Gambero Rosso – L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

L’Italia e gli Ogm. Una follia ideologica. Abbiamo parlato con chi lo dice da 10 anni

 

1 Mar 2016

a cura di
È un po’ la rivincita di Dario Bressanini e di tutti quelli come lui che da anni sostengono (inascoltati) le ragioni degli Ogm e delle biotecnologie. A suggerirglielo sorride – “sono cose che dico da 10 anni” replica il chimico dell’università degli studi di Como – ma la puntata di Presa Diretta della scorsa domenica 28 febbraio dedicata proprio agli Ogm ha dato spazio a una prospettiva diversa. “Un’inchiesta ben fatta, soprattutto perché ha parlato di ricerca pubblica, mentre di solito si tirano in ballo multinazionali, brevetti e diserbanti. Hanno affrontato questioni in genere volutamente messe in ombra” e aggiunge, quando gli chiediamo se non gli pare incredibile questa posizione da parte della Tv di Stato “non dovrebbe stupire che le inchieste raccontino le cose come stanno”.

 

Il divieto italiano

E come stanno le cose è presto detto: in Italia non si possono coltivare Ogm, ma si possono importare e utilizzare, e si può ipoteticamente fare ricerca (in laboratorio ma non in campo aperto). Un’incoerenza tutta italiana di cui non dovremmo stupirci. “Se uno scienziato studia come modificare il genoma di una vite per renderla resistente all’oidio poi non può applicare nella pratica la sua scoperta. E il Ministero non dà finanziamenti. Nessuno scienziato fa ricerca in laboratorio se puoi non può neanche vedere se funziona”.

Questo significa anche che la richiesta esistente viene assorbita in altro modo: acquistando Ogm dall’estero. Soprattutto Nord e Sud America per mais e soia, Cina e India per il cotone (anche quello idrofilo, usato in campo medico), ma tra i paesi da cui importiamo c’è anche l’Ucraina (Cernobyl vi dice niente?). Eppure l’Italia era all’avanguardia: fino al 2002-2003 c’erano più di 300 campi con coltivazioni transgeniche, soprattutto su specie nazionali, delle più comuni. “Da Pecoraro Scanio in poi (parliamo dei primi anni 2000) i Ministri dell’Agricoltura non hanno più finanziato la ricerca e le coltivazioni esistenti sono state distrutte”. Con una danno evidente, sia in termni economici che di competenze.

 

I rischi degli Ogm

Mais e soia trovano impiego nella filiera zootecnica, per esempio per nutrire quelle vacche dal cui latte deriva il grana. Quindi già viviamo all’interno di una catena alimentare che ha, tra i suoi anelli, anche organismi geneticamente modificati. Ma come in altri ambiti – si pensi all’energia atomica – vogliamo che il lavoro sporco lo faccia qualcun altro, per poter dichiarare, forte e chiara, la nostra opposizione a delle pratiche impopolari, perché il sentire comune è ostile alle biotecnologie. Quali sono i motivi di questa posizione? “Probabilmente ragioni di convenienza politica, spesso ben diverse da quelle dichiarate. Nelle discussioni Ogm e Bio sono una coppia di fatto e l’associazione tra parlamentari a sostegno del biologico spesso ne fa un argomento comune per interrogazioni parlamentari. Ci si muove tra demonizzazioni e interessi commerciali. Basta girare per qualsiasi supermercato per accorgersene”.

Ma cosa risponde a chi chiede conto di eventuali rischi connessi agli Ogm? “Il primo Ogm è stato coltivato nel 1996, da allora a oggi sono stati raccolti centinaia di studi indipendenti. La risposta è è unanime: rispetto alle controparti convenzionali da cui si è partiti non ci sono differenze nell’impatto né sulla salute umana né su quella animale”. Ma 20 anni sono abbastanza per avere una casistica sicura o serve un’indagine più a lungo termine? Quel che è sicuro è che l’uso di Ogm è una consuetudine ormai accettata: “Importiamo tonnellate di cereali Ogm e nessuno se ne preoccupa o insorge per vietarne l’uso, se ci fosse un effettivo rischio ci sarebbero proteste, se non del Ministero almeno delle organizzazioni non governative. Invece nulla, neanche sui mercati internazionali”. Continua Bressanini: “Non c’è una associazione certa tra alcuna patologia e l’uso dei transgenici”.

 

I rischi degli Ogm free

Lo stesso non si può dire per alcune colture tradizionali. L’esempio più eclatante è quello del mais cancerogeno. Il mais Ogm free è esposto all’attacco della piralide, una farfallina che depone le larve negli stocchi del mais, e veicola funghi che producono tossine cancerogene. Così il mais Ogm free è a rischio, e quando dalle analisi (effettuate sempre sui prodotti immessi sul mercato, non sempre se impiegati per allevamenti a filiera chiusa) si rileva un livello troppo alto di tossicità (come è stato nel 2012 per più di metà del raccolto) deve essere eliminato e gli agricoltori e gli allevatori devono acquistarne, e quel che comprano dall’estero è Ogm. O meglio lo è almeno per il 70%, anche se non c’è modo di accertarsene, perché dove è consentito l’uso di biotecnologie si mescola insieme indicando tutto come transgenico, anche quando non lo è. Forse a significare proprio che non è rilevante. Invece è rilevante, eccome, per la nostra economia.

 

L’agroalimentare in Italia

All’inizio del millennio eravamo autosufficienti per il mais, successivamente le cose sono cambiate: le rese non sono cresciute, il fabbisogno è rimasto stabile, ma la produzione è incostante, soggetta a siccità o all’attacco di parassiti. Le alternative sono due: intervenire in modo pesante con antiparassitari e trattamenti in via preventiva, o rischiare il raccolto. In più il prezzo del mais, unico Ogm che si può coltivare in Europa (ma non in Italia) è molto basso e i nostri produttori Ogm free non riescono a essere competitivi oltre che impossibilitati ad avere certezza del raccolto. “In soldoni siamo noi ad affossare i nostri produttori”.

Quali sarebbero le prospettive per l’Italia? “Più che per la soia e le grandi produzioni le biotecnologie potrebbero essere impiegate per le colture di nicchia, siano kiwi o mele, e salvaguardare l’ambiente diminuendo i trattamenti chimici, pesticidi e diserbanti che hanno un grande impatto su un territorio”. Ma non crede che gli italiani debbano tutelare i propri prodotti d’eccellenza? “Una filiera completamente Ogm free è un’utopia, il nostro mais è poco e di cattiva qualità, invece potremmo tornare a essere autosufficienti con le biotecnologie”. L’esempio arriva dalla Spagna, dove più del 30% del mais coltivato è modificato e resistente agli insetti, con riduzione dei pesticidi. “Non c’è stata nessuna caduta d’immagine per i loro prodotti: nessuno ha smesso di comprare prosciutto spagnolo”.

 

Il risvolto economico

Quanto pesano queste decisioni sulla nostra economia? Lo abbiamo chiesto a Dario Frisio, economista agrario ordinario all’Università degli Studi di Milano. “L’impatto dell’import degli Ogm sulla nostra economia è pesantissimo: dipendiamo completamente dall’importazione di mangimi Ogm destinati all’allevamento. Di fatto la nostra situazione è peggiorata degli ultimi anni avendo colture deboli sia come quantità che come qualità ”.

 

Qualche dato

Nel 2000 il nostro disavanzo per le importazioni nette di mais (all’epoca era poco, oggi intorno al 40%) e soia era tra 600 e 800 milioni di euro, pari all’8-10% del nostro deficit agroalimentare. Nel 2013 ha toccato il 45% e, solo per la soia, ha superato i 2 miliardi di euro. Parliamo di cifre che equivalgono a oltre il 90% del valore delle nostre esportazioni di prodotti tipici di origine animale. Insomma spendiamo in mangimi per il nostro bestiame quasi quanto guadagniamo dalla vendita dei nostri formaggi e salumi. E la dipendenza dall’estero aumenta bruciando i vantaggi dei nostri prodotti sui mercati internazionali.

Nel 2014 abbiamo importato 3,5 tonnellate di mais per 570 milioni di euro, nel 2015 in cui le nostre produzioni sono andate molto male, la prospettiva è di comprare oltre 4 tonnellate di mais. A prezzo invariato, parliamo di 700-800 milioni di euro. Ma bisogna tenere in considerazione che negli ultimi anni i prezzi di mais e soia sono stati molto bassi, e possono risalire, e che il cambio dollaro-euro sta mutando a nostro sfavore.

 

Le prospettive per i nostri produttori

I nostri produttori di mais non hanno a disposizione le più moderne tecnologie dei competitor di un mercato che ha prezzi molto bassi. “Potremmo garantire loro dei margini di reddito migliori se solo usassimo il famoso mais BT resistente alla piralide, storicamente usato solo laddove c’è effettivamente un’emergenza, e non in modo indiscriminato, sarebbe utile nella zona di Mantova e nella bassa Bresciana dove questa farfalla arriva spesso e fa grossi danni”. Oggi si cerca di prevenire, soprattutto tra i grandi coltivatori, con dosi massicce di insetticidi. “Gli stessi agricoltori, ormai con una solida formazione tecnica, sarebbero in gran parte favorevoli, perché potrebbero essere al sicuro da deprezzamenti o perdite quantitative”. Oggi non possono assicurare determinati standard e quantità. Ed è un sistema che va in crisi. Facciamo l’esempio della Spagna che ha introdotto gli Ogm: nel 1995 la loro resa era di 70 quintali all’ettaro, oggi è oggi 110, in Italia da 90 circa siamo passati a 100, ma i nostri risultati non sono costanti: nel 2013 sotto i 90 quintali, nel 2012 era 80. Le oscillazioni sono enormi. “In più ormai nel mais si usano ibridi e tutte le principali linee per farli sono geneticamente modificate, i nostri coltivatori usano un materiale genetico vecchio di 20 anni, mentre la frontiera della produzione continua a spostarsi”. Ma noi non possiamo seguirla.

Quali sarebbero i benefici? “A livello di sistema paese potremmo tornare a una situazione di autosufficienza per il mais con un risparmio 600/700 milioni di euro”, in Italia la soia si produce in Pianura Padana in secondo raccolto, perché è una varietà a ciclo corto, meno produttiva, ma consente di non rilavorare il terreno (che, in più viene arricchito perché la soia fissa l’azoto), quindi guadagnare tempo. “Con la soia Ogm ci sarebbe più resa e saremmo più concorrenziali nei mercati”. Ma a chi conviene questa situazione? “Ai gruppi sementieri mondiali non interessa più di tanto che in Europa e in Italia si autorizzi l’Ogm, innanzitutto perché i nostri quantitativi sono poco rilevanti, poi perché chi vende sementi modificate vende anche il tradizionale e prodotti chimici per la difesa delle piante dagli attacchi”.

Inutile dire che altrettanto articolate sono le ragioni di chi, da anni, si oppone all’introduzione delle biotecnologie. Ma forse di questo ne abbiamo già sentito parlare.

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