Incostituzionale è non dare i diritti

Incostituzionale è non dare i diritti

da Libertà e Giustizia 6 febbraio 2016

di Felice Casson    

Sono uno dei primi firmatari del disegno di legge sulle unioni civili, cosiddetto Cirinnà, all’esame del Senato. Desidero però precisare di averlo sottoscritto a fatica, perché costituisce un compromesso, il terzo o forse addirittura il quarto compromesso al ribasso rispetto alla proposta normativa originaria. Meno di così, francamente, non mi parrebbe proprio possibile discutere di unioni civili o di convivenze di fatto e tanto meno votarle. Nel tentativo di venire incontro alle necessità sociali e istituzionali di persone ancora oggi discriminate per ragioni sessuali e di bambini cui vengono ancora oggi negati diritti fondamentali, abbiamo accettato di riscrivere il testo del disegno di legge, smorzandone alcuni toni, pur ribadendone i capisaldi imprescindibili. Motivi per cui voterò questo testo, ma pure tutti gli emendamenti estensivi a favore del pieno riconoscimento delle unioni omosessuali.

Si continua a parlare di presunta incostituzionalità del disegno di legge, ma incostituzionale è semmai l’assenza di alcuna tutela nei confronti delle coppie dello stesso sesso e dei loro bambini. Lo ha chiarito la Consulta che, con la sentenza-monito n. 138 del 2010 e con la n. 170 del 2014 sul cosiddetto “divorzio imposto”, rilevando appunto un vuoto normativo in materia, ha imposto al legislatore di intervenire con la «massima sollecitudine» per introdurre una disciplina che tuteli queste formazioni sociali in cui, secondo l’articolo 2 della Costituzione, si sviluppa la personalità umana. E la Corte europea dei diritti dell’uomo a luglio scorso ha condannato l’Italia proprio per l’assenza di una disciplina che garantisca adeguata tutela per le unioni non matrimoniali.

Dunque il ddl Cirinnà, lungi dall’essere incostituzionale, dà invece attuazione, seppur tardiva, all’articolo 2 e pone semmai fine alla violazione del principio di non discriminazione sancito dall’articolo 3 (così come si dovrebbe fare per quelle formazioni sociali quali, in primo luogo, partiti e sindacati, le cui garanzie costituzionali non hanno ancora trovato compiuta attuazione). Il limbo giuridico che caratterizza oggi le unioni omosessuali è, peraltro, incompatibile anche con l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che garantisce a chiunque il diritto di sposarsi e costituire una famiglia a prescindere dall’orientamento sessuale. Ed è proprio questa situazione (incostituzionale) di vuoto normativo, di indifferenza giuridica (persino per le convivenze di fatto), che vogliono mantenere coloro che si oppongono a questo disegno di legge, utilizzando motivazioni del tutto strumentali.

Come quella secondo cui l’adozione coparentale legittimerebbe la surrogazione di maternità. Non c’è in alcuna parte del disegno di legge qualcosa che minimamente consenta una tale lettura o interpretazione: il cosiddetto “utero in affitto” resta un reato e chi propone di inasprirne le pene, estendendole anche a chi ricorra alla gestazione per altri, non fa che negare il carattere laico che fonda la nostra democrazia. Qui si tratta invece, molto semplicemente, di prendere atto di tante situazioni di fatto di coppie che si amano; e di tanti bimbi e bimbe che già esistono e che hanno diritto a veder riconosciuto giuridicamente un rapporto essenziale per la loro crescita in condizioni serene. Sono queste le situazioni che il legislatore ha il dovere, sociale etico e giuridico, di regolamentare, tenendo ben presente il faro della uguaglianza, della dignità e della solidarietà.

Considerazioni analoghe andrebbero svolte per i milioni di persone che hanno deciso per una convivenza di fatto, che qualcuno, obnubilato, ha persino proposto di stralciare.

Non resta dunque che rivolgersi al Presidente della Repubblica per chiedere conferma di una attenzione speciale verso il rispetto della nostra Costituzione, violata non certo da questa legge ma dall’attuale condizione di vuoto normativo che circonda queste realtà, umane e sociali. Tale illegalità, sostanziale e giuridica, deve essere assolutamente sanata, venendo incontro alle esigenze e ai diritti di tutti, anche delle minoranze, dei più deboli e dei meno tutelati, senza far loro pagare responsabilità che di certo non hanno, nell’alveo dei princìpi di uguaglianza e solidarietà sanciti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.

il manifesto, 4 febbraio 2016

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Quello che dovete sapere prima di giudicare la legge Cirinnà

Hic Rhodus

120607_DX_SAME_SEX_COUPLE_CHILD.jpg.CROP.rectangle3-large.jpgSi sta per votare il testo della legge Cirinnà sulle Unioni civili in un Senato spaccato anche trasversalmente nella maggior parte delle forze politiche. Quello che non a tutti sembra chiaro è per cosa realmente si voti e quali siano i sentimenti reali della maggioranza del Paese.

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Il ritorno delle mummie

Il ritorno delle mummie

Il simplicissimus

111838240-ee4280a9-609c-415a-8814-f3865943c6a8Il giubileo straordinario andava male: un po’ la diffusione delle porte sante in ogni continente, un po’ la crisi economica, un po’ la paura del terrorismo non hanno portato a Roma e a Piazza San Pietro le folle di pellegrini che ci si aspettava e chi vive nella capitale può godere dello spettacolo grottesco di pattuglie armate fino ai denti, in perfetta solitudine davanti a chiese dove non compare un’anima viva. Così da una parte si è ridato spazio alle bancarelle prima escluse per ragioni di sicurezza e dall’altro sono stati gettati nel calderone dello show business religioso i pesi massimi della credulità popolare, ovvero le mummie di Padre Pio e di non so qualche altro santo sotto formalina utile ad attirare i pellegrinaggi  della slavonia cattolica.

E parlo a ragion veduta di credulità e non di fede o devozione, perché le carcasse esposte non hanno alcuna relazione con la religione cattolica ufficialmente praticata: le…

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Pillola dei 5 giorni dopo, molti farmacisti chiedono una ricetta che non serve

Pillola dei 5 giorni dopo, molti farmacisti chiedono una ricetta che non serve

di Elisa Manacorda

da www.repubblica.it 04 febbraio 2016

 

Pillola dei 5 giorni dopo, molti farmacisti chiedono una ricetta che non serveUna confezione di Ella one

 

UN’OPPOSIZIONE neanche troppo velata, quella dei farmacisti italiani nei confronti della contraccezione d’emergenza, cioè la pillola da prendere dopo un rapporto a rischio per evitare una gravidanza indesiderata. Una opposizione sostenuta, però, da una diffusa ignoranza delle donne. Che spesso non conoscono i loro diritti, o non sanno come farli valere. Così, in Italia la contraccezione d’emergenza resta un diritto negato. Ancora oggi troppe ragazze si vedono rifiutare l’acquisto della “pillola dei cinque giorni dopo” a base di ulipristal acetato, che dal maggio scorso, secondo una direttiva dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), potrebbe invece essere ottenuta dalle maggiorenni senza ricetta medica e senza test di gravidanza, dunque in tutta facilità. E invece niente: alla richiesta molti farmacisti nicchiano, temporeggiano, negano, fanno resistenza. In una parola, ostacolano. Così in Italia quello che potrebbe essere uno strumento prezioso per evitare gravidanze indesiderate resta al palo.

L’indagine. Lo dimostrano una volta di più i dati dell’Indagine nazionale condotta da SWG e Edizioni Health Communication sulla facilità di accesso alla contraccezione d’emergenza presentati oggi a Roma. Secondo l’indagine, condotta su un campione rappresentativo di 400 donne tra i 18 e i 40 anni di età e 100 farmacisti italiani distribuiti su tutto il territorio nazionale, in linea teorica sono tutti d’accordo, le prime e i secondi: la contraccezione in generale è importante (lo sostiene il 95 per cento delle donne e il 93 per cento dei farmacisti), e quella di emergenza lo è ancora di più, essendo considerata sostanzialmente utile ed efficace (oltre il 90 per cento delle donne, 96 per cento dei farmacisti). Ma quando si passa alla pratica, in pochi sanno davvero di cosa si stia parlando. E se lo sanno, spesso remano contro.

Donne che non conoscono la legge. Partiamo dalle donne: sono ancora molte quelle che non conoscono la normativa. Poco meno di un terzo del campione femminile è convinto che l’obbligo di prescrizione esista, e quasi la metà non ne sa nulla, mentre solo il 16 per cento si dichiara ben informato. Più della metà di loro, poi, ha paura della pillola del giorno dopo, e la considera pericolosa. E tuttavia le donne sanno bene quanto sia difficile ottenere la preziosa compressa: “I farmacisti? Fanno storie, e chiedono la ricetta anche se non serve”, dice il 43 per cento del campione femminile. Perché “fanno obiezione di coscienza”, pensano in tante.

Poco preparati anche i farmacisti. Dall’altra parte del bancone le cose non vanno meglio, tutt’altro. I farmacisti ammettono che sì, certo, l’autodeterminazione della donna a una maternità programmata è importante. Concordano sul fatto che la pillola del giorno dopo sia utile (86 per cento del campione) ed efficace (96 per cento). E però poi, quando si chiede loro cosa sappiano delle caratteristiche qualitative dell’uliprostal acetato, solo tre su dieci sanno che questo è tre volte più efficace della “vecchia” pillola del giorno dopo a base di levonorgestrel, se assunto nelle prime 24 ore dal rapporto a rischio. Anche tra i professionisti del farmaco, poi, c’è chi sostiene che la pillola sia pericolosa.

La resistenza ‘passiva’ al banco. A ritenerla tale sono soprattutto i farmacisti cattolici praticanti (61%). Che infatti, in nome di un malinteso “bene della paziente”, sono tra quelli che più pervicacemente si rifiutano di venderla in assenza di prescrizione. Eppure le regole sono note a tutti. La stragrande maggioranza dei farmacisti conosce bene la Direttiva dell’Aifa che consente l’acquisto dell’ulipristal acetato senza ricetta (solo il 14 per cento dichiara di non saperne nulla), ma quasi la metà del campione non condivide le scelte dell’Agenzia. Perché? “Perché così le donne la usano con troppa facilità”, dicono. E allora, ammettono gli intervistati, la categoria oppone resistenza passiva, evitando di seguire le indicazioni di legge. Costringendo le donne meno informate a un faticoso e umiliante giro delle farmacie, e quelle più consapevoli alla denuncia: prima alle associazioni che tutelano la salute della donna. Poi, se non basta, ai Carabinieri.

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Le stigmate come malattia

Le stigmate come malattia

di Armando De Vincentiis

da https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=274400

Sul Numero 49 di Scienza & Paranormale, chi scrive effettuò un’analisi preliminare sulla fenomenologia mistico-religiosa della nota Veggente di Paravati Natuzza Evolo, recentemente scomparsa. Già in quell’articolo si evidenziò l’importanza del contesto religioso nel rinforzare e sostenere l’intera espressione del fenomeno, che non si concludeva solo con l’evidenziazione dei segni della passione di Cristo (stimmate) ma anche con eventi tipici della tradizione cattolico cristiana, quali le presunte bilocazioni, la comunicazione con i morti e l’attribuzione di guarigioni miracolose. Inoltre, in quell’analisi veniva presa in considerazione la componente storico culturale del fenomeno stigmatico, argomentando sulla sua comparsa avvenuta solo dopo la proliferazione dell’iconografia rappresentativa del vangelo in epoca medioevale e per la quale si rimanda alla lettura dell’articolo.

Il nuovo approfondimento che si propone ora su Query è esclusivamente di carattere clinico ed è orientato a sostenere l’ipotesi che la fenomenologia stimmatica evidenziata dalla veggente Natuzza sia compatibile con una affezione della pelle che, seppur rara, è ben descritta in letteratura medica. Ci si riferisce alla sindrome di Gardner-Diamond, definita anche “porpora psicogena”. Tale comparazione è resa possibile grazie al fatto che la sintomatologia di Natuzza è praticamente sovrapponibile con i casi documentati di porpora psicogena. Si tratta quindi di estrapolare il fenomeno dal suggestivo contesto religioso che non ne permette una lettura razionale dal momento che lo ammanta di mitologia ed ipotesi indimostrabili, le quali non lasciano reali possibilità di interpretazioni alternative.

La porpora psicogena

La porpora fu descritta per la prima volta nel 1955 da Gardner e Diamond che osservarono nei pazienti ecchimosi ricorrenti, spesso dolorose e sanguinanti in parti del corpo quali torace e arti, a tutt’oggi di non chiara eziologia. Il quadro sintomatico viene completato da altri segni quali parestesie, emorragie e alterazioni della vista.[1]

La sindrome fu denominata porpora “psicogena” nel 1968 da Ratnoff e Agle che rilevarono nei portatori di questa patologia una concomitanza di fattori psicologici. Da un lato la presenza di un contesto psico-sociale caratterizzato da eventi particolarmente stressanti e dall’altro la presenza di sindromi psichiatriche quali disturbi di personalità, disturbi psicosomatici e sindromi altrettanto rare come la Munchausen (autolesionismo).[2]

Sul Turkish Journal of Psychiatry nel 2010 alcuni autori descrivono il caso di una paziente di 29 anni che presenta strane ecchimosi sul corpo e lesioni emorragiche che nascono improvvisamente sulle braccia e sul torace. Le lesioni si presentano in media ogni 2 o tre mesi e si aggravano in corrispondenza di forti stress emotivi.

Comparvero, infatti, la prima volta dopo un trasferimento, in concomitanza di un divorzio. Le lesioni si presentarono come chiazze a forma di moneta prima sugli arti, per poi allargarsi in zone adiacenti. La storia della donna è caratterizzata da una situazione famigliare piuttosto conflittuale con una madre soggetta a svenimenti derivati dal burrascoso rapporto con il padre. La donna ha vissuto nell’incubo che i genitori potessero divorziare e ha sempre avvertito difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. Un matrimonio combinato dai genitori ed una relazione molto conflittuale con il marito completano la sua storia clinica. L’esame psichiatrico evidenziò, anche grazie a test clinici specifici che vennero somministrati alla paziente, la presenza di disturbi ossessivo compulsivi, problemi di insonnia e difficoltà di concentrazione, ansia e una possibile sindrome di Munchausen. Un altro dato che merita rilevare è che non vi era un quadro ematochimico di particolare rilievo, anche se venne avanzata l’ipotesi di reazioni autoimmuni e vasculiti di cui non si poteva però determinare una chiara spiegazione eziopatogenetica.[3]

In letteratura sono diverse centinaia i casi riportati di porpora psicogena e ognuno è accompagnato da situazioni sovrapponibili a quella appena descritta. Ciò che appare particolarmente rilevante è anche la forma delle lesioni che, in alcune occasioni, si presentano in modo simmetrico o con caratteristiche morfologiche così curiose da poter essere interpretate in maniera anche molto fantasiosa.

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Fig.1 – Immagine tratta da Psychosomatics 51:3, May-June 2010

Un esempio è riportato sulla rivista scientifica Psychosomatics, sulla quale viene descritto il caso di una donna di 50 anni in cui le lesioni presenti sulla fronte diventarono particolarmente evidenti e suggestive in seguito a situazioni di stress emotivo (fig. 1). Anche in questo caso gli autori hanno riscontrato la presenza di un disturbo depressivo associato a un disturbo ossessivo compulsivo e gli esami ematochimici non sono stati di particolare rilievo ai fini diagnostici.[4]

In generale, pazienti afflitti da questa sindrome provengono da situazioni famigliari non prive di conflitti, spesso hanno una certa difficoltà ad esprimere le loro emozioni o rabbia ed una spiccata tendenza alla somatizzazione. La comorbilità con patologie psichiatriche è sempre stata evidenziata, in particolare ci si riferisce a disturbi della coscienza di tipo dissociativo, disturbi di personalità borderline e tendenze autolesionistiche.

Non vi è un solo caso riportato in cui le implicazioni psicologiche non fossero evidenti dopo una approfondita valutazione del fenomeno. Nella maggior parte dei casi le indagini biologiche risultano nella norma, non si riscontrano disturbi della coagulazione, né infiammazioni o anomalie autoimmuni tant’è che si assiste ad una regressione della malattia quando i soggetti sono sottoposti a trattamenti psicofarmacologici associati a psicoterapia.[5]

Tuttavia, anche in presenza di eventuali alterazioni fisiche, l’influenza psicologica non potrebbe comunque essere esclusa, dal momento che in particolari stati alterati, conseguenti a forti emozioni, si evidenzia un accrescimento dell’attività fibrinolitica in grado di determinare formazioni di ecchimosi cutanee, come ben discusso da Panconesi e colleghi in un articolo pubblicato nel 1955 in International Angiology.[6]

Comparazioni con la fenomenologia di Natuzza Evolo

 

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Sulla base delle informazioni in nostro possesso è possibile evidenziare quanto il quadro sintomatologico di Natuzza Evolo, sia sotto l’aspetto fisico che psicologico, possa essere paragonato a quello dei portatori della sindrome di Gardner-Diamond. Questa sindrome non le fu mai diagnosticata poiché, come è stato già evidenziato in apertura di questo articolo, le implicazioni religiose del contesto sociale nel quale viveva spingevano ad interpretare il fenomeno in chiave soprannaturale, attribuendo alla probabile patologia connotazioni mistiche che ne impedirono anche una possibile risoluzione.

Le informazioni di particolare rilievo che forniscono un quadro clinico di Natuzza sono state ricavate da una pubblicazione del professor Annibale Puca che compare nel volume degli atti del ventiquattresimo congresso nazionale di psichiatria di Venezia avvenuto nel settembre del 1948 in cui furono discussi i resoconti clinici dello stesso professore, allora direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria dove la giovane Natuzza fu tenuta in osservazione.

Storia clinica.

La storia famigliare, caratterizzata da un quadro non certo sereno dell’infanzia di Natuzza, permette una prima comparazione con le storie cliniche di portatori della sindrome di Gardner-Diamond.

Figlia di un emigrato e di una donna con frequenti problemi giudiziari, fu costretta fin da giovanissima ad accudire i suoi fratellini. Moralmente rigida e fortemente religiosa, visse gli arresti della madre come eventi particolarmente traumatici che la spinsero ad allontanarsi e a prestare servizio presso una famiglia del luogo.

Ed è proprio in quel periodo che vengono descritte le sue prime reazioni psicopatologiche quali visioni e convulsioni, già allora definite isteriche. Ad esse si associarono allucinazioni, stati di malessere generale fino a quando nell’ottobre del 1938 cominciarono i primi sanguinamenti dal viso, dal petto, dagli arti e dagli occhi.

Nell’aprile del 1941fu ricoverata all’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria dove rimase in osservazione per 2 mesi.

Le osservazioni evidenziarono un dermografismo rosso vivo e la formazione di numerose petecchie emorragiche. È interessante sottolineare che, poiché al fenomeno era già stata attribuita una spiegazione di tipo sovrannaturale anche in relazione alle testimonianze di presunte proprietà extrasensoriali, nell’ospedale fu allestito un laboratorio di psicologia, allo scopo di testare la presenza di tali capacità mediante la somministrazione di stimoli a distanza, di tipo acustico, visivo ed olfattivo, e attraverso test fatti con le carte. Nessuno risultò positivo!

Le osservazioni proseguirono evidenziando altri segni di rilievo medico-psicologico tipici di una reazione dissociativa quali analgesia, eloqui in seconda persona e alterazioni della coscienza, oltre che le ben note sudorazioni ematiche. Va evidenziato che le testimonianze sulle chiazze ematiche somiglianti a rappresentazioni simboliche o a scritte che vennero riscontrate sui panni posti sul corpo di Natuzza non possono assumere particolare rilievo clinico-scientifico dal momento che nessuno le ha mai viste formarsi sotto i propri occhi. In effetti, anche le infermiere che sorvegliavano Natuzza durante il ricovero, le cui testimonianze vengono spesso citate quali prove dell’autenticità del fenomeno, riscontrarono i segni solo in momenti successivi alla loro formazione. Appare ovvio che nessuna ipotesi su interventi artificiosi effettuati dalla stessa Natuzza in uno stato di coscienza alterato, seppur in buona fede, possa essere esclusa.

Il professor Puca già allora parlò di manifestazioni isteriche come conseguenza di traumi infantili e di un inconscio bisogno di rivalutazione e di volere apparire. Escludendo il trucco, Puca si dilungò in una dettagliata disquisizione sulla psicosomatica del fenomeno argomentando su una serie di possibilità psicofisiologiche in grado di spiegare come il fenomeno delle ferite ematiche potesse prodursi. Dato importantissimo è che nel corso di questo ricovero, nel quale venne condotta un minimo di osservazione controllata non fu possibile osservare alcuna evidenza sovrannaturale.[7]

Apparirà piuttosto semplice per il lettore comprendere come l’intera fenomenologia di Natuzza Evolo possa essere compatibile con l’ipotesi della sindrome di Gardner-Diamond o porpora psicogena. I segni di Natuzza non si limitavano alle sole stimmate delle mani o dei piedi dell’iconografia sacra, ma si manifestavano anche in parti diverse del corpo. Allo stesso tempo, in età adulta, la convinzione di dialogare con i morti, i viaggi estatici improvvisi descritti, al di là delle interpretazioni mistico-religiose al di fuori di ogni evidenza scientifica, non lasciano grandi dubbi sulle implicazioni psicologiche del fenomeno.

Una volta che si sia escluso il contesto religioso i casi riportati in letteratura di porpora psicogena sono del resto sovrapponibili a quelli di altri mistici celebri. Un esempio è quello della nota mistica Teresa Neumann, che presentava ferite inspiegabili in diverse parti del corpo e emorragie agli occhi e alle orecchie, oltre ad evidenziare segni di psicopatologia come la dissociazione. Essa, infatti, entrava in estasi e parlava in seconda persona.[8] Anche nel caso di Teresa i segni erano particolarmente accentuati in quei periodi di particolare esaltazione emotiva per chi è animato da fede religiosa, come ad esempio la Pasqua o il venerdì Santo.

Con questo articolo non ho voluto mettere in alcun modo in dubbio la buona fede della signora Natuzza, né dei mistici che presentano una sintomatologia simile. Ho invece voluto evidenziare come una sindrome ben nota possa non essere riconosciuta o considerata tale solo perché i sintomi vengono filtrati dal contesto religioso. La conseguenza è che forse è stata proprio l’interpretazione religiosa del fenomeno ad aver impedito una guarigione, o per lo meno un vissuto meno sofferente di questi poveri soggetti che sono stati quindi in qualche modo delle vittime, se pure in total buona fede, delle forti pressioni del contesto storico e culturale nel quale hanno vissuto.

Note

1) Indian J Dermatol Venereol Leprol| September-October 2006|Vol 72|

2) Türk Psikiyatri Dergisi 2010;Turkish Journal of Psychiatry

3) ibidem.

4) Psychosomatics 51:3, May-June 2010

5) La revue de médecine interne 26 (2005) 744–747

6) International Angiology. Stress, stigmatization and psychosomatic purpuras. June, 1995.

7) Atti XXIV Congresso Nazionale di Psichiatria, settembre 1948 in Il lavoro Neuropsichiatrico, vol IV Fasc. II, 1949.

8) I fenomeni fisici del misticismo, Cuneo 1952.

 

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6 febbraio, il mondo contro le mutilazioni dei genitali femminili – La Stampa

6 febbraio, il mondo contro le mutilazioni dei genitali femminili

da La Stampa 05/02/2016

di Valentina Acovio

Circoncisione femminile, escissione del clitoride, infibulazione e altri interventi di mutilazione dei genitali.

Per 30 Paesi, quasi tutti africani, sono tradizionali riti di passaggio, simboli di castità e rispettabilità femminile. Per il resto del mondo una barbarie che continua a perpetrarsi da secoli.

Contro questa drammatica e a volte anche tragica tradizione il 6 febbraio si celebrerà la Giornata Mondiale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili, nella speranza di sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica.

© UNICEF/UNI150852/Asselin

Photo Unicef

MUTILAZIONI GENITALI IN AUMENTO NEGLI STATI UNITI

Anziché diminuire con il tempo, queste pratiche stanno diventando ancora più diffuse. Secondo l’istituto sanitario Centers for Disease Control and Prevention (CDC) negli Stati Uniti il numero degli interventi è addirittura triplicato negli ultimi anni, a causa dell’aumento di immigrati.

QUELLE DONNE CUCITE VITTIME DI NONNE E ZIE (MARTINENGO)

IN ITALIA È UN REATO: SI RISCHIANO FINO A 12 ANNI (CARUCCI)

Il numero preciso delle donne mutilate è sconosciuto perché mancano dati attendibili. La pratica viene eseguita di nascosto perché vietata dalla legge americana, così come lo è in Italia. Si stima però che negli Stati Uniti più di mezzo milione di donne e bambini rischia di subire mutilazioni genitali. In particolare a rischio sono circa 513mila bambine e ragazze, nate o che hanno genitori nati nei paesi dove la tradizione è diffusa.

Erano 168mila nel 1990, secondo il CDC.

STORIA: «IN FUGA DAL MIO PAESE PERCHE’ NON VOGLIO MORIRE» (RUOTOLO)

© UNICEF/UNI153367/Nakibuuka

Photo Unicef

LA SITUAZIONE NEL RESTO DEL MONDO

Nel mondo, secondo il nuovo rapporto Unicef , almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni di casi in più di quelli stimati nel 2014, hanno subito mutilazioni genitali femminili. Tra le vittime, 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni; in questa fascia di età, la prevalenza maggiore è stata riscontrata in Gambia, con il 56%, in Mauritania con il 54% e in Indonesia, dove circa la metà delle adolescenti (con un età fino a 11 anni) ha subito mutilazioni. I paesi con la più alta prevalenza tra le ragazze e le donne tra i 15 e i 49 anni sono la Somalia (98%), la Guinea (97%) e Djibouti (93%).

Dati Unicef

Per capire, invece, quanto le mutilazioni genitali femminili siano diffuse in Europa basta guardare al numero delle donne che chiedono asilo dai paesi in cui questa barbarie è la normalità. Nel 2008 erano 18.110, nel 2013 hanno superato le 25mila.

© UNICEF/UNI58257/Asselin

Photo Unicef

L’ITALIA AL QUARTO POSTO IN EUROPA PER DIFFUSIONE DELLA PRATICA

In Italia, si stima che nel 2009 erano 35mila le donne vittime di mutilazioni genitali. Stando a questi dati, anch’essi inattendibili considerata la clandestinità con cui viene eseguita questa pratica, il nostro paese è al quarto posto in Europa. L’Italia però sta già da tempo facendo battaglia contro questo fenomeno. Si è iniziato con la campagna di Emma Bonino negli Anni 90, intitolata «Non c’è pace senza giustizia», e poi si è arrivati con l’approvazione di una legge che prevede da 3 a 16 anni per chi pratica la circoncisione femminile.

Tuttavia, le denunce sono state davvero pochissime e le campagne di formazione informazione irrisorie rispetto a quelle promesse.

INFIBULAZIONE: UN FAKE IL DECRETO CHOC DEL CALIFFO (CARUCCI)

La posta in gioco è davvero alta. «Possiamo davvero pensare di ignorare questo fenomeno?», si chiede Nicola Pasini, docente di Scienza politica presso il Dipartimento di Studi sociali e politici dell’Università degli Studi di Milano, e uno degli autori del testo «Migrazioni Generi Famiglie. Pratiche di escissione e dinamiche di cambiamento in alcuni contesti regionali» (Edito da FrancoAngeli). «In questo caso il relativismo culturale – continua – è irrilevante. Ci sono valori umani che dobbiamo condividere e il diritto alla salute e alla dignità della donna è uno di questi».

Dati Unicef

PROGETTO AIDOS CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI (PARLANGELI)

5 RAGIONI CHE SPINGONO A PRATICARE LE MUTILAZIONI GENITALI

Le mutilazioni genitali femminili vengono praticate, secondo l’Unicef, per una serie di motivazioni: per ragioni sessuali, quindi soggiogando e riducendo la sessualità femminile; per ragioni sociologiche, intese come veri e propri riti di passaggio, di integrazione sociale e di mantenimento della coesione nella comunità; per ragioni igieniche ed estetiche, in quanto in alcune culture i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni; per ragioni sanitarie, cioè nella convinzione che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino; e per ragioni religiose, in quanto molti credono che alcune religioni prevedano questa pratica. In genere, le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44 per cento dei casi in Eritrea e nel 29 per cento dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Photo Unicef

LE MUTILAZIONI GENITALI POSSONO PORTARE ALLA MORTE

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Secondo l’Unicef, le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico a quello neurogenico, cioè provocato dal dolore e dal trauma, all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue. Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da Hiv, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

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La carne causa il cancro?

La carne causa il cancro?

da Italia Unita per la Scienza

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale (pubblicazione IARC del 26 ottobre 2015, considerazioni e rifiniture varie) 

Premessa: per brevità utilizzeremo il termine “carne”, ma riferendoci a quella rossa e processata, non a quella bianca o al pesce.

Il problema della causa e dell’effetto dovrebbe essere noto a tutti. È difficile distinguere causalità, correlazione e sequenzialità, quasi sempre. Abbiamo tutta una serie di paralogismi su questo problema: cum hoc ergo propter hoc, ad esempio: quando avevo le mutande blu ho sempre vinto la partita, quindi le mutande blu portano fortuna. Post hoc ergo propter hoc: ogni volta che mangio fagioli poi scorreggio, quindi i fagioli fanno scorreggiare. Correlazione e causazione: quando a Roma ci sono più turisti si mangia più gelato, quindi i turisti fanno venir voglia di gelato.

Distinguere correlazione e causazione è probabilmente la cosa più difficile da fare intuitivamente per gli esseri umani, il che è probabilmente la ragione per cui la gente crede che l’omeopatia funzioni al di là dell’effetto placebo, o altre superstizioni varie. Il cervello umano non si è evoluto per una cosa del genere, e anzi, vista la sua funzione primaria di riconoscere pattern, tende a vedere segnali dove non ci sono. Per difenderci da queste pariedolie involontarie, dovute alle scorciatoie che il nostro cervello usa per comprendere il mondo, possiamo difenderci solo con la statistica.

Questa parete rocciosa probabilmente vi fa sentire osservati; ma questa trama è nella vostra mappa mentale del mondo, non nel territorio della realtà. La pareidolia è solo uno dei tanti modi in cui strategie normalmente utili vengono applicate dal nostro cervello quando non dovrebbero. Photocredits: Magnus Manske, Wikimedia Commons
Questa parete rocciosa probabilmente vi fa sentire osservati; ma questa trama è nella vostra mappa mentale del mondo, non nel territorio della realtà. La pareidolia è solo uno dei tanti modi in cui strategie normalmente utili vengono applicate dal nostro cervello quando non dovrebbero.
Photocredits: Magnus Manske, Wikimedia Commons

Diciamo che c’è una correlazione tra cancro e mangiare carne. Come facciamo a dimostrare che c’è causa ed effetto?

Con l’osservazione e basta non si può sapere. Se la gente a cui viene il cancro è, per caso, lo stesso tipo di gente che mangia carne, l’osservatore non può facilmente distinguerlo. Ma è importante, perché se non c’è causa ed effetto non mangiar carne non ridurrà il rischio di insorgenza del cancro. La premessa sulla gente e sul caso vi sembra irrealistica? Beh, nel primo mondo la gente mangia più carne e muore più di cancro. Nel terzo mondo, si mangia meno carne e si muore meno di cancro. Se avessi solo questa osservazione potrei sentirmi giustificato nel dare la colpa alla carne, ma nel mondo reale sappiamo che è una cosa insensata: mille altre cose influiscono sull’incidenza del cancro ben più della carne, non in ultimo il non morire prima di altre malattie.

Considerando dunque che la correlazione non dimostra la causazione, come faccio allora ad essere ragionevolmente sicuro che A causa B? Beh c’è una strategia, molto semplice come idea, meno semplice nell’esecuzione, che permette di minimizzare le distorsioni dei dati senza neppure sapere che esistono.

Quando fai uno studio puoi far tre cose: uno studio osservazionale, uno prospettico o un cosiddetto randomized control trial.

Nello studio osservazionale si prendono due gruppi con due diete diverse per ragioni loro e retroattivamente si cerca di capire che cambia. Ad esempio si confrontano le cartelle cliniche e le diete di 300 americani e 300 cinesi e si analizza che cosa cambia tra i due gruppi. Si tratta di confrontare due fotografie nel tempo, senza troppo controllo sui fattori confondenti: in questo caso si cercheranno appositamente due gruppi diversi e si cercherà di correggere le statistiche eliminando progressivamente l’influenza di quello che sappiamo già far danni, tipo alcool, fumo, etc. Se l’effetto che andiamo a cercare è molto grande, allora probabilmente troveremo un segnale positivo: alcuni esempi di effetti negativi che si possono trovare con questi tipi di studio includono quello cancerogeno del fumo e quello epatotossico dell’alcool.

Quanta poco attendibili sono gli studi osservazionali? C’è un famoso articolo di epidemiologia che viene tipicamente riassunto sarcasticamente con “Ogni affermazione che viene da uno studio osservazionale è probabilmente falsa “. Lo studio in questione prendeva in considerazione 52 affermazioni derivate da studi osservazionali, e cercava di verificare quante di queste fossero poi ripetibili in studi più precisi e rigorosi, come gli RCT (spiego dopo). Nessuna, ovvero 0/52, aveva avuto riscontro in studi successivi che utilizzassero metodologie più rigorose. Sia chiaro: questo non significa che gli studi osservazionali siano spazzatura: significa solo che dobbiamo aver presenti in testa le limitazioni di questo strumento quando andiamo ad osservare i risultati.

Si può fare uno studio prospettico allora. Si segue un singolo gruppo per un lungo periodo annotando cosa fa o non fa, per poi registrare le malattie e le morti che saltano fuori. Questo è ben meglio di uno studio osservazionale perché permette di seguire le stesse persone nel tempo invece che trarre conclusioni da una fotografia su gruppi diversi: ma ancora ha il problema che non è randomizzato. La gente sceglie cosa fare e mangiare, quindi i gruppi sono ancora sbilanciati. Se i cinesi hanno una resistenza genetica al cancro che gli americani non hanno, con uno studio prospettico non lo si nota: magari si può vedere l’effetto ma lo si attribuirà ad altre cose che stai misurando, tipo il consumo di tea verde.

Un randomized control trial, o RCT, divide in due gruppi a caso le 600 persone e gli dà una dieta tra le due che si vuole confrontare a caso. In questo modo in media tutti gli altri fattori confondenti saranno bilanciati tra i due gruppi. Molto spesso in alcuni articoli leggerete che l’esperimento è stato corretto per condizioni socioeconomiche, fumo, o obesità: cioè fattori distorcenti che sappiamo bene e abbiamo misurato in svariati esperimenti. La randomizzazione ti permette, sui grandi numeri o sui lunghi periodi, di bilanciare le distorsioni incognite, quelle che non conosci, che non sai come misurare a priori, evitando che i casi fortuiti ti rovinino il set di dati. I cinesi hanno una resistenza al cancro che tu non sai che hanno e rischierebbe negli altri casi di corretto lo studio? Nei casi precedentemente citati questo inficierebbe lo studio, ma con un RCT non c’è pericolo, perché avrai in media lo stesso numero di cinesi nei due gruppi, il che ti permette di vedere chiaramente l’effetto della singola differenza che vuoi misurare.
Con un RCT fatto bene puoi parlare di causa ed effetto anche di un evento che capita una volta su un milione. Ovviamente, il campionamento diventa di primaria importanza. Purtroppo, più che altro per ragioni pratiche incluse quelle accennate prima, nell’epidemiologia nutrizionistica gli RCT sono i tipi di studi più rari.

La maggior parte degli studi in ambito di epidemiologia nutrizionale sono osservazionali o prospettici, perché difficilmente riesci ad avere abbastanza persone che cambino la loro dieta sotto il controllo di gente in camice bianco. Ma sia chiaro: un numero maggiore di individui inclusi non è garanzia di maggiore attendibilità, anzi: dataset grossi rischiano di dare falsa precisione a variazioni statistiche casuali, e questo è particolarmente vero negli studi osservazionali ma anche negli studi prospettici. Esistono correzioni statistiche per evitarlo, come Bonferroni, ma non sono certo infallibili.

Questa maledizione è difficile da evitare, ed è una cosa che non colpisce solo l’epidemiologia, ma tutti i campi che lavorano con grossi set di dati. Ad esempio, la ricerca di biomarker, indizi o segnali che aiutino la diagnosi precoce o similia: molto spesso, quando si usa proteomica, transcrittomica o metabolomica per andare a caccia di segnali da associare con una malattia, si trovano falsi positivi; la chiave nel distinguere un biomarker reale da uno fasullo sta nella plausibilità scientifica e biologica, cioè quanto è in accordo con quello che sappiamo già sul funzionamento della malattia o della molecola che è un potenziale biomarker. E nonostante ciò, la letteratura scientifica sui biomarker è piena di falsi positivi, per semplici accidenti statistici dovuti al lavorare con montagne di dati.

Ci sono un sacco di studi prospettici sulla carne e il cancro, alcuni che seguono determinate popolazioni per lunghi periodi. Ma anche questi studi, se non stiamo molto attenti a come scegliamo i due gruppi di persone da confrontare, possono trarci in inganno. Per anni studi prospettici ci avevano indotto ad esempio a credere che la vitamina D riducesse, tra le altre cose, il rischio di cancro al colon, lo stesso che siamo ragionevolmente sicuri la carne lavorata aumenti: ma diverse review sistematiche, tra cui l’ultima del 2014, hanno mostrato che il risultato era spurio, dovuto più che altro al fatto che la correlazione è inversa rispetto a quello che ci aspettavamo (la carenza di vitamina D è forse più un effetto, che una causa, di cattiva salute). Ci sono diversi studi in corso d’opera, Randomized Control Trial, come VITAL, che potrebbero chiarificare definitivamente la questione, che in realtà è ancora aperta.

Che fare dunque in assenza di studi randomizzati? Una buona cosa, anche se non infallibile, è fare meta analisi, cioè mettere insieme più studi in una stessa analisi statistica, per avere più sensibilità. È come avere un campione più grande e più variegato in questo modo, il che permette di ridurre certi tipi di distorsione (d’altro canto, ne amplifica sistematicamente altri). Questa attenta combinazione di altre analisi dataset permette di stabilire con maggiore precisione specificamente le dimensioni dell’effetto: quanto effettivamente l’alimento è correlato ad un rischio aumentato o diminuito di cancro.
Il risultato delle meta analisi, idealmente abbinato ad altri studi sul meccanismo di causa effetto, dovrebbe rendere implausibile che i collegamenti osservati negli studi epidemiologici siano coincidenze.

Andiamo a vedere ora una meta analisi sulla carne processata e il cancro al colon. Essendoci un’infinità di distinti tipi di cancro e un infinità di fattori è complicato vedere l’affermazione generale, ma questo è un buon esempio, abbastanza facile da capire e abbastanza esemplificativo.

Questa è una meta-analisi del 2007, del WCRF, il World Cancer Research Fund [2]:

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Questo viene chiamato in gergo “forest plot“. Su ogni linea c’è uno studio di tipo prospettico diverso, con riferimento bibliografico a lato. La dimensione dei quadrati su ciascuna linea mostra la precisione di ciascuno studio: più grande è il quadrato, più è grande il “peso relativo” dello studio sulla sintesi finale. Quello che viene misurato è il rischio relativo: cioè un quadratino che cade precisamente sulla verticale dell’1 indica uno studio che dice che non c’è differenza tra chi mangia carne in abbondanza, maggiore di uno significa un incremento del rischio di cancro, e minore di uno indica un effetto protettivo (mangiando carne piena di nitrati insorgerebbe meno cancro). Le barre orizzontali sono le “barre di errore” o gli intervalli di confidenza: quello che dicono è che se ripetessimo le misure 20 volte, il 95% delle volte (19/20) il quadrato cadrebbe comunque sulla barra orizzontale.

Il diamante in fondo viene chiamato “summary estimate”, cioè la sintesi di tutta la meta analisi, che ci dice che il rischio relativo è 1.21.

Che vuol dire in questo caso un rischio relativo di 1.21, nello specifico? Vuol dire che se si mangiassero 50 g di carne processata ogni giorno, diciamo un hamburger a pranzo ogni giorno, il rischio che insorga il cancro è del 21% più alto di una persona che invece non mangia gli hamburger. Sembra tanto, ma come già detto prima è un rischio relativo, il che può essere facile da fraintendere. In termini assoluti, la probabilità che nella vita venga il cancro al colon è del 5 %, che sale al 6 % mangiando hamburger tutti i giorni.

Anche questo però rende poco l’idea.

Ci sono circa 50 casi di cancro al colon ogni 100 mila persone l’anno. Vuol dire che, se mettessimo 100 mila persone a mangiare hamburger a pranzo tutti i giorni per un anno, avremmo, in media, 60 casi di cancro l’anno invece che 50.

O, in altri termini, se somministrassimo 50 g di hamburger ogni giorno a 100 persone, alla fine avremmo una persona in più con il cancro al colon rispetto a una popolazione che non va a mangiare al fast food. Oppure, la probabilità di evitare il cancro al colon nella vita è del 95%, che scende al 94% andandoci ogni giorno.

Sono tutti modi diversi per dire la stessa cosa, ma non tutti danno lo stesso impatto emotivo, per cui è importante dire le stesse cose in tanti modi. Per fare un paragone con un’altra cosa che sappiamo facilmente faccia male, il rischio relativo di cancro ai polmoni per i fumatori è di 4,9. Che, tanto per metterla in un altro modo che non abbiamo usato per la carne, significa che prendendo due persone identiche, ma facendo fumare in continuazione l’una e meno o niente l’altra, c’è l’83% di probabilità che il fumatore muoia prima del non fumatore.

Ma, stiamo bene attenti, tutti i vari conti di cui sopra danno per scontato che ci sia una perfetta relazione di causa ed effetto tra carne e cancro. Cioè che ci sia qualcosa specificamente nella carne che causi il cancro, al di là dei nitriti eventualmente usati come conservanti o dei composti policiclici aromatici che si formano nei casi in cui viene cotta sulla griglia, che sono cancerogeni, ma che non sono intrinseci alla carne. Se così è, è lecito aspettarsi una curva dose risposta: cioè che mangiare più carne faccia più male, esattamente come fumare fa più male che fumare meno o per nulla. Come si dice dai tempi di Paracelso, la dose fa il veleno, cioè all’aumentare della dose gli effetti negativi dovrebbero farsi più rilevanti.

Questa per esempio è la curva dose-risposta per il fumo [3]:
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Sulla verticale c’è l’incidenza di cancro ai polmoni, sull’asse X quanto si fuma al giorno.

Lampantissimo che fumare di più fa star peggio.

Questa è la curva dose-effetto per il rischio di incidenti se guidate in stato di ebrezza. Notate che il rischio relativo, sulle ordinate, ha una scala di DIECI PUNTI per volta, ergo anche a "solo" 10 grammi di alcool equivalente il vostro rischio di incidente aumenta di più del 100%. Per mettere la cosa in prospettiva, 500 ml di birra in italia contengono circa 10g di alcohol.
Questa è la curva dose-effetto per il rischio di incidenti se guidate in stato di ebrezza. Notate che il rischio relativo, sulle ordinate, ha una scala di DIECI PUNTI per volta, ergo anche a “solo” 10 grammi di alcool equivalente il vostro rischio di incidente aumenta di più del 100%. Per mettere la cosa in prospettiva, 500 ml di birra in italia contengono circa 20g di alcohol. Grafico dal report 2014 del Centre For Addiction And Mental Health.

Con la carne e il cancro al colon, per il quale comunque siamo ragionevolmente certi ci sia una correlazione solida, la situazione è un po’ meno chiara:

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Queste linee (dove 1 è la dose massima, 100 g al giorno) sono praticamente orizzontali, guardando quanto sono grosse le barre verticali di errore. Strizzandole con tutta la matematica e la statistica possibile si può dire che c’è un’aumento del rischio con l’aumentare della dose, ma è difficile stabilire esattamente quanto. E, non dimentichiamo: il fatto che abbiamo prove così tenui di meccanismo causa/effetto di fatto ci dice che la nostra stima di cui sopra, in cui il rischio relativo del mangiar carne è 1.21, è probabilmente sovrastimata, cioè quasi certamente è un limite superiore.

Andando a vedere il rapporto del marzo 2010 della stessa fonte [4], il WCRF, dopo aver aggiunto altri dati raccolti nei cinque anni di mezzo, riduce il rischio relativo a 1.10 (gli intervalli di confidenza sono 1.06-1.14, cioè è molto verosimile supporre che il vero valore del rapporto tra rischi sia compreso tra 1.06 e 1.14) tra l’altro guardando ad una dose più grande di carne (85 g). In pratica, l’aumento di rischio di cancro al colon mangiando 50 g di carne lavorata è molto piccolo, quasi negligibile, ma non sparisce aggiungendo ulteriori dati.

Con un po’ più di studi ed un po’ più di dati, possiamo anche interpolare meglio i punti per avere una curva dose-effetto, tenendo presente che stiamo interpolando e quindi stiamo passando da misure discrete a continue, il che può portare in sé a distorsioni.

Questo best fit viene da uno studio più recente, del 2014, una meta analisi che include molti più studi di quelli coi criteri più stringenti del WCRF; tuttavia, come fanno notare anche gli autori nell'articolo (totalmente open access) " Our estimates are consistent with those reported in the 2007 WCRF/AICR expert report ". Se vedete la scala sull'y, il rischio relativo è grossomodo compreso tra 1.1 e 1.4
Questo “best fit” viene da uno studio più recente, del 2014, una meta analisi che include molti più studi di quelli coi criteri più stringenti del WCRF; tuttavia, come fanno notare anche gli autori nell’articolo (totalmente open access) “Our estimates are consistent with those reported in the 2007 WCRF/AICR expert report “.
Se vedete la scala sull’y, il rischio relativo di cancro al Colon è grossomodo compreso tra 1.1 e 1.3 esattamente come da report del WCRF prima citato. Questo per sottolineare come le prove scientifiche sono convergenti da anni attorno a queste misure.

La convergenza su effetti sempre delle stesse dimensioni è un segno che probabilmente il nostro risultato non è casuale, ma c’è un segnale nascosto nel rumore.

Ma questo è uno specifico esempio di uno specifico tipo di cancro. Ci sono dati su tutti i tipi di cancro contemporaneamente ? Ebbene sì, per quanto con queste “sintesi” si tenda ancora una volta a dare un meccanismo di causa ed effetto per scontato, e quindi non siano prove proprio fortissime.

Lo studio EPIC (European Prospective Investigation into nutrition and Cancer) [5] ha analizzato 448.568 pazienti di 10 paesi europei seguiti per 12.7 anni. Fa un po’ l’antireciproco del famigerato China Study (cioè vedere quanto fa male la carne piuttosto che quanto fa bene una dieta veg) ed essendo condotto su europei è un po’ più vicino a noi come riferimento per i risultati, per esempio sul profilo genetico.

Lo studio ci dice che l’aumento di rischio relativo dovuto a mortalità da qualsiasi causa (il che significa non solo tutti tipi di cancro, ma di malattie cardiovascolari, neurodegenerative etc) in chi mangia carne processata è 1.18, uno punto diciotto.
Cioè, prendendo una persona, e immaginando due futuri alternativi, uno in cui diventa vegetariana e uno in cui mangia 85 g di carne al giorno, c’è il 55% di probabilità che il carnivoro muoia prima del vegetariano. Ovvero sia, anche concedendo che sia una causazione e non una correlazione, che l’effetto sia tutto spiegabile dalla dieta e non siano rilevanti i millantamila fattori confondenti di uno studio epidemiologico, la probabilità di morire prima a queste dosi non è di molto superiore al fare testa o croce.

In sostanza, la carne rossa aumenta il rischio di morire, ebbene sì. Solo che usando i rischi relativi sembra una cosa gigante, usando il rapporto di rischio e mettendolo in prospettiva ad altre cose la reale portata dell’effetto è un’altra, molto minore.
Non è una cosa da ignorare del tutto, per carità, ma non è neanche una cosa che giustifica alcun tipo di terrorismo mediatico del tipo “Mangiando cadaveri morirete presto di cancro!!!1!1!”, né è una argomentazione particolarmente convincente per chi dice “Go Veg! Eviti ogni malattia del mondo!”.

UPDATE – 26 ottobre 2015 

Sì, questo articolo è già lungo come la fame, ma è uscito un nuovo report,  anticipato su Lancet Oncology [6], curato da 22 esperti dell’IARC (International Agency for Research on Cancer) che hanno rivisitato i dati di quasi ottocento studi, incluso il sopracitato EPIC, cercando di raggiungere un consenso sullo stato dell’arte del legame carne-cancro, rivedendo parzialmente alcune stime. Nello specifico, si è passati da 1.12 di rischio relativo per il cancro al colon e 1.18 per mortalità da tutte le cause a 1.18 di rischio di cancro al colon retto e 1.21 di mortalità da tutte le cause. In sé il risultato non è nulla di straordinario: giriamo intorno a questi numeri più o meno da una decina di anni, spostandoci qua e sulle barre di errore cercando di avere una misura puntuale più precisa, e questa volta l’ago della bilancia (o del Forest plot, se volete) si è spostato un po’ più a destra, ma ampiamente all’interno delle barre di errore dei risultati di EPIC pubblicati qui sopra. Insomma, in se, sarebbe da dire: niente nuove, buone nuove.

In realtà la notizia è esplosa da ogni parte e in ogni modo per una incomprensione notevole del ruolo dell’IARC e specialmente per la narrativa che la maggior parte dei giornalisti ha deciso di usare. ” La carne processata, come gli hot dog o gli insaccati, è cancerogena come il fumo”  è stato il contenuto della maggior parte dei lanci stampa. Sulla base di questa indagine dell’IARC, la carne lavorata è stata classificata in categoria 1, quella dei composti cancerogeni, e la carne rossa in quella 2A, quella dei composti “probabilmente cancerogeni”. Ma è importante capire non si tratta di una informazione sul rischio specifico del mangiar carne, cioè quello che interessa al consumatore, ma un’informazione sullo stato del nostro sapere in merito al legame carne cancro, che interessa principalmente a chi si deve occupare di policy e far quadrare i conti. Una citazione del Prof David Phillips, di Cancer Research UK, membro dell’IARC (anche se non dei 22 revisori sopracitati) aiuta a chiarire le idee:

” IARC does ‘hazard identification’, not ‘risk assessment’. That sounds quite technical, but what it means is that IARC isn’t in the business of telling us how potent something is in causing cancer – only whether it does so or not. To take an analogy, think of banana skins. They definitely can cause accidents – but in practice this doesn’t happen very often (unless you work in a banana factory). And the sort of harm you can come to from slipping on a banana skin isn’t generally as severe as, say, being in a car accident. But under a hazard identification system like IARC’s, ‘banana skins’ and ‘cars’ would come under the same category – they both definitely do cause accidents. “

L’inserzione in categoria uno va letta “Siamo sicuri che per qualche motivo non chiaro il mangiare 50 g di carne processata/giorno causa il cancro al colon quanto siamo sicuri che il fumo causa il cancro ai polmoni “. Di nuovo, è un giudizio sulla nostra certezza e fiducia nella qualità della scienza in merito, non sulle dimensioni del rischio. Purtroppo quasi nessuno l’ha spiegato bene. Il ” motivo non ben chiaro ” è dovuto al fatto che non si conosce esattamente il meccanismo o i meccanismi tramite cui consumare carne processata aumenta il rischio di cancro al colon; sono stati ipotizzati numerosi possibili colpevoli, dal gruppo eme dell’emoglobina come promotore di infiammazioni, ad un glucide ( Neu5Gc ) e la sua metabolizzazione, ai nitrati e nitriti presenti, a certi composti aromatici che si formano durante la cottura, e letteralmente altre dozzine di possibilità, moltissime delle quali non mutualmente esclusive. Non si può escludere, visto che la relazione dose-effetto continua ad essere non lineare, che questo aumento di rischio relativo sia la somma di tanti piccoli effetti dovuti ad una miriade di ragioni distinte. L’epidemiologia nutrizionale è complicata.

I risultati, però, sono così simili tra loro da così tanto tempo che, anche senza avere un meccanismo eziologico specifico, è arrivato il momento di inserire nelle loro liste carne processata e carne rossa. Anzi, probabilmente siamo in ritardo. Con le dovute correzioni di un paio di punti percentuale valgono sempre le raccomandazioni dell’anno scorso, che sono grossomodo le raccomandazioni di 3 anni fa, che non sono molto diverse dalle raccomandazioni di 5 anni fa, e che di poco differiscono da quelle di 10 anni fa.

Nonostante ciò, è molto importante precisare che questa non è una “non-notizia”. Sì, tanta gente ha abboccato al lato sbagliato, quello del paragone con il danno del fumo (che è scorretto, poiché le tabelle IARC sono qualitative ma non quantitative, non danno una misura del rischio, altrimenti anche la luce solare uccide come il fumo), ma si sono persi il risvolto pratico della notizia: con queste raccomandazioni dell’IARC si apre un era in cui improvvisamente tutta la comunità internazionale, tramite Organizzazione Mondiale della Sanità (di cui IARC è una costola), dovrà rivedere le proprie raccomandazioni, probabilmente verso il basso, e si troverà molto più supportata nel trattare il consumo di carne come fattore di rischio in ricerche future. Non si andrà più solo a cercare di affinare la misura del valore del rischio con sempre più accuratezza e precisione, ma probabilmente si intensificheranno gli sforzi per cercare di delucidare conclusivamente tramite quale meccanismo la carne processata causa un aumento di rischio del cancro al colon.

Approfondimenti, consigliati:

Note:

[1] http://www.dcscience.net/2009/05/03/diet-and-health-what-can-you-believe-or-does-bacon-kill-you/[2] http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0309174008001940[3] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK1554/[4] http://www.wcrf.org/PDFs/Colorectal-cancer-CUP-report-2010.pdf[5] http://epic.iarc.fr[6] http://www.thelancet.com/journals/lanonc/article/PIIS1470-2045(15)00444-1/abstract[7] http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2015/pdfs/pr240_E.pdf

Pubblicato in Cibo e Bevande, Scienza | 1 commento

Editing genetico: un vertice internazionale sulle questioni etiche

Editing genetico: un vertice internazionale sulle questioni etiche

da Le Scienze, 7 dicembre 2015

di Dina Fine Maron

VAI ALL’ARTICOLO SULLA DICHIARAZIONE FINALE DEL VERTICE

 

Per ricercatori, medici e studiosi di etica parte del problema è proprio definire il termine “valorizzazione”, e decidere se sarebbe un passo nella direzione giusta, come suggerisce la parola. Parlando di valorizzazione ci si riferisce semplicemente all’incremento del tono muscolare e ad altre caratteristiche desiderabili, come l’orecchio assoluto, o il termine comprende anche misure per garantire una salute migliore attraverso la prevenzione delle malattie?

Alcuni scienziati non concordano sul fatto che alcuni tipi di editing genetico sarebbero preziosi per aiutare i pazienti: secondo un importante ricercatore, per esempio, spesso quella tecnologia non sarebbe necessaria, mentre un altro ha parlato di un disperato bisogno per la clinica. Il vertice internazionale sulla modificazione genetica che si è chiuso il 3 dicembre – sponsorizzato dalla Royal Society della Gran Bretagna, dall’Accademia cinese delle scienze, e dalle Accademie nazionali degli Stati Uniti – ha affrontato queste spinose questioni durante tre giorni di discussioni, a volte accese, sulla modificazione del genoma umano.

CorbisBaltimore, che ha presieduto il vertice, ritiene che per tracciare la linea di demarcazione della valorizzazione, il fattore determinante è se il cambiamento sarebbe accessorio o terapeutico. “Secondo il mio parere il miglioramento è qualcosa di opzionale”, dice. “Non c’è un problema che mette a rischio la vita.” Modificare il gene PCSK9, per esempio, potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e per una persona con un LDL (il colesterolo “cattivo”) alto potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte, dice Baltimore. In tal caso l’intervento sarebbe terapeutico. Rimane, tuttavia, poco chiaro se in futuro si potranno attuare “miglioramenti” che sono considerati più opzionali.

Prendiamo il gene DEC2. Modificandolo, si potrebbe dare a una persona la capacità di funzionare come quei rari individui che sono nati con una variante che permette di essere in forma con poche ore di sonno. E’ una caratteristica che per la maggior parte delle persone non è necessaria, ma che potrebbe essere utile per un soldato in battaglia, per esempio. In definitiva, in futuro si avranno “certamente”  dei miglioramenti di vario genere, dice Fyodor Urnov della Sangamo BioSciences, una società che sta lavorando nell’ambito dell’editing genetico. Il principale problema, dice, è quando accadrà.

Più economica e più efficiente, la tecnologia di editing genetico che permette agli scienziati di manipolare il genoma umano con maggiore facilità e precisione rispetto al passato sta costringendo i ricercatori a considerare con urgenza tali questioni. In particolare, si sta guardando alla CRISPR, acronimo che sta per Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats (cluster di sequenze nucleotidiche ripetute regolarmente intervallate).

La CRISPR è una potente tecnologia che permette la modifica – con una sostituzione o una riparazione – di più geni in una sola volta in animali, vegetali e cellule umane. Questa “dinamo” biologica potrebbe aiutarci a comprendere appieno la biologia umana di base, e anche aiutare pazienti che necessitano di cure mediche.

Il metodo ha anche sollevato nuove polemiche etiche. La scorsa primavera alcuni ricercatori cinesi hanno annunciato di aver usato la CRISPR per modificare il genoma di embrioni umani non vitali, che non potevano svilupparsi in bambini. Hanno scoperto che il metodo non è ancora abbastanza accurato per essere usato negli embrioni umani, e che sembrava introdurre mutazioni inaspettate in altre parti del genoma. Le discussioni di questa settimana porteranno a una dichiarazione di consenso che fornisce alcune indicazioni sul modo in cui avvicinarsi all’uso di questa e di altre tecnologie di editing genetico più vecchie, come le nucleasi a dita di zinco e gli enzimi chiamati effettori transattivatori (TALE). Nel frattempo, le Accademie nazionali stanno lavorando a diversi studi relativi al come rispondere a queste domande per il lavoro su altre specie.

Il problema trattato a Washington DC è quando e come applicare la modificazione genetica in applicazioni di ricerca e cliniche nell’uomo.

L’editing genetico potrebbe includere l’alterazione di geni in una singola persona – diciamo per curare la leucemia in un paziente o produrre un cambiamento estetico – ma, cosa più controversa, potrebbe anche includere modificazioni alla linea germinale che poi porterebbe all’alterazione del genoma dei figli dell’individuo, dei nipoti e delle generazioni successive, con ripercussioni potenzialmente sconosciute.

Anche se nel corso della riunione la maggior parte degli scienziati è apparsa entusiasta dell’idea di eseguire un editing genetico per curare le malattie nei singoli pazienti, c’è stata più cautela rispetto alle modificazioni a cellule uovo, spermatozoi o embrioni, che potrebbero avere ripercussioni durature nelle generazioni future. Il primo obiettivo – per esempio, con l’uso di  tecniche di editing genetico per inattivare i recettori per l’HIV e ottenere la resistenza delle cellule del sangue al virus (a cui la Sangamo BioSciences sta lavorando con studi clinici) – è diverso, dicono, da quello di aiutare i genitori portatori di geni per la malattia di Huntington ad avere un figlio che non soffra della malattia (una modifica del genoma che potrebbe essere trasferita alle generazioni future e che probabilmente non sarebbe necessaria molto spesso).

In un intervento del 1° dicembre, Eric Lander del Broad Institute ha detto che la necessità di usare la modificazione della linea germinale rimarrebbe ristretta a rarissimi casi grazie alle altre tecniche di riproduzione già disponibili, come la fecondazione in vitro che potrebbe aiutare la maggior parte delle persone. La cosa più importante per evitare malattie genetiche è incrementare l’accesso ai test genetici, così che le persone possano essere piùconsapevoli di essere portatrici di malattie, ha detto. “Dovremmo ricordarci che la stragrande maggioranza delle persone con una malattia recessiva non sa di esserne portatore”, ha detto. Armata dei dati genetici, la gente potrebbe rivolgersi ai mezzi di prevenzione esistenti, come la fecondazione in vitro o la diagnosi genetica pre-impianto per concepire una prole sana.

Eppure, a livello clinico la necessità di una modifica della linea germinale sembra più reale e forse addirittura ovvia. George Daley della Harvard Medical School, ha detto che lui e il suo team hanno visto molti pazienti affetti da sindrome da deficienza del gene NEMO, una malattia in cui un gene difettoso ereditato rende debole il sistema immunitario e mette i pazienti a rischio di gravi infezioni. Il suo gruppo ha visto famiglie che per curare questi pazienti cercavano di avere un secondo figlio – a volte soprannominato “fratello salvatore” – nella speranza che il midollo osseo del secondo bambino potesse essere usato per aiutare il fratello maggiore.

Attualmente però nelle famiglie che cercano di concepire il secondo figlio i genitori sono spesso anziani e questo probabilmente contribuisce alla difficoltà a concepire rapidamente con la fecondazione in vitro, dice. In questi casi le famiglie potrebbero risparmiare tempo e forse avere maggiore successo se la CRISPR fosse disponibile per contribuire a garantire un buon risultato con un singolo embrione, dice. La questione – dice Baltimore – si riduce alla domanda se si debbano considerare solamente le statistiche o l’essere umano. In ogni caso, anche se sono situazioni rare, ci sono, e non possono essere ignorate. Forse il solo fatto che la CRISPR potrebbe essere eseguita è una ragione sufficiente per lasciarla in gioco.

La necessità di un indirizzo sul modo in cui affrontare questi problemi è innegabile, considerata la gamma di opinioni espresse alla conferenza. Ma un indirizzo non è una legge. E questa in realtà può essere una buona cosa. Un indirizzo può essere più maneggevole di una legge, ed è più facile ottenere un consenso tra gli scienziati che lavorano nel settore che tra chi non lavora nel campo, dice Baltimore. In assenza di un organismo internazionale concordemente riconosciuto come adatto a far rispettare regolamenti internazionali in materia di editing genetico, ci sono già precedenti storici di linee guida che – come nel caso della ricerca sulle cellule staminali – lasciano le ulteriori specificazioni alle autorità locali. Una volta proclamata la dichiarazione di consenso, nelle prossime settimane e mesi, pazienti, scienziati che lavorano in laboratorio, esperti di etica e personale medico staranno a guardare con attenzione ciò che succederà.

(La versione originale di questo articolo è apparsa
su http://www.scientificamerican.com
il 3 dicembre 2015. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati)

 

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10 considerazioni a margine del Family Day « Hic Rhodus

10 considerazioni a margine del Family Day « Hic Rhodus »

 

10 considerazioni a margine del Family Day « Hic Rhodus

 

di bezzicante

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Sabato 30 Gennaio si è tenuto a Roma il Family Day per manifestare contro la proposta di legge sulle unioni civili. Anche se avete letto ormai di tutto ecco alcuni pensieri hicrhodusiani.

  1. Non è chiaro alla stragrande maggioranza dei partecipanti che la legge – cosiddetta Cirinnà – non è una legge sui matrimoni gay. Ma semplicemente sulle unioni civili fra due esseri umani dello stesso sesso uniti da un forte legame affettivo che desiderano fruire di diritti elementari relativi al patrimonio, la sanità e l’assistenza e così via. La legge è facile da leggere e capire, mi chiedo quanti partecipanti al FD l’abbiano fatto.
  2. Non è chiaro alla stragrande maggioranza sopra citata che la legge (nella formulazione attuale) non consente l’adozione da parte di coppie gay ma solo la cosiddetta stepchild adoption, ovvero l’adozione di un figlio naturale avuto dall’altro membro della coppia (per esempio in un precedente matrimonio). Certo, ci sono anche omosessuali che hanno figli (naturali, quindi loro) avuti da precedenti relazioni eterosessuali, e se ora hanno una stabile storia affettiva con una persona del loro stesso sesso e regolarizzano la loro unione non si capisce perché anche i figli di uno dei membri non debba essere “regolarizzato” nei diritti e doveri rispetto al nuovo partner del genitore o genitrice.
  3. Quella massa di gente non riesce neppure a capire che i diritti garantibili con la legge Cirinnà sono diritti civili tipici di uno stato laico e sovrano. Se le loro credenze religiose li portano a ritenere che vivere (fra omosessuali o fra eterosessuali, anche se loro sono in realtà ossessionati solo dai primi) fuori dai sacramenti sia peccato agli occhi di dio, occorre spiegar loro che la legge non elimina l’eventuale peccato e non interviene affatto sulla retrograda dottrina sociale della Chiesa (non scalfita in alcuna parte dall’attuale Papa); è facoltà di ogni individuo credere oppure no in una dottrina religiosa e nei suoi precetti, mentre dovrebbe essere diritto di tutti (indipendentemente da tali credenze) godere di diritti inclusivi che non possono discendere – come nell’ipocrita Italia – da concessioni statuali ma essere garantiti a tutti come principio precedente l’ordinamento istitutivo della nazione, come ovvie condizioni di partenza per la convivenza di una comunità eterogenea e complessa (vale per l’orientamento sessuale come vale per le credenze religiose, le scelte di fronte alla fecondità e alla morte e così via).
  4. eng134043918-537e762e-a6db-4cb7-8f01-6d77f2222dfbUna conseguenza del punto precedente, anch’esso chiaramente non compreso da quella stessa piazza, è la loro libertà di continuare a fare ciò che vogliono. Loro possono tranquillamente continuare a sposarsi in chiesa, far figli solo per non aver voluto usare il condom, non abortire perché la vita è sacra eccetera, tutte le cose che a loro sembrano giuste fare. Nessuna legge dello stato glielo impedirà, mentre loro vogliono impedire una legge dello stato che tuteli coloro che non la pensano allo stesso modo. Questa asimmetria nei diritti è uno scandalo insopportabile: i cattolici fondamentalisti e più ottusi, assieme a fascisti e altra compagnia pochissimo raccomandabile, vorrebbero utilizzare strumenti democratici per impedire il godimento di diritti altrui, senza che nessuno minacci i loro medesimi diritti. Questo orientamento illiberale è intollerabile proprio per la democrazia che consente loro di impedire “democraticamente” il pieno godimento della vita altrui. Va notato en passant che si tratta di un comportamento tipicamente fascista-clericale, come si trova in altri paesi dispotici.
  5. E comunque hanno una compagnia imbarazzante: omofobi patentati, fascisti duri e puri, puttanieri e pedofili, pluridivorziati e concubini. Per carità, capisco che questo è un argomento debole perché ignora il mistero della redenzione, del perdono e dell’accoglienza nella comunità dei credenti delle pecorelle smarrite; fatto è che sfilare assieme a certi individui dovrebbe creare un evangelico sentimento di imbarazzo di fronte ai sepolcri imbiancati assurti a paladini dei non-diritti per gli altri.
  6. La regolarizzazione anche delle coppie omosessuali è presente nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali. Anche questo non è un grande argomento, sia chiaro, perché non è mai detto che la maggioranza abbia ragione ma, insomma, se il contesto dei paesi che condividono larghi tratti della nostra stessa cultura hanno discusso e approfondito e deciso che non c’è ragione all’ostacolo all’ampliamento dei diritti, forse una riflessione dovremmo farla.
  7. bamb134041914-2f0cf3f2-2ac0-497b-8ae8-205b1d255cd4I bambini usati come scudi ideologici da questi benpensanti, in particolare – è evidente – per contrastare ogni forma di adozione da parte di gay, sono un altro scandalo che grida vendetta. Ma poiché a ogni studio serio che mostra e argomenta che i bambini cresciuti in coppie omosessuali non hanno particolari problemi viene contrapposto un altro studio di parte che argomenta il contrario, chiederei semplicemente a questi difensori dei bambini se hanno idea dell’enorme quantità di abusi e maltrattamenti di minori nelle sacre famiglie di impronta cattolica; dell’enorme quantità di violenza familiare cui devono assistere; dell’insopportabile condizione dei bambini abbandonati e istituzionalizzati (ne abbiamo parlato un po’ QUI e un po’ QUI). La famiglia santificata da questi sciocchi, illiberali, catto-fascisti, è sostanzialmente quella ariana e felice del vecchio Mulino Bianco prima di Banderas: una famiglia finta, con finte felicità e finte relazioni, ragazzini senza brufoli e mogli felicemente casalinghe.
  8. Fermo restando il loro diritto a manifestare, tale manifestazione non deve dar adito ad alcuna particolare preoccupazione o conseguenza, e la guerra dei numeri sui partecipanti è ridicola. È arcinoto, e provato da numerose ricerche da non pochi anni, che la grande maggioranza degli italiani è favorevole alle unioni fra omosessuali (meno alle adozioni), figurarsi fra eterosessuali! Quindi non importa un fico secco se a Roma erano un milione o due, o forse solo trecentomila (rinvio su questo a un post precedente).
  9. Il Family Day si è tenuto in Italia, non a Londra o Washington, ma un tratto distintivo degli ignoranti è darsi una patina esterofila; vale anche per stepchild adoption, per no-tax day, per jobs act e via discorrendo, sia chiaro, e rispetto a tutto quanto precede si tratta veramente di una sciocchezza ma a me dà fastidio.
  10. ricorderemo-bfe2c413-3b94-4f41-ab33-1eb984f394c4Infine: la piazza minaccia scioccamente il potere con un “ci ricorderemo”. Evidentemente sono stati mal consigliati da qualche comunicatore improvvisato. Arrivati a questo punto anche noi ci ricorderemo. Noi laici, noi inclusivi, noi tolleranti e relativisti, noi favorevoli ai diritti per i cattolici ma anche per i non cattolici, per gli sposati e i non sposati, gli eterosessuali e i gay. Anche noi ci ricorderemo l’eventuale tradimento dell’ultimo momento, in dirittura d’arrivo, di una legge di buon senso e di amore.

(Ringrazio il lettore Davide che mi ha segnalato un equivoco sul testo di legge citato e su alcune conseguenti considerazioni. Il testo di questo articolo è stato conseguentemente corretto il 1° Febbraio. Mi scuso coi lettori)

 

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Cosa dice il più grande studio mai realizzato sui figli delle coppie gay

Cosa dice il più grande studio mai realizzato sui figli delle coppie gay

Secondo un recente studio – che è anche il più grande mai realizzato al mondo sull’argomento – i figli e le figlie di genitori dello stesso sesso hanno un                         maggior stato di salute e benessere rispetto alla media dei loro coetanei. Lo studio è stato condotto a partire dal 2012 da un gruppo di ricercatori dell’università di Melbourne, in Australia, su 315 genitori (80 per cento donne, 18 per cento uomini e 2 per cento di altro genere) e su 500 bambini tra zero e diciassette anni, con l’obiettivo di misurare il loro stato di salute, ossia il loro benessere fisico, mentale e sociale. Lo studio si basa sulla definizione di “salute” data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intesa non semplicemente come “assenza di malattia o infermità”.

Va detto subito che lo studio si basa sui risultati delle relazioni fornite volontariamente da alcuni genitori. L’indagine, inoltre, si è focalizzata sulle coppie dello stesso sesso inserite in un preciso contesto sociale, culturale ed economico: quello dell’Australia. La stessa indagine potrebbe avere risultati diversi in altri paesi, dove intervengono diversi fattori culturali. Lo studio, infine, non mette direttamente a confronto genitori dello stesso sesso con genitori eterosessuali, ma con i dati della popolazione australiana in generale.

Gli indicatori utilizzati per i questionari avevano a che fare con autostima, emotività, tempo trascorso con i genitori, stato di salute e coesione familiare. In particolare i risultati mostrano che i bambini cresciuti in una same-sex family ottengono i punteggi più alti (del 6 per cento superiori a quelli della popolazione in generale) per quanto riguarda la salute e la coesione familiare. Questo avviene soprattutto perché i genitori dello stesso sesso sfuggono ai cosiddetti ruoli di genere, per cui tradizionalmente la donna resta a casa a prendersi cura dei bambini e il padre esce dalla casa per lavorare e mantenere la famiglia. In una coppia dello stesso sesso c’è più libertà rispetto agli stereotipi di genere e i ruoli si adattano maggiormente ai desideri e alla propensione dei singoli, maschi o femmine che siano. «Questo porta alla creazione di un nucleo familiare più armonioso, che alimenta di conseguenza una migliore salute e un miglior benessere», ha spiegato Simon Crouch, responsabile del progetto.

Lo studio ha poi analizzato la “salute” di questi bambini in relazione alle discriminazioni a cui sono sottoposti durante lo sviluppo, che vanno dai commenti alle prese in giro, dal bullismo all’omofobia fino al rifiuto. Più è forte la stigmatizzazione (che riguarda due bambini su tre) più questa influisce negativamente su quei dati di salute e benessere; ma comunque non influisce abbastanza da modificare il risultato finale sul confronto con la popolazione in generale. Secondo il report pubblicato durante lo studio, a causa della situazione in cui si trovano, questi bambini hanno un maggior desiderio di comunicare e affrontare con i loro genitori quello che subiscono. E il modo in cui le discriminazioni vengono affrontate in famiglia ha su di loro effetti positivi: favorisce la loro apertura mentale, rafforza il loro carattere e anche il loro legame con i genitori.

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Sesso e disabilità: la figura del lovegiver

OggiScienza

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SENZA BARRIERE – In Italia, dal 2014, c’è un’associazione che si batte per il riconoscimento di una figura professionale il cui ruolo, per molti aspetti, risulta ancora controverso: il lovegiver, un assistente sessuale formato per accompagnare la persona disabile nel percorso di scoperta del proprio corpo e della sessualità.

Per un disabile la sfera sessuale risulta spesso inaccessibile e questo può essere motivo di forte frustrazione. Le barriere sono di vario tipo, in primo luogo sociali, come ricorda Valentina Cosmi, sessuologa clinica della Società italiana di Sessuologia e Psicologia. “Si pensa, sbagliando, che un persona con un deficit fisico o mentale sia disconnessa, che non abbia pulsioni o desideri e che non possa entrare in relazione con l’altro a livello affettivo e sessuale. Si tratta di idee errate.

La sessualità è un aspetto che riguarda ognuno di noi, in ogni fase della propria vita”, spiega la sessuologa. Il mancato…

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La famiglia tradizionale? Semplice, non esiste

La famiglia tradizionale? Semplice, non esiste

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Il Paese e gli scienziati

Il Paese e gli scienziati

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L’abito non fa il college – Cronaca

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Spotlight, il film sulla pedofilia Usa che in Italia non si potrebbe fare

Spotlight, il film sulla pedofilia Usa che in Italia non si potrebbe fare

VESCOVI

di Teresa Marchesi

Nel 2001 il team del piccolo “Boston Globe” preposto alle inchieste, denominato Spotlight, riceve l’incarico di indagare su un prete locale accusato di abusi sessuali sui giovani parrocchiani lungo 30 anni. È subito scontro frontale contro la potentissima Chiesa Cattolica di Boston. Inizia una lunga marcia per stanare omertà, connivenze, insabbiamenti degli alti prelati e sistematici risarcimenti in danaro per comprare il silenzio delle vittime. Esplode uno ‘scandalo pedofilia’ documentato da 600 articoli nel corso del 2002, che porta alla luce violenze commesse da centinaia di sacerdoti in tutti gli Stati Uniti, e l’impresa di Spotlight ottiene nel 2013 il Premio Pulitzer.

Nessuno si azzarderebbe a produrre in Italia un film come “Il caso Spotlight”, di Tom McCarthy , che ricostruisce con cristallino rigore un memorabile esempio di giornalismo d’assalto. Ma c’è fortissimo,in più, il rimpianto per quel giornalismo d’inchiesta oggi colpito a morte, da noi come negli Usa.

È la denuncia che sta più a cuore a Walter Robinson, il vero giornalista del “Boston Globe”interpretato nel film da Michael Keaton. “È un giornalismo che anche da noi agonizza come un malato terminale – ha detto oggi a Roma – il sopravvento di Network e Web è stato il pretesto per tagliare al lavoro d’inchiesta fondi e posti di lavoro. Da noi come da voi, credo, i direttori dei giornali sono pazzi. Perché quando chiedi ai lettori cosa esigono di più da un giornale la risposta è: le inchieste. Tocca a noi fare il contropelo al potere e alle istituzioni. Chi può farlo, se non noi giornalisti? Se smettiamo di farlo, muore la democrazia”.

Tema caldissimo, come del resto la pedofilia nella Chiesa. Michael Keaton mette le mani avanti: “Nessun attacco alla religione, mi addolora anzi, per la mia formazione cattolica, vedere che questi scandali allontanano tanta gente dalla fede. “La campagna del “Boston Globe” riuscì tra l’altro a provocare le dimissioni del potente arcivescovo di Boston, Bernard Law, trasferito a Roma nel 2002. Appena insediato, Papa Francesco lo ha rimosso dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, forse anche per sopraggiunti limiti d’età.

Da fustigatore della Chiesa americana, Walter Robinson spera, come tutti, in questo Papa, che ha tolto le limousine a vescovi e cardinali e sta disgregando una “società clericalista autoreferenziale”, come la definisce. “Ha compiuto alcuni passi – sostiene – ma non ha ancora avviato una svolta sostanziale. Quando è venuto negli Usa ad esempio ha lodato il coraggio dei vescovi, e questo ha deluso molti di noi, perché i vescovi ancora oggi sono quelli che più resistono al cambiamento, e lo subiscono solo con la canna di una pistola alla tempia”.

Dall’alto del loro Pulitzer e delle rivelazioni che hanno fatto dilagare in mezzo pianeta le denunce dei preti pedofili , questi “eroi del giornalismo”(definizione di Michael Keaton ) non rinunciano insomma a dare battaglia . Almeno a voce e col cinema , dato che nel panorama mediatico per quelli come loro non c’è futuro . Chissà se spuntare qualcuno dei 6 Oscar cui il film è candidato servirà a farci riflettere anche su questo .

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Vatican insider-Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite all’islam – La Stampa

Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite

Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite all’islam

Le giovani sono costrette a nozze con rito musulmano, in una pratica che trova la complicità di polizia e magistratura. E il governo rifiuta di approvare una legge sulle «conversioni forzate»

di Paolo Affatato

Lei si chiama Saima Bibi, ha 15 anni ed è cristiana. È stata rapita, sottratta con la violenza alla sua famiglia, costretta a firmare la conversione all’islam e a sposare un uomo musulmano di nome Tanvir. Viveva placidamente nel villaggio indicato con la sigla «Chack 59» (i piccoli insediamenti in Pakistan vengono semplicemente numerati, ndr) nel distretto di Kasur, provincia del Punjab.

In quello stesso villaggio il 14 novembre 2014 i due coniugi cristiani Shama e Shahzad Masih furono gettati in una fornace e arsi vivi da una folla di musulmani, dopo accuse di blasfemia. Una vicenda che ancora fa rumore soprattutto perchè tuttora impunita.

La quindicenne Saima è stata sequestrata mentre era sola in casa. I genitori hanno sporto denuncia e ora è l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill a fornire assistenza legale gratuita. Per Gill non vi sono dubbi: «Si tratta di un caso tipico. Spesso ne sono vittime le donne che appartengono a minoranze religiose indù e cristiane». Autentici sequestri di persona, con l’aggravante di conversioni e nozze forzate, che restano impuniti: «Non esiste una normativa in materia di conversione forzata» aggiunge l’avvocato, ma il governo non intende intervenire in merito.

Secondo dati delle Ong sono circa mille le ragazze delle minoranze religiose cristiane e indù rapite ogni anno in Pakistan. Molti altri casi non vengono nemmeno denunciati, data la complicità delle forze di polizia o di una magistratura compiacente che scoraggia le minoranze dall’intraprendere azioni giudiziarie.

La condizione di intrinseca vulnerabilità delle comunità religiose minoritarie (in Pakistan gli indù sono circa il 2%, i cristiani l’1,5%), esposte ad abusi e discriminazioni, fa il resto. L’ingiustizia resta lì, cristallizzata e quasi istituzionalizzata.

Le organizzazioni della società civile da tempo segnalano l’entità di un fenomeno che riguarda perfino le bambine. A novembre scorso Sana John, adolescente cristiana di 13 anni, è stata rapita e convertita all’islam nei pressi di Sialkot. Per lei si spende l’Ong pakistana «Life for All», che ha constatato l’immobilismo della polizia, nonostante la denuncia.

«Life for All» ha spiegato: «Persone influenti usano il loro potere per farla franca. I casi delle minorenni rapite sono noti, ma i tribunali e le autorità interessate chiudono un occhio. Fino a quando sarà tollerata questa ingiustizia?».

La pratica si inserisce nel quadro della condizione di subalternità della donna nella società pakistana, specie nelle aree rurali, ma le donne appartenenti alle minoranze religiose sono doppiamente vulnerabili. «Di solito – racconta a Vatican Insider l’avvocato Gill – in episodi come questo, la famiglia della vittima presenta denuncia.

Il rapitore presenta una contro-denuncia affermando che la giovane ha compiuto una scelta volontaria. Quando viene chiamata a testimoniare davanti a un magistrato, la ragazza, sottoposta intanto a minacce e pressioni indicibili, dichiara di essersi convertita volontariamente e di acconsentire al matrimonio. Così il caso viene chiuso».

«Le vittime possono subire violenza sessuale, prostituzione forzata, abusi domestici o perfino finire nel giro del traffico di esseri umani. Raramente tali vicende si concludono con il ritorno delle ragazze alle loro famiglie di origine», osserva l’avvocato.

«Mancano serie indagini che provino questo fenomeno e il meccanismo che si instaura», denuncia un rapporto della Aurat Foundation, organismo indipendente con sede a Islamabad, impegnato a promuovere valori di libertà e democrazia. Un fatto, secondo Aurat, risulta determinante: «Dal momento in cui nasce la controversia, fino all’udienza in tribunale, le ragazze restano in custodia dei rapitori e subiscono traumi e violenze».

Alle adolescenti, fragili e vulnerabili, si dice che «ormai sono musulmane e, se cambieranno religione, la punizione per gli apostati è la morte». Il rapporto della Fondazione invita la polizia e le autorità civili a smascherare questa pratica e a salvare le ragazze delle minoranze religiose.

La Aurat Foundation ha presentato anche una proposta di legge per frenare le conversioni forzate. Altrettanto aveva fatto, già nel 2012 – sulla scorta di simili vicende che avevano creato clamore nazionale – la «Commissione nazionale per le minoranze del Pakistan», elaborando un progetto di legge per contrastare specificamente il fenomeno delle conversioni e dei matrimoni forzati.

Ma il governo pakistano fa orecchi da mercante. A novembre 2015 il Ministero per gli Affari Religiosi e il Consiglio dell’Ideologia Islamica hanno pubblicamente espresso fiera opposizione a una eventuale legge sulla «conversione forzata», suscitando disappunto e proteste di indù e cristiani.

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Farmaci, sperimentazioni ed incidenti mortali – Mens sana in corpore sano

Sorgente: Farmaci, sperimentazioni ed incidenti mortali – Mens sana in corpore sano

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La morte della famiglia

Hic Rhodus

97 La morte della famiglia

Titolo di un libro-cult della mia generazione che rubo spavaldamente per fare una riflessione molto al limite, forse discutibile per alcuni di voi che leggete. Siete avvertiti. Tutto nasce da un senso di stucchevole ipocrisia che percepisco quando si parla di famiglia con scopi politici, in particolare da certi settori cattolici che si affannano ad essere più papisti del Papa e, quel che è peggio, da settori per nulla cattolici che pensano di guadagnare voti strizzando l’occhio a categorie (ingenue) di credenti. In Italia abbiamo alcuni politici attivissimi in favore della famiglia, sostenuti da una fittissima rete di associazioni cattoliche che, in conclusione, propongono una visione stridente coi comportamenti sociali più diffusi, come vi mostrerò anche con cifre documentate. Naturalmente ognuno crede in ciò che vuole ma quando le credenze religiose si sovrappongono all’azione politica che agirà su tutti, credenti e laici, allora qualcosa non funziona, e un non…

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Dai resti di un mammut nuovi indizi sulla presenza umana nell’Artico

Sorgente: Dai resti di un mammut nuovi indizi sulla presenza umana nell’Artico

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No al raduno nazifascista europeo

Jàdawin di Atheia

Vedi il comunicato anche nella pagina “Comunicati e notizie”

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COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA CONTRO IL TERRORISMO
PER LA DIFESA DELL’ORDINE REPUBBLICANO
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No al raduno nazifascista europeo

Il Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano manifesta la sua profonda preoccupazione per il convegno nazifascista europeo che dovrebbe svolgersi a Milano, domenica 24 gennaio 2016.

Ad esso parteciperebbero formazioni di matrice neofascista e antisemita come Forza Nuova, Alba Dorata, i tedeschi dell’NPD e British Unity.

Al pericoloso rifiorire di partiti e formazioni di estrema destra in Europa e nel nostro Paese si intrecciano, mescolandosi l’uno nell’altro, movimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti che individuano, come è già avvenuto nel corso del Novecento, un nemico esterno su cui scaricare tutte le responsabilità e le frustrazioni del nostro tempo.

Non possiamo accettare che nell’imminenza del Giorno della Memoria si svolga a Milano un raduno che si pone apertamente in contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla…

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