La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

La rosa bianca – lotta pacifica contro ogni sopruso!

 


«Non dovrebbe ogni uomo, in qualunque epoca viva, ragionare continuamente come se un istante dopo dovesse essere portato davanti a Dio per il giudizio?»

Sophie Scholl

Hans Scholl, Sophie Scholl e Alexander Schmorell

La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, tutti poco più che ventenni, cui si unì successivamente il professor Kurt Huber.

Hans Scholl nasce il 22 settembre 1918 a Ingersheim, da Robert Scholl, sindaco della cittadina, liberale, pacifista e anti-nazionalista, e Magdalene Müller, infermiera. Un anno prima era nata Inge, e successivamente alla famiglia si aggiungeranno Elisabeth, nel 1920, Sophie, nata a Forchtenberg il 9 maggio 1921, Werner, nato nel 1922, Thilde, nata nel 1925 e vissuta pochi mesi. Agli Scholl appartiene di fatto anche il piccolo Ernst, rimasto orfano di madre.

Il protestantesimo convinto della madre porta i figli ad avvicinarsi alla religione e a frequentare la chiesa.

Nel settembre 1930, alle elezioni per il Parlamento, il Partito Nazionalsocialista ottiene il primo di una serie di successi, che l’avrebbero portato in meno di tre anni a conquistare il potere. Sono tempi di crisi economica, che provoca una disastrosa inflazione, la svalutazione del marco e un’altissima disoccupazione.

Nel 1932 la famiglia si trasferisce a Ulm.

Nonostante la contrarietà del padre anche Hans, Inge e Sophie Scholl subiscono il fascino della propaganda del regime e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili naziste, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontanano, avendo compreso che non sono quegli spazi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.

Hans si accosta quindi alla dj.1.11, fondata da Eberhard Köbel, detto Tusk, un gruppo giovanile vietato dal regime, che coltiva il mito dei popoli del grande nord, dei lapponi e dei russi e propone il lungo viaggio come strumento di ricerca della propria dimensione. Ciò porta, nel 1937, all’arresto di Hans, Inge, Werner e Sophie, che verranno poi rilasciati, non potendosi provare la loro appartenenza ai movimenti vietati.

All’allontanamento degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquisiscono nel loro cammino di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotele, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d’Aquino, Pascal, Kierkegaard, Newman, Maritain, Bernanos, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso Moro, Lao-Tze, scritti buddhisti e confuciani, il Corano e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il Vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromessi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.

Ad influenzare le loro scelte è anche l’amicizia con Otto (Otl) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Otl diffonde le idee del Quickborn (Sorgente di vita), un movimento cattolico guidato da Romano Guardini, che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della Chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula «Gioventù, Libertà e Gioia».

Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.

Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrano in Austria, che viene annessa al Reich. In maggio Hitler minaccia la Cecoslovacchia, reclamando il territorio dei Sudeti. In settembre le potenze europee firmano l’accordo di Monaco, che dà il via libera all’annessione dei Sudeti. Il 1° ottobre comincia l’occupazione dei territori da parte delle truppe tedesche. Il 15 marzo 1939 la Germania invade la Cecoslovacchia. Il 23 agosto 1939 viene firmato il patto di non aggressione Hitler-Stalin e il 1° settembre, con l’invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.

La primavera del 1941 è l’anno dell’incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.

A dare ad Hans l’idea dei futuri volantini è probabile che sia stato l’arrivo in casa Scholl dei fogli clandestini con le prediche e le lettere pastorali del vescovo cattolico di Münster Clemens August von Galen, che si schiera coraggiosamente contro il nazismo.

Nel giugno 1941 inizia l’attacco all’Unione Sovietica.

Nel gennaio 1942 il padre degli Scholl, Robert, è denunciato da una sua impiegata per aver definito Hitler «un flagello di Dio» e per aver detto che la guerra alla Russia è un massacro insensato e che i sovietici avrebbero finito per conquistare Berlino. Prelevato dalla Gestapo e interrogato, viene rilasciato, ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.

All’inizio di maggio 1942 Sophie Scholl si trasferisce a Monaco per iniziare a frequentare l’Università, e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l’amico di quest’ultimo Christoph Probst, e il professor Kurt Huber, che tiene un corso di filosofia su Leibniz.

I primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intellettuali, o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell’autobus, nelle cabine telefoniche o gettati dai tram di notte.

Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.

Nell’estate 1942 Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggio attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra, e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intellettuali.

Rientrati a Monaco, nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell’Università e di altri edifici un’ottantina di slogan anti-hitleriani.

Distribuiscono un quinto volantino, firmato «Movimento di resistenza in Germania», cui collabora anche Kurt Huber, l’unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.

Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all’Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell’edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del secondo piano, che volano nell’atrio. Un impiegato dell’Università li nota e li ferma, portandoli dal rettore, senza che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.

I funzionari della Gestapo che interrogano Sophie rimangono sorpresi dal coraggio e dalla determinazione con cui la ragazza rivendica le proprie ragioni di dissenso dal nazismo e ammette le responsabilità sue e del fratello, che pure ha confessato, cercando di attribuirle interamente ad entrambi per scagionare gli altri membri della Rosa Bianca.

I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: «Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto, solo che non osano esprimerlo a parole». Dopo cinque ore, il giudice Roland Freisler emette il verdetto: «In nome del popolo tedesco. Nel processo contro 1) Hans Fritz Scholl 2) Sophia Magdalena Scholl 3) Christoph Hermann Probst attualmente detenuti in attesa di giudizio in questo processo per favoreggiamento antipatriottico del nemico, preparazione di alto tradimento, demoralizzazione delle forze armate, il tribunale del popolo, prima sezione […], riconosciuto in diritto che: gli imputati, in tempo di guerra, attraverso volantini hanno propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell’organizzazione militare e all’abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel modo più infame e con ciò favorito il nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate. Essi vengono perciò puniti con la morte. Essi hanno perduto per sempre i loro diritti civili».

Christoph riceve il battesimo, la comunione e l’estrema unzione dal cappellano cattolico Heinrich Sperr, e scrive alla madre: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio». Anche Hans e Sophie avrebbero voluto un prete cattolico, ma poi si confessano e celebrano la santa cena con il cappellano evangelico Karl Alt, cui Hans chiede di leggere il Salmo 89 («Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura») e il passo della prima Lettera ai Corinzi (13, 1-12): «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità…». Ai fratelli Scholl viene permesso un ultimo e breve incontro con i genitori.

Racconterà uno dei secondini: «Si sono comportati con coraggio fantastico. Tutto il carcere ne fu impressionato. Perciò ci siamo accollati il rischio di riunire ancora una volta i tre condannati, un momento prima dell’esecuzione capitale. Volevamo che potessero fumare ancora una sigaretta insieme. Non furono che pochi minuti, ma credo che abbiano rappresentato un gran regalo per loro».

«Fra pochi minuti ci rivedremo nell’eternità», dice Christoph Probst. Poi vengono condotti alla ghigliottina, senza battere ciglio. Il boia dirà di non avere mai veduto nessuno morire così. «Viva la libertà», grida Hans Scholl mentre lo portano al patibolo.

Il 19 aprile 1943 vengono processati Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, che saranno condannati a morte e ghigliottinati nei mesi successivi.

Amici e colleghi, che li avevano aiutati nella preparazione e distribuzione degli opuscoli e avevano raccolto fondi per la vedova e i figli di Probst, vengono condannati al carcere per periodi oscillanti tra i sei mesi e i dieci anni.

Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che ha condotto l’interrogatorio di Sophie, e che in seguito si dimetterà e rientrerà nella polizia criminale, dichiarerà dopo la guerra: «Fino alla loro amara fine Sophie e Hans Scholl conservarono un atteggiamento che può definirsi eccezionale. Entrambi in sintonia dichiararono il senso delle loro azioni: avevano avuto come unico scopo evitare alla Germania una sventura ancora più grande e contribuire forse, da parte loro, a salvare la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, perché quando si tratta della salvezza o della rovina di un intero popolo non c’è mezzo o sacrificio che possa apparire troppo grande. Sophie e Hans Scholl furono sino all’ultimo convinti che il loro sacrificio non era stato inutile».

La piazza dove è ubicato l’atrio principale dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata chiamata Geschwister-Scholl-Platz in memoria di Hans e Sophie Scholl.

Trovi tutto su:

 http://www.larosabiancailfilm.it/  

Volantini della Rosa Bianca


Primo volantino


Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi «governare», senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti. Non è forse vero che ogni tedesco onesto prova vergogna per il suo governo? E chi di noi prevede l’onta che verrà su di noi e sui nostri figli, quando un giorno cadrà il velo dai nostri occhi e verranno alla luce i crimini più orrendi, che superano infinitamente ogni misura?
Se il popolo tedesco è già così profondamente corrotto e decaduto nel più profondo della sua essenza, da rinunciare senza una minima reazione, con una fiducia sconsiderata in una legittimità discutibile della storia, al bene supremo dell’uomo che lo eleva al di sopra di ogni creatura, cioè la libera volontà, ovverosia la libertà che ha l’uomo di influenzare il corso della storia e di subordinarlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi sono già così privi di ogni individualità, se sono diventati una massa vile e ottusa, allora sì che meritano la rovina. Goethe definisce i tedeschi un popolo tragico come gli ebrei e i greci, ma oggi questo popolo sembra che sia piuttosto un gregge di adepti, superficiali, privi di volontà, succhiati fino al midollo, privi della loro essenza umana, e disposti a lasciarsi spingere nel baratro.
Così sembra, ma non lo è. Ogni individuo è stato chiuso in una prigione spirituale mediante una violenza lenta, ingannatrice e sistematica; e soltanto quando si è trovato ridotto in catene, si è accorto della propria sventura.
Soltanto pochi hanno compreso la rovina incombente, ed essi hanno pagato con la morte i loro eroici ammonimenti. Si parlerà ancora del destino toccato a queste persone. Se ognuno aspetta che sia l’altro a fare l’avvio all’opposizione, i messaggeri della Nemesi vendicatrice si avvicineranno sempre di più; e allora anche l’ultima vittima sarà stata gettata senza scopo nelle fauci dell’insaziabile demone. Perciò ogni singolo, cosciente della propria responsabilità come membro della cultura cristiana ed occidentale, deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest’ultima ora al flagello dell’umanità, al fascismo
e ad ogni sistema simile di Stato assoluto.
Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina di guerra continui a funzionare, prima che le altre città siano diventate un cumulo di macerie come Colonia, e prima che gli altri giovani tedeschi abbiano dato il loro sangue per ogni dove a causa dell’orgoglio smisurato di un criminale. Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!

Vedi il trailer del film La Rosa Bianca – Festival di Berlino 2005 –

 Miglior regia e migliore attrice

http://www.larosabiancailfilm.it/ 

Fonte: http://www.sehaisetediluce.it/rosa_bianca.htm

Annunci
Pubblicato in Storia | Lascia un commento

Piccoli equivoci tra noi animali

Piccoli equivoci tra noi animali

di Eleonora Degano

da oggiscienza.it 12 febbraio 2016

È facile cadere nel tranello dell’umanizzazione e attribuire agli animali emozioni e comportamenti tipicamente umani. Un libro ci aiuta a chiarire questi malintesi

LIBRI- Certamente vi sarà capitato di pensare che l’espressione di un delfino ricorda un sorriso, o che quei koala pigramente abbracciati agli alberi paiono umani, nel loro rilassarsi. In realtà l’uno non ha muscoli facciali, perciò la sua espressione è immutabile. L’altro appoggiato sui tronchi trova refrigerio, e riesce ad abbassare la sua temperatura corporea nelle roventi estati australiane da 40°C all’ombra.

È facile cadere nella “trappola” dell’umanizzazione e cercare negli animali i segni di comportamenti, espressioni e reazioni tipicamente umane, anche quando non ci sono (vedi il recente aneddoto del canguro in lutto). Ma siamo sicuri di capirci con le altre specie? È la domanda alla quale vuole rispondere “Piccoli equivoci tra noi animali”, il nuovo libro della biologa Lisa Vozza e del neuroetologo Giorgio Vallortigara, della collana Chiavi di Lettura Zanichelli.

Gli interrogativi che trovano una risposta, procedendo con la lettura, sono in realtà moltissimi. Ad esempio, ha senso dire che un organismo più complesso è anche più evoluto? La straordinaria memoria spaziale di alcune specie animali può essere paragonata all’autismo o alla sindrome del savant? Gli orsi sono davvero solitari come dicono? Un gamberone può avere l’ansia?

Ma torniamo da quel delfino (non) sorridente. Mentre qui la questione è ancora intricata, nei parchi acquatici dell’India è illegale ospitare i delfini, considerati “persone non umane” da un documento governativo. Questa tutela tanto scrupolosa si basa sull’idea che i delfini siano dotati di un’intelligenza eccezionale, quando in realtà sono sì intelligenti ma in modo specifico. Sono dotati cioè delle capacità cognitive che servono a loro nella vita di tutti i giorni. Ma non per questo sono “più intelligenti” di altre specie (mammiferi e non).

Gli equivoci sono all’ordine del giorno, anche perché la nostra distinzione tra animale più o meno intelligente, più o meno “domestico”, più o meno selvatico ci porta a incasellare la stessa specie in contesti diversi. Stabilendo che alcuni sono legittimi, altri no, perché magari suscitano tristezza o indignazione. Gli autori portano l’esempio del furetto: c’è chi lo tiene in casa come animale da compagnia ed è felice che un veterinario lo abbia già privato delle sue ghiandole, così non ci saranno odoracci in casa. Ma un furetto simile, senza nome, si trova in un laboratorio dove gli scienziati lo usano come animale modello per prevenire una pandemia umana: potrebbe aiutare a salvare moltissime vite. E ancora, in un altro laboratorio un furetto simile viene studiato per capire come riconosce i propri simili tramite segnali odorosi. In questo caso è lecito privarlo delle ghiandole? Meno, penseranno molti.

