I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile | Claudio Giua

I dati dell’iPhone del terrorista: quando la privacy è una variabile

di Claudio Giua

Il primo dibattito sulla privacy digitale divampò nel 2013 quando, sull’onda delle rivelazioni di Edward Snowden, le major digitali furono accusate di essere tra i fornitori di informazioni riservate alle agenzie di sicurezza americane impegnate in programmi di sorveglianza di massa. Allora Facebook, Google e gli altri raccoglitori seriali di dati personali vennero sospettati di violazioni sistematiche della privacy dei loro utenti su richiesta del Dipartimento di Stato, della CIA e della NSA. Ora il dibattito torna a riaccendersi: il rifiuto di Apple, in nome della stessa privacy, di aprire una porta – una backdoor, tecnicamente – che consenta alla FBI di accedere ai dati crittografati dell’iPhone 5C di uno degli attentatori di San Bernardino viene bollato come collaborazionismo a favore dei tagliatori di teste dell’Isis e dei terroristi islamici in azione in Francia o in California. Si tratta di reazioni schizofreniche delle opinioni pubbliche? Dov’è la verità? Sono gli Over the Top, che si alimentano con le informazioni personali degli utenti, a cedere colpevolmente ai governi “amici” i dati di cui sono custodi, magari in cambio di appoggi politici alle loro espansioni globali? Oppure, al fine di correttamente difendere la riservatezza di miliardi di utenti, gli stessi soggetti stanno mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni?

A favore o contro una o l’altra ipotesi vanno iscritti i commenti al no opposto da Tim Cook alla Federal Bureau of Investigation. Una spaccatura verticale. Con ottime e condivisibili ragioni in entrambi i casi. Do un argomento in più a ciascuna tifoseria. A chi parla di pelosa accondiscendenza degli OTT nei confronti dei governi, non importa in quale area del mondo: avete ragione, ci sono episodi che indicano come in più di un caso le aziende globali che dispongono di enormi moli di informazioni personali siano scese a patti con regimi non democratici di paesi i cui mercati digitali sono ricchissimi, come la Cina. A chi teme che gli strumenti tecnologici a difesa della privacy rischino di favorire i crescenti terrorismi: sì, com’è dimostrato dal fatto che le ultime Brigate Rosse furono debellate, poco più di dieci anni fa, solo dopo lo scardinamento dei muri digitali che impedivano l’accesso a un organizer di un terrorista, Mario Galesi, ucciso dalla polizia su un treno.

Ritengo che il cuore della questione sollevata dalle azioni di Snowden e poi di Apple sia da tutt’altra parte: risiede nella facilità con la quale i dati personali vengono ceduti, consapevolmente o inconsapevolmente, da miliardi di cittadini di centinaia di paesi ad aziende che li trasformano in denaro sonante. E non mi riferisco soltanto ai soliti noti, Google, Facebook, Apple, Amazon etc. Ci sono molte multinazionali con nomi sconosciuti al grande pubblico che trattano dati raccolti attraverso i cookie e altri mezzi, costruiscono profili personali di straordinaria efficacia – i cosiddetti “digital ID” – e ne fanno commercio. Ognuno di noi è venduto e comprato più volte nel corso della giornata, a sua totale insaputa. Conservare nei server patrimoni di notizie sensibili su miliardi di persone e poi farsi paladini della difesa della privacy come nel caso di San Bernardino è oggettivamente un’operazione di pura propaganda.

A nessun livello questi fenomeni sono stati affrontati con consapevolezza e decisione: non dai singoli governi, non dalle organizzazioni e istituzioni sovranazionali. Di questa incomprensibile rinuncia collettiva alla sovranità hanno approfittato le migliori e più potenti aziende di vari mercati, che infatti si sono attrezzate per ottenere tutti i dati personali raggiungibili e catalogabili, con o senza il consenso degli utenti. Il loro successivo e pervasivo uso è sempre corretto? Non c’è alcun modo per esserne certi. Ci si può solo fidare. I monopoli di fatto in settori come la search, i social network, il commercio digitale si spiegano così: chi ha più dati vince perché può raccoglierne sempre di più. Affidiamo gli eventi della nostra vita a signori in braghe corte e canottiera che lavorano a Cupertino, a Mountain View, a Seattle. Ma poi ci interroghiamo se sia giusto o no che i contatti e i segreti di Syed Rizwan Farook, che ha ammazzato 14 persone in un centro per disabili, vengano blindati da Tim Cook.

 

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