Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post…

Sorgente: Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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Aborto: una proposta di legge per farmacisti obiettori

OggiScienza

https://www.google.it/search?site=imghp&tbm=isch&q=pharmacist&tbs=sur:fc&gws_rd=cr&ei=XDKSV-6SCMLveKyyv-gO#gws_rd=cr&imgrc=fiPL6vWSi_jKoM%3A Secondo la nuova proposta di legge se il farmacista ritiene che un certo farmaco sia in grado di provocare un aborto, potrebbe decidere di non dartelo anche se lo chiedi con regolare ricetta medica.

GRAVIDANZA E DINTORNI – Immaginate la scena. Una giovane donna entra in farmacia con una ricetta medica per il misoprostolo, un farmaco antiulcera. Il farmacista legge la ricetta, guarda la donna. Rilegge la ricetta, riguarda la donna. Infine, le dice che non può darle il farmaco richiesto: è un obiettore di coscienza, lui, e il misoprostolo – assunto a dosi più elevate di quelle previste per il trattamento dell’ulcera – potrebbe provocare un aborto se la donna fosse incinta. Si tratta infatti di una sostanza in grado di stimolare contrazioni dell’utero che potrebbero portare all’espulsione di un embrione o di un feto. Non importa che la donna abbia davvero l’ulcera e che il suo medico…

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La Sindone: a prova di scienza solo quando il risultato torna

domenica 19 giugno 2016
La Sindone: a prova di scienza solo quando il risultato torna
Quando il metodo scientifico viene messo in soffitta

Mettersi a parlare della Sindone e della sua eventuale autenticità è terreno minato, come accade in Italia per tutti quegli argomenti che in qualche modo possono richiamare la religione, vedi ad esempio la teoria dell’evoluzione. In tutti questi casi avviene che gente normalmente logica e rigorosa mette tutta la sua razionalità nell’armadio e, pur senza ammetterlo, fa fatica a discutere su questi argomenti anteponendo il metodo scientifico al cuore.
Indubbiamente la Sindone è un oggetto molto interessante, e per certi versi poco chiaro. Lo è sicuramente per ciò che concerne la formazione dell’immagine, sebbene recentemente il chimico Luigi Garlaschelli sia stato in grado di replicarla usando soltanto tecniche che erano disponibili all’epoca (fonte), comprese le sue caratteristiche di immagine negativa e tridimensionale.
Però io qui non voglio assolutamente discutere se la Sindone sia veramente il telo che ha avvolto Cristo, o sia invece un falso, anche se una mia idea ben precisa ovviamente ce l’ho. In quello che segue mi interessa invece discutere del metodo. Il metodo usato per studiare la Sindone, che dovrebbe essere quello scientifico, e che da tanti “autenticisti” viene cavalcato e sbandierato negli studi sulla Sindone per motivarne l’autenticità, ma che viene all’improvviso messo da parte, maltrattato e strapazzato quando nelle misure c’è qualcosa che non torna, qualcosa che va contro i propri pregiudizi, qualcosa che mina la possibilità che la Sindone sia autentica. Su questo aspetto di metodo, facendo di mestiere lo “scienziato” (termine che gli scienziati non usano mai per chiamarsi), anche se non sono un sindonologo posso dire infatti la mia.
Prendo spunto quindi da questa intervista a Baima Bollone, uno dei principali sostenitori dell’utenticità della Sindone, medico patologo e quindi uomo di scienza, e che – come tale – dovrebbe usare quest’ultima per indagare la Sindone. L’intervista mi era stata gentilmente segnalata in un commento ad un altro articolo di questo mio blog, ed era troppo succosa per essere ignorata, perché riassume come, in fatto di Sindone, il metodo scientifico sia usato solo quando fa comodo.
sindone
Il metodo scientifico è innanzitutto una serie di comportamenti. Non ci sono regole codificate, ma è un misto di buon senso, logica e tecniche che servono in ultima analisi ad effettuare misure corrette dal punto di vista metodologico e contemporaneamente ad individuare ipotesi illogiche, evitare cattive interpretazioni dei dati e quindi non prendere, per quanto possibile, colossali cantonate.
L’indagine e le relative conclusioni sulla Sindone da parte di certi scienziati ci ricorda che gli scienziati sono anche esseri umani, e quindi pure per loro il cuore e il sentimento possono mandare il raziocinio a farsi friggere. Vediamo.
Intanto l’esordio dell’intervista: “l’autenticità della Sindone è scontata”, afferma Bollone, che quindi si sbilancia senza mezzi termini, affermando anche che la Sindone è “autentica come epoca”, passando come uno schiacciasassi sul fatto che esiste una datazione al Carbonio 14 che colloca la Sindone nel 14esimo secolo, con alta probabilità fra il 1260 e il 1390.

Sull’esame del C14 tornerò più avanti. Però qui ci sono due errori clamorosi e ingenui che un ricercatore non dovrebbe mai commettere. Bollone, che dovrebbe essere uomo di scienza, questi errori li fa entrambi.

Il primo è fare una ricerca per dimostrare una tesi che si crede già essere vera. Una regola base della scienza, quando si vuole testare un’ipotesi, è assumere che quell’ipotesi sia sbagliata, ovvero che sia vera l’ipotesi nulla. Per capirci, se si cerca l’esistenza di una particella, si assume che quella particella non esista; se si cercano gli effetti nocivi del cellulare, si assume che non ci siano effetti nocivi, etc. E quindi si va per prima cosa a guardare se i dati sono spiegabili assumendo l’ipotesi nulla. Solo se i dati sono assolutamente incompatibili con l’ipotesi nulla, si ha il permesso di cercare ipotesi alternative. Se il segnale del bosone di Higgs fosse stato spiegabile con quanto previsto dal semplice rumore di fondo (l’ipotesi nulla), non saremmo stati autorizzati a fare annunci sulla sua scoperta. Se un eventuale incremento di una certa malattia fosse spiegabile senza invocare l’uso del cellulare, niente ci autorizzerebbe a dare la colpa al cellulare. Insomma, se voglio cercare qualcosa che non so se è vera, parto sempre dall’ipotesi che non sia vera, e se trovo qualcosa che mi potrebbe indicare il contrario, cerco innanzitutto di smentirla in tutti i modi possibili! E’ un modo di procedere assolutamente fondamentale nella ricerca scientifica. E quindi se certe osservazioni sulla Sindone sono spiegabili assumento che la Sindone sia falsa, nulla ci autorizza ad affermare il contrario.