Nel libro ci sono altri due possibili scenari per questo furetto (neanche tanto) immaginario, che passa da graziosa creaturina che gira per casa a specie invasiva. È normale e più che legittimo che contesti tanto diversi suscitino in noi dei pensieri contraddittori. Ma l’esempio ci aiuta a ragionare su come alcuni fattori influenzino la nostra percezione degli animali.

posseduta in quantità diverse e in scala dalle diverse specie, è da abbandonare”.Spesso siamo troppo frettolosi, scrivono gli autori, nello stabilire principi morali  e di diritto in base al presunto grado d’intelligenza di una specie. Presunto anche di fronte a studi scientifici che dicono diversamente: perché non far entrare in questo nostro “cerchio morale” anche altri animali che si sono dimostrati molto intelligenti e capaci di svolgere compiti complessi? Corvi, ghiandaie, pesci arciere… Paradossalmente, aggiungono Vozza e Vallortigara, tutte le norme che nascono per salvaguardare gli animali intelligenti fanno anche sé che non ci sia più modo per i ricercatori di provare (stavolta con basi scientifiche) le loro reali capacità cognitive. L’idea che l’intelligenza sia “una sostanza unica e misteriosa,

OggiScienza

Il koala si riposa sui tronchi perché è un pigrone? Più complesso vuol dire più evoluto? Se ne parla nell'ultimo libro di Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara Il koala si riposa sui tronchi perché è un pigrone? Più complesso vuol dire più evoluto? Se ne parla nell’ultimo libro di Lisa Vozza e Giorgio Vallortigara

LIBRI- Certamente vi sarà capitato di pensare che l’espressione di un delfino ricorda un sorriso, o che quei koala pigramente abbracciati agli alberi paiono umani, nel loro rilassarsi. In realtà l’uno non ha muscoli facciali, perciò la sua espressione è immutabile. L’altro appoggiato sui tronchi trova refrigerio, e riesce ad abbassare la sua temperatura corporea nelle roventi estati australiane da 40°C all’ombra.

È facile cadere nella “trappola” dell’umanizzazione e cercare negli animali i segni di comportamenti, espressioni e reazioni tipicamente umane, anche quando non ci sono (vedi il recente aneddoto del canguro in lutto). Ma siamo sicuri di capirci con le altre specie? È la domanda alla quale vuole rispondere “Piccoli equivoci tra noi animali”, il nuovo libro della biologa Lisa Vozza…

View original post 506 altre parole

Pubblicato in Articoli su vari argomenti, Scienza | Lascia un commento

I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile | Claudio Giua

I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile

di Claudio Giua

Il primo dibattito sulla privacy digitale divampò nel 2013 quando, sull’onda delle rivelazioni di Edward Snowden, le major digitali furono accusate di essere tra i fornitori di informazioni riservate alle agenzie di sicurezza americane impegnate in programmi di sorveglianza di massa. Allora Facebook, Google e gli altri raccoglitori seriali di dati personali vennero sospettati di violazioni sistematiche della privacy dei loro utenti su richiesta del Dipartimento di Stato, della CIA e della NSA. Ora il dibattito torna a riaccendersi: il rifiuto di Apple, in nome della stessa privacy, di aprire una porta – una backdoor, tecnicamente – che consenta alla FBI di accedere ai dati crittografati dell’iPhone 5C di uno degli attentatori di San Bernardino viene bollato come collaborazionismo a favore dei tagliatori di teste dell’Isis e dei terroristi islamici in azione in Francia o in California. Si tratta di reazioni schizofreniche delle opinioni pubbliche? Dov’è la verità? Sono gli Over the Top, che si alimentano con le informazioni personali degli utenti, a cedere colpevolmente ai governi “amici” i dati di cui sono custodi, magari in cambio di appoggi politici alle loro espansioni globali? Oppure, al fine di correttamente difendere la riservatezza di miliardi di utenti, gli stessi soggetti stanno mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni?

A favore o contro una o l’altra ipotesi vanno iscritti i commenti al no opposto da Tim Cook alla Federal Bureau of Investigation. Una spaccatura verticale. Con ottime e condivisibili ragioni in entrambi i casi. Do un argomento in più a ciascuna tifoseria. A chi parla di pelosa accondiscendenza degli OTT nei confronti dei governi, non importa in quale area del mondo: avete ragione, ci sono episodi che indicano come in più di un caso le aziende globali che dispongono di enormi moli di informazioni personali siano scese a patti con regimi non democratici di paesi i cui mercati digitali sono ricchissimi, come la Cina. A chi teme che gli strumenti tecnologici a difesa della privacy rischino di favorire i crescenti terrorismi: sì, com’è dimostrato dal fatto che le ultime Brigate Rosse furono debellate, poco più di dieci anni fa, solo dopo lo scardinamento dei muri digitali che impedivano l’accesso a un organizer di un terrorista, Mario Galesi, ucciso dalla polizia su un treno.

Ritengo che il cuore della questione sollevata dalle azioni di Snowden e poi di Apple sia da tutt’altra parte: risiede nella facilità con la quale i dati personali vengono ceduti, consapevolmente o inconsapevolmente, da miliardi di cittadini di centinaia di paesi ad aziende che li trasformano in denaro sonante. E non mi riferisco soltanto ai soliti noti, Google, Facebook, Apple, Amazon etc. Ci sono molte multinazionali con nomi sconosciuti al grande pubblico che trattano dati raccolti attraverso i cookie e altri mezzi, costruiscono profili personali di straordinaria efficacia – i cosiddetti “digital ID” – e ne fanno commercio. Ognuno di noi è venduto e comprato più volte nel corso della giornata, a sua totale insaputa. Conservare nei server patrimoni di notizie sensibili su miliardi di persone e poi farsi paladini della difesa della privacy come nel caso di San Bernardino è oggettivamente un’operazione di pura propaganda.

A nessun livello questi fenomeni sono stati affrontati con consapevolezza e decisione: non dai singoli governi, non dalle organizzazioni e istituzioni sovranazionali. Di questa incomprensibile rinuncia collettiva alla sovranità hanno approfittato le migliori e più potenti aziende di vari mercati, che infatti si sono attrezzate per ottenere tutti i dati personali raggiungibili e catalogabili, con o senza il consenso degli utenti. Il loro successivo e pervasivo uso è sempre corretto? Non c’è alcun modo per esserne certi. Ci si può solo fidare. I monopoli di fatto in settori come la search, i social network, il commercio digitale si spiegano così: chi ha più dati vince perché può raccoglierne sempre di più. Affidiamo gli eventi della nostra vita a signori in braghe corte e canottiera che lavorano a Cupertino, a Mountain View, a Seattle. Ma poi ci interroghiamo se sia giusto o no che i contatti e i segreti di Syed Rizwan Farook, che ha ammazzato 14 persone in un centro per disabili, vengano blindati da Tim Cook.

 

via I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile | Claudio Giua.

Pubblicato in Attualità e Cultura, diritti civili, Multimedia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Solo due rondini o è primavera?

Solo due rondini o è primavera?

 Pubblicati su 17 febbraio 2016 da Sylvie Coyaud in POLITICA

POLITICA – Ormai proteste, scioperi, sit-in e cortei funebri passano inosservati. D’altronde sono vent’anni che la ricerca viene soffocata da “riforme” dell’università, “razionalizzazioni” degli istituti nazionali, beffe quali le interminabili valutazioni per posti di lavoro inesistenti. Nello stesso periodo aumentano i dirigenti amministrativi nominati in base a un manuale Cencelli o cv falsificati, si susseguono gli scandali per concorsi truccati, nepotismo e altre tradizioni locali (e non).

Una settimana fa, invitavamo a firmare la petizione di Giorgio Parisi e altri 69 fisici, senza troppe illusioni sulla sua efficacia. I firmatari chiedono alla Commissione Europea di far rispettare gli impegni dei governi a investire in ricerca il 3% del PIL, senza sottrarre i fondi versati ai progetti europei dai soldi stanziati per quelli di interesse nazionale (PRIN). Come invece fa il governo italiano che riduce i PRIN a 30 milioni di euro all’anno, blocca le assunzioni e priva gli assunti del personale e delle risorse necessarie per concorrere a finanziamenti europei.

Pianto funebre rituale da una generazione, passiamo alle altre notizie?

Non ancora. Giovedì scorso il Presidente del Consiglio si congratula con i fisici italiani per la scoperta delle onde gravitazionali. Venerdì escono le statistiche del concorso per i Consolidator Grants 2015 dello European Research Council (ERC). In media sono da 2 milioni di euro e ogni destinatario può spenderli nell’istituto e nel paese di sua scelta. Come due anni fa, il Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca gioisce:

L’Italia è terza per numero di borse

la statistica essendo un’opinione. Anche la ministra Giannini è colpita positivamente dal numero di borse totali ottenute dai nostri ricercatori, che ci posiziona al terzo posto insieme alla Francia. Ma, soprattutto, colpisce il fatto che siamo primi per numero di ricercatrici che hanno ottenuto un riconoscimento. Complimenti ai nostri ricercatori e alle nostre ricercatrici.

Complimenti sì. Malgrado il disprezzo della maggioranza dei politici per la scienza, le competenze e il merito, scuole e università continuano a formare ottimi cervelli nelle discipline sia umanistiche che scientifiche.

Nella realtà, però, l’Italia è ottava con 13 borse, terza ex aequo per nazionalità dei vincitori, prima per il numero di donne (16/30) e di ricercatori (17/30) che utilizzano la borsa all’estero; una perdita netta perché nessuno, straniero o italiano all’estero, ha scelto l’Italia. Roberta D’Alessando Prof. dott. e ricercatrice in linguistica all’università di Leida dal 2007, scrive su FaceBook:

Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati.
La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai.  (…)

Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. (…)

Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei.

Ripresa da agenzie e quotidiani, la lettera raccoglie in un week-end 30 mila adesioni, mentre l’appello degli scienziati non arriva a 20 mila firme in una settimana. Oltre all’efficacia mediatica, lo sfogo di Roberta D’Alessandro tra amici di FB avrà un effetto politico? Di sicuro, ha generato analisi più sfumate della situazione dei cervelli “in fuga” e di quelli rimasti in patria, una per tutte quella di Marco Cattaneo su Le Scienze.

Alle tastiere, citoyens!

Altri colleghi stanno facendo ottima informazione, come Marco Viola su Uninews24. Resta, mi sembra, da rispondere a una domanda che non riguarda la scienza, ma la democrazia.

Lettori, ascoltatori, amici, vicini di casa ci chiedono da 20 anni “Ma noi cosa possiamo fare per fermare lo sfascio?” In altri paesi la risposta si impara a scuola. In breve, consiste nell’esercitare i propri diritti ed esigere dai propri rappresentanti politici e che rendano conto delle decisioni prese in nostro nome, un dovere che in inglese va sotto il nome di accountability. Se fossi italiana, cercherei gli indirizzi mail dei  miei senatori e deputati e scriverei per esempio:

On.le/Senatore xxx

ho votato per Lei nella circoscrizione yyy. Gradirei sapere se Lei chiederà al governo di rispondere all’appello “Salviamo la ricerca italiana” che ho firmato su change.org. Se non intende farlo, gradirei sapere il perché.

Le risposte sono atti pubblici che Oggi Scienza ospiterà volentieri.

Reblogged on WordPress.com

Sorgente: Solo due rondini o è primavera?

Pubblicato in Attualità e Cultura, diritti civili, Notizie e Politica, Scienza | Lascia un commento

Come discutere con chi crede in cose ridicole

Come discutere con chi crede in cose ridicole

query

Pubblicato: 25 marzo 2014Postato in: Approfondimenti

Articolo originale: How to argue with silly things believers, di John S. Wilkins. Si ringrazia Sonia Ciampoli per la traduzione.

Dunque, stante tutto ciò che abbiamo detto [Why believers believe silly thingswhy they believe the particular silly things they do, e the developmental hypothesis of belief acquisition], come si può far cambiare idea a un “sostenitore di cose ridicole”? Verrebbe da dire che non è possibile, oppure, in una prospettiva più razionalista, che bastino ulteriori argomentazioni, entrambe posizioni sostenute spesso. Ma, come ci si può aspettare, la situazione è un po’ più complessa.

Innanzitutto, qui ci sono due diverse questioni. La prima è quella individuale: come si possono cambiare le convinzioni personali di un dato individuo? La seconda è la questione di gruppo: come possiamo cambiare il punto di vista complessivo di una parte specifica di popolazione? Sono domande diverse con risposte diverse.

La domanda individuale non ha una risposta univoca: dipende dall’insieme di convinzioni personali del soggetto, da quanto sono internamente coerenti, e se sono o meno influenzabili dall’esperienza empirica (sì, se i soggetti sono in crisi). Un credente che abbia un insieme di convinzioni abbastanza coerente, con nessun conflitto interiore degno di nota, e che non si trovi in una posizione suscettibile alle sfide empiriche, è relativamente immune alle argomentazioni razionali. Se deve affrontare una sfida empirica (cioè se le sue convinzioni non trovano corrispondenza con il mondo di cui ha esperienza, come nello studio classico sui millenaristi di Leon Festinger e colleghi [Festinger et al. 1956]), una soluzione è quella di negare i fatti, un’altra è di reinterpretare le convinzioni secondarie o meno importanti per salvare quelle fondamentali, e la terza è di reinterpretare l’aspetto centrale del sistema di credenze perché non possa essere messo in discussione dai fatti. Tutte e e tre le strategie possono essere riscontrate con facilità. Per esempio, i negazionisti del riscaldamento globale metteranno in discussione i fatti. I creazionisti accetteranno alcuni fatti, ma li reinterpreteranno o reinterpreteranno il modo in cui possono essere usati dai pensatori creazionisti. Infine, il mio caso preferito di reinterpretazione di principi fondanti, la reazione della Chiesa cattolica alle teorie atomiche e chimiche di John Dalton: fu sostanzialmente cambiata una tesi centrale nella dottrina della transustanziazione, che passò da una realtà fisica a una metafisica (dando parzialmente ragione a ciò che avevano criticato dei luterani 400 anni prima).

