaggi e salumi. E la dipendenza dall’estero aumenta bruciando i vantaggi dei nostri prodotti sui mercati internazionali.

Nel 2014 abbiamo importato 3,5 tonnellate di mais per 570 milioni di euro, nel 2015 in cui le nostre produzioni sono andate molto male, la prospettiva è di comprare oltre 4 tonnellate di mais. A prezzo invariato, parliamo di 700-800 milioni di euro. Ma bisogna tenere in considerazione che negli ultimi anni i prezzi di mais e soia sono stati molto bassi, e possono risalire, e che il cambio dollaro-euro sta mutando a nostro sfavore.

 

Le prospettive per i nostri produttori

I nostri produttori di mais non hanno a disposizione le più moderne tecnologie dei competitor di un mercato che ha prezzi molto bassi. “Potremmo garantire loro dei margini di reddito migliori se solo usassimo il famoso mais BT resistente alla piralide, storicamente usato solo laddove c’è effettivamente un’emergenza, e non in modo indiscriminato, sarebbe utile nella zona di Mantova e nella bassa Bresciana dove questa farfalla arriva spesso e fa grossi danni”. Oggi si cerca di prevenire, soprattutto tra i grandi coltivatori, con dosi massicce di insetticidi. “Gli stessi agricoltori, ormai con una solida formazione tecnica, sarebbero in gran parte favorevoli, perché potrebbero essere al sicuro da deprezzamenti o perdite quantitative”. Oggi non possono assicurare determinati standard e quantità. Ed è un sistema che va in crisi. Facciamo l’esempio della Spagna che ha introdotto gli Ogm: nel 1995 la loro resa era di 70 quintali all’ettaro, oggi è oggi 110, in Italia da 90 circa siamo passati a 100, ma i nostri risultati non sono costanti: nel 2013 sotto i 90 quintali, nel 2012 era 80. Le oscillazioni sono enormi. “In più ormai nel mais si usano ibridi e tutte le principali linee per farli sono geneticamente modificate, i nostri coltivatori usano un materiale genetico vecchio di 20 anni, mentre la frontiera della produzione continua a spostarsi”. Ma noi non possiamo seguirla.

Quali sarebbero i benefici? “A livello di sistema paese potremmo tornare a una situazione di autosufficienza per il mais con un risparmio 600/700 milioni di euro”, in Italia la soia si produce in Pianura Padana in secondo raccolto, perché è una varietà a ciclo corto, meno produttiva, ma consente di non rilavorare il terreno (che, in più viene arricchito perché la soia fissa l’azoto), quindi guadagnare tempo. “Con la soia Ogm ci sarebbe più resa e saremmo più concorrenziali nei mercati”. Ma a chi conviene questa situazione? “Ai gruppi sementieri mondiali non interessa più di tanto che in Europa e in Italia si autorizzi l’Ogm, innanzitutto perché i nostri quantitativi sono poco rilevanti, poi perché chi vende sementi modificate vende anche il tradizionale e prodotti chimici per la difesa delle piante dagli attacchi”.

Inutile dire che altrettanto articolate sono le ragioni di chi, da anni, si oppone all’introduzione delle biotecnologie. Ma forse di questo ne abbiamo già sentito parlare.

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Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando

Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando

25/02/2016 – Mario Basso

 

chiesa vuota, dio, religione

 

A dirlo è l’Istatche ci comunica che la percentuale di persone che dichiarano di frequentare un luogo di culto (che sia una chiesa o una moschea o una sinagoga) è scesa dal 33,4 del 2006 al 29 percento del 2015. La regione più religiosa, manco a dirlo, è la Sicilia. Quella più laica è la Liguria. Portate i sali al cardinal Bagnasco, presto!

Dunque anche l’Italia, nonostante il freno dell’ingombrante presenza del Vaticano, viaggia verso la secolarizzazione. Non con la stessa velocità degli altri Paesi europei, ma la tendenza è costante negli anni.

Se diminuiscono le persone che frequentano un luogo di culto almeno una volta a settimana, aumentano quelli che non ci vanno mai (o che hanno smesso completamente di andarci): dal 17,2 al 21,4%. Una persona su cinque.

Va detto però, che i dati in realtà sono “falsati” dalla presenza di bambini dai 6 ai 13 anni (quelli che credono anche a Babbo Natale, per intenderci) e da coloro che vorrebbero andare comunque in chiesa, anche se poi non lo fanno. L’intenzione conta, insomma. Almeno per l’Istat.

L’età fatidica in cui si “perde” la fede è la fascia d’età dai 20 ai 24 anni. Chi riesce a mantenerla, va avanti fino ai 55. Ed è lì che si registra un’ecatombe di anime pie: quella tra i 55 e i 59 anni, infatti, è la fascia d’età dei disillusi. Che Dio abbia pietà di loro.

«Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci» spiega a La Stampa il sociologo Franco Garelli.

Ma mentre i bambini (infilati a forza nella statistica con il loro 51,9% di frequentatori settimanali dei luoghi di culto nel 2015) alzano la media (grazie anche alle associazioni cattoliche) a ben guardare sono i loro genitori che non gli permettono di frequentare maggiormente: oggi, infatti, un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%. Intanto quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti.

Guardando la situazione dal punto di vista delle professioni, salta fuori che il mestiere più religioso è quello della casalinga (il 42,2% va in chiesa almeno una volta alla settimana) insieme a impiegati e pensionati. Quello più ateo è lo studente (il 29%), insieme a operai, liberi professionisti, imprenditori e dirigenti. «Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

Poi bisogna vedere quanti, tra quelli che vanno a messa tutte le domeniche, lo fanno davvero per devozione e non per spettegolare. Ma questo, l’Istat non lo dice.

 

via Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando.

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Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Jàdawin di Atheia

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Dal sito Osservatorio Afghanistan, 28 Novembre 2015 dc

In primo piano: donne combattenti kurde In primo piano: donne combattenti kurde

Abbiamo intervistato Yilmaz Orkan, membro del KNK (Consiglio nazionale del Kurdistan), per parlare di ISIS (“un fascismo del terzo millennio”), pace (“una bella parola”, ma molto lontana), confederalismo democratico (“un progetto per tutti i popoli del Medio Oriente”). Nelle tenebre del fondamentalismo e della guerra, la questione curda sembra oggi l’unica luce. Con riflessi globali su alcune delle principali problematiche del presente.

G: I curdi sono musulmani e stanno combattendo l’ISIS sul campo. Cosa pensi di chi parla di scontro di civiltà, dell’idea che gli attentati di Parigi sarebbero parte di una guerra tra “mondo islamico” e “mondo occidentale”?

Y: Non si tratta di una guerra religiosa tra l’Islam e le altre fedi. Il fondamentalismo in Medio Oriente non è nato oggi, ma è stato creato decine…

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La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

 


«Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?»

Sophie Scholl

Hans Scholl, Sophie Scholl e Alexander Schmorell

La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, tutti poco più che ventenni, cui si unì successivamente il professor Kurt Huber.

Hans Scholl nasce il 22 settembre 1918 a Ingersheim, da Robert Scholl, sindaco della cittadina, liberale, pacifista e anti-nazionalista, e Magdalene Müller, infermiera. Un anno prima era nata Inge, e successivamente alla famiglia si aggiungeranno Elisabeth, nel 1920, Sophie, nata a Forchtenberg il 9 maggio 1921, Werner, nato nel 1922, Thilde, nata nel 1925 e vissuta pochi mesi. Agli Scholl appartiene di fatto anche il piccolo Ernst, rimasto orfano di madre.

Il protestantesimo convinto della madre porta i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa.

Nel settembre 1930, alle elezioni per il Parlamento, il Partito Nazionalsocialista ottiene il primo di una serie di successi, che l’avrebbero portato in meno di tre anni a conquistare il potere. Sono tempi di crisi economica, che provoca una disastrosa inflazione, la svalutazione del marco e un’altissima disoccupazione.

Nel 1932 la famiglia si trasferisce a Ulm.

Nonostante la contrarietà del padre anche Hans, Inge e Sophie Scholl subiscono il fascino della propaganda del regime e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili naziste, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontanano, avendo compreso che non sono quegli spazi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.

Hans si accosta quindi alla dj.1.11, fondata da Eberhard Köbel, detto Tusk, un gruppo giovanile vietato dal regime, che coltiva il mito dei popoli del grande nord, dei lapponi e dei russi e propone il lungo viaggio come strumento di ricerca della propria dimensione. Ciò porta, nel 1937, all’arresto di Hans, Inge, Werner e Sophie, che verranno poi rilasciati, non potendosi provare la loro appartenenza ai movimenti vietati.

All’allontanamento degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquisiscono nel loro cammino di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotele, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Pascal, Kierkegaard, Newman, Maritain, Bernanos, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso Moro, Lao-Tze, scritti buddhisti e confuciani, il Corano e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il Vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromessi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.

Ad influenzare le loro scelte è anche l’amicizia con Otto (Otl) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Otl diffonde le idee del Quickborn (Sorgente di vita), un movimento cattolico guidato da Romano Guardini, che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della Chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula «Gioventù, Libertà e Gioia».

Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.

Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrano in Austria, che viene annessa al Reich. In maggio Hitler minaccia la Cecoslovacchia, reclamando il territorio dei Sudeti. In settembre le potenze europee firmano l’accordo di Monaco, che dà il via libera all’annessione dei Sudeti. Il 1° ottobre comincia l’occupazione dei territori da parte delle truppe tedesche. Il 15 marzo 1939 la Germania invade la Cecoslovacchia. Il 23 agosto 1939 viene firmato il patto di non aggressione Hitler-Stalin e il 1° settembre, con l’invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.

La primavera del 1941 è l’anno dell’incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.

A dare ad Hans l’idea dei futuri volantini è probabile che sia stato l’arrivo in casa Scholl dei fogli clandestini con le prediche e le lettere pastorali del vescovo cattolico di Münster Clemens August von Galen, che si schiera coraggiosamente contro il nazismo.

Nel giugno 1941 inizia l’attacco all’Unione Sovietica.

Nel gennaio 1942 il padre degli Scholl, Robert, è denunciato da una sua impiegata per aver definito Hitler «un flagello di Dio» e per aver detto che la guerra alla Russia è un massacro insensato e che i sovietici avrebbero finito per conquistare Berlino. Prelevato dalla Gestapo e interrogato, viene rilasciato, ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.

All’inizio di maggio 1942 Sophie Scholl si trasferisce a Monaco per iniziare a frequentare l’Università, e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l’amico di quest’ultimo Christoph Probst, e il professor Kurt Huber, che tiene un corso di filosofia su Leibniz.

I primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intellettuali, o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell’autobus, nelle cabine telefoniche o gettati dai tram di notte.

Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.

Nell’estate 1942 Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggio attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra, e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intellettuali.

Rientrati a Monaco, nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell’Università e di altri edifici un’ottantina di slogan anti-hitleriani.

Distribuiscono un quinto volantino, firmato «Movimento di resistenza in Germania», cui collabora anche Kurt Huber, l’unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.

Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all’Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell’edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del secondo piano, che volano nell’atrio. Un impiegato dell’Università li nota e li ferma, portandoli dal rettore, senza che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.

I funzionari della Gestapo che interrogano Sophie rimangono sorpresi dal coraggio e dalla determinazione con cui la ragazza rivendica le proprie ragioni di dissenso dal nazismo e ammette le responsabilità sue e del fratello, che pure ha confessato, cercando di attribuirle interamente ad entrambi per scagionare gli altri membri della Rosa Bianca.

I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: «Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto, solo che non osano esprimerlo a parole». Dopo cinque ore, il giudice Roland Freisler emette il verdetto: «In nome del popolo tedesco. Nel processo contro 1) Hans Fritz Scholl 2) Sophia Magdalena Scholl 3) Christoph Hermann Probst attualmente detenuti in attesa di giudizio in questo processo per favoreggiamento antipatriottico del nemico, preparazione di alto tradimento, demoralizzazione delle forze armate, il tribunale del popolo, prima sezione […], riconosciuto in diritto che: gli imputati, in tempo di guerra, attraverso volantini hanno propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell’organizzazione militare e all’abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel modo più infame e con ciò favorito il nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate. Essi vengono perciò puniti con la morte. Essi hanno perduto per sempre i loro diritti civili».

Christoph riceve il battesimo, la comunione e l’estrema unzione dal cappellano cattolico Heinrich Sperr, e scrive alla madre: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio». Anche Hans e Sophie avrebbero voluto un prete cattolico, ma poi si confessano e celebrano la santa cena con il cappellano evangelico Karl Alt, cui Hans chiede di leggere il Salmo 89 («Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura») e il passo della prima Lettera ai Corinzi (13, 1-12): «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità…». Ai fratelli Scholl viene permesso un ultimo e breve incontro con i genitori.

Racconterà uno dei secondini: «Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire ancora una volta i tre condannati, un momento prima dell’esecuzione capitale. Volevamo che potessero fumare ancora una sigaretta insieme. Non furono che pochi minuti, ma credo che abbiano rappresentato un gran regalo per loro».

«Fra pochi minuti ci rivedremo nell’eternità», dice Christoph Probst. Poi vengono condotti alla ghigliottina, senza battere ciglio. Il boia dirà di non avere mai veduto nessuno morire così. «Viva la libertà», grida Hans Scholl mentre lo portano al patibolo.

Il 19 aprile 1943 vengono processati Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, che saranno condannati a morte e ghigliottinati nei mesi successivi.

Amici e colleghi, che li avevano aiutati nella preparazione e distribuzione degli opuscoli e avevano raccolto fondi per la vedova e i figli di Probst, vengono condannati al carcere per periodi oscillanti tra i sei mesi e i dieci anni.

Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che ha condotto l’interrogatorio di Sophie, e che in seguito si dimetterà e rientrerà nella polizia criminale, dichiarerà dopo la guerra: «Fino alla loro amara fine Sophie e Hans Scholl conservarono un atteggiamento che può definirsi eccezionale. Entrambi in sintonia dichiararono il senso delle loro azioni: avevano avuto come unico scopo evitare alla Germania una sventura ancora più grande e contribuire forse, da parte loro, a salvare la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, perché quando si tratta della salvezza o della rovina di un intero popolo non c’è mezzo o sacrificio che possa apparire troppo grande. Sophie e Hans Scholl furono sino all’ultimo convinti che il loro sacrificio non era stato inutile».

La piazza dove è ubicato l’atrio principale dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata chiamata Geschwister-Scholl-Platz in memoria di Hans e Sophie Scholl.

Trovi tutto su:

 http://www.larosabiancailfilm.it/  

Volantini della Rosa Bianca


Primo volantino


Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi «governare», senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo? E chi di noi prevede l’onta che verrà su di noi e sui nostri figli, quando un giorno cadrà il velo dai nostri occhi e verranno alla luce i crimini più orrendi, che superano infinitamente ogni misura?
Se il popolo tedesco è già così profondamente corrotto e decaduto nel più profondo della sua essenza, da rinunciare senza una minima reazione, con una fiducia sconsiderata in una legittimità discutibile della storia, al bene supremo dell’uomo che lo eleva al di sopra di ogni creatura, cioè la libera volontà, ovverosia la libertà che ha l’uomo di influenzare il corso della storia e di subordinarlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi sono già così privi di ogni individualità, se sono diventati una massa vile e ottusa, allora sì che meritano la rovina. Goethe definisce i tedeschi un popolo tragico come gli ebrei e i greci, ma oggi questo popolo sembra che sia piuttosto un gregge di adepti, superficiali, privi di volontà, succhiati fino al midollo, privi della loro essenza umana, e disposti a lasciarsi spingere nel baratro.
Così sembra, ma non lo è. Ogni individuo è stato chiuso in una prigione spirituale mediante una violenza lenta, ingannatrice e sistematica; e soltanto quando si è trovato ridotto in catene, si è accorto della propria sventura.
Soltanto pochi hanno compreso la rovina incombente, ed essi hanno pagato con la morte i loro eroici ammonimenti. Si parlerà ancora del destino toccato a queste persone. Se ognuno aspetta che sia l’altro a fare l’avvio all’opposizione, i messaggeri della Nemesi vendicatrice si avvicineranno sempre di più; e allora anche l’ultima vittima sarà stata gettata senza scopo nelle fauci dell’insaziabile demone. Perciò ogni singolo, cosciente della propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest’ultima ora al flagello dell’umanità, al fascismo
e ad ogni sistema simile di Stato assoluto.
Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina di guerra continui a funzionare, prima che le altre città siano diventate un cumulo di macerie come Colonia, e prima che gli altri giovani tedeschi abbiano dato il loro sangue per ogni dove a causa dell’orgoglio smisurato di un criminale. Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!

Vedi il trailer del film La Rosa Bianca – Festival di Berlino 2005 –

 Miglior regia e migliore attrice

http://www.larosabiancailfilm.it/ 

Fonte: http://www.sehaisetediluce.it/rosa_bianca.htm

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Piccoli equivoci tra noi animali

Piccoli equivoci tra noi animali

di Eleonora Degano

da oggiscienza.it 12 febbraio 2016

È facile cadere nel tranello dell’umanizzazione e attribuire agli animali emozioni e comportamenti tipicamente umani. Un libro ci aiuta a chiarire questi malintesi

LIBRI- Certamente vi sarà capitato di pensare che l’espressione di un delfino ricorda un sorriso, o che quei koala pigramente abbracciati agli alberi paiono umani, nel loro rilassarsi. In realtà l’uno non ha muscoli facciali, perciò la sua espressione è immutabile. L’altro appoggiato sui tronchi trova refrigerio, e riesce ad abbassare la sua temperatura corporea nelle roventi estati australiane da 40°C all’ombra.

È facile cadere nella “trappola” dell’umanizzazione e cercare negli animali i segni di comportamenti, espressioni e reazioni tipicamente umane, anche quando non ci sono (vedi il recente aneddoto del canguro in lutto). Ma siamo sicuri di capirci con le altre specie? È la domanda alla quale vuole rispondere “Piccoli equivoci tra noi animali”, il nuovo libro della biologa Lisa Vozza e del neuroetologo Giorgio Vallortigara, della collana Chiavi di Lettura Zanichelli.

Gli interrogativi che trovano una risposta, procedendo con la lettura, sono in realtà moltissimi. Ad esempio, ha senso dire che un organismo più complesso è anche più evoluto? La straordinaria memoria spaziale di alcune specie animali può essere paragonata all’autismo o alla sindrome del savant? Gli orsi sono davvero solitari come dicono? Un gamberone può avere l’ansia?

Ma torniamo da quel delfino (non) sorridente. Mentre qui la questione è ancora intricata, nei parchi acquatici dell’India è illegale ospitare i delfini, considerati “persone non umane” da un documento governativo. Questa tutela tanto scrupolosa si basa sull’idea che i delfini siano dotati di un’intelligenza eccezionale, quando in realtà sono sì intelligenti ma in modo specifico. Sono dotati cioè delle capacità cognitive che servono a loro nella vita di tutti i giorni. Ma non per questo sono “più intelligenti” di altre specie (mammiferi e non).

Gli equivoci sono all’ordine del giorno, anche perché la nostra distinzione tra animale più o meno intelligente, più o meno “domestico”, più o meno selvatico ci porta a incasellare la stessa specie in contesti diversi. Stabilendo che alcuni sono legittimi, altri no, perché magari suscitano tristezza o indignazione. Gli autori portano l’esempio del furetto: c’è chi lo tiene in casa come animale da compagnia ed è felice che un veterinario lo abbia già privato delle sue ghiandole, così non ci saranno odoracci in casa. Ma un furetto simile, senza nome, si trova in un laboratorio dove gli scienziati lo usano come animale modello per prevenire una pandemia umana: potrebbe aiutare a salvare moltissime vite. E ancora, in un altro laboratorio un furetto simile viene studiato per capire come riconosce i propri simili tramite segnali odorosi. In questo caso è lecito privarlo delle ghiandole? Meno, penseranno molti.

Nel libro ci sono altri due possibili scenari per questo furetto (neanche tanto) immaginario, che passa da graziosa creaturina che gira per casa a specie invasiva. È normale e più che legittimo che contesti tanto diversi suscitino in noi dei pensieri contraddittori. Ma l’esempio ci aiuta a ragionare su come alcuni fattori influenzino la nostra percezione degli animali.

posseduta in quantità diverse e in scala dalle diverse specie, è da abbandonare”.Spesso siamo troppo frettolosi, scrivono gli autori, nello stabilire principi morali  e di diritto in base al presunto grado d’intelligenza di una specie. Presunto anche di fronte a studi scientifici che dicono diversamente: perché non far entrare in questo nostro “cerchio morale” anche altri animali che si sono dimostrati molto intelligenti e capaci di svolgere compiti complessi? Corvi, ghiandaie, pesci arciere… Paradossalmente, aggiungono Vozza e Vallortigara, tutte le norme che nascono per salvaguardare gli animali intelligenti fanno anche sé che non ci sia più modo per i ricercatori di provare (stavolta con basi scientifiche) le loro reali capacità cognitive. L’idea che l’intelligenza sia “una sostanza unica e misteriosa,

OggiScienza

Il koala si riposa sui tronchi perché è un pigrone? Più complesso vuol dire più evoluto? Se ne parla nell'ultimo libro di Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara Il koala si riposa sui tronchi perché è un pigrone? Più complesso vuol dire più evoluto? Se ne parla nell’ultimo libro di Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara

LIBRI- Certamente vi sarà capitato di pensare che l’espressione di un delfino ricorda un sorriso, o che quei koala pigramente abbracciati agli alberi paiono umani, nel loro rilassarsi. In realtà l’uno non ha muscoli facciali, perciò la sua espressione è immutabile. L’altro appoggiato sui tronchi trova refrigerio, e riesce ad abbassare la sua temperatura corporea nelle roventi estati australiane da 40°C all’ombra.

È facile cadere nella “trappola” dell’umanizzazione e cercare negli animali i segni di comportamenti, espressioni e reazioni tipicamente umane, anche quando non ci sono (vedi il recente aneddoto del canguro in lutto). Ma siamo sicuri di capirci con le altre specie? È la domanda alla quale vuole rispondere “Piccoli equivoci tra noi animali”, il nuovo libro della biologa Lisa Vozza…

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I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile | Claudio Giua

I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile

di Claudio Giua

Il primo dibattito sulla privacy digitale divampò nel 2013 quando, sull’onda delle rivelazioni di Edward Snowden, le major digitali furono accusate di essere tra i fornitori di informazioni riservate alle agenzie di sicurezza americane impegnate in programmi di sorveglianza di massa. Allora Facebook, Google e gli altri raccoglitori seriali di dati personali vennero sospettati di violazioni sistematiche della privacy dei loro utenti su richiesta del Dipartimento di Stato, della CIA e della NSA. Ora il dibattito torna a riaccendersi: il rifiuto di Apple, in nome della stessa privacy, di aprire una porta – una backdoor, tecnicamente – che consenta alla FBI di accedere ai dati crittografati dell’iPhone 5C di uno degli attentatori di San Bernardino viene bollato come collaborazionismo a favore dei tagliatori di teste dell’Isis e dei terroristi islamici in azione in Francia o in California. Si tratta di reazioni schizofreniche delle opinioni pubbliche? Dov’è la verità? Sono gli Over the Top, che si alimentano con le informazioni personali degli utenti, a cedere colpevolmente ai governi “amici” i dati di cui sono custodi, magari in cambio di appoggi politici alle loro espansioni globali? Oppure, al fine di correttamente difendere la riservatezza di miliardi di utenti, gli stessi soggetti stanno mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni?

A favore o contro una o l’altra ipotesi vanno iscritti i commenti al no opposto da Tim Cook alla Federal Bureau of Investigation. Una spaccatura verticale. Con ottime e condivisibili ragioni in entrambi i casi. Do un argomento in più a ciascuna tifoseria. A chi parla di pelosa accondiscendenza degli OTT nei confronti dei governi, non importa in quale area del mondo: avete ragione, ci sono episodi che indicano come in più di un caso le aziende globali che dispongono di enormi moli di informazioni personali siano scese a patti con regimi non democratici di paesi i cui mercati digitali sono ricchissimi, come la Cina. A chi teme che gli strumenti tecnologici a difesa della privacy rischino di favorire i crescenti terrorismi: sì, com’è dimostrato dal fatto che le ultime Brigate Rosse furono debellate, poco più di dieci anni fa, solo dopo lo scardinamento dei muri digitali che impedivano l’accesso a un organizer di un terrorista, Mario Galesi, ucciso dalla polizia su un treno.

