Vatican insider-Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite all’islam – La Stampa

Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite

Pakistan, ragazze cristiane e indù rapite e convertite all’islam

Le giovani sono costrette a nozze con rito musulmano, in una pratica che trova la complicità di polizia e magistratura. E il governo rifiuta di approvare una legge sulle «conversioni forzate»

di Paolo Affatato

Lei si chiama Saima Bibi, ha 15 anni ed è cristiana. È stata rapita, sottratta con la violenza alla sua famiglia, costretta a firmare la conversione all’islam e a sposare un uomo musulmano di nome Tanvir. Viveva placidamente nel villaggio indicato con la sigla «Chack 59» (i piccoli insediamenti in Pakistan vengono semplicemente numerati, ndr) nel distretto di Kasur, provincia del Punjab.

In quello stesso villaggio il 14 novembre 2014 i due coniugi cristiani Shama e Shahzad Masih furono gettati in una fornace e arsi vivi da una folla di musulmani, dopo accuse di blasfemia. Una vicenda che ancora fa rumore soprattutto perchè tuttora impunita.

La quindicenne Saima è stata sequestrata mentre era sola in casa. I genitori hanno sporto denuncia e ora è l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill a fornire assistenza legale gratuita. Per Gill non vi sono dubbi: «Si tratta di un caso tipico. Spesso ne sono vittime le donne che appartengono a minoranze religiose indù e cristiane». Autentici sequestri di persona, con l’aggravante di conversioni e nozze forzate, che restano impuniti: «Non esiste una normativa in materia di conversione forzata» aggiunge l’avvocato, ma il governo non intende intervenire in merito.

Secondo dati delle Ong sono circa mille le ragazze delle minoranze religiose cristiane e indù rapite ogni anno in Pakistan. Molti altri casi non vengono nemmeno denunciati, data la complicità delle forze di polizia o di una magistratura compiacente che scoraggia le minoranze dall’intraprendere azioni giudiziarie.

La condizione di intrinseca vulnerabilità delle comunità religiose minoritarie (in Pakistan gli indù sono circa il 2%, i cristiani l’1,5%), esposte ad abusi e discriminazioni, fa il resto. L’ingiustizia resta lì, cristallizzata e quasi istituzionalizzata.

Le organizzazioni della società civile da tempo segnalano l’entità di un fenomeno che riguarda perfino le bambine. A novembre scorso Sana John, adolescente cristiana di 13 anni, è stata rapita e convertita all’islam nei pressi di Sialkot. Per lei si spende l’Ong pakistana «Life for All», che ha constatato l’immobilismo della polizia, nonostante la denuncia.

«Life for All» ha spiegato: «Persone influenti usano il loro potere per farla franca. I casi delle minorenni rapite sono noti, ma i tribunali e le autorità interessate chiudono un occhio. Fino a quando sarà tollerata questa ingiustizia?».

La pratica si inserisce nel quadro della condizione di subalternità della donna nella società pakistana, specie nelle aree rurali, ma le donne appartenenti alle minoranze religiose sono doppiamente vulnerabili. «Di solito – racconta a Vatican Insider l’avvocato Gill – in episodi come questo, la famiglia della vittima presenta denuncia.

Il rapitore presenta una contro-denuncia affermando che la giovane ha compiuto una scelta volontaria. Quando viene chiamata a testimoniare davanti a un magistrato, la ragazza, sottoposta intanto a minacce e pressioni indicibili, dichiara di essersi convertita volontariamente e di acconsentire al matrimonio. Così il caso viene chiuso».

«Le vittime possono subire violenza sessuale, prostituzione forzata, abusi domestici o perfino finire nel giro del traffico di esseri umani. Raramente tali vicende si concludono con il ritorno delle ragazze alle loro famiglie di origine», osserva l’avvocato.

«Mancano serie indagini che provino questo fenomeno e il meccanismo che si instaura», denuncia un rapporto della Aurat Foundation, organismo indipendente con sede a Islamabad, impegnato a promuovere valori di libertà e democrazia. Un fatto, secondo Aurat, risulta determinante: «Dal momento in cui nasce la controversia, fino all’udienza in tribunale, le ragazze restano in custodia dei rapitori e subiscono traumi e violenze».

Alle adolescenti, fragili e vulnerabili, si dice che «ormai sono musulmane e, se cambieranno religione, la punizione per gli apostati è la morte». Il rapporto della Fondazione invita la polizia e le autorità civili a smascherare questa pratica e a salvare le ragazze delle minoranze religiose.

La Aurat Foundation ha presentato anche una proposta di legge per frenare le conversioni forzate. Altrettanto aveva fatto, già nel 2012 – sulla scorta di simili vicende che avevano creato clamore nazionale – la «Commissione nazionale per le minoranze del Pakistan», elaborando un progetto di legge per contrastare specificamente il fenomeno delle conversioni e dei matrimoni forzati.

Ma il governo pakistano fa orecchi da mercante. A novembre 2015 il Ministero per gli Affari Religiosi e il Consiglio dell’Ideologia Islamica hanno pubblicamente espresso fiera opposizione a una eventuale legge sulla «conversione forzata», suscitando disappunto e proteste di indù e cristiani.

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