Di solito, quando si verificano queste situazioni, i sostenitori della teoria negano che siano successe (Schmalz 1994), come nel revisionismo storico di 1984, quando il Paese scende in guerra contro un nuovo avversario ma, di fronte alla manipolabile popolazione, afferma che “Siamo sempre stati in guerra con l’Oceania”. Queste tre strategie diventano man mano più schizoidi. Reinterpretare i principi fondanti delle proprie convinzioni perché si adattino a nuovi dati di fatto è una sana risposta al mondo, salvo che per i problemi relativi all’identità di gruppo (noi non siamo d’accordo con i luterani, quelli sono eretici!). La Chiesa ha accettato (tardivamente) il valore scientifico di Galileo, Dalton e Darwin.

La revisione delle convinzioni secondarie è più complicata. Quando i creazionisti [onesti] investono del tempo nel tentativo di adattare i dati di biogeografia, biodiversità, genetica e tecniche di datazione, capita che vedano le proprie “ipotesi” morire di quella che Flew chiama “la morte di migliaia di requisiti”, ma questo accade anche ai sostenitori di ipotesi scientifiche superate, e non c’è un punto preciso superato il quale diventa irrazionale sposare certe idee. Eppure, come per la pornografia, noi tutti sappiamo riconoscere l’irrazionalità quando la vediamo. L’approccio razionalista alla questione, tuttavia, si muove come se ci fosse, o dovesse esserci, una linea di confine che non dovrebbe essere superata, e questo porta a interminabili “dibattiti”, con tesi e controtesi, che raramente conducono a una qualche conclusione.

Il terzo approccio consiste semplicemente nel negare i dati. Può essere portato avanti mettendo in discussione l’affidabilità di coloro con i quali non siamo d’accordo (attacchi ad personam, ad esempio, in merito alla rettitudine dei climatologi). Sia i sostenitori di pseudo-scienze (come l’esistenza del Bigfoot o l’omeopatia) sia quelli delle anti-scienze (come il creazionismo o l’antivaccinismo) riescono a trovare vari modi per mettere in discussione i fatti stessi.

Ora, man mano che diminuisce la base empirica della risposta, aumenta la difficoltà della discussione, finché non si raggiunge un livello in cui è impossibile qualsivoglia argomentazione ragionata. Ma questo è causato dalla strategia adottata dal credente, non dalla posizione o convinzione che sostiene. Magari si riesce a far cambiare idea a un omeopata, mentre un cattolico può rimanere testardamente aggrappato all’idea che l’ostia sia veramente carne e sangue, convinto che i chimici siano semplicemente degli anti-cattolici. Dipende dalla singola persona. Se il nucleo centrale è cognitivamente radicato, è poco probabile che un credente si metta razionalmente o empiricamente in discussione. [Come nota a margine, capita spesso di sentire aneddoti su sostenitori dell’omeopatia o altre medicine alternative che, di colpo, si rivolgono alla medicina empirica quando ad ammalarsi è il figlio o la persona amata. Questa è una vera crisi personale. E, comunque, può anche portare il sostenitore a credere più fermamente, come nota Festinger.]

A livello di gruppo, poi, le cose sono ancora più complicate. Qui a contare è anche la struttura istituzionale del gruppo sociale in cui è condivisa quella credenza. La sua stessa malleabilità aiuta a determinare se la comunità si adatti o si trinceri: più una comunità è di tipo autoritario, più tenderà ad escludere tutti coloro che si allontanano anche solo leggermente dal sistema di valori, meno sarà aperta al cambiamento. Un’altra questione è la grandezza della comunità. La Chiesa cattolica, ad esempio, per quanto apparentemente gerarchica (in effetti, lo stesso termine gerarchia deriva dalla sua struttura paramilitare piena di ordini e vincoli; significa “comando dei sacerdoti”), è stata molto elastica nell’interpretazione delle sue credenze principali. Questo in larga parte dipende dal fatto che la Chiesa non è piccola ed esistono de facto molti centri di comando oltre al clero. Per esempio, i Gesuiti hanno giocato un ruolo importante nell’adozione, adattamento e accettazione delle verità scientifiche, mentre altri premevano per un ritorno a credenze precedenti e più conservatrici. Le dottrine cristiana, ebraica e islamica sono state capaci in vari modi di adattarsi alle nuove scienze e alle nuove condizioni sociali (come mostrò approfonditamente, alla fine del Diciannovesimo secolo, Harnack nel suo classico Storia del Dogma).

Ma possono essere individuate alcune caratteristiche generali. La  prima è che più il gruppo si affida alle autorità perché dicano ai fedeli in cosa devono credere, meno mutevole è la tradizione. Come ho sostenuto  nell’articolo sul creazionismo razionale, questo è dovuto a una divisione doxastica del lavoro: molti di noi non hanno tempo per approfondire le idee scientifiche più tecniche, per esempio, e quindi ci affidiamo alle autorità riconosciute in materia. Ma le autorità che scegliamo come punti di riferimento dipendono molto dal gruppo sociale con cui condividiamo una data fede. Scegliamo di credere alle nostre autorità anziché alle loro. Come ho già detto, questo, da un punto di vista evoluzionistico, dipende dal fatto che questi punti di riferimento sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Sposare le loro posizioni può avere un prezzo, ma è compensato dal risparmio di tempo, fatica e risorse che si ottiene accettando delle idee pronte e confezionate. Abbiamo un’inclinazione ad adottare il punto di vista di quelli fra i quali cresciamo, perché è economico, e con ogni probabilità non ci ucciderà. Solo quando entriamo in uno stato di crisi arriviamo a sfidare queste autorità, e anche in questo caso ci arriviamo per gradi, finché non raggiungiamo una (personale) soglia di incredulità.

Una seconda caratteristica dipende dal grado di coinvolgimento che abbiamo verso il resto della società in cui è collocato il nostro gruppo di riferimento. Persino l’Assemblea dei fratelli deve interagire con insegnanti, media e quella cultura popolare che è proprio lì sullo scaffale. Messaggi in conflitto con il nostro sistema di valori possono toccare altri punti sensibili (personali) che mettono in discussione le nostre convinzioni principali. Quando ciò accade, può scatenarsi una crisi da cui deriva una rapida conversione (o de-conversione) nelle convinzioni principali.

Questo è il motivo per cui uno dei più importanti campi di battaglia fra le varie ideologie è il controllo e la modifica del sistema educativo. Se si semina fra i bambini qualche dubbio su, poniamo, la biologia evolutiva, è razionale (in senso lato) per loro attenersi alle convinzioni sostenute dalla corrente di pensiero della cui comunità fanno parte. Ma se la biologia evolutiva (o qualsiasi altro tema) viene presentata nel contesto scolastico fermamente e senza contraddittorio con altre teorie, allora l’autorità di riferimento degli studenti potrebbe cominciare a essere messa in discussione. Come ho scritto nell’articolo sul creazionismo, una quantità sufficiente di dubbi tenderanno a far oscillare la traiettoria dello sviluppo di un credente, allontanandola dal sistema di valori esclusivo della sua comunità. L’intera popolazione diventa più “accomodazionista“.

Il che ci porta alla mia tesi conclusiva: l’immunità di branco. In materia di vaccinazioni, quando una quantità sufficientemente vasta di popolazione è stata vaccinata, l’epidemiologia della malattia per la quale si è stati vaccinati raggiunge un punto in cui la possibilità di infezione fra i non vaccinati (i neonati, per esempio) è molto bassa. Le ideologie si comportano come agenti patogeni (metafora fin troppo abusata, secondo me) in questo senso: poiché gli spunti per le nostre convinzioni ci vengono dalle norme sociali con cui siamo a contatto, quando queste norme sono ragionevoli, quelle irrazionali tendono a naufragare, creando una pressione sociale nell’evoluzione delle credenze affinché non siano troppo assurde, altrimenti il credente verrà isolato dal contesto sociale in cui vive. Un’educazione adeguata alle convinzioni razionali costringe quelle “stupide”, o quanto meno quelle stupide che hanno conseguenze nel mondo reale, a essere meno stupide.

Chiunque abbia conoscenza di genetica delle popolazioni sa che questo non significa che l’intera popolazione diventerà di colpo ragionevole. In genetica ed epidemiologia, il rapporto benefici-variabili negative raggiunge un punto di equilibrio chiamato strategia evolutivamente stabile. In economia, si chiama ottimo paretiano. L’aumento di una varietà diminuirebbe la qualità media della popolazione, quindi le due variabili rimangono in uno stato di equilibrio finché non cambiano le condizioni esterne. E’ per questa ragione che io non credo che la religione “scomparirà”, come pensano invece molti razionalisti. Dalla religione derivano benefici di gruppo, e anche nella più secolare delle società, finché il “costo” dell’essere religioso non supererà i benefici, la religione come istituzione permarrà.

Quindi, al fine di curare i supposti mali della religione (o del conservatorismo, delle pseudoscienze, del radicalismo, etc), la strategia migliore per coloro le cui idee sono empiricamente fondate è, secondo me, di resistere ai tentativi di diluire la scienza e le altre forme di educazione. In questo modo si creerà una pressione selettiva contro le idee estremiste. Un approccio simile potrebbe essere adottato nelle lezioni di Educazione Civica contro gli estremismi politici e via dicendo.

Prima di concludere, dovrei chiarire un punto: non sto sostenendo di essere il solo ideologicamente puro e coerente con le mie idee. Ciò che dico in generale si applica anche a me (questa è una delle critiche che spesso vengono avanzate al Marxismo, che Marx si ritiene immune dalla falsa coscienza). Ritengo di avere anche io convinzioni conflittuali, e una delle ragioni per cui ho condiviso questi pensieri qui è per ricevere dalla comunità lo stesso tipo di correzioni di cui ritengo abbiano bisogno quelli che ho portato ad esempio.  Io sono un radicale (sempre di più man mano che invecchio), ambientalista, liberal a-partitico affine a John Stuart Mill e molto, molto, sostenitore della scienza. Ritengo di avere non pochi difetti. Come mi disse una volta un amico, sono come un gobbo che non può vedere la propria gobba, ma vede quella di tutti gli altri. Mi aspetto di sentirmi dire tutto questo. Ma ritengo che questa analisi sia all’incirca corretta.

Immagine: l’Apocalisse in una chiesa ortodossa, da Wikimedia

via Come discutere con chi crede in cose ridicole.

Pubblicato in Ateoagnosticismo-Anticlericalismo, saggi | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La discussa funzione dell’orgasmo femminile – Bio-Love.it

La discussa funzione dell’orgasmo femminile

 

17 novembre 2014da

 


La scienza è un gioco bellissimo. E come tutti i giochi, ha delle regole. Chi vuole partecipare deve quindi essere pronto a rispettarle.

Questo significa che chiunque abbia un’idea, una teoria, un pensiero, un’ipotesi o quant’altro possa proporla all’intera comunità scientifica. A patto però che rispetti (almeno) 3 regole: deve essere rivedibile (nuovi dati possono modificare una teoria, anche millenaria), replicabile (tutti possono testare quella teoria, ottenendo gli stessi risultati) e pubblica (tutti devono avere accesso a quella conoscenza).

L’orgasmo femminile è un tema che perfettamente si inserisce in questo contesto di conoscenza dibattuta e costruita all’interno di una comunità in continua crescita. È un case study estremamente interessante, epistemologicamente parlando.

Il tabù del sesso

Nel 1730 Linneo scrive un trattato di botanica nel quale anticipa alcuni dei concetti poi meglio espressi, 5 anni più tardi, nel suo Systema Naturae. Nel testo comparivano però espressioni come “organi riproduttivi” (delle piante) e proprio a causa di questo linguaggio considerato immorale, fu condannato per “sospetto di libertinismo”.

Non sorprende quindi che i primi studi scientifici in campo sessuale siano partiti solo in epoche più recenti. In particolare la seconda metà dell’800 ha visto nascere alcuni dei pionieri della sessuologia moderna, come Havelock Ellis, Richard von Krafft-Ebing e Karl Heinrich Ulrichs.

pistillo-pistil-fioreIl pistillo è l'elemento femminile del fiore e contiene l'ovario.

Definizioni

Se provate a googlare la definizione di “orgasmo”, potrete imbattervi nelle più disparate e pittoresche descrizioni, in particolare se finite su community popolate da ragazzi/e under 20. Attenendoci però al campo medico, l’orgasmo (sia maschile che femminile) è definito come quel fenomeno caratterizzato essenzialmente da due fattori:

  • Contrazioni muscolari nella zona pelvica
  • Parziale perdita dello stato di coscienza

Tutto qui. Non serve altro.

Diversi tipi di orgasmi?

Capita tutt’ora di sentir parlare di due differenti tipi di orgasmo femminile, mentre di un solo tipo di orgasmo maschile. La distinzione di orgasmo in vaginale e clitorideo la si deve in gran parte a Sigmund Freud. Senza nulla togliere al fondatore della psicanalisi, è però necessario precisare che molte delle asserzioni che il neurologo austriaco fece nei suoi testi, siano state ora ampiamente ridimensionate.

I sessuologi americani William Masters e Virginia Johnson descrissero accuratamente, negli anni ’60, molti dei processi fisiologici legati alla sessualità umana. A loro si deve infatti la moderna concezione di orgasmo, con tanto di smentita delle teorie freudiane. Ovviamente, per poter affermare che esiste un solo tipo di orgasmo e non due, Masters e Johnson portarono a supporto della loro tesi studi approfonditi sul caso (si calcolano un totale, nel corso degli anni, di oltre diecimila atti sessuali analizzati, compiuti da circa 700 volontari).

È proprio perché la comunità scientifica ha le tre caratteristiche indicate prima, che una coppia americana di sessuologi può mettere in dubbio le teorie di un pilastro della scienza moderna come Freud. E lo può fare solamente con i dati in mano: dati pubblici, replicabili e rivedibili in ogni momento.

Ciò che Masters e Johnson descrissero infatti è la presenza di un solo tipo di orgasmo, derivato dalla stimolazione meccanica della clitoride. A livello embrionale infatti, lo sviluppo del pene e della clitoride hanno la medesima origine. Esiste una completa simmetria tra gli organi dell’apparato maschile e quello femminile, che si dispongono poi anatomicamente in modo differente con il completamento dello sviluppo del feto.

La clitoride presenta, come il pene, due corpi cavernosi che una volta uniti, formano un organo unico di forma cilindrica, alla cui estremità è presente un glande, sormontato da un prepuzio clitorideo. Il glande clitorideo è una zona fortemente vascolarizzata e riccamente innervata (così come lo è il glande penieno) ed è il principiale responsabile dell’orgasmo femminile.

L’eccitazione sessuale a livello psicologico offre fattori aggiuntivi in grado di amplificare o facilitare le sensazioni legate all’orgasmo. L’impulso, di per sé, ha però un’origine prettamente meccanica, ma il cervello può fungere da cassa di risonanza.

clitoride-Clitoris_anatomy_labeled-enAnatomia della clitoride e Funzione dell’orgasmo

L’approccio della scienza allo studio del mondo naturale prevede quasi sempre una fase iniziale di tipo descrittivo. Lo scienziato cerca infatti di descrivere ciò che osserva, riportando le caratteristiche fenomenologiche nel modo il più oggettivo possibile. A questa fase segue tipicamente una fase cognitiva – deduttiva, dove si cerca una spiegazione logica e razionale al fenomeno, e (preferibilmente) che sia in accordo con ciò che fino a ora è già stato studiato e descritto in letteratura.

Nel caso in cui i nuovi dati non siano in accordo con ciò che già si era descritto, lo scienziato è pronto a rivedere anche tutti gli studi precedenti e, nel caso in cui sia necessario, smentirli di fronte a una nuova evidenza.

«Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.»
(Albert Einstein, lettera a Max Born, 4 dicembre 1926)

Alfred Kinsey fu uno zoologo e sessuologo statunitense. Avendo lavorato per anni come entomologo, Kinsey pensò (probabilmente per deformazione professionale) che fosse necessario catalogare ed etichettare scientificamente ogni tipo di comportamento all’interno della sfera sentimentale e sessuale. A lui si deve infatti la prima indagine statistica nell’ambito del comportamento sessuale umano. Un totale di 18.000 interviste formano il materiale del rapporto Kinsey: due volumi intitolati l’uno “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) e l’altro “Il comportamento sessuale della donna” (1953).

Nei suoi scritti, Kinsey dedica spazio anche all’orgasmo. La fase descrittiva sopra citata è però molto indiretta. Tutti i dati che Kinsey elabora nei suoi testi, sono frutto di interviste sottoposte a volontari che accettano di raccontare la propria sfera più intima e personale allo scienziato americano.

Oltre al diverso valore che maschi e femmine tendono a dare all’atto sessuale di per sé, ciò che colpì Kinsey, fu la possibile diversa funzione che doveva avere l’orgasmo femminile rispetto a quello maschile.

“Pezzi di formaggio, sparsi davanti a due ratti che copulano, distrarranno la femmina, ma non il maschio.”
Alfred Kinsey

In seguito alle interviste, Kinsey e il suo team elaborarono una tesi secondo la quale l’orgasmo femminile avesse una particolare funzione di risucchio dello sperma, legata alle contrazioni muscolari che lo contraddistinguono.

La teoria (di tipo prettamente speculativo) sembrava accettabile: offriva infatti una spiegazione compatibile con le conoscenze già presenti in letteratura (funzione dello sperma, evoluzione dei meccanismi riproduttivi, interconnessione tra tasso di fertilità e motilità degli spermatozoi, presenza di contrazioni di tipo muscolare durante la fase orgasmica, eccetera).

Accadde però che, qualche anno dopo, sempre Masters e Johnson, decisero di confutare anche questa teoria, e lo fecero con un esperimento molto particolare.

Innanzitutto prepararono dello sperma artificiale: un liquido a base acquosa contenente piccole dosi di farina, al fine di ottenere la corretta consistenza albuminosa. A questo composto aggiunsero poi una sostanza radio-opaca (ossia visibile ai raggi X). Attraverso un sistema molto simile al diaframma anticoncezionale (una semisfera cava in gomma, normalmente riempita di spermicida) inserirono lo sperma artificiale all’interno delle vagine di 5 volontarie che si concessero, gentilmente, alla scienza. Dopodiché fu chiesto alle donne di masturbarsi fino a raggiungere l’orgasmo, mentre il tutto veniva osservato attraverso un radio schermo. Lo sperma artificiale radioattivo poteva quindi essere osservato durante le contrazioni muscolari dovute all’orgasmo, verificando o smentendo la teoria del risucchio della scuola Kinseniana.

Risultato? Zero risucchio. In tutte e 5 le donne, lo sperma artificiale se ne stava lì dov’era, nonostante l’orgasmo.

Trascurando l’eccesso di facilità con cui negli anni ‘60 si somministravano sostanze radioattive, il concetto che sta alla base di questo esperimento è tanto semplice quanto efficace. Masters e Johnson hanno dimostrato che la teoria di Kinsey non era perfetta. E questo è stato possibile perché, in quanto teoria scientifica, era pubblica, controllabile e rivedibile.

William-Masters-Virginia-JohnsonVirginia Johnson e William Masters

La posizione moderna

La psicologia, ma in particolare tutte le neuroscienze, stanno fornendo alla comunità scientifica una chiave di lettura del tutto nuova e molto promettente. Recentemente sono state avanzate nuove ipotesi riguardo la funzione di questo fenomeno. Quella più convincente spiega l’orgasmo femminile come un meccanismo utile alla donna non tanto per lei quanto per il proprio partner.

Componente essenziale nelle logiche di potere che prendono vita durante l’amplesso è l’aspetto valoriale che contraddistingue l’uomo rispetto alla donna. La capacità del maschio di far provare piacere alla propria partner, mette in moto una serie di meccanismi psicologici a livello inconscio tali per cui aumentano le sensazioni di valore, potere e autostima. Un uomo che avrà provato tali sensazioni, sarà quindi portato a ripetere l’atto con quella stessa donna. E in questo modo la donna ha un’altra strategia da mettere in atto per tenere a sé il partner.