Il secondo errore grossolano si riallaccia direttamente al primo, ed è quello di ignorare i risultati scientifici che si oppongono alla convalida di questa tesi preconcetta. In gergo si chiama “confirmation bias”. Cioè tenere per buoni quei risultati che vanno nella direzione di provare quello che crediamo vero, e ignorare i risultati che invece lo smentiscono. E, nel caso specifico della Sindone, ignorare il risultato del C14. Invece, relativamente a questo test, o si dimostra (ma lo si fa veramente, non con ipotesi a caso, come vedremo più avanti) che la datazione del C14 è sbagliata, oppure non si può semplicemente ignorarne il risultato perché va contro le nostre convinzioni sull’autenticità della Sindone. Invece Bollone, e tutti gli autenticisti, il C14 lo menzionano solo di straforo, del tipo: “…e poi ci sarebbe pure il C14, ma quello vabe’, è sbagliato di sicuro, figuriamoci se la Sindone, la cui autenticità è scontata, può essere del 1300!”. E’ il metodo scientifico buttato nel cesso e la catena tirata. E prima che il gallo canti verrà tirata molto più di tre volte…
Ad esempio un’affermazione di Bollone che dovrebbe indurre qualunque scienziato a riflettere è che “la Sindone ha una perfetta corrispondenza con i Vangeli”. Affermazione che lascia sottintendere che, mostrando la Sindone l’immagine di un uomo crocifisso come dicono i Vangeli, questo rafforza la probabilità che sia vera. L’errore grossolano è ignorare che, assumendo l’ipotesi nulla, e cioè che la Sindone sia un falso, si può dire con altrettanta plausibilità che essa ricalca perfettamente quanto descritto dai Vangeli. Insomma, se uno vuol fare un falso e farlo passare per l’impronta del corpo di Cristo, gli ci mette le stimmate, i segni delle frustate, il sangue sulla testa dovuto alla corona di spine, sul costato etc. Se vuole fare un falso credibile prende i Vangeli e li copia al millimetro! Non dico che questo indichi che la Sindone sia falsa, ma piuttosto che in nessun modo questa constatazione possa portare indizi verso l’autenticità della Sindone, perché qualunque Sindone falsa avrebbe comunque ricalcato i Vangeli! E se si parte (come qualunque scienziato serio dovrebbe fare) dall’ipotesi che essa sia un falso, questa osservazione è perfettamente consistente con quello che ci si aspetta da un falso. Il fatto che, eventualmente, sarebbe anche consistente con l’ipotesi che la Sindone fosse vera, non significa nulla in questo caso, così come avviene per qualunque “rumore di fondo”, che per definizione è indistinguibile dal fenomeno cercato. La consistenza dell’immagine della Sindone con in Vangeli è, in pratica, assolutamente ininfluente per quello che riguarda la sua autenticità.

E il discorso è analogo per la questione del sangue che sarebbe presente sulla Sindone. Infatti, anche ammesso che ci sia sangue, cosa che peraltro è tutt’altro che scontata, volendo realizzare un falso molto probabilmente l’autore ci avrebbe messo del sangue. E quindi, di nuovo, la presenza di tracce ematiche sulla Sindone non porta nulla a favore della sua autenticità.

L’altra affermazione di Bollone spacciata per prova, o comunque come contributo all’insieme delle prove, e che invece è ancora una volta solo un altro svarione di metodologia scientifica, è che in un magazzino a Templecombe, in Inghilterra, è stato trovato un pannello di legno, datato 1280 (peraltro compatibile con l’età della Sindone “falsa”), con un’immagine disegnata che ricorda quella del volto sindonico. Questo potrebbe provare che il famoso telo è appartenuto per un certo tempo ai Templari, e sarebbe stato contenuto nell’eventuale cassa (di cui non vi è traccia) di cui questo legno sarebbe stato il coperchio. Questo, dice Baima Bollone, andrebbe a supporto della sua autenticità.  Cerco di tradurre spiegando: gli autenticisti ipotizzano che la Sindone, prima della sua comparsa ufficiale nella storia, cioè a metà del 1300, sia appartenuta per un certo tempo ai Templari, che l’avevano trafugata in oriente, dove sarebbe stata custodita. Siccome i Templari sembra siano stati a Templecombe, il ritrovamenteo di un legno con un volto simile in sembianze a quello della Sindone proverebbe che esisteva un contenitore (di cui il legno sarebbe stato il coperchio) dove era contenuta la Sindone. E quindi la Sindone sarebbe autentica.

A parte la storia un po’ tirata per il collo, c’è di nuovo un errore grossolano nel metodo, e cioè che tutte le raffigurazioni medievali di Cristo somigliano alla Sindone! Capelli lunghi, barba divisa in due, baffi. A Templecombe come in Italia, come in qualunque luogo dove gli artisti raffiguravano Cristo (e non solo lui, per la verità). E quindi in base a quale meccanismo logico si può affermare che se quell’immagine è così è perché è stata copiata dalla Sindone? Sempre assumendo valida l’ipotesi nulla, ovvero che la Sindone è un falso, è normale che sia la Sindone ad assomigliare a quell’immagine perché all’epoca le immagini di Cristo si assomigliavano tutte già da qualche secolo.

Per inciso, per alcuni secoli Cristo non è mai stato raffigurato in nessuna forma artistica nota (fonte). Le prime raffigurazioni di Cristo, in molti casi senza barba e diverse da quelle medievali, risalgono al quarto secolo. E, dato che attorno all’anno zero non esistevano cellulari o videocamere, è abbastanza difficile supporre che, dopo quasi 400 anni di oblio, esse fossero riproduzioni realistiche delle sembianze di Cristo. E il fatto che la Sindone venga datata del 1350 o giù di lì, epoca in cui peraltro compare esplicitamente per la prima volta anche nei resoconti della storia, in un periodo in cui la raffigurazione di Cristo con barba, baffi e capelli lunghi era già ben consolidata, dovrebbe quantomeno instillare qualche dubbio. Dubbio che però Baima Bollone non ha, tanto da fargli affermare in modo perentorio che “l’autenticità della Sindone è scontata”.
Ma veniamo al test del C14. Il test non è certo una novità, e viene usato da molto tempo, se ne conoscono le tecniche, le sistematiche (gli effetti che possono alterarne il risultato) e i limiti di applicabilità. Qui, di nuovo, Bollone (e non solo lui, ma tutto il gruppo di sindonologi fideisti) commette una nuova serie di errori di metodo.

Il primo errore è ipotizzare che il campione analizzato sia stato contaminato perché manipolato nelle epoche successive, senza tuttavia specificare un’informazione fondamentale, e cioè quanto dovrebbe essere stato contaminato per far apparire qualcosa vecchio di 2000 anni come se avesse solo 650 anni. Una regola fondamentale del procedere scientifico è che, quando si fanno ipotesi per spiegare un fenomeno, bisogna quantificarne gli effetti in modo da poter controllare se sono compatibili con l’esperimento. Altrimenti si sfocia nella pseudoscienza, dove le ipotesi, le teorie, non hanno mai un numero appiccicato, uno straccio di previsione numerica, e ci si sente liberi di affermare qualunque cosa. Come gli sciachimisti, che gli basta una tanica di non si sa cosa per riempire di sostanze nocive centinaia di milioni di chilometri cubi di atmosfera che servirebbero a scatenare tornadi e terremoti. Qui uguale: bisogna saper dire quanto un’eventuale contaminazione potrebbe influire sulla datazione. E se non ci pensa Bollone, al posto suo ci pensano gli esperti del C14 che hanno fatto la misura, che ci spiegano che la quantità di materiale necessaria per spostare di 1350 anni la datazione della Sindone sarebbe dovuta essere assurdamente grande, e quindi l’ipotesi della contaminazione non regge proprio. Altri hanno invece ipotizzato che il campione da datare col metodo del C14 sia stato ritagliato da un rammendo posticcio. Poco importa che uno degli esperti che hanno ritagliato il campione fosse un docente di tecnologia dei tessuti presso il Politecnico di Torino, perché, secondo alcuni, il rammendo era così perfetto da essere invisibile. Mi viene in mente l’ispettore Clouseau quando straccia il vestito di una signora in uno dei suoi film e poi dice col suo indimenticabile accento: “non c’è problema, adesso fanno dei rammendini invisibili!”. Nella Sindone c’era evidentemente un rammendo talmente invisibile da essere visibile solo con la fede. Che gli si risponde a uno così?  Un sommario su questo argomento specifico si trova qui, con tutte le referenze specifiche all’interno.
L’altro errore di metodo veramente grossolano è affermare quindi che il punto della Sindone in cui è stato ritagliato il campione su cui è stato effettuato il test del C14 non andava bene, perché poteva essere stato maneggiato in epoche successive, perché c’era un rammendo, perché la contaminazione era funzione della distanza (in modo che, estapolata lungo il telo avrebbe riportato la Sindone alla data giusta nel punto giusto, vedi qui). A parte che la risposta è stata comunque appena data qua sopra, qui c’è un altro errore veramente grossolano della metodologia scientifica. E cioè che, in tutti i test in cui si cerca un dato fenomeno, le metodologie e il modo di procedere dell’analisi si stabiliscono prima di fare le misure. Si chiama “protocollo” dell’analisi. E invece qui stanno sostanzialmente dicendo che se veniva dell’anno zero allora il punto in cui hanno preso i campioni andava bene, ma siccome viene del 1300 allora c’è qualcosa che non va. Nonostante la procedura per raccogliere i campioni e effettuare l’analisi fosse stata concordata in anticipo. E questo sarebbe un modo di procedere scientifico? Non funziona mica così la scienza! Faccio un altro esempio, così magari è più chiaro. Supponiamo che venga uno che affermi di saper prevedere con la mente le uscite dei dadi. Se si vuole fare un test serio si concorda con lui una procedura di test prima di fare l’esperimento, e si concorda anche cosa vuol dire “indovinare”, cioè quante volte dovrebbe indovinare su N prove per affermare che è realmente capace di indovinare. Non è che se non riesce a indovinare può permettersi di dire “beh, ma proviamo adesso con il mio dado che il tuo magari è contaminato dal sudore”, né può provare e riprovare finché non indovina e poi dire “Visto? So indovinare!”. Qui con la Sindone si sta facendo proprio il trucchetto del tipo coi dadi: visto che non è venuto il risultato che gli autenticisti si aspettavano, si dice che la procedura di test, sebbene all’inizio concordata fra le parti, in realtà non andava bene. Se invece fosse venuto che la Sindone era vecchia di 2000 anni, avrebbero ugualmente messo in dubbio la procedura?
E poi la perla: la spiegazione del perché la misura del C14 non viene quella “giusta”: la resurrezione! La resurrezione mette a posto tutto: spiega la formazione dell’immagine (che è una specie di strinatura) in base a una grande emissione di energia, e anche il cambiamento isotopico del Carbonio, perché è noto che la resurrezione è associata ad un’intensa emissione di particelle nucleari! Non è ironia da parte mia, lo dicono veramente nell’intervista! Ascoltare per credere! E c’è anche questo incredibile lavoro presentato a un convegno sulla Sindone, che si intitola, tradotto dall’inglese: “Analisi dei neutroni emessi dal corpo di Gesù durante la resurrezione”, che spiega come il flusso di neutroni emesso durante la resurrezione aggiusti perfettamente la datazione del C14, e già che ci siamo anche quella del telo di Oviedo, che sarebbe il sudario posto sul viso del Cristo.  Su questo telo macchiato di sangue alcuni sindonologi hanno infatti trovato “perfette” corrispondenze con la Sindone (cercate in rete l’immagine del telo di Oviedo e decidete voi se le coicidenze sono “perfette”). Il problema è che il telo di Oviedo è stato datato col C14 attorno al 700 dopo Cristo (fonte). Ma questo non ci deve scoraggiare, perché l’articolo spiega che, essendo stato posto un po’ più distante dal punto di emissione dei neutroni della resurrezione, sul telo sono arrivati meno neutroni che sulla Sindone, e quindi il telo si è ringiovanito un po’ meno. Tutto normale quindi.

L’articolo è talmente demenziale che meriterebbe un approfondimento dedicato. Ad esempio quando dice che, siccome il corpo con la resurrezione scompare (lo sanno tutti, no?), gli atomi del corpo di Cristo devono essere passati in un altra dimensione grazie a un processo fisico sconosciuto. Tuttavia non c’è motivo di escludere che, in questa fase, siano stati emessi neutroni in quantità, che assorbiti dall’azoto si sono trasformati in C14. E guarda caso questi neutroni erano proprio dell’energia giusta per produrre C14 (questo dell’energia giusta l’autore dell’articolo se ne è dimenticato, ma glielo dico io: se la resurrezione emette neutroni ma dell’energia sbagliata, non se ne fa niente col C14). Non solo, ma anche il numero di neutroni giusto per far apparire la Sindone del 1300 che, guarda caso, è proprio il periodo in cui se ne comincia a parlare nei resoconti storici. Cosa sono le coincidenze, eh?

Sul fatto poi che la scomparsa di 70 Kg di massa (più o meno la massa di un essere umano) implicherebbe l’emissione in energia di qualcosa come un migliaio di MTons, ovvero qualche decina di volte il più potente ordigno nucleare mai esploso,  il nostro scienziato tace. Evidentemente la fisica della resurrezione riesce a far passare inosservato un evento simile.

Nonostante tutto questo dal punto di vista scientifico sia raccapricciante, Baima Bollone nell’intervista dice che questa dei neutroni è un’ipotesi largamente condivisa, e che lui non ha motivo di opporvisi. Avrebbe poturo dire che l’ipotesi di Batman è largamente condivisa e che lui non ha motivo di opporvisi e non avrebbe detto niente di scientificamente meno rilevante di quello che ha detto.  Certo che se ai congressi di Sindonologia parlano di queste cose…  Speriamo solo che tutte queste radiazioni non siano dannose per il neo risorto, perché sarebbe una vera beffa! Risorgi e poi ti becchi il cancro tempo sei mesi!

E poi gli autenticisti non si accorgono di un altro erroruccio pacchiano. Sindonologi, decidetevi, o la datazione col Carbonio 14 è venuta male perché hanno preso il campione in un punto sditazzato nei secoli, oppure perché il campione era un rammendo (invisibile), oppure grazie alla resurrezione. Una delle tre! Non è che potete dire che, sì, il Carbonio 14 è stato falsato dalla contaminazione, e poi c’era anche un rammendino invisibile, ma nel caso non bastasse c’è comunque la resurrezione che come si sa produce tutti quei neutroni e sistema perfettamente le cose.

Scusate, ma a questo punto ho bisogno di commentare: maporcaputtanaporca! Speriamo solo che Galileo non legga mai questa roba, che non gli capitino mai in mano i proceedings di un congresso di sindonologia, altrimenti chiede il permesso pure lui di risorgere e ci fa un culo così a tutti quanti! Insomma, lo sapevo che finiva così. Ero partito per scrivere un articolo serio e pacato, ma mi sto sbracando proprio sul finale. Giuro che stavolta ce l’avevo messa veramente tutta, però quando uno legge certe cose… eccheccazzo!

PS. Ringrazio Andrea Nicolotti, del Dipartimento degli Studi Storici dell’Università di Torino, che mi ha indicato alcune imprecisioni (che ho corretto) sul ritrovamento di Templecombe e sul periodo e il luogo in cui sarebbe stata custodita la Sindone dai Templari.

 

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Gambero Rosso – L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

 

1 Mar 2016

a cura di
È un po’ la rivincita di Dario Bressanini e di tutti quelli come lui che da anni sostengono (inascoltati) le ragioni degli Ogm e delle biotecnologie. A suggerirglielo sorride – “sono cose che dico da 10 anni” replica il chimico dell’università degli studi di Como – ma la puntata di Presa Diretta della scorsa domenica 28 febbraio dedicata proprio agli Ogm ha dato spazio a una prospettiva diversa. “Un’inchiesta ben fatta, soprattutto perché ha parlato di ricerca pubblica, mentre di solito si tirano in ballo multinazionali, brevetti e diserbanti. Hanno affrontato questioni in genere volutamente messe in ombra” e aggiunge, quando gli chiediamo se non gli pare incredibile questa posizione da parte della Tv di Stato “non dovrebbe stupire che le inchieste raccontino le cose come stanno”.

 

Il divieto italiano

E come stanno le cose è presto detto: in Italia non si possono coltivare Ogm, ma si possono importare e utilizzare, e si può ipoteticamente fare ricerca (in laboratorio ma non in campo aperto). Un’incoerenza tutta italiana di cui non dovremmo stupirci. “Se uno scienziato studia come modificare il genoma di una vite per renderla resistente all’oidio poi non può applicare nella pratica la sua scoperta. E il Ministero non dà finanziamenti. Nessuno scienziato fa ricerca in laboratorio se puoi non può neanche vedere se funziona”.

Questo significa anche che la richiesta esistente viene assorbita in altro modo: acquistando Ogm dall’estero. Soprattutto Nord e Sud America per mais e soia, Cina e India per il cotone (anche quello idrofilo, usato in campo medico), ma tra i paesi da cui importiamo c’è anche l’Ucraina (Cernobyl vi dice niente?). Eppure l’Italia era all’avanguardia: fino al 2002-2003 c’erano più di 300 campi con coltivazioni transgeniche, soprattutto su specie nazionali, delle più comuni. “Da Pecoraro Scanio in poi (parliamo dei primi anni 2000) i Ministri dell’Agricoltura non hanno più finanziato la ricerca e le coltivazioni esistenti sono state distrutte”. Con una danno evidente, sia in termni economici che di competenze.

 

I rischi degli Ogm

Mais e soia trovano impiego nella filiera zootecnica, per esempio per nutrire quelle vacche dal cui latte deriva il grana. Quindi già viviamo all’interno di una catena alimentare che ha, tra i suoi anelli, anche organismi geneticamente modificati. Ma come in altri ambiti – si pensi all’energia atomica – vogliamo che il lavoro sporco lo faccia qualcun altro, per poter dichiarare, forte e chiara, la nostra opposizione a delle pratiche impopolari, perché il sentire comune è ostile alle biotecnologie. Quali sono i motivi di questa posizione? “Probabilmente ragioni di convenienza politica, spesso ben diverse da quelle dichiarate. Nelle discussioni Ogm e Bio sono una coppia di fatto e l’associazione tra parlamentari a sostegno del biologico spesso ne fa un argomento comune per interrogazioni parlamentari. Ci si muove tra demonizzazioni e interessi commerciali. Basta girare per qualsiasi supermercato per accorgersene”.

Ma cosa risponde a chi chiede conto di eventuali rischi connessi agli Ogm? “Il primo Ogm è stato coltivato nel 1996, da allora a oggi sono stati raccolti centinaia di studi indipendenti. La risposta è è unanime: rispetto alle controparti convenzionali da cui si è partiti non ci sono differenze nell’impatto né sulla salute umana né su quella animale”. Ma 20 anni sono abbastanza per avere una casistica sicura o serve un’indagine più a lungo termine? Quel che è sicuro è che l’uso di Ogm è una consuetudine ormai accettata: “Importiamo tonnellate di cereali Ogm e nessuno se ne preoccupa o insorge per vietarne l’uso, se ci fosse un effettivo rischio ci sarebbero proteste, se non del Ministero almeno delle organizzazioni non governative. Invece nulla, neanche sui mercati internazionali”. Continua Bressanini: “Non c’è una associazione certa tra alcuna patologia e l’uso dei transgenici”.

 

I rischi degli Ogm free

Lo stesso non si può dire per alcune colture tradizionali. L’esempio più eclatante è quello del mais cancerogeno. Il mais Ogm free è esposto all’attacco della piralide, una farfallina che depone le larve negli stocchi del mais, e veicola funghi che producono tossine cancerogene. Così il mais Ogm free è a rischio, e quando dalle analisi (effettuate sempre sui prodotti immessi sul mercato, non sempre se impiegati per allevamenti a filiera chiusa) si rileva un livello troppo alto di tossicità (come è stato nel 2012 per più di metà del raccolto) deve essere eliminato e gli agricoltori e gli allevatori devono acquistarne, e quel che comprano dall’estero è Ogm. O meglio lo è almeno per il 70%, anche se non c’è modo di accertarsene, perché dove è consentito l’uso di biotecnologie si mescola insieme indicando tutto come transgenico, anche quando non lo è. Forse a significare proprio che non è rilevante. Invece è rilevante, eccome, per la nostra economia.

 

L’agroalimentare in Italia

All’inizio del millennio eravamo autosufficienti per il mais, successivamente le cose sono cambiate: le rese non sono cresciute, il fabbisogno è rimasto stabile, ma la produzione è incostante, soggetta a siccità o all’attacco di parassiti. Le alternative sono due: intervenire in modo pesante con antiparassitari e trattamenti in via preventiva, o rischiare il raccolto. In più il prezzo del mais, unico Ogm che si può coltivare in Europa (ma non in Italia) è molto basso e i nostri produttori Ogm free non riescono a essere competitivi oltre che impossibilitati ad avere certezza del raccolto. “In soldoni siamo noi ad affossare i nostri produttori”.

Quali sarebbero le prospettive per l’Italia? “Più che per la soia e le grandi produzioni le biotecnologie potrebbero essere impiegate per le colture di nicchia, siano kiwi o mele, e salvaguardare l’ambiente diminuendo i trattamenti chimici, pesticidi e diserbanti che hanno un grande impatto su un territorio”. Ma non crede che gli italiani debbano tutelare i propri prodotti d’eccellenza? “Una filiera completamente Ogm free è un’utopia, il nostro mais è poco e di cattiva qualità, invece potremmo tornare a essere autosufficienti con le biotecnologie”. L’esempio arriva dalla Spagna, dove più del 30% del mais coltivato è modificato e resistente agli insetti, con riduzione dei pesticidi. “Non c’è stata nessuna caduta d’immagine per i loro prodotti: nessuno ha smesso di comprare prosciutto spagnolo”.

 

Il risvolto economico

Quanto pesano queste decisioni sulla nostra economia? Lo abbiamo chiesto a Dario Frisio, economista agrario ordinario all’Università degli Studi di Milano. “L’impatto dell’import degli Ogm sulla nostra economia è pesantissimo: dipendiamo completamente dall’importazione di mangimi Ogm destinati all’allevamento. Di fatto la nostra situazione è peggiorata degli ultimi anni avendo colture deboli sia come quantità che come qualità ”.

 

Qualche dato

Nel 2000 il nostro disavanzo per le importazioni nette di mais (all’epoca era poco, oggi intorno al 40%) e soia era tra 600 e 800 milioni di euro, pari all’8-10% del nostro deficit agroalimentare. Nel 2013 ha toccato il 45% e, solo per la soia, ha superato i 2 miliardi di euro. Parliamo di cifre che equivalgono a oltre il 90% del valore delle nostre esportazioni di prodotti tipici di origine animale. Insomma spendiamo in mangimi per il nostro bestiame quasi quanto guadagniamo dalla vendita dei nostri formaggi e salumi. E la dipendenza dall’estero aumenta bruciando i vantaggi dei nostri prodotti sui mercati internazionali.

Nel 2014 abbiamo importato 3,5 tonnellate di mais per 570 milioni di euro, nel 2015 in cui le nostre produzioni sono andate molto male, la prospettiva è di comprare oltre 4 tonnellate di mais. A prezzo invariato, parliamo di 700-800 milioni di euro. Ma bisogna tenere in considerazione che negli ultimi anni i prezzi di mais e soia sono stati molto bassi, e possono risalire, e che il cambio dollaro-euro sta mutando a nostro sfavore.

 

Le prospettive per i nostri produttori

I nostri produttori di mais non hanno a disposizione le più moderne tecnologie dei competitor di un mercato che ha prezzi molto bassi. “Potremmo garantire loro dei margini di reddito migliori se solo usassimo il famoso mais BT resistente alla piralide, storicamente usato solo laddove c’è effettivamente un’emergenza, e non in modo indiscriminato, sarebbe utile nella zona di Mantova e nella bassa Bresciana dove questa farfalla arriva spesso e fa grossi danni”. Oggi si cerca di prevenire, soprattutto tra i grandi coltivatori, con dosi massicce di insetticidi. “Gli stessi agricoltori, ormai con una solida formazione tecnica, sarebbero in gran parte favorevoli, perché potrebbero essere al sicuro da deprezzamenti o perdite quantitative”. Oggi non possono assicurare determinati standard e quantità. Ed è un sistema che va in crisi. Facciamo l’esempio della Spagna che ha introdotto gli Ogm: nel 1995 la loro resa era di 70 quintali all’ettaro, oggi è oggi 110, in Italia da 90 circa siamo passati a 100, ma i nostri risultati non sono costanti: nel 2013 sotto i 90 quintali, nel 2012 era 80. Le oscillazioni sono enormi. “In più ormai nel mais si usano ibridi e tutte le principali linee per farli sono geneticamente modificate, i nostri coltivatori usano un materiale genetico vecchio di 20 anni, mentre la frontiera della produzione continua a spostarsi”. Ma noi non possiamo seguirla.

Quali sarebbero i benefici? “A livello di sistema paese potremmo tornare a una situazione di autosufficienza per il mais con un risparmio 600/700 milioni di euro”, in Italia la soia si produce in Pianura Padana in secondo raccolto, perché è una varietà a ciclo corto, meno produttiva, ma consente di non rilavorare il terreno (che, in più viene arricchito perché la soia fissa l’azoto), quindi guadagnare tempo. “Con la soia Ogm ci sarebbe più resa e saremmo più concorrenziali nei mercati”. Ma a chi conviene questa situazione? “Ai gruppi sementieri mondiali non interessa più di tanto che in Europa e in Italia si autorizzi l’Ogm, innanzitutto perché i nostri quantitativi sono poco rilevanti, poi perché chi vende sementi modificate vende anche il tradizionale e prodotti chimici per la difesa delle piante dagli attacchi”.

Inutile dire che altrettanto articolate sono le ragioni di chi, da anni, si oppone all’introduzione delle biotecnologie. Ma forse di questo ne abbiamo già sentito parlare.

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Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando

Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando

25/02/2016 – Mario Basso

 

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A dirlo è l’Istatche ci comunica che la percentuale di persone che dichiarano di frequentare un luogo di culto (che sia una chiesa o una moschea o una sinagoga) è scesa dal 33,4 del 2006 al 29 percento del 2015. La regione più religiosa, manco a dirlo, è la Sicilia. Quella più laica è la Liguria. Portate i sali al cardinal Bagnasco, presto!

Dunque anche l’Italia, nonostante il freno dell’ingombrante presenza del Vaticano, viaggia verso la secolarizzazione. Non con la stessa velocità degli altri Paesi europei, ma la tendenza è costante negli anni.

Se diminuiscono le persone che frequentano un luogo di culto almeno una volta a settimana, aumentano quelli che non ci vanno mai (o che hanno smesso completamente di andarci): dal 17,2 al 21,4%. Una persona su cinque.

Va detto però, che i dati in realtà sono “falsati” dalla presenza di bambini dai 6 ai 13 anni (quelli che credono anche a Babbo Natale, per intenderci) e da coloro che vorrebbero andare comunque in chiesa, anche se poi non lo fanno. L’intenzione conta, insomma. Almeno per l’Istat.

L’età fatidica in cui si “perde” la fede è la fascia d’età dai 20 ai 24 anni. Chi riesce a mantenerla, va avanti fino ai 55. Ed è lì che si registra un’ecatombe di anime pie: quella tra i 55 e i 59 anni, infatti, è la fascia d’età dei disillusi. Che Dio abbia pietà di loro.

«Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci» spiega a La Stampa il sociologo Franco Garelli.

Ma mentre i bambini (infilati a forza nella statistica con il loro 51,9% di frequentatori settimanali dei luoghi di culto nel 2015) alzano la media (grazie anche alle associazioni cattoliche) a ben guardare sono i loro genitori che non gli permettono di frequentare maggiormente: oggi, infatti, un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%. Intanto quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti.

Guardando la situazione dal punto di vista delle professioni, salta fuori che il mestiere più religioso è quello della casalinga (il 42,2% va in chiesa almeno una volta alla settimana) insieme a impiegati e pensionati. Quello più ateo è lo studente (il 29%), insieme a operai, liberi professionisti, imprenditori e dirigenti. «Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

Poi bisogna vedere quanti, tra quelli che vanno a messa tutte le domeniche, lo fanno davvero per devozione e non per spettegolare. Ma questo, l’Istat non lo dice.

 

via Società e religione: se Dio vuole, l’Italia si sta laicizzando.

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Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Jàdawin di Atheia

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Dal sito Osservatorio Afghanistan, 28 Novembre 2015 dc

In primo piano: donne combattenti kurde In primo piano: donne combattenti kurde

Abbiamo intervistato Yilmaz Orkan, membro del KNK (Consiglio nazionale del Kurdistan), per parlare di ISIS (“un fascismo del terzo millennio”), pace (“una bella parola”, ma molto lontana), confederalismo democratico (“un progetto per tutti i popoli del Medio Oriente”). Nelle tenebre del fondamentalismo e della guerra, la questione curda sembra oggi l’unica luce. Con riflessi globali su alcune delle principali problematiche del presente.

G: I curdi sono musulmani e stanno combattendo l’ISIS sul campo. Cosa pensi di chi parla di scontro di civiltà, dell’idea che gli attentati di Parigi sarebbero parte di una guerra tra “mondo islamico” e “mondo occidentale”?

Y: Non si tratta di una guerra religiosa tra l’Islam e le altre fedi. Il fondamentalismo in Medio Oriente non è nato oggi, ma è stato creato decine…

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La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

 


«Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?»

Sophie Scholl

Hans Scholl, Sophie Scholl e Alexander Schmorell

La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, tutti poco più che ventenni, cui si unì successivamente il professor Kurt Huber.

Hans Scholl nasce il 22 settembre 1918 a Ingersheim, da Robert Scholl, sindaco della cittadina, liberale, pacifista e anti-nazionalista, e Magdalene Müller, infermiera. Un anno prima era nata Inge, e successivamente alla famiglia si aggiungeranno Elisabeth, nel 1920, Sophie, nata a Forchtenberg il 9 maggio 1921, Werner, nato nel 1922, Thilde, nata nel 1925 e vissuta pochi mesi. Agli Scholl appartiene di fatto anche il piccolo Ernst, rimasto orfano di madre.

Il protestantesimo convinto della madre porta i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa.

Nel settembre 1930, alle elezioni per il Parlamento, il Partito Nazionalsocialista ottiene il primo di una serie di successi, che l’avrebbero portato in meno di tre anni a conquistare il potere. Sono tempi di crisi economica, che provoca una disastrosa inflazione, la svalutazione del marco e un’altissima disoccupazione.

Nel 1932 la famiglia si trasferisce a Ulm.

Nonostante la contrarietà del padre anche Hans, Inge e Sophie Scholl subiscono il fascino della propaganda del regime e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili naziste, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontanano, avendo compreso che non sono quegli spazi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.

Hans si accosta quindi alla dj.1.11, fondata da Eberhard Köbel, detto Tusk, un gruppo giovanile vietato dal regime, che coltiva il mito dei popoli del grande nord, dei lapponi e dei russi e propone il lungo viaggio come strumento di ricerca della propria dimensione. Ciò porta, nel 1937, all’arresto di Hans, Inge, Werner e Sophie, che verranno poi rilasciati, non potendosi provare la loro appartenenza ai movimenti vietati.

All’allontanamento degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquisiscono nel loro cammino di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotele, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Pascal, Kierkegaard, Newman, Maritain, Bernanos, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso Moro, Lao-Tze, scritti buddhisti e confuciani, il Corano e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il Vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromessi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.

Ad influenzare le loro scelte è anche l’amicizia con Otto (Otl) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Otl diffonde le idee del Quickborn (Sorgente di vita), un movimento cattolico guidato da Romano Guardini, che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della Chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula «Gioventù, Libertà e Gioia».

Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.

Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrano in Austria, che viene annessa al Reich. In maggio Hitler minaccia la Cecoslovacchia, reclamando il territorio dei Sudeti. In settembre le potenze europee firmano l’accordo di Monaco, che dà il via libera all’annessione dei Sudeti. Il 1° ottobre comincia l’occupazione dei territori da parte delle truppe tedesche. Il 15 marzo 1939 la Germania invade la Cecoslovacchia. Il 23 agosto 1939 viene firmato il patto di non aggressione Hitler-Stalin e il 1° settembre, con l’invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.

La primavera del 1941 è l’anno dell’incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.

A dare ad Hans l’idea dei futuri volantini è probabile che sia stato l’arrivo in casa Scholl dei fogli clandestini con le prediche e le lettere pastorali del vescovo cattolico di Münster Clemens August von Galen, che si schiera coraggiosamente contro il nazismo.

Nel giugno 1941 inizia l’attacco all’Unione Sovietica.

Nel gennaio 1942 il padre degli Scholl, Robert, è denunciato da una sua impiegata per aver definito Hitler «un flagello di Dio» e per aver detto che la guerra alla Russia è un massacro insensato e che i sovietici avrebbero finito per conquistare Berlino. Prelevato dalla Gestapo e interrogato, viene rilasciato, ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.

All’inizio di maggio 1942 Sophie Scholl si trasferisce a Monaco per iniziare a frequentare l’Università, e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l’amico di quest’ultimo Christoph Probst, e il professor Kurt Huber, che tiene un corso di filosofia su Leibniz.

I primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intellettuali, o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell’autobus, nelle cabine telefoniche o gettati dai tram di notte.

Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.

Nell’estate 1942 Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggio attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra, e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intellettuali.

Rientrati a Monaco, nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell’Università e di altri edifici un’ottantina di slogan anti-hitleriani.

Distribuiscono un quinto volantino, firmato «Movimento di resistenza in Germania», cui collabora anche Kurt Huber, l’unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.

Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all’Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell’edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del secondo piano, che volano nell’atrio. Un impiegato dell’Università li nota e li ferma, portandoli dal rettore, senza che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.

I funzionari della Gestapo che interrogano Sophie rimangono sorpresi dal coraggio e dalla determinazione con cui la ragazza rivendica le proprie ragioni di dissenso dal nazismo e ammette le responsabilità sue e del fratello, che pure ha confessato, cercando di attribuirle interamente ad entrambi per scagionare gli altri membri della Rosa Bianca.

I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: «Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto, solo che non osano esprimerlo a parole». Dopo cinque ore, il giudice Roland Freisler emette il verdetto: «In nome del popolo tedesco. Nel processo contro 1) Hans Fritz Scholl 2) Sophia Magdalena Scholl 3) Christoph Hermann Probst attualmente detenuti in attesa di giudizio in questo processo per favoreggiamento antipatriottico del nemico, preparazione di alto tradimento, demoralizzazione delle forze armate, il tribunale del popolo, prima sezione […], riconosciuto in diritto che: gli imputati, in tempo di guerra, attraverso volantini hanno propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell’organizzazione militare e all’abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel modo più infame e con ciò favorito il nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate. Essi vengono perciò puniti con la morte. Essi hanno perduto per sempre i loro diritti civili».

Christoph riceve il battesimo, la comunione e l’estrema unzione dal cappellano cattolico Heinrich Sperr, e scrive alla madre: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio». Anche Hans e Sophie avrebbero voluto un prete cattolico, ma poi si confessano e celebrano la santa cena con il cappellano evangelico Karl Alt, cui Hans chiede di leggere il Salmo 89 («Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura») e il passo della prima Lettera ai Corinzi (13, 1-12): «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità…». Ai fratelli Scholl viene permesso un ultimo e breve incontro con i genitori.

Racconterà uno dei secondini: «Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire ancora una volta i tre condannati, un momento prima dell’esecuzione capitale. Volevamo che potessero fumare ancora una sigaretta insieme. Non furono che pochi minuti, ma credo che abbiano rappresentato un gran regalo per loro».

«Fra pochi minuti ci rivedremo nell’eternità», dice Christoph Probst. Poi vengono condotti alla ghigliottina, senza battere ciglio. Il boia dirà di non avere mai veduto nessuno morire così. «Viva la libertà», grida Hans Scholl mentre lo portano al patibolo.

Il 19 aprile 1943 vengono processati Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, che saranno condannati a morte e ghigliottinati nei mesi successivi.

Amici e colleghi, che li avevano aiutati nella preparazione e distribuzione degli opuscoli e avevano raccolto fondi per la vedova e i figli di Probst, vengono condannati al carcere per periodi oscillanti tra i sei mesi e i dieci anni.

Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che ha condotto l’interrogatorio di Sophie, e che in seguito si dimetterà e rientrerà nella polizia criminale, dichiarerà dopo la guerra: «Fino alla loro amara fine Sophie e Hans Scholl conservarono un atteggiamento che può definirsi eccezionale. Entrambi in sintonia dichiararono il senso delle loro azioni: avevano avuto come unico scopo evitare alla Germania una sventura ancora più grande e contribuire forse, da parte loro, a salvare la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, perché quando si tratta della salvezza o della rovina di un intero popolo non c’è mezzo o sacrificio che possa apparire troppo grande. Sophie e Hans Scholl furono sino all’ultimo convinti che il loro sacrificio non era stato inutile».

La piazza dove è ubicato l’atrio principale dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata chiamata Geschwister-Scholl-Platz in memoria di Hans e Sophie Scholl.

Trovi tutto su:

 http://www.larosabiancailfilm.it/  

Volantini della Rosa Bianca


Primo volantino


Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi «governare», senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo? E chi di noi prevede l’onta che verrà su di noi e sui nostri figli, quando un giorno cadrà il velo dai nostri occhi e verranno alla luce i crimini più orrendi, che superano infinitamente ogni misura?
Se il popolo tedesco è già così profondamente corrotto e decaduto nel più profondo della sua essenza, da rinunciare senza una minima reazione, con una fiducia sconsiderata in una legittimità discutibile della storia, al bene supremo dell’uomo che lo eleva al di sopra di ogni creatura, cioè la libera volontà, ovverosia la libertà che ha l’uomo di influenzare il corso della storia e di subordinarlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi sono già così privi di ogni individualità, se sono diventati una massa vile e ottusa, allora sì che meritano la rovina. Goethe definisce i tedeschi un popolo tragico come gli ebrei e i greci, ma oggi questo popolo sembra che sia piuttosto un gregge di adepti, superficiali, privi di volontà, succhiati fino al midollo, privi della loro essenza umana, e disposti a lasciarsi spingere nel baratro.
Così sembra, ma non lo è. Ogni individuo è stato chiuso in una prigione spirituale mediante una violenza lenta, ingannatrice e sistematica; e soltanto quando si è trovato ridotto in catene, si è accorto della propria sventura.
Soltanto pochi hanno compreso la rovina incombente, ed essi hanno pagato con la morte i loro eroici ammonimenti. Si parlerà ancora del destino toccato a queste persone. Se ognuno aspetta che sia l’altro a fare l’avvio all’opposizione, i messaggeri della Nemesi vendicatrice si avvicineranno sempre di più; e allora anche l’ultima vittima sarà stata gettata senza scopo nelle fauci dell’insaziabile demone. Perciò ogni singolo, cosciente della propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest’ultima ora al flagello dell’umanità, al fascismo
e ad ogni sistema simile di Stato assoluto.
Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina di guerra continui a funzionare, prima che le altre città siano diventate un cumulo di macerie come Colonia, e prima che gli altri giovani tedeschi abbiano dato il loro sangue per ogni dove a causa dell’orgoglio smisurato di un criminale. Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!

Vedi il trailer del film La Rosa Bianca – Festival di Berlino 2005 –

 Miglior regia e migliore attrice

http://www.larosabiancailfilm.it/ 

Fonte: http://www.sehaisetediluce.it/rosa_bianca.htm

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