Ritengo che il cuore della questione sollevata dalle azioni di Snowden e poi di Apple sia da tutt’altra parte: risiede nella facilità con la quale i dati personali vengono ceduti, consapevolmente o inconsapevolmente, da miliardi di cittadini di centinaia di paesi ad aziende che li trasformano in denaro sonante. E non mi riferisco soltanto ai soliti noti, Google, Facebook, Apple, Amazon etc. Ci sono molte multinazionali con nomi sconosciuti al grande pubblico che trattano dati raccolti attraverso i cookie e altri mezzi, costruiscono profili personali di straordinaria efficacia – i cosiddetti “digital ID” – e ne fanno commercio. Ognuno di noi è venduto e comprato più volte nel corso della giornata, a sua totale insaputa. Conservare nei server patrimoni di notizie sensibili su miliardi di persone e poi farsi paladini della difesa della privacy come nel caso di San Bernardino è oggettivamente un’operazione di pura propaganda.

A nessun livello questi fenomeni sono stati affrontati con consapevolezza e decisione: non dai singoli governi, non dalle organizzazioni e istituzioni sovranazionali. Di questa incomprensibile rinuncia collettiva alla sovranità hanno approfittato le migliori e più potenti aziende di vari mercati, che infatti si sono attrezzate per ottenere tutti i dati personali raggiungibili e catalogabili, con o senza il consenso degli utenti. Il loro successivo e pervasivo uso è sempre corretto? Non c’è alcun modo per esserne certi. Ci si può solo fidare. I monopoli di fatto in settori come la search, i social network, il commercio digitale si spiegano così: chi ha più dati vince perché può raccoglierne sempre di più. Affidiamo gli eventi della nostra vita a signori in braghe corte e canottiera che lavorano a Cupertino, a Mountain View, a Seattle. Ma poi ci interroghiamo se sia giusto o no che i contatti e i segreti di Syed Rizwan Farook, che ha ammazzato 14 persone in un centro per disabili, vengano blindati da Tim Cook.

 

via I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile | Claudio Giua.

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Solo due rondini o è primavera?

Solo due rondini o è primavera?

 Pubblicati su 17 febbraio 2016 da Sylvie Coyaud in POLITICA

POLITICA – Ormai proteste, scioperi, sit-in e cortei funebri passano inosservati. D’altronde sono vent’anni che la ricerca viene soffocata da “riforme” dell’università, “razionalizzazioni” degli istituti nazionali, beffe quali le interminabili valutazioni per posti di lavoro inesistenti. Nello stesso periodo aumentano i dirigenti amministrativi nominati in base a un manuale Cencelli o cv falsificati, si susseguono gli scandali per concorsi truccati, nepotismo e altre tradizioni locali (e non).

Una settimana fa, invitavamo a firmare la petizione di Giorgio Parisi e altri 69 fisici, senza troppe illusioni sulla sua efficacia. I firmatari chiedono alla Commissione Europea di far rispettare gli impegni dei governi a investire in ricerca il 3% del PIL, senza sottrarre i fondi versati ai progetti europei dai soldi stanziati per quelli di interesse nazionale (PRIN). Come invece fa il governo italiano che riduce i PRIN a 30 milioni di euro all’anno, blocca le assunzioni e priva gli assunti del personale e delle risorse necessarie per concorrere a finanziamenti europei.

Pianto funebre rituale da una generazione, passiamo alle altre notizie?

Non ancora. Giovedì scorso il Presidente del Consiglio si congratula con i fisici italiani per la scoperta delle onde gravitazionali. Venerdì escono le statistiche del concorso per i Consolidator Grants 2015 dello European Research Council (ERC). In media sono da 2 milioni di euro e ogni destinatario può spenderli nell’istituto e nel paese di sua scelta. Come due anni fa, il Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca gioisce:

L’Italia è terza per numero di borse

la statistica essendo un’opinione. Anche la ministra Giannini è colpita positivamente dal numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici.

Complimenti sì. Malgrado il disprezzo della maggioranza dei politici per la scienza, le competenze e il merito, scuole e università continuano a formare ottimi cervelli nelle discipline sia umanistiche che scientifiche.

Nella realtà, però, l’Italia è ottava con 13 borse, terza ex aequo per nazionalità dei vincitori, prima per il numero di donne (16/30) e di ricercatori (17/30) che utilizzano la borsa all’estero; una perdita netta perché nessuno, straniero o italiano all’estero, ha scelto l’Italia. Roberta D’Alessando Prof. dott. e ricercatrice in linguistica all’università di Leida dal 2007, scrive su FaceBook:

Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati.
La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.  (…)

Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. (…)

Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei.

Ripresa da agenzie e quotidiani, la lettera raccoglie in un week-end 30 mila adesioni, mentre l’appello degli scienziati non arriva a 20 mila firme in una settimana. Oltre all’efficacia mediatica, lo sfogo di Roberta D’Alessandro tra amici di FB avrà un effetto politico? Di sicuro, ha generato analisi più sfumate della situazione dei cervelli “in fuga” e di quelli rimasti in patria, una per tutte quella di Marco Cattaneo su Le Scienze.

Alle tastiere, citoyens!

Altri colleghi stanno facendo ottima informazione, come Marco Viola su Uninews24. Resta, mi sembra, da rispondere a una domanda che non riguarda la scienza, ma la democrazia.

Lettori, ascoltatori, amici, vicini di casa ci chiedono da 20 anni “Ma noi cosa possiamo fare per fermare lo sfascio?” In altri paesi la risposta si impara a scuola. In breve, consiste nell’esercitare i propri diritti ed esigere dai propri rappresentanti politici e che rendano conto delle decisioni prese in nostro nome, un dovere che in inglese va sotto il nome di accountability. Se fossi italiana, cercherei gli indirizzi mail dei  miei senatori e deputati e scriverei per esempio:

On.le/Senatore xxx

ho votato per Lei nella circoscrizione yyy. Gradirei sapere se Lei chiederà al governo di rispondere all’appello “Salviamo la ricerca italiana” che ho firmato su change.org. Se non intende farlo, gradirei sapere il perché.

Le risposte sono atti pubblici che Oggi Scienza ospiterà volentieri.

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Come discutere con chi crede in cose ridicole

Come discutere con chi crede in cose ridicole

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Pubblicato: 25 marzo 2014Postato in: Approfondimenti

Articolo originale: How to argue with silly things believers, di John S. Wilkins. Si ringrazia Sonia Ciampoli per la traduzione.

Dunque, stante tutto ciò che abbiamo detto [Why believers believe silly thingswhy they believe the particular silly things they do, e the developmental hypothesis of belief acquisition], come si può far cambiare idea a un “sostenitore di cose ridicole”? Verrebbe da dire che non è possibile, oppure, in una prospettiva più razionalista, che bastino ulteriori argomentazioni, entrambe posizioni sostenute spesso. Ma, come ci si può aspettare, la situazione è un po’ più complessa.

Innanzitutto, qui ci sono due diverse questioni. La prima è quella individuale: come si possono cambiare le convinzioni personali di un dato individuo? La seconda è la questione di gruppo: come possiamo cambiare il punto di vista complessivo di una parte specifica di popolazione? Sono domande diverse con risposte diverse.

La domanda individuale non ha una risposta univoca: dipende dall’insieme di convinzioni personali del soggetto, da quanto sono internamente coerenti, e se sono o meno influenzabili dall’esperienza empirica (sì, se i soggetti sono in crisi). Un credente che abbia un insieme di convinzioni abbastanza coerente, con nessun conflitto interiore degno di nota, e che non si trovi in una posizione suscettibile alle sfide empiriche, è relativamente immune alle argomentazioni razionali. Se deve affrontare una sfida empirica (cioè se le sue convinzioni non trovano corrispondenza con il mondo di cui ha esperienza, come nello studio classico sui millenaristi di Leon Festinger e colleghi [Festinger et al. 1956]), una soluzione è quella di negare i fatti, un’altra è di reinterpretare le convinzioni secondarie o meno importanti per salvare quelle fondamentali, e la terza è di reinterpretare l’aspetto centrale del sistema di credenze perché non possa essere messo in discussione dai fatti. Tutte e e tre le strategie possono essere riscontrate con facilità. Per esempio, i negazionisti del riscaldamento globale metteranno in discussione i fatti. I creazionisti accetteranno alcuni fatti, ma li reinterpreteranno o reinterpreteranno il modo in cui possono essere usati dai pensatori creazionisti. Infine, il mio caso preferito di reinterpretazione di principi fondanti, la reazione della Chiesa cattolica alle teorie atomiche e chimiche di John Dalton: fu sostanzialmente cambiata una tesi centrale nella dottrina della transustanziazione, che passò da una realtà fisica a una metafisica (dando parzialmente ragione a ciò che avevano criticato dei luterani 400 anni prima).

Di solito, quando si verificano queste situazioni, i sostenitori della teoria negano che siano successe (Schmalz 1994), come nel revisionismo storico di 1984, quando il Paese scende in guerra contro un nuovo avversario ma, di fronte alla manipolabile popolazione, afferma che “Siamo sempre stati in guerra con l’Oceania”. Queste tre strategie diventano man mano più schizoidi. Reinterpretare i principi fondanti delle proprie convinzioni perché si adattino a nuovi dati di fatto è una sana risposta al mondo, salvo che per i problemi relativi all’identità di gruppo (noi non siamo d’accordo con i luterani, quelli sono eretici!). La Chiesa ha accettato (tardivamente) il valore scientifico di Galileo, Dalton e Darwin.

La revisione delle convinzioni secondarie è più complicata. Quando i creazionisti [onesti] investono del tempo nel tentativo di adattare i dati di biogeografia, biodiversità, genetica e tecniche di datazione, capita che vedano le proprie “ipotesi” morire di quella che Flew chiama “la morte di migliaia di requisiti”, ma questo accade anche ai sostenitori di ipotesi scientifiche superate, e non c’è un punto preciso superato il quale diventa irrazionale sposare certe idee. Eppure, come per la pornografia, noi tutti sappiamo riconoscere l’irrazionalità quando la vediamo. L’approccio razionalista alla questione, tuttavia, si muove come se ci fosse, o dovesse esserci, una linea di confine che non dovrebbe essere superata, e questo porta a interminabili “dibattiti”, con tesi e controtesi, che raramente conducono a una qualche conclusione.

Il terzo approccio consiste semplicemente nel negare i dati. Può essere portato avanti mettendo in discussione l’affidabilità di coloro con i quali non siamo d’accordo (attacchi ad personam, ad esempio, in merito alla rettitudine dei climatologi). Sia i sostenitori di pseudo-scienze (come l’esistenza del Bigfoot o l’omeopatia) sia quelli delle anti-scienze (come il creazionismo o l’antivaccinismo) riescono a trovare vari modi per mettere in discussione i fatti stessi.

Ora, man mano che diminuisce la base empirica della risposta, aumenta la difficoltà della discussione, finché non si raggiunge un livello in cui è impossibile qualsivoglia argomentazione ragionata. Ma questo è causato dalla strategia adottata dal credente, non dalla posizione o convinzione che sostiene. Magari si riesce a far cambiare idea a un omeopata, mentre un cattolico può rimanere testardamente aggrappato all’idea che l’ostia sia veramente carne e sangue, convinto che i chimici siano semplicemente degli anti-cattolici. Dipende dalla singola persona. Se il nucleo centrale è cognitivamente radicato, è poco probabile che un credente si metta razionalmente o empiricamente in discussione. [Come nota a margine, capita spesso di sentire aneddoti su sostenitori dell’omeopatia o altre medicine alternative che, di colpo, si rivolgono alla medicina empirica quando ad ammalarsi è il figlio o la persona amata. Questa è una vera crisi personale. E, comunque, può anche portare il sostenitore a credere più fermamente, come nota Festinger.]

A livello di gruppo, poi, le cose sono ancora più complicate. Qui a contare è anche la struttura istituzionale del gruppo sociale in cui è condivisa quella credenza. La sua stessa malleabilità aiuta a determinare se la comunità si adatti o si trinceri: più una comunità è di tipo autoritario, più tenderà ad escludere tutti coloro che si allontanano anche solo leggermente dal sistema di valori, meno sarà aperta al cambiamento. Un’altra questione è la grandezza della comunità. La Chiesa cattolica, ad esempio, per quanto apparentemente gerarchica (in effetti, lo stesso termine gerarchia deriva dalla sua struttura paramilitare piena di ordini e vincoli; significa “comando dei sacerdoti”), è stata molto elastica nell’interpretazione delle sue credenze principali. Questo in larga parte dipende dal fatto che la Chiesa non è piccola ed esistono de facto molti centri di comando oltre al clero. Per esempio, i Gesuiti hanno giocato un ruolo importante nell’adozione, adattamento e accettazione delle verità scientifiche, mentre altri premevano per un ritorno a credenze precedenti e più conservatrici. Le dottrine cristiana, ebraica e islamica sono state capaci in vari modi di adattarsi alle nuove scienze e alle nuove condizioni sociali (come mostrò approfonditamente, alla fine del Diciannovesimo secolo, Harnack nel suo classico Storia del Dogma).

Ma possono essere individuate alcune caratteristiche generali. La  prima è che più il gruppo si affida alle autorità perché dicano ai fedeli in cosa devono credere, meno mutevole è la tradizione. Come ho sostenuto  nell’articolo sul creazionismo razionale, questo è dovuto a una divisione doxastica del lavoro: molti di noi non hanno tempo per approfondire le idee scientifiche più tecniche, per esempio, e quindi ci affidiamo alle autorità riconosciute in materia. Ma le autorità che scegliamo come punti di riferimento dipendono molto dal gruppo sociale con cui condividiamo una data fede. Scegliamo di credere alle nostre autorità anziché alle loro. Come ho già detto, questo, da un punto di vista evoluzionistico, dipende dal fatto che questi punti di riferimento sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Sposare le loro posizioni può avere un prezzo, ma è compensato dal risparmio di tempo, fatica e risorse che si ottiene accettando delle idee pronte e confezionate. Abbiamo un’inclinazione ad adottare il punto di vista di quelli fra i quali cresciamo, perché è economico, e con ogni probabilità non ci ucciderà. Solo quando entriamo in uno stato di crisi arriviamo a sfidare queste autorità, e anche in questo caso ci arriviamo per gradi, finché non raggiungiamo una (personale) soglia di incredulità.

Una seconda caratteristica dipende dal grado di coinvolgimento che abbiamo verso il resto della società in cui è collocato il nostro gruppo di riferimento. Persino l’Assemblea dei fratelli deve interagire con insegnanti, media e quella cultura popolare che è proprio lì sullo scaffale. Messaggi in conflitto con il nostro sistema di valori possono toccare altri punti sensibili (personali) che mettono in discussione le nostre convinzioni principali. Quando ciò accade, può scatenarsi una crisi da cui deriva una rapida conversione (o de-conversione) nelle convinzioni principali.

Questo è il motivo per cui uno dei più importanti campi di battaglia fra le varie ideologie è il controllo e la modifica del sistema educativo. Se si semina fra i bambini qualche dubbio su, poniamo, la biologia evolutiva, è razionale (in senso lato) per loro attenersi alle convinzioni sostenute dalla corrente di pensiero della cui comunità fanno parte. Ma se la biologia evolutiva (o qualsiasi altro tema) viene presentata nel contesto scolastico fermamente e senza contraddittorio con altre teorie, allora l’autorità di riferimento degli studenti potrebbe cominciare a essere messa in discussione. Come ho scritto nell’articolo sul creazionismo, una quantità sufficiente di dubbi tenderanno a far oscillare la traiettoria dello sviluppo di un credente, allontanandola dal sistema di valori esclusivo della sua comunità. L’intera popolazione diventa più “accomodazionista“.

Il che ci porta alla mia tesi conclusiva: l’immunità di branco. In materia di vaccinazioni, quando una quantità sufficientemente vasta di popolazione è stata vaccinata, l’epidemiologia della malattia per la quale si è stati vaccinati raggiunge un punto in cui la possibilità di infezione fra i non vaccinati (i neonati, per esempio) è molto bassa. Le ideologie si comportano come agenti patogeni (metafora fin troppo abusata, secondo me) in questo senso: poiché gli spunti per le nostre convinzioni ci vengono dalle norme sociali con cui siamo a contatto, quando queste norme sono ragionevoli, quelle irrazionali tendono a naufragare, creando una pressione sociale nell’evoluzione delle credenze affinché non siano troppo assurde, altrimenti il credente verrà isolato dal contesto sociale in cui vive. Un’educazione adeguata alle convinzioni razionali costringe quelle “stupide”, o quanto meno quelle stupide che hanno conseguenze nel mondo reale, a essere meno stupide.

Chiunque abbia conoscenza di genetica delle popolazioni sa che questo non significa che l’intera popolazione diventerà di colpo ragionevole. In genetica ed epidemiologia, il rapporto benefici-variabili negative raggiunge un punto di equilibrio chiamato strategia evolutivamente stabile. In economia, si chiama ottimo paretiano. L’aumento di una varietà diminuirebbe la qualità media della popolazione, quindi le due variabili rimangono in uno stato di equilibrio finché non cambiano le condizioni esterne. E’ per questa ragione che io non credo che la religione “scomparirà”, come pensano invece molti razionalisti. Dalla religione derivano benefici di gruppo, e anche nella più secolare delle società, finché il “costo” dell’essere religioso non supererà i benefici, la religione come istituzione permarrà.

Quindi, al fine di curare i supposti mali della religione (o del conservatorismo, delle pseudoscienze, del radicalismo, etc), la strategia migliore per coloro le cui idee sono empiricamente fondate è, secondo me, di resistere ai tentativi di diluire la scienza e le altre forme di educazione. In questo modo si creerà una pressione selettiva contro le idee estremiste. Un approccio simile potrebbe essere adottato nelle lezioni di Educazione Civica contro gli estremismi politici e via dicendo.

Prima di concludere, dovrei chiarire un punto: non sto sostenendo di essere il solo ideologicamente puro e coerente con le mie idee. Ciò che dico in generale si applica anche a me (questa è una delle critiche che spesso vengono avanzate al Marxismo, che Marx si ritiene immune dalla falsa coscienza). Ritengo di avere anche io convinzioni conflittuali, e una delle ragioni per cui ho condiviso questi pensieri qui è per ricevere dalla comunità lo stesso tipo di correzioni di cui ritengo abbiano bisogno quelli che ho portato ad esempio.  Io sono un radicale (sempre di più man mano che invecchio), ambientalista, liberal a-partitico affine a John Stuart Mill e molto, molto, sostenitore della scienza. Ritengo di avere non pochi difetti. Come mi disse una volta un amico, sono come un gobbo che non può vedere la propria gobba, ma vede quella di tutti gli altri. Mi aspetto di sentirmi dire tutto questo. Ma ritengo che questa analisi sia all’incirca corretta.

Immagine: l’Apocalisse in una chiesa ortodossa, da Wikimedia

via Come discutere con chi crede in cose ridicole.

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La discussa funzione dell’orgasmo femminile – Bio-Love.it

La discussa funzione dell’orgasmo femminile

 

17 novembre 2014da

 


La scienza è un gioco bellissimo. E come tutti i giochi, ha delle regole. Chi vuole partecipare deve quindi essere pronto a rispettarle.

Questo significa che chiunque abbia un’idea, una teoria, un pensiero, un’ipotesi o quant’altro possa proporla all’intera comunità scientifica. A patto però che rispetti (almeno) 3 regole: deve essere rivedibile (nuovi dati possono modificare una teoria, anche millenaria), replicabile (tutti possono testare quella teoria, ottenendo gli stessi risultati) e pubblica (tutti devono avere accesso a quella conoscenza).

L’orgasmo femminile è un tema che perfettamente si inserisce in questo contesto di conoscenza dibattuta e costruita all’interno di una comunità in continua crescita. È un case study estremamente interessante, epistemologicamente parlando.

Il tabù del sesso

Nel 1730 Linneo scrive un trattato di botanica nel quale anticipa alcuni dei concetti poi meglio espressi, 5 anni più tardi, nel suo Systema Naturae. Nel testo comparivano però espressioni come “organi riproduttivi” (delle piante) e proprio a causa di questo linguaggio considerato immorale, fu condannato per “sospetto di libertinismo”.

Non sorprende quindi che i primi studi scientifici in campo sessuale siano partiti solo in epoche più recenti. In particolare la seconda metà dell’800 ha visto nascere alcuni dei pionieri della sessuologia moderna, come Havelock Ellis, Richard von Krafft-Ebing e Karl Heinrich Ulrichs.

pistillo-pistil-fioreIl pistillo è l'elemento femminile del fiore e contiene l'ovario.

Definizioni

Se provate a googlare la definizione di “orgasmo”, potrete imbattervi nelle più disparate e pittoresche descrizioni, in particolare se finite su community popolate da ragazzi/e under 20. Attenendoci però al campo medico, l’orgasmo (sia maschile che femminile) è definito come quel fenomeno caratterizzato essenzialmente da due fattori:

  • Contrazioni muscolari nella zona pelvica
  • Parziale perdita dello stato di coscienza

Tutto qui. Non serve altro.

Diversi tipi di orgasmi?

Capita tutt’ora di sentir parlare di due differenti tipi di orgasmo femminile, mentre di un solo tipo di orgasmo maschile. La distinzione di orgasmo in vaginale e clitorideo la si deve in gran parte a Sigmund Freud. Senza nulla togliere al fondatore della psicanalisi, è però necessario precisare che molte delle asserzioni che il neurologo austriaco fece nei suoi testi, siano state ora ampiamente ridimensionate.

I sessuologi americani William Masters e Virginia Johnson descrissero accuratamente, negli anni ’60, molti dei processi fisiologici legati alla sessualità umana. A loro si deve infatti la moderna concezione di orgasmo, con tanto di smentita delle teorie freudiane. Ovviamente, per poter affermare che esiste un solo tipo di orgasmo e non due, Masters e Johnson portarono a supporto della loro tesi studi approfonditi sul caso (si calcolano un totale, nel corso degli anni, di oltre diecimila atti sessuali analizzati, compiuti da circa 700 volontari).

È proprio perché la comunità scientifica ha le tre caratteristiche indicate prima, che una coppia americana di sessuologi può mettere in dubbio le teorie di un pilastro della scienza moderna come Freud. E lo può fare solamente con i dati in mano: dati pubblici, replicabili e rivedibili in ogni momento.

Ciò che Masters e Johnson descrissero infatti è la presenza di un solo tipo di orgasmo, derivato dalla stimolazione meccanica della clitoride. A livello embrionale infatti, lo sviluppo del pene e della clitoride hanno la medesima origine. Esiste una completa simmetria tra gli organi dell’apparato maschile e quello femminile, che si dispongono poi anatomicamente in modo differente con il completamento dello sviluppo del feto.

La clitoride presenta, come il pene, due corpi cavernosi che una volta uniti, formano un organo unico di forma cilindrica, alla cui estremità è presente un glande, sormontato da un prepuzio clitorideo. Il glande clitorideo è una zona fortemente vascolarizzata e riccamente innervata (così come lo è il glande penieno) ed è il principiale responsabile dell’orgasmo femminile.

L’eccitazione sessuale a livello psicologico offre fattori aggiuntivi in grado di amplificare o facilitare le sensazioni legate all’orgasmo. L’impulso, di per sé, ha però un’origine prettamente meccanica, ma il cervello può fungere da cassa di risonanza.

clitoride-Clitoris_anatomy_labeled-enAnatomia della clitoride e Funzione dell’orgasmo

L’approccio della scienza allo studio del mondo naturale prevede quasi sempre una fase iniziale di tipo descrittivo. Lo scienziato cerca infatti di descrivere ciò che osserva, riportando le caratteristiche fenomenologiche nel modo il più oggettivo possibile. A questa fase segue tipicamente una fase cognitiva – deduttiva, dove si cerca una spiegazione logica e razionale al fenomeno, e (preferibilmente) che sia in accordo con ciò che fino a ora è già stato studiato e descritto in letteratura.

Nel caso in cui i nuovi dati non siano in accordo con ciò che già si era descritto, lo scienziato è pronto a rivedere anche tutti gli studi precedenti e, nel caso in cui sia necessario, smentirli di fronte a una nuova evidenza.

«Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.»
(Albert Einstein, lettera a Max Born, 4 dicembre 1926)

Alfred Kinsey fu uno zoologo e sessuologo statunitense. Avendo lavorato per anni come entomologo, Kinsey pensò (probabilmente per deformazione professionale) che fosse necessario catalogare ed etichettare scientificamente ogni tipo di comportamento all’interno della sfera sentimentale e sessuale. A lui si deve infatti la prima indagine statistica nell’ambito del comportamento sessuale umano. Un totale di 18.000 interviste formano il materiale del rapporto Kinsey: due volumi intitolati l’uno “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) e l’altro “Il comportamento sessuale della donna” (1953).

Nei suoi scritti, Kinsey dedica spazio anche all’orgasmo. La fase descrittiva sopra citata è però molto indiretta. Tutti i dati che Kinsey elabora nei suoi testi, sono frutto di interviste sottoposte a volontari che accettano di raccontare la propria sfera più intima e personale allo scienziato americano.

Oltre al diverso valore che maschi e femmine tendono a dare all’atto sessuale di per sé, ciò che colpì Kinsey, fu la possibile diversa funzione che doveva avere l’orgasmo femminile rispetto a quello maschile.

“Pezzi di formaggio, sparsi davanti a due ratti che copulano, distrarranno la femmina, ma non il maschio.”
Alfred Kinsey

In seguito alle interviste, Kinsey e il suo team elaborarono una tesi secondo la quale l’orgasmo femminile avesse una particolare funzione di risucchio dello sperma, legata alle contrazioni muscolari che lo contraddistinguono.

La teoria (di tipo prettamente speculativo) sembrava accettabile: offriva infatti una spiegazione compatibile con le conoscenze già presenti in letteratura (funzione dello sperma, evoluzione dei meccanismi riproduttivi, interconnessione tra tasso di fertilità e motilità degli spermatozoi, presenza di contrazioni di tipo muscolare durante la fase orgasmica, eccetera).

Accadde però che, qualche anno dopo, sempre Masters e Johnson, decisero di confutare anche questa teoria, e lo fecero con un esperimento molto particolare.

Innanzitutto prepararono dello sperma artificiale: un liquido a base acquosa contenente piccole dosi di farina, al fine di ottenere la corretta consistenza albuminosa. A questo composto aggiunsero poi una sostanza radio-opaca (ossia visibile ai raggi X). Attraverso un sistema molto simile al diaframma anticoncezionale (una semisfera cava in gomma, normalmente riempita di spermicida) inserirono lo sperma artificiale all’interno delle vagine di 5 volontarie che si concessero, gentilmente, alla scienza. Dopodiché fu chiesto alle donne di masturbarsi fino a raggiungere l’orgasmo, mentre il tutto veniva osservato attraverso un radio schermo. Lo sperma artificiale radioattivo poteva quindi essere osservato durante le contrazioni muscolari dovute all’orgasmo, verificando o smentendo la teoria del risucchio della scuola Kinseniana.

Risultato? Zero risucchio. In tutte e 5 le donne, lo sperma artificiale se ne stava lì dov’era, nonostante l’orgasmo.

Trascurando l’eccesso di facilità con cui negli anni ‘60 si somministravano sostanze radioattive, il concetto che sta alla base di questo esperimento è tanto semplice quanto efficace. Masters e Johnson hanno dimostrato che la teoria di Kinsey non era perfetta. E questo è stato possibile perché, in quanto teoria scientifica, era pubblica, controllabile e rivedibile.

William-Masters-Virginia-JohnsonVirginia Johnson e William Masters

La posizione moderna

La psicologia, ma in particolare tutte le neuroscienze, stanno fornendo alla comunità scientifica una chiave di lettura del tutto nuova e molto promettente. Recentemente sono state avanzate nuove ipotesi riguardo la funzione di questo fenomeno. Quella più convincente spiega l’orgasmo femminile come un meccanismo utile alla donna non tanto per lei quanto per il proprio partner.

Componente essenziale nelle logiche di potere che prendono vita durante l’amplesso è l’aspetto valoriale che contraddistingue l’uomo rispetto alla donna. La capacità del maschio di far provare piacere alla propria partner, mette in moto una serie di meccanismi psicologici a livello inconscio tali per cui aumentano le sensazioni di valore, potere e autostima. Un uomo che avrà provato tali sensazioni, sarà quindi portato a ripetere l’atto con quella stessa donna. E in questo modo la donna ha un’altra strategia da mettere in atto per tenere a sé il partner.

Dal punto di vista evolutivo, vista la somiglianza dei genitali maschili e femminili, soprattutto a livello embrionale, potrebbe esserci un legame più profondo di tipo fisiologico. L’orgasmo ha, nel maschio, una funzione precisa: le contrazioni muscolari sono essenziali per l’eiaculazione. Nella donna potrebbe essersi mantenuta la funzione per i motivi appena descritti.

Conclusioni

La cosa più interessante di tutto il dibattito è che ciò è possibile perché la comunità scientifica gioca rispettando sempre le tre regole citate a inizio pagina. Non ne basta una su tre, e nemmeno i 2/3. Devono essere presenti tutte e tre.

Applicando semplicemente queste tre regole, così come hanno fatto Masters e Johnson, saremmo in grado di discriminare in poco tempo ipotesi con una validità scientifica dalle pseudoscienze.

Applicando queste tre semplici regole non avremmo avuto alcun caso stamina.

Chi decide di giocare a questo gioco chiamato scienza, deve rispettare queste semplici regole, e aspettarsi che di fronte a nuovi dati e nuove evidenze, la sua teoria può essere in ogni momento confutata.

«Il vero scienziato, per quanto “creda” con forza all’evoluzione, sa esattamente che cosa gli farebbe cambiare idea: prove contrarie. Come rispose J. B. S. Haldane quando gli chiesero che cosa avrebbe potuto smentire l’evoluzione: «Conigli fossili nel Precambriano».»
(Richard Dawkins, L’illusione di Dio, 2006)

La scienza non offre Verità con la V maiuscola. Quella è una prerogativa che spetta alle religioni o alle filosofie mistico – trascendenti. La scienza, molto più umilmente, cerca di dare una spiegazione che sia il più possibile logica e razionale, inserita nel complesso storico e culturale in cui viviamo. Offre una spiegazione, a patto che questa sia pubblica, replicabile e rivedibile in ogni momento. E per ora, questo modello, è una delle poche cose su cui si possa far davvero affidamento.

via La discussa funzione dell’orgasmo femminile – Bio-Love.it.

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Unioni civili, il falso problema del loro costo

Unioni civili, il falso problema del loro costo

da Wired

(Foto: Getty)

 

I diritti non sono una questione di portafogli. Mai. Fatta la necessaria premessa è interessante notare l’inconsistenza dell’argomentazione economica, che ogni tanto spunta tra quelle etiche, socioculturali e millenaristiche di chi si oppone al ddl Cirinnà.

Se ne era fatto portavoce l’attuale ministro degli Interni Angelino Alfano, che recentemente ha esternato la sua piena adesione alla piattaforma del Family Day. “Se intervenissimo sulle pensioni di reversibilità il tema costerebbe circa 40 miliardi di euro” dichiarava lo scorso 10 marzo, parole riportate anche sul suo sito personale.

La cifra apparì subito esagerata, visto che nel 2013 la spesa complessiva per sostentare i coniugi dei lavoratori pensionati deceduti, fu pari a 38 miliardi. Quindi inferiore a quella che andrebbe in tasca ai cittadini omosessuali, una volta regolarizzate le loro posizioni. Peccato che i gay, secondo dati Istat del 2011, sono circa un milione su oltre 59 milioni di italiani, il 2,4% circa del totale.

Eppure i fantasmi della bancarotta evocati da Alfano hanno contribuito a rallentare ulteriormente l’iter di un provvedimento che vaga per il Parlamento da giugno 2014.

L’errore contabile è stato certificato alcuni mesi dopo dal ministero dell’Economia e delle finanze, secondo cui gli oneri complessivi per le casse dello Stato derivati dal ddl andrebbero dai 3,7 milioni di euro nel 2016 ai 22,7 milioni nel 2025. Numeri dati dalla somma di minor gettito Irpef per le detrazioni fiscali (dai 3,2 milioni del 2016 ai 16 milioni del 2025), maggiori prestazioni per assegni al nucleo familiare (600mila euro circa complessivi), maggiori prestazioni pensionistiche di reversibilità (0,1 milioni nel 2016, 6,1 nel 2025).

bufale gay

Numeri che derivano dall’ipotesi prudenziale effettuata dal Mef, che ha calcolato la possibilità che in Italia entro il 2025 siano firmate 67mila unioni civili “in analogia all’esperienza tedesca”. A oggi, sempre secondo statistiche prodotte dall’Istat, sono 7.500 le coppie omosessuali dichiarate nel Paese.

Tutto ciò mentre cala ogni anno il numero dei matrimoni, che sono stati 189.765 nel 2014. E mentre nel Piano nazionale contro la povertà del governo si valuta la possibilità di modificare il meccanismo che stabilisce l’entità delle pensioni di reversibilità, che saranno definitivamente ancorate al reddito e che risulteranno meno impattanti per le casse dello Stato.

“Ci sono infiniti dati che lo dimostrano: l’incidenza del provvedimento è talmente bassa che non ha rilievo – commenta Alessandro Sartori, presidente dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia (Aiaf) -. Parliamo di cifre ridicole per un’economia come quella italiana. Con l’approvazione del Cirinnà, lo Stato potrebbe al contrario risparmiare risorse e energie che oggi impegna a difendere una posizione obsoleta, che non crea vantaggi a nessuno”.

Secondo Sartori la copertura finanziaria delle unioni civili non è in discussione, quindi l’argomentazione cade. Rimarranno, anzi si intensificheranno, invece le sanzioni di Strasburgo se l’Italia non avvicinerà presto i suoi standard a quelli del continente.

(foto: Getty Images)

(foto: Getty Images)

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Lo scorso luglio la Corte europea dei diritti umani ci ha condannato per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali. Secondo i giudici, la negazione delle pubblicazioni per potersi sposare, opposta dai funzionari di tre diversi comuni a altrettante coppie gay, va contro l’articolo 8 della Convenzione dei diritti umani. Risarcimento: 5mila euro a ciascuna coppia.

Poca cosa, forse, ma parliamo di un Paese che nel 2012 ha versato indennizzi ai suoi cittadini per 120 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata da uno degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

A oggi, in Europa, solo Italia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania non riconoscono né le unioni civili né i matrimoni omosessuali, nonostante la recente approvazione di una relazione del Parlamento europeo che, “prendendo atto dell’evolversi della definizione di famiglia”, chiede “il riconoscimento dei diritti delle famiglie omosessuali”.

E se proprio si vuole tirare in ballo l’economia, piuttosto che improvvisare dati fallaci, si potrebbe citare l’esempio di New York, dove dal 2011 l’unione delle coppie gay ha lo stesso valore di quelle eterosessuali. Nel primo anno di vita, secondo quanto riportato dall’allora sindaco Bloomberg, i matrimoni omosessuali hanno generato un giro di affari da 259 milioni di dollari e 16 milioni di fatturato per la città. Senza parlare dei benefici economici associati a una più generale politica gay-friendly.

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Studi geneticamente manipolati: abbiamo gli anticorpi per evitare che si ripetano?

Studi geneticamente manipolati: abbiamo gli anticorpi per evitare che si ripetano?Studi geneticamente manipolati: abbiamo gli anticorpi per evitare che si ripetano?

 

Scienza e razionalità

14 Febbraio 2016
di Davide Ederle

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La vicenda di Infascelli e dei suoi dati manipolati sugli OGM si fa, di giorno in giorno, più sconcertante. Da quanto si è man mano appreso, il copia, incolla, taglia e cuci, che inizialmente si poteva scambiare per semplice faciloneria, si è rivelato essere piuttosto una prassi consolidata per il gruppo di ricerca napoletano che, nell’ultimo decennio, ne ha fatto largo uso, come se il suo fine non fosse quello di verificare, ma di dimostrare, ad ogni costo, la pericolosità degli OGM. Stando a quanto è trapelato dall’indagine interna alla Federico II, tale prassi inoltre non era limitata a un singolo ricercatore, dato che le sanzioni disciplinari hanno colpito ben 11 persone.

Ma è proprio sulle sanzioni che lo sconcerto rischia di diventare rassegnazione. Un gruppo di ricerca che per almeno 10 anni, grazie a dati costruiti ad arte, ha raccolto fondi, costruito carriere, credibilità e visibilità pubblica (ricordiamoci che Infascelli è stato perfino convocato in qualità di esperto in audizione in Senato) resterà al suo posto, come se niente fosse. Certo, nei loro fascicoli sarà scritto che sono stati richiamati formalmente per non essersi comportati in modo professionalmente (e deontologicamente) corretto, un paio di loro saranno anche sottoposti per due anni a un rigido controllo, ma continueranno a essere professori ordinari, professori associati, ricercatori pubblici, continueranno a pubblicare con il nome dell’Università Federico II di Napoli, e manterranno le loro attività didattiche tenendo lezioni, facendo esami, dando voti.

Si fatica a ritenere questa la sanzione esemplare che un caso del genere meriterebbe. E’ vero, è la prima volta che, in Italia, un Ateneo prende un qualsivoglia provvedimento per questo tipo di comportamento e che un provvedimento disciplinare più severo avrebbe potuto essere impugnato al TAR. Dopotutto la frode scientifica non è (ancora) un reato. Vale la pena però ricordare che per più di 10 anni abbiamo pagato questi ricercatori affinché indagassero e facessero chiarezza sull’uso di OGM come mangimi. In cambio hanno prodotto risultati che dicevano esattamente il contrario di quel che avrebbero dovuto dirci. Ora, evidentemente non paghi, li continueremo a tenere comunque sul nostro libro paga, anche se la credibilità di quel laboratorio è compromessa. Non proprio un affare.

La domanda è se si poteva e si può fare qualcosa per dare un segnale forte che scoraggi questo tipo di comportamenti in futuro. La risposta è sì: basta volerlo. Enrico Bucci, il ricercatore che ha analizzato le pubblicazioni del gruppo di Infascelli, ha trovato ad esempio che molti dei dati presentati nella tesi di dottorato (fondamentale per poter fare carriera accademica) di Vincenzo Mastellone, uno dei sanzionati, erano stati oggetto di maquillage. Sarebbe un bel segnale se l’Università, anche per difendere il suo buon nome, rivalutasse il titolo ottenuto con quella tesi. Non sarebbe nemmeno la prima volta che ciò avviene. Il caso più celebre è probabilmente quello di Jan Hendrik Schön, promettente fisico che aveva inventato dei risultati troppo strabilianti per essere veri, più o meno come il gruppo di Infascelli. L’Università di Costanza, in quel caso, decise di revocare il titolo di Dottorato (Ph.D.), perché non dovrebbe valutare un provvedimento analogo l’Università di Napoli? Il medesimo criterio dovrebbe essere applicato anche a tutti quegli avanzamenti di carriera ottenuti utilizzando le pubblicazioni scientifiche oggetto di manipolazione. Chi ha messo a curriculum queste pubblicazioni, e nel farlo era consapevole della manipolazione, di fatto ha tratto un indebito vantaggio ai danni sia dell’Ateneo che degli altri partecipanti al concorso, che magari sono dovuti fuggire all’estero per trovare un adeguato riconoscimento professionale.

Se nella scuola si ottiene una cattedra non disponendo dei titoli necessari, non solo questa viene tolta, ma viene chiesto di restituire anche tutto quanto è stato corrisposto dall’amministrazione pubblica fino a quel momento, con gli interessi. Perché non dovrebbe valere anche per l’Università? Sarebbe un importante segnale se una analoga rivalsa venisse anche da coloro che hanno erogato fondi per la ricerca sulla base di quelle pubblicazioni, o che hanno ottenuto quelle pubblicazioni come risultato del loro finanziamento. Il gruppo ha infatti, nell’ultimo decennio, scritto progetti e svolto ricerche sostenendo la necessità di approfondire le conoscenze rispetto a una tossicità degli OGM che esisteva solo nei loro dati manipolati.

Non da ultimo va ricordato che queste pubblicazioni sono state ampiamente utilizzate per alimentare un’infondata diffidenza verso gli OGM a livello sociale e politico. Sulla base di questi lavori inoltre la magistratura ha aperto fascicoli e procedimenti penali, come pare sia avvenuto nel caso di Giorgio Fidenato, l’agricoltore friulano che vorrebbe poter coltivare liberamente OGM, che ora si sta già attrezzando per chiedere i danni morali e materiali, ma dovrebbero farlo anche tutti coloro che, in buona fede, hanno usato questi dati in contesti politici e sociali, magari invitando Infascelli e i suoi a presentare i propri dati all’interno di eventi pubblici di approfondimento sul tema.

Questi sarebbero tutti segnali importanti per mostrare che il nostro paese ha gli anticorpi necessari a combattere condotte che minano profondamente la credibilità della scienza e delle sue istituzioni, alimentando la confusione e la diffidenza.

Resta in ogni caso irrisolto il vero interrogativo che gira attorno a tutta la vicenda: tanti ricercatori fanno e hanno fatto carriera in questo paese pubblicando dati onesti. Perché un gruppo di ricerca pubblico abbia invece scelto deliberatamente di manipolare i propri dati, e di farlo in un ambito sensibile come gli OGM, rimane un mistero. La domanda se l’è posta anche il rettore della Federico II, ma per ora la risposta non c’è. Averla potrebbe aiutare a fare un po’ più di chiarezza.

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Ma quale censura a fin di bene, le notizie non possono essere manipolate

Ma quale censura a fin di bene, le notizie non possono essere manipolate

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Per una volta siamo tutti d’accordo. Le statue nude dei Musei Capitolini non dovevano essere coperte. Una figuraccia mondiale che non ha trovato nessuno a difenderla. Neanche il presidente iraniano Hassan Rouhani, destinatario della improvvida decisione dell’Ufficio del Cerimoniale di Palazzo Chigi nata per evitargli possibili imbarazzi.

«Gli italiani sono molto ospitali, cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti», ha commentato sorridendo sotto i baffi. (Oddio, si potrà usare l’espressione “sorridere sotto i baffi” quando si parla di Rouhani? Chiediamolo al Cerimoniale. Oddio, si potrà dire “oddio”?)

Dalle donne a seno nudo cancellate da Facebook al documentario sull’educazione sessuale spostato in seconda serata dalla Rai, dalla copertura del murale di Banksy che poteva offendere il governo francese alle denunce delle donne di Colonia minimizzate per non dar corda agli xenofobi, siamo circondati da notizie nascoste o annacquate.

Con un’aggravante: che la censura del Duemila nasce quasi sempre “a fin di bene”, per evitare conflitti o scontri, per non dar corda ai violenti, ai razzisti, o peggio ancora ai terroristi. «Nella nostra “società liquida” la censura sembra avere il potere di smussare gli ultimi angoli che possono ferire, ci consente di illuderci di vivere nella bambagia», commenta lo storico Adriano Prosperi , grande esperto di Inquisizione e quindi di guerra “a fin di bene” alle idee pericolose. «Sempre più spesso la censura viene esibita come una forma di protezione. Però si rischia di avere l’effetto contrario. Perché anche se in tempi di crisi può far piacere sentirsi protetti, non ci piace essere trattati come bambini».

Ed ecco che la “censura a fin di bene” si ritorce come un boomerang. Lo si è visto con quello scandalo a scoppio ritardato che è stato l’assalto alle donne del Capodanno di Colonia, tanto più clamoroso quanto più è stato chiaro che all’inizio la polizia aveva minimizzato le denunce contro i molestatori “mediorientali”. E quando in Svezia un immigrato ha ucciso una volontaria si è scoperto che la polizia aveva ricevuto istruzioni precise di non diffondere notizie del genere per evitare strumentalizzazioni. In tutti e due i casi gli scandali da insabbiare riguardavano violenze sulle donne.

«Ma le notizie non possono essere censurate per ragioni strategiche», commenta Dacia Maraini , da sempre impegnata contro la violenza di genere, fino al recente “ Passi affrettati ” (edizioni Perrone) che raccoglie un suo testo teatrale. In Svezia come a Colonia, del resto, il tentativo di censura ha ottenuto l’effetto opposto: «Perché la verità non può essere manipolata. Naturalmente sono contro la strumentalizzazione delle notizie. Ma la realtà dei fatti deve essere conosciuta. Chi stabilisce poi quali verità vadano conosciute e quali censurate? La democrazia è una prassi delicata che va sempre controllata e rivista. Ma alla base della democrazia ci devono essere trasparenza e chiarezza».

La trasparenza però ha un prezzo. Soprattutto in una società che oggi mette tutti in condizione di ricevere qualsiasi informazione, anche la più delicata. «Si torna a una pedagogia da controriforma, al Grande Inquisitore di Dostoevskij: il “popolo fanciullo” non deve sapere certe cose, anche perché così rimane fanciullo. Non si deve dare tutta la verità a tutti, ma solo a qualcuno, e solo secondo le sue capacità», commenta Prosperi. «Del resto è uno degli effetti della tendenza di fondo a sminuire il valore del sapere. Se, come si sente dire da più parti, la conoscenza ha valore solo quando è “utile”, è bene che non si azzardi ad esplorare campi pericolosi. Questo però porta a una regressione culturale molto grave».

Alcuni atti di censura richiamano una strategia bellica, giustificata da un clima che i terroristi islamici hanno tutto l’interesse a far passare dallo “scontro di civiltà” alla guerra aperta. Durante una guerra non è permesso stuzzicare gli alleati: e si spiega che, per non irritare il governo francese, la polizia di Londra copra con lastre di truciolato il murale di Banksy davanti all’ambasciata a Londra, con la Cosette dei “Miserabili” investita dai gas lacrimogeni come i migranti accampati a Calais.

La censura in Occidente però va ben oltre: quando l’attivista delle Femen, per protesta contro il governo iraniano , inscena un’impiccagione sotto un ponte di Parigi ma si dipinge una bandiera sul busto, non teme di offendere la sensibilità di Rouhani, ma quella di Facebook. Il social più amato del mondo cancella ottusamente ogni immagine dove ci sia un capezzolo femminile in vista. Lo sappiamo bene noi de “l’Espresso”, che ci siamo visti censurare per questo la copertina del numero di Capodanno “Sul corpo delle donne”.

vedi anche:

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Cosa insegna il caso Facebook vs. l’Espresso 

Il social network ha censurato la copertina del nostro settimanale sul corpo delle donne. Perché si vedeva un capezzolo. Ma il problema non è il puritanesimo. È la dittatura assoluta che vige nei mondi virtuali.

Ma è davvero un bel problema per le Femen, che del seno nudo hanno fatto la loro bandiera di protesta e che rischiano di sparire dalle pagine del social network politicamente più efficace. Non stupisce quindi che il personaggio più colpito dalla censura sia la statua della Sirenetta: chi vuole condividere una foto del simbolo di Copenhagen deve avere l’accortezza di fotografarla di spalle.

Quella dei capezzoli è un’ossessione che Facebook condivide con la società americana. Che teme il sesso e il nudo più della violenza. Chiunque abbia accompagnato i propri figli a vedere film “per ragazzi” infarciti di massacri ma sterilizzati da baci e altre effusioni lo sapeva già. Ma lo ha appena confermato una indagine della Cara , l’agenzia che stabilisce le limitazioni per la visione al pubblico negli Stati Uniti.

L’agenzia ha interpellato un campione di genitori e ha fatto una classifica delle scene che questi temono di più quando vedono un film insieme ai figli. Una scena di sesso fa più paura di una di violenza, ma basta una donna nuda (o peggio ancora un uomo) per spaventare un bravo genitore americano. E in Italia? «La scene d’amore fanno discutere sempre meno», dice Gianpiero Tulelli, da vent’anni coordinatore dei lavori delle commissioni di revisione cinematografica. «E comunque tutte le decisioni vengono prese pensando alla tutela dei minori, non alla sensibilità dei genitori».

Proprio in questi giorni – quasi come un omaggio alla più clamorosa sentenza italiana di censura, quella che nel 1976 condannò “ Ultimo tango a Parigi ” – è stato presentato un disegno di legge per abolire la commissione lasciando ai distributori il compito di giudicare se il film è adatto ai minori o no. In effetti la commissione è a dir poco datata: nata nel 1962, sibasa su un regolamento che risale al ’63.

«Ma è solo uno schema di riferimento», spiega Tulelli. «Negli anni Sessanta quelle norme erano vincolanti, ma oggi i membri delle commissioni si regolano sull’impatto che hanno i film su ciascuno di loro, non ci sono quantificazioni precise». L’ampiezza di vedute italiana sul sesso ha però i suoi limiti: non ha permesso, per esempio, che i ragazzi potessero vedere in “fascia protetta” un documentario sull’educazione sessuale, i “ Tabù del sesso ” di Giulia Bosetti per “Presadiretta”.

Gran parte dei nuovi problemi con la censura sono un effetto collaterale del terrorismo islamico. Che ha trovato il punto debole del politicamente corretto su cui l’Occidente si scontrava da anni e sta facendo crollare tante certezze: non per niente uno dei punti dolenti è la blasfemia. Con tutti i distinguo che sono nati tra intellettuali e fumettisti già a pochi giorni dal massacro di “Charlie Hebdo”. Bestemmiare è un diritto?  Se ne discute nel volume collettivo “ Blasfemia, diritti e libertà . Una discussione dopo le stragi di Parigi” (il Mulino).

Paolo Naso, coordinatore del master in Religioni e mediazione culturale della Sapienza, ha curato un saggio sul “Politically Correct”: un codice di comportamento che molti vedono alla base di tante censure – e soprattutto autocensure – recenti, e che invece lui continua a considerare una via di uscita dal dilemma tra libertà di espressione e diritto a non essere offesi per le proprie convinzioni. «Non dimentichiamo che è nato negli anni Settanta nelle università americane, in un periodo di forti scontri interculturali», ricorda Naso. «Lì il politicamente corretto ha funzionato: è servito da via mediana per uscire da una situazione incandescente».

Si tratta però non di una norma calata dall’alto ma di «un comportamento condiviso, costruito su situazioni concrete. In questo campo la politica ha un ruolo molto importante: non per imporre leggi ma per promuovere comportamenti che costruiscano una convivenza rispettosa. Il diritto all’invettiva non esiste, ma in questo come in altri casi chi invoca la censura non si rende conto di brandire un’arma spuntata. Le leggi che garantiscono la libertà di espressione sono molto più forti di quelle che ne consentono il controllo: le eccezioni sono casi molto precisi come quelle che vietano l’apologia di reato o l’istigazione all’antisemitismo e a ogni forma di odio razziale».

Anche i confini dell’apologia e dell’istigazione, però, sono sottili. La Francia, patria dei diritti dell’uomo, nella stessa settimana ha fatto fuggire il ministro della giustizia Christiane Taubira per la legge che permette di togliere la cittadinanza ai terroristi e ha scatenato un caso intorno a un documentario sul jihad e sulla setta musulmana da più parti considerata il terreno di coltura dei terroristi. “ Les Salafistes ”, accusato di apologia del terrorismo, è uscito alla fine con un divieto ai minori di 18 anni giustificato dal ministro della Cultura come «necessario per proteggere i giovani da scene e linguaggio di estrema violenza».

Solo una cosa fa paura ai censori quanto il terrorismo: l’amore. In Israele è stato tolto dai programmi scolastici “Gader Haya” di Rabinyan Dorit , storia della complicata relazione tra una ricercatrice israeliana e un pittore palestinese. L’amore li travolge mentre vivono entrambi a New York, ma entra in crisi appena tornano a casa.

La decisione di censurare il libro accusato di «incoraggiare l’assimilazione» è stata accolta con sdegno e ironia: «Allora bisogna cancellare dai programmi scolastici anche lo studio della Bibbia», ha commentato Amos Oz. «In materia di relazioni amorose tra ebrei e gentili è mille volte più pericolosa del libro di Dorit Rabinyan. Re Davide e Salomone erano soliti accompagnarsi con straniere, senza preoccuparsi di verificare la loro nazionalità sulla carta di identità».

Nel libro al centro dello scandalo, però lo “straniero” è l’uomo. E questo, evidentemente, è più difficile da mandare giù. Tante pagine della storia ci hanno insegnato che “Faccetta nera” si può accettare, ma “Mandingo” è tutta un’altra cosa. Ma questa asimmetria nel razzismo è un’altra storia, e dovremo raccontarla un’altra volta.

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Guerra e pace nel pancione

Guerra e pace nel pancione

da noidiminerva 12 febbraio 2016

di

 

Microchimerism

 

La placenta umana , fra i mammiferi, è una fra quelle più invasive: i villi coriali, i prolungamenti simili a dita che della placenta scavano nella parete dell’utero per fornire nutrimento al feto, nella specie umana entrano in contatto direttamente col sangue della madre. Una delle conseguenze di questa condizione è che cellule provenienti dal bambino in crescita si distaccano e entrano in circolo nel sangue materno. Questa condizione è già stata sfruttata a livello medico per mettere a punto test genetici meno invasivi delle tradizionali amniocentesi e villocentesi, che richiedono solo un prelievo di sangue alla madre (che per il momento in Italia sono disponibili solo in strutture mediche private).

Una vera collaborazione

Le conseguenze mediche della circolazione di cellule del feto nel sangue della madre, tuttavia, non finiscono qui. Alcune di esse possono sopravvivere per anni nel corpo della madre dove si comportano come staminali e possono favorire la guarigione o prevenire i danni causati dall’età. Studi scientifici hanno dimostrato la presenza di cellule fetali in prossimità di ferite guarite, e altre che si erano trasformate in vasi sanguigni, muscoli lisci e del cuore, neuroni e cellule del midollo osseo da cui hanno origine quelle del sangue.

Una tregua

Durante la gravidanza, la placenta e altre cellule del feto potrebbero essere riconosciute dal sistema immunitario della madre come estranee portandolo ad attaccare il feto. Per prevenire questo rischio madre e figlio stabiliscono una sorta di tregua immunitaria. Questa minore aggressività del sistema immunitario materno è alla base del fenomeno, sperimentato da molte donne affette da malattie autoimmuni, come Artrite reumatoide e sclerosi multipla, di un miglioramento dei loro sintomi nel corso della gestazione. Purtroppo questi miglioramenti tendono a scomparire al termine della gravidanza e cellule di origine fetale sono spesso trovate in prossimità delle lesioni autoimmuni. Come nel caso delle ferite, gli scienziati ritengono che queste cellule tentino di fare l’interesse del figlio appena nato proteggendo la salute della madre da cui esso dipende; ma non hanno ancora stabilito se, in questo particolare caso, un intervento “maldestro” delle cellule fetali possa essere addirittura causa di un peggioramento dei sintomi.

Possibili guerre

Le cellule del feto e quelle della madre non vanno poi necessariamente d’accordo: Amy M. Boddy, e altri ricercatori delle università dell’Arizona e San Francisco, hanno pubblicato un articolo scientifico sulla rivista Bioessays-Journal in cui spiegano che, mentre la madre ha, inconsciamente, interesse a occuparsi allo stesso modo di tutti i suoi figli; un figlio appena nato desideri, sempre senza averne coscienza, che la madre si occupi solo di lui, anche a scapito dei fratelli che verranno. Con un ampia rilettura della letteratura medica disponibile, Boddy e colleghi hanno ipotizzato che, nel corso della lunga storia dei mammiferi, i neonati possano avere evoluto la capacità di influenzare a loro vantaggio il comportamento fisico e mentale della madre attraverso l’azione delle cellule della loro placenta rimaste nel corpo materno. Se questa ipotesi è vera, si sono detti i ricercatori, le cellule del feto dovrebbero essere presenti in abbondanza nei tessuti che regolano il trasferimento di risorse dalla madre al neonato; e infatti hanno trovato abbondanza di queste cellule nel seno; nella tiroide, che alzando la temperatura della madre contribuisce a tenere il neonato al caldo; e nel cervello dove i nuovi neuroni formati dalle cellule della placenta potrebbero contribuire all’attaccamento della madre al figlio.

Queste piccole astuzie messe in atto dal neonato non causano gravi danni a una madre ben nutrita dei giorni nostri; ma per le mamme preistoriche, e per quelle che ancora oggi sono gravemente denutrite, produrre latte e calore in più sono un costo notevole. Inoltre cellule di origine fetale sono state trovate in quantità maggiore rispetto ai tessuti sani nel caso di infiammazioni e tumori del seno e della tiroide. Come per le infiammazioni già descritte, gli scienziati non hanno ancora stabilito se la loro presenza è la causa del tumore, oppure se è il tumore stesso a costringere le cellule fetali a aiutarlo così come fa con le cellule sane della madre.

Ma piuttosto che aspettare i problemi, Boddy e colleghi consigliano ai ricercatori medici di studiare con molta attenzione i possibili siti di conflitto fra la madre e il feto per capire se e quando sono causa di malattia.

 

BIBLIOGRAFIA
Boddy, A. M., Fortunato, A., Wilson Sayres, M. and Aktipis, A. (2015)
Fetal microchimerism and maternal health: A review and evolutionary analysis of cooperation and conflict beyond the womb
Bioessays, 37: 1106–1118. doi: 10.1002/bies.201500059

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5 luoghi comuni sull’evoluzione

5 luoghi comuni sull’evoluzione

da Bio-Love.it 10 febbraio 2016

di 

1. È solo una teoria

Nel linguaggio comune, la parola “teoria” è spesso utilizzata per indicare una supposizione o una speculazione senza alcuna evidenza. Nel linguaggio scientifico invece, indica una spiegazione razionale a un fenomeno ben supportato da evidenze e prove facilmente replicabili.

Spesso si confondono le teorie scientifiche con le leggi scientifiche, ma anche in questo caso si tratta di attribuire il corretto significato alle parole. Per esempio la teoria atomica spiega la struttura dell’atomo attraverso un modello, ricavato da innumerevoli esperimenti che ne hanno confermato la validità, così come la legge di gravitazione. L’unica differenza è che mentre nel primo caso la teoria spiega perché qualcosa accade, la legge spiega cosa accade a livello fenomenologico.

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2. Evoluzione significa sopravvivenza del più adatto?

Innanzitutto è necessario precisare che Darwin non ha mai parlato di sopravvivenza del più forte, ma del più adatto, ossia di quegli organismi in grado di meglio adattarsi alle condizioni ambientali in continuo mutamento. Queste condizioni non comprendono solamente la temperatura atmosferica o le condizioni meteorologiche. Il cambiamento di pH o di salinità di una zona oceanica è un fattore che può avere un impatto devastante su intere comunità di pesci, artropodi, molluschi e alghe che si nutrono e vivono in quel luogo.

Ciò che però intendiamo con il termine evoluzione è l’intrinseca capacità di ogni organismo di riassemblare e modificare il corredo genetico quando genera nuova prole. Ognuno di noi assomiglia ai propri genitori, ma non è identico a nessuno dei due. E questo è una diretta conseguenza dei meccanismi molecolari di riproduzione.

Ciò che Charles Darwin ha aggiunto al già ben noto fenomeno dell’evoluzione degli organismi (citato per la prima volta già da Aristotele), è il concetto di selezione naturale, ossia il fatto che in natura esista una vera e propria competizione per le risorse e per la sopravvivenza, ed è proprio questa selezione che spinge sull’acceleratore del motore evolutivo.

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3. L’uomo deriva dalle scimmie

Forse questo è uno dei luoghi comuni più diffusi e che fin da subito colpirono duramente la teoria proposta da Charles Darwin. Ciò che la teoria evolutiva sostiene è che tra diversi organismi è possibile trovare un antenato comune.

L’immagine che spesso vediamo rappresentare il processo evolutivo della nostra specie (una serie di primati in fila indiana, con una scimmia da un lato e l’uomo moderno all’altra estremità) contribuisce pesantemente a rafforzare questo luogo comune, ma di fatto tale immagine è da ritenersi imprecisa e tendenziosa. L’evoluzione non è un processo lineare verso un fine, ma è l’esplorazione di infinite possibilità di adattamento.

Quando affermiamo che il nostro parente più vicino è il bonobo (Pan paniscus), non significa che a un certo punto un esemplare di bonobo ha partorito un cucciolo di Homo sapiens, ma significa che abbiamo un antenato comune relativamente recente con questa specie. Ossia è esistito un organismo che a un certo punto si è diviso in due o più gruppi differenti, e da uno di questi si sono evolute differenti specie, di cui l’unica attualmente non estinta è la nostra (compresi i vari Homo erectus, Homo abilis, eccetera). Da uno degli altri gruppi si sono invece evolute le specie del genere Pan, di cui le uniche attualmente in vita sono il bonobo (Pan paniscus) e lo scimpanzé (Pan troglodytes).

Il fatto che il gorilla sia filogeneticamente più lontano dalla nostra specie rispetto al bonobo, significa quindi che l’antenato comune tra Homo sapiens e Gorilla gorilla è più antico rispetto all’antenato comune tra Homo sapiens e Pan paniscus. Probabilmente questo antenato comune avrà avuto un aspetto simile e intermedio rispetto a quello delle scimmie che vediamo oggi e a quello della nostra specie, ma non era sicuramente assimilabile a nessuna delle specie moderne di primati.

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4. La teoria dell’evoluzione non può essere provata

Quando si parla di evoluzione, lo si fa in termini temporali molto più vasti rispetto a quelli a cui siamo abituati. Ciò è dovuto al fatto che i fenomeni di speciazione (comparsa di una nuova specie), di estinzione o di differenziamento tra diversi gruppi della stessa specie, sono estremamente più lenti rispetto alla vita di un singolo Homo sapiens. Basti pensare la comparsa dei primi ominidi, discendenti dal genere Australopithecus, risale a circa 2  milioni di anni fa, ma prima di arrivare alla forma moderna di Homo sapiens sono passati un altro milione e mezzo di anni.

Ciò che però possiamo fare, è osservare gli indizi che abbiamo oggi, e ricostruire a ritroso non solo la storia della nostra specie, ma anche quella dell’intero pianeta Terra, con i suoi quasi 5 miliardi di anni. I fossili, la genetica, l’analisi anatomica comprata, sono solo alcuni degli esempi più lampanti di come la vita sul nostro pianeta sia in continuo mutamento e di come, altresì esista un legame che unisce le diverse specie viventi.

Inoltre è possibile studiare l’evoluzione anche nei tempi limitati della nostra vita umana. Per esempio ci sono diversi esperimenti realizzati su ceppi batterici: in condizioni ottimali, un batterio come Escherichia coli ha un tempo di duplicazione di circa 20 – 30 minuti, ciò significa che dalla “nascita” al raggiungimento dell’età riproduttiva passa circa mezz’ora. In pochi giorni è possibile studiare intere generazioni di questi batteri, e in pochi anni avere un’analisi ancora più ampia.

Sempre i batteri ci forniscono un altro esempio molto interessante: a causa dell’utilizzo massiccio di antibiotici, molti di questi microrganismi hanno saputo evolvere nel tempo diversi meccanismi di difesa, dando così vita a ceppi resistenti agli antibiotici. La lotta contro questi ceppi è un argomento di estrema attualità, poiché l’utilizzo indiscriminato o non razionale di questi prodotti, può causare una reazione veloce e violenta da parte dei batteri, a cui non sappiamo ancora rispondere.

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5. Darwin ha commesso degli errori

Se è vero da un lato che alcuni dei punti proposti da Charles Darwin nei suoi testi sono stati ridimensionati ai giorni nostri, è altrettanto vero che il nucleo centrale della sua teoria si è mantenuto perfettamente intatto. Inoltre Darwin è vissuto in un’epoca dove le conoscenze di genetica erano estremamente limitate, nonostante proprio nello stesso periodo, il monaco Gregor Mendel stava conducendo i primi esperimenti legati all’ereditarietà dei caratteri su alcune piante di pisello, ma nessuno dei due era a conoscenza del lavoro dell’altro. Eppure, le scoperte moderne sui geni e sul DNA si incastrano perfettamente nel meccanismo teorizzato dal naturalista britannico a metà ‘800.

Essendo la teoria dell’evoluzione una teoria  sviluppata secondo il metodo scientifico, ogni scienziato è e deve essere pronto a modificarla o a rifiutarla non appena dovessero emergere dati sperimentali in disaccordo. Fino a oggi però, ogni singolo esperimento, ogni singolo indizio, sta confermando la brillante visione di Charles Darwin.

Come rispose il biologo  J. B. S. Haldane quando gli chiesero che cosa avrebbe potuto smentire l’evoluzione: «Conigli fossili nel Precambriano», indicando il fatto che se e quando troveremo anche un solo fossile fuori posto (in questo caso il fossile di un mammifero all’interno di uno strato roccioso datato al Precambriano, quindi prima della comparsa di organismi pluricellulari), saremo tutti pronti a rivedere la teoria. Finora però non è mai successo.

origine specie darwin

 


Qui di seguito un’infografica riassuntiva (immagine originale via Science Dump):

 

evoluzione infografica

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Nozze gay e adozioni: le soluzioni degli altri – Diritti civili

Nozze gay e adozioni: le soluzioni degli altri – Diritti civili

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La scuola non è una gara

La scuola non è una gara

dal sito Uppa-Un Pediatra Per Amico , 10 Febbraio 2016

di Daniele Novara – Pedagogista, Piacenza *

Gli studi dimostrano che la competizione a scuola è inutile.  I compagni non sono avversari da combattere: i bambini apprendono meglio collaborando e imparando dai propri errori. A scuola non si va per vincere, ma per imparare.

Come funziona l’apprendimento?

A scuola si va per imparare, questo lo sanno tutti. Ciò che ancora ci si chiede è invece quale sia il metodo migliore per farlo. Per poter rispondere a questa domanda è necessario ragionare sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche più recenti.

La lezione frontale, l’ascolto passivo, l’interrogazione utilizzata come strumento di verifica dell’apprendimento e una valutazione considerata assoluta (quindi fatta senza tener conto del contesto, della personalità del bambino, del suo punto di partenza e del suo sviluppo), sono tutti strumenti che per loro natura portano a selezionare e privilegiare un certo tipo di studente, quello che riesce a imparare secondo modalità precise e prestabilite. Tuttavia, questo modello che ancora pervade la cultura didattica italiana è fallito.

Scarica lo speciale “Scuola: da 0 a 6 anni”

La mente dei bambini è come una spugna, Maria Montessori la definì infatti “la mente assorbente”, perché è caratterizzata da una grandissima plasticità neuronale che consente di assorbire ciò che riceve dall’ambiente circostante.

I bambini hanno il vantaggio di non essere ancora in grado di attivare, nei confronti di ciò che imparano, le forme di resistenza tipiche di ciò che Jean Piaget definisce il pensiero logico-razionale che arriva soltanto con la preadolescenza, e che consente a ciascuno di noi di ragionare sui nostri pensieri e quindi, eventualmente, di impedire a certe conoscenze di diventare parte del nostro patrimonio. Quindi, se il primo requisito per l’apprendimento è un ambiente favorevole e stimolante, la seconda è lasciare che il bambino faccia esperienza delle sue nuove conoscenze attraverso l’esplorazione pratica. Per imparare, infatti, ha la necessità fisiologica di sintonizzare le nuove conoscenze con quelle vecchie in suo possesso, e di avvicinarsi all’acquisizione di una competenza mettendo in gioco le proprie risorse.

Il processo di apprendimento è dunque un processo necessariamente lento e diverso per ognuno: può accadere che un alunno provi e riprovi, sbagli e, improvvisamente, capisca. Questi passaggi sono fondamentali ed è inutile, sconveniente, e spesso pericoloso, bloccarli continuamente con verifiche e valutazioni che definiscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è corretto o ciò che è scorretto.

Sbagliando si impara

L’efficacia di alcuni strumenti valutativi, come le Prove Invalsi, che ritengono di poter stabilire il livello dell’apprendimento innescando dinamiche competitive, non hanno alcun fondamento scientifico e dimenticano che, sostanzialmente, è proprio sbagliando che si impara.

Scarica lo speciale “Scuola: elementari e medie”

Inoltre, è importante tener presente che i bambini, più che dagli adulti, imparano dai coetanei. È il compagno, specialmente quello con una competenza leggermente superiore, che attiva l’imitazione permettendo ai bambini di riconoscersi in quello che è il loro potenziale di sviluppo: osservo un compagno che è in grado di disegnare un elefante e riconosco nella sua competenza anche un mio potenziale. Ci provo, magari sbagliando, ma alla fine ci riesco. Diversamente, può accadere che le competenze adulte siano troppo distanti dalle capacità cognitive infantili: il bambino cerca di adeguarsi, ma non impara.

Apprendere in gruppo, stimolare e attivare processi di interazione reciproca, anche conflittuale, consente lo sviluppo di dinamiche relazionali e sociali importantissime sul piano motivazionale, che favoriscono il successo didattico. Dunque, la competizione a scuola non soltanto è inutile, ma è anche molto dannosa.

Il compagno non è un avversario da battere

Come hanno dimostrato i più recenti studi neurobiologici e psicologici, alla base di un apprendimento efficace stanno processi che non c’entrano nulla con la competizione. Viceversa, la scuola efficace è quella che sa trasformare la classe in un laboratorio di interazione continua e sistematica fra i bambini, che lavorano, insieme, in funzione di un’esperienza concreta e condivisa. Questo metodo permette, attraverso la problematizzazione, di attraversare gli errori e utilizzarli ai fini dell’apprendimento, piuttosto che della competizione.

Purtroppo l’Italia, in modo particolare con la riforma Gelmini che ha riproposto i voti nella scuola primaria e addirittura la possibilità di essere bocciati sulla base di un’insufficienza numerica, è regredita in maniera significativa. Valutare continuamente con dei punteggi numerici quello che l’alunno sta facendo significa interferire in modo arbitrario con quel flusso mentale, cognitivo, ma anche sensoriale, grazie al quale il bambino acquisisce una competenza. Le valutazioni negative non producono alcun miglioramento nel rendimento scolastico, costituiscono soltanto una modalità punitiva e mortificante.

Se vogliamo una scuola diversa, una scuola dove i bambini innanzitutto stiano bene e collaborino nell’apprendere, dove non si scatenino prepotenza e prevaricazione, è necessario ridurre drasticamente le valutazioni. Per essere efficace, infatti, la valutazione deve essere evolutiva, ossia considerare gli alunni sulla base dei loro progressi graduali e non in maniera assoluta sulla base di test. Quello che importa non è verificare se un bambino conosca o meno un determinato contenuto in un dato momento, ma se il suo apprendimento sta procedendo e crescendo in maniera armonica.

La forza del gruppo

Una classe in grado di sostenere tutti i suoi alunni e di perseguire quello che dovrebbe essere il vero obiettivo della scuola, cioè l’apprendimento di tutti, richiede anche altri accorgimenti.

Non si può pensare di lavorare bene con gruppi superiori ai 25 alunni: le cosiddette “classi pollaio” non sono affatto funzionali all’apprendimento. L’ideale sarebbe lavorare con gruppi classe tra i 20 e i 25 alunni, perché la priorità per ogni insegnante deve essere quella di far funzionare la classe come gruppo. Quindi è importantissimo nei primi giorni di scuola costruire l’appartenenza al gruppo classe attraverso attività di carattere socio-affettivo che permettano agli alunni di riconoscersi tra loro, di costruire una coesione, un senso di appartenenza a una comune esperienza di apprendimento. In tal senso sono particolarmente utili le attività di ritualizzazione: all’inizio della giornata scolastica è importante dedicare un momento per ritrovarsi come gruppo; mantenere uno spazio per la gestione dei conflitti; scandire l’anno scolastico con momenti significativi e comuni (come la gita; lo spettacolo, la festa) in cui i bambini siano coinvolti in prima persona. Esistono poi molti altri accorgimenti, come per esempio disporre i banchi in modo tale che prevalga la possibilità per gli alunni di lavorare insieme, di comunicare, di confrontarsi.

Per concludere, un appello finale: non cercate la scuola dove far vincere i vostri figli. Cercate la scuola dove gli alunni collaborano per imparare assieme.

Il modello scolastico finlandese

Mentre l’Italia si affanna ad emanare il progetto di riforma della Buona Scuola, imperniata sulla triade competizione-valutazione-merito, la Finlandia si affretta a riformare la sua di scuola che, a dire il vero, godeva già di ottima salute. Il modello scolastico finlandese è infatti uno dei modelli scolastici più avanzati e più studiati al mondo. Il nuovo modello pedagogico, già partito da due anni e, secondo le stime,  destinato a soppiantare completamente il vecchio entro il 2020, prevede la sostituzione delle classiche “materie” scolastiche con aree tematiche, o “argomenti” all’interno dei quali si affronta in modo trasversale lo studio di tutti gli aspetti che quel determinato tema coinvolge. Per esempio, gli studenti di alcuni licei finlandesi possono studiare “Unione Europea”, una materia che comprende principi basilari di economia, di storia degli stati e delle lingue che si parlano nelle nazioni dell’UE.

Daniele Novara

Daniele Novara

* Pedagogista, Piacenza

Pedagogista, nato a Piacenza nel 1957, ha fondato e dirige il CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti). È docente del Master in Formazione Interculturale presso l’Università Cattolica di Milano. È responsabile scientifico della Scuola Genitori. Ogni mercoledì sera gioca a calcetto con gli amici, ama le trattorie, il buon vino e cantare in compagnia. Appassionato di arte e film appena ha un momento libero si intrufola in una mostra o al cinema. È autore di numerosi libri, fra gli ultimi: Litigare con metodo. Gestire i litigi dei bambini a scuola, con C. Di Chio (Erickson, 2013); Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti per crescerli più sicuri e felici (BUR Rizzoli, 2014); Urlare non serve a nulla. Gestire i conflitti con i figli per farsi ascoltare e guidarli nella crescita (BUR Rizzoli, 2014); È meglio dirsele. Saper litigare per una vita di coppia felice (BUR Rizzoli)  in uscita a settembre 2015.

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