Dal punto di vista evolutivo, vista la somiglianza dei genitali maschili e femminili, soprattutto a livello embrionale, potrebbe esserci un legame più profondo di tipo fisiologico. L’orgasmo ha, nel maschio, una funzione precisa: le contrazioni muscolari sono essenziali per l’eiaculazione. Nella donna potrebbe essersi mantenuta la funzione per i motivi appena descritti.

Conclusioni

La cosa più interessante di tutto il dibattito è che ciò è possibile perché la comunità scientifica gioca rispettando sempre le tre regole citate a inizio pagina. Non ne basta una su tre, e nemmeno i 2/3. Devono essere presenti tutte e tre.

Applicando semplicemente queste tre regole, così come hanno fatto Masters e Johnson, saremmo in grado di discriminare in poco tempo ipotesi con una validità scientifica dalle pseudoscienze.

Applicando queste tre semplici regole non avremmo avuto alcun caso stamina.

Chi decide di giocare a questo gioco chiamato scienza, deve rispettare queste semplici regole, e aspettarsi che di fronte a nuovi dati e nuove evidenze, la sua teoria può essere in ogni momento confutata.

«Il vero scienziato, per quanto “creda” con forza all’evoluzione, sa esattamente che cosa gli farebbe cambiare idea: prove contrarie. Come rispose J. B. S. Haldane quando gli chiesero che cosa avrebbe potuto smentire l’evoluzione: «Conigli fossili nel Precambriano».»
(Richard Dawkins, L’illusione di Dio, 2006)

La scienza non offre Verità con la V maiuscola. Quella è una prerogativa che spetta alle religioni o alle filosofie mistico – trascendenti. La scienza, molto più umilmente, cerca di dare una spiegazione che sia il più possibile logica e razionale, inserita nel complesso storico e culturale in cui viviamo. Offre una spiegazione, a patto che questa sia pubblica, replicabile e rivedibile in ogni momento. E per ora, questo modello, è una delle poche cose su cui si possa far davvero affidamento.

via La discussa funzione dell’orgasmo femminile – Bio-Love.it.

Pubblicato in Libri, Scienza | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Unioni civili, il falso problema del loro costo

Unioni civili, il falso problema del loro costo

da Wired

(Foto: Getty)

 

I diritti non sono una questione di portafogli. Mai. Fatta la necessaria premessa è interessante notare l’inconsistenza dell’argomentazione economica, che ogni tanto spunta tra quelle etiche, socioculturali e millenaristiche di chi si oppone al ddl Cirinnà.

Se ne era fatto portavoce l’attuale ministro degli Interni Angelino Alfano, che recentemente ha esternato la sua piena adesione alla piattaforma del Family Day. “Se intervenissimo sulle pensioni di reversibilità il tema costerebbe circa 40 miliardi di euro” dichiarava lo scorso 10 marzo, parole riportate anche sul suo sito personale.

La cifra apparì subito esagerata, visto che nel 2013 la spesa complessiva per sostentare i coniugi dei lavoratori pensionati deceduti, fu pari a 38 miliardi. Quindi inferiore a quella che andrebbe in tasca ai cittadini omosessuali, una volta regolarizzate le loro posizioni. Peccato che i gay, secondo dati Istat del 2011, sono circa un milione su oltre 59 milioni di italiani, il 2,4% circa del totale.

Eppure i fantasmi della bancarotta evocati da Alfano hanno contribuito a rallentare ulteriormente l’iter di un provvedimento che vaga per il Parlamento da giugno 2014.

L’errore contabile è stato certificato alcuni mesi dopo dal ministero dell’Economia e delle finanze, secondo cui gli oneri complessivi per le casse dello Stato derivati dal ddl andrebbero dai 3,7 milioni di euro nel 2016 ai 22,7 milioni nel 2025. Numeri dati dalla somma di minor gettito Irpef per le detrazioni fiscali (dai 3,2 milioni del 2016 ai 16 milioni del 2025), maggiori prestazioni per assegni al nucleo familiare (600mila euro circa complessivi), maggiori prestazioni pensionistiche di reversibilità (0,1 milioni nel 2016, 6,1 nel 2025).

bufale gay

Numeri che derivano dall’ipotesi prudenziale effettuata dal Mef, che ha calcolato la possibilità che in Italia entro il 2025 siano firmate 67mila unioni civili “in analogia all’esperienza tedesca”. A oggi, sempre secondo statistiche prodotte dall’Istat, sono 7.500 le coppie omosessuali dichiarate nel Paese.

Tutto ciò mentre cala ogni anno il numero dei matrimoni, che sono stati 189.765 nel 2014. E mentre nel Piano nazionale contro la povertà del governo si valuta la possibilità di modificare il meccanismo che stabilisce l’entità delle pensioni di reversibilità, che saranno definitivamente ancorate al reddito e che risulteranno meno impattanti per le casse dello Stato.

“Ci sono infiniti dati che lo dimostrano: l’incidenza del provvedimento è talmente bassa che non ha rilievo – commenta Alessandro Sartori, presidente dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia (Aiaf) -. Parliamo di cifre ridicole per un’economia come quella italiana. Con l’approvazione del Cirinnà, lo Stato potrebbe al contrario risparmiare risorse e energie che oggi impegna a difendere una posizione obsoleta, che non crea vantaggi a nessuno”.

Secondo Sartori la copertura finanziaria delle unioni civili non è in discussione, quindi l’argomentazione cade. Rimarranno, anzi si intensificheranno, invece le sanzioni di Strasburgo se l’Italia non avvicinerà presto i suoi standard a quelli del continente.

(foto: Getty Images)

(foto: Getty Images)

(foto: Getty Images)

Lo scorso luglio la Corte europea dei diritti umani ci ha condannato per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali. Secondo i giudici, la negazione delle pubblicazioni per potersi sposare, opposta dai funzionari di tre diversi comuni a altrettante coppie gay, va contro l’articolo 8 della Convenzione dei diritti umani. Risarcimento: 5mila euro a ciascuna coppia.

Poca cosa, forse, ma parliamo di un Paese che nel 2012 ha versato indennizzi ai suoi cittadini per 120 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata da uno degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

A oggi, in Europa, solo Italia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania non riconoscono né le unioni civili né i matrimoni omosessuali, nonostante la recente approvazione di una relazione del Parlamento europeo che, “prendendo atto dell’evolversi della definizione di famiglia”, chiede “il riconoscimento dei diritti delle famiglie omosessuali”.

E se proprio si vuole tirare in ballo l’economia, piuttosto che improvvisare dati fallaci, si potrebbe citare l’esempio di New York, dove dal 2011 l’unione delle coppie gay ha lo stesso valore di quelle eterosessuali. Nel primo anno di vita, secondo quanto riportato dall’allora sindaco Bloomberg, i matrimoni omosessuali hanno generato un giro di affari da 259 milioni di dollari e 16 milioni di fatturato per la città. Senza parlare dei benefici economici associati a una più generale politica gay-friendly.

Pubblicato in Articoli su vari argomenti | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento