Se siamo nati per credere, da dove vengono gli atei (L’almanacco della scienza 1-2014 – MicroMega)

SE SIAMO NATI PER CREDERE, DA DOVE VENGONO GLI ATEI?

La spiegazione delle credenze superstiziose nel sovrannaturale come sottoprodotto di alcune tendenze cognitive innate è ormai suffragata da un grande numero di studi e ricerche empiriche.

Come mai allora esistono gli atei? Come può svilupparsi un pensiero critico al punto da non manifestare alcun segnale di attaccamento a una qualsiasi fede? Che ‘possibilità’ biologiche ci sono dietro la tendenza allo scetticismo o all’incredulità che nel mondo contemporaneo sono dilagante maggioranza all’interno delle élite scientifiche e intellettuali?

VITTORIO GIROTTO

Perché milioni di persone non credono nell’esistenza di entità sovrannaturali? Si tratta di una domanda relativamente nuova per la ricerca scientifica. Per molto tempo infatti i ricercatori si sono occupati solo della domanda complementare: perché in tutte le culture umane si sono sviluppate e diffuse credenze nel sovrannaturale e in particolare credenze religiose? E per molto tempo tale domanda ha trovato risposta nella tesi secondo cui le credenze religiose svolgono una funzione sociale adattativa, cioè favoriscono la cooperazione, l’altruismo, e la coesione nei gruppi (Bering, 2006; Wilson, 2003). È una tesi plausibile ma, come tutte le spiegazioni funzionali dei fenomeni religiosi, limitata. È possibile infatti che le credenze religiose contribuiscano al mantenimento dei legami sociali: credere in una divinità che punisce i comportamenti non sociali può rendere meno probabili questi ultimi, aumentando così la fiducia tra i membri di un gruppo. La loro presunta funzione sociale, però, non ne spiega l’origine. Credere in un’autorità secolare che punisce i comportamenti non sociali potrebbe ugualmente renderli meno probabili. Perché allora la selezione naturale, per favorire la vita sociale, avrebbe sviluppato proprio le credenze religiose?Numerose ricerche di psicologi, antropologi cognitivi e neuro- scienziati hanno portato di recente all’elaborazione di una tesi alternativa: le credenze universalmente diffuse in divinità, spiriti, anime, miracoli, non sono adattamenti specifici, cioè non hanno alcun valore adattativo diretto. Sono invece effetti secondari di basilari predisposizioni cognitive, queste sì, vantaggiose (Atran, 2002; Boyer, 2001). Fin dai primi mesi di vita, i bambini manifestano alcune sorprendenti tendenze: rilevano schemi causali negli eventi, attribuiscono intenzioni alle azioni di alcune entità, anche sulla base di indizi molto deboli, e separano nettamente il mondo fisico, in cui gli oggetti inerti sono mossi dall’esterno, dal mondo sociale, in cui gli agenti si muovono autonomamente (Bloom, 2004). Tali tendenze sono funzionali. Come aveva notato lo stesso Darwin (1871), è più vantaggioso inferire la presenza di un agente intenzionale, anche quando non c’è, che mancare di farlo quando esso è presente. Per esempio, reagire al fruscio di un ramo mosso dal vento è un errore meno grave che non reagire al fruscio di un ramo mosso da un predatore. Come aveva notato ancora Darwin, questa tendenza potrebbe esser la base delle credenze religiose animistiche (Guthrie, 1993) e potrebbe anche essere la fonte di altre caratteristiche del pensiero sovrannaturale, come la tendenza a percepire disegni e scopi anche in oggetti che ne sono privi. Per esempio, i bambini piccoli tendono ad attribuire scopi non solo a manufatti ma anche a esseri viventi («Le tigri sono fatte per stare allo zoo») e a oggetti naturali non viventi («Questa roccia ha le punte perché così gli animali possono grattarsi la schiena»). Spiegazioni teleologiche di questo tipo tendono a ridursi con l’età e l’istruzione scolastica (Kele- men, 2003) ma non scompaiono mai del tutto, come ha clamorosamente dimostrato una ricerca appena pubblicata (Kelemen et al., 2013). La psicologa Deborah Kelemen e i suoi colleghli hanno chiesto a un gruppo di fisici di alcune tra le più prestigiose università americane di giudicare una serie di affermazioni. Alcune erano false spiegazioni teleologiche di fenomeni naturali («Il sole emette luce per permettere la fotosintesi delle piante»). Altre erano spiegazioni teleologiche incongruenti relative a manufatti («Le persiane hanno le stecche per bloccare la polvere»). In una condizione sperimentale i fisici non avevano limiti di tempo per rispondere. In tal caso, nessuno di loro accettava affermazioni false di alcun tipo. In un’altra condizione, invece, avevano un tempo limitato per rispondere, cioè avevano una minor probabilità di inibire eventuali risposte automatiche. In effetti in quest’ultima condizione essi continuavano a rifiutare le risposte incongruenti relative ai manufattima non le false spiegazioni teleologiche dei fenomeni naturali. Insomma, anche persone in possesso di conoscenze scientifiche rilevanti, e che nella loro attività professionale rifiutano esplicitamente le spiegazioni teleologiche della natura, finiscono per accettarle quando non dispongono di tutte le loro risorse cognitive.

La tesi secondo cui le credenze nel sovrannaturale sono il sotto- prodotto di alcune tendenze cognitive è stata corroborata in numerose ricerche empiriche, difesa da molti ricercatori ed è ormai nota anche ai non specialisti (Dawkins, 2006; Girotto et al., 2008; Vallortigara, Girotto, 2013). Ma come può questa tesi spiegare l’incredulità? In effetti, se le credenze sovrannaturali dipendono da tendenze intuitive basilari, come mai nel mondo contemporaneo ci sono centinaia di milioni di individui (Zuckerman, 2007) che non aderiscono ad alcun credo religioso? Se si tratta di parti essenziali della natura umana, tutti dovrebbero manifestarne gli effetti indiretti, come mai non è così?

Analitici e quindi non credenti

Tali questioni sono state trattate in alcune ricerche simili ma indipendenti pubblicate lo scorso anno. Il loro punto di partenza comune era la previsione seguente: se le credenze religiose sono basate su processi cognitivi di tipo intuitivo, allora l’attivazione di processi di pensiero più analitico dovrebbe indebolirle. Nella ricerca condotta dallo psicologo di Harvard Joshua Greene e dai suoi collaboratori (Shenhav et al., 2012), i partecipanti dovevano risolvere problemi di questo tipo: «una racchetta e una pallina da ping-pong costano 1 euro e 10 centesimi. La racchetta costa 1 euro più della pallina. Quanto costa quest’ultima?».

una risposta intuitiva per questa domanda è immediatamente disponibile: «10 centesimi». Ma quella corretta è: «5 centesimi». Problemi come questo permettono di distinguere due diversi stili di pensiero: uno «intuitivo» e l’altro «analitico» o, seguendo la definizione usata nel noto libro di Daniel Kahneman, uno «veloce e automatico» e un altro «lento e riflessivo» (Kahneman, 2011). Ebbene, Greene e colleghi hanno scoperto che le persone dotate di uno stile di pensiero analitico (quelle che rispondono «5 centesimi») sono meno propense a manifestare credenze religiose di quelle dotate di uno stile più intuitivo (quelle che rispondono «10 centesimi»). Questo risultato è importante e conferma le correlazioni negative, riportate in altri studi, tra grado d’intelligenza e grado di religiosità delle persone (Zuckerman et al., 2013) e tra grado di diffusione dell’istruzione in un dato paese e grado di adesione a credi religiosi (Braun, 2012). Questo risultato è stato poi replicato in una ricerca da cui è emerso che la propensione al pensiero analitico è un indice negativo della tendenza a credere nell’esistenza di entità sovrannaturali e nei fenomeni paranormali (Pennycook et al., 2012). Greene e colleghi, però, non si sono limitati a constatare l’esistenza di una correlazione negativa tra pensiero analitico e religiosità. I partecipanti di un altro loro esperimento descrivevano un successo personale ottenuto grazie all’intuizione oppure grazie al ragionamento. Dopo la descrizione, tutti i partecipanti rispondevano a un questionario sulla religiosità. Ebbene, quelli che avevano descritto un successo dovuto al ragionamento dichiararono di credere meno in Dio rispetto agli altri.

Sempre lo scorso anno, gli psicologi Gervais e Norenzayan (2012) hanno dimostrato che si può indurre sperimentalmente l’incredulità attivando in modo ancor più sottile il pensiero analitico. Un gruppo di partecipanti a un loro esperimento doveva mettere in ordine una serie di parole che si riferivano al pensiero analitico [ragione, ponderare, razionale), e poi doveva rispondere ad alcune domande sulla religione. Questi partecipanti manifestarono una minor adesione alle credenze religiose rispetto a quelli cui era stato chiesto di mettere in ordine una serie di parole di contenuto neutro (martello, saltare, scarpe). Insomma, come avevano previsto Gervais e Norenzayan, l’attivazione, anche indiretta e inconsapevole, di strategie di pensiero analitico indebolisce le intuizioni che stanno alla base delle credenze religiose.

Analitici ma credenti

  1. risultati di Gervais e Norenzayan, sia per la sede in cui sono stati pubblicati la prestigiosa rivista Science – sia per le loro implicazioni generali, non sono passati inosservati. Tra le numerose critiche cui sono stati sottoposti, vale la pena considerare il commentoscettico uscito sull’altrettanto prestigiosa rivista Nature. Il suo autore, Philipp Ball (2012), dopo aver fatto notare che molti grandi pensatori del passato professavano una fede religiosa, in particolare cristiana, e dopo aver citato san Tommaso, Berkeley, Hume e Kant, concludeva: «L’idea che le credenze [religiose] di questi pensatori sarebbero svanite se essi fossero stati più analitici è, se non altro, divertente». L’argomento di Ball può far sorridere ma è facilmente refutabile, perché si basa sull’erronea sottovalutazione dell’importanza dell’ambiente culturale nella diffusione e accettazione delle credenze nel sovrannaturale.
    Le capacità di pensiero analitico sono necessarie per superare le intuizioni che fondano il pensiero sovrannaturale. Senza la riflessione, per esempio, è impossibile evitare la tendenza ad attribuire disegni e scopi agli eventi naturali. Queste capacità, tuttavia, non sono sufficienti. Consideriamo la lista dei pensatori citati da Ball. Sembrano tutti controesempi rilevanti dell’ipotesi secondo cui le capacità analitiche indeboliscono il pensiero sovrannaturale. Sono tutti però controesempi del
    passato. Se consideriamo le accademie scientifiche più prestigiose, come l’americana National Academy of Sciences o la britannica Royal Society, i cui membri sono gli equivalenti contemporanei dei grandi pensatori del passato, avremmo molte difficoltà a trovare altri controesempi. L’élite scientifica contemporanea, in effetti, è in grandissima maggioranza non credente (Larson, William, 1998). In cosa differiscono allora i pensatori del passato dagli scienziati viventi? Una risposta plausibile è che i primi non avevano conoscenze sufficienti per andare al di là delle concezioni intuitive del mondo. Torniamo alla lista di Ball. In essa spicca il nome di David Hume, forse non il miglior esempio di difensore della fede. In effetti Hume, con la sua critica alle proposizioni della teologia tradizionale, ha grandemente contribuito allo sviluppo del pensiero non religioso. Hume, inoltre, è l’autore di una cruciale critica all’argomento secondo cui l’apparente disegno insito nella natura dimostra l’esistenza di un Supremo Creatore della natura stessa (Hume, 1779). Ma se Hume aveva i mezzi analitici per rifiutare l’idea che i fenomeni naturali sono l’effetto di un disegno, non aveva la possibilità d’immaginare un’alternativa convincente all’unica altra opzione disponibile ai suoi tempi, cioè l’effetto del caso. Come nota Richard Dawkins (2006), Hume avrebbe adorato la teoria della selezione naturale che, solo decenni dopo la sua morte, permise di spiegare l’emergere di fenomeni apparentemente improbabili come l’origine delle specie senza ricorrere a creatori divini.

    Se andiamo più indietro nel tempo, troviamo molti grandi pensatori la cui visione del mondo era ancora più intuitiva di quella di Hume. Consideriamo Aristotele. Nessuno può dubitare delle sue capacità analitiche. Eppure il «maestro di color che sanno» pensava che il mondo fisico fosse simile a un organismo vivente e usava spiegazioni teleologiche per tutti i fenomeni naturali, viventi e non viventi. Immaginiamo ora che nasca un nuovo Aristotele e che gli venga fornita un’istruzione scientifica moderna. Quasi sicuramente questo Aristotele contemporaneo rifiuterà spiegazioni teleologiche come «le piante hanno le foglie per favorire i frutti» (Fisica, libro 1, parte 8), oppure le accetterà, come i fisici interrogati da Kelemen e colleghi (2013), qualora le sue risorse cognitive dovessero essere forzatamente ridotte.

    Insomma, il pensiero analitico indebolisce le credenze nel sovrannaturale. Tuttavia anche gli individui dotati delle più grandi capacità analitiche non potranno che far ricorso alle loro tendenze intuitive nella spiegazione dei fenomeni naturali, se l’ambiente culturale in cui vivono non offre spiegazioni scientifiche alternative. A dimostrazione indiretta di quest’asserzione si può ricordare il risultato di una comparazione transculturale: i bambini britannici tendono ad abbandonare le spiegazioni teleologiche più precocemente dei loro coetanei americani (Kelemen, 2003). Probabilmente i primi, che vivono in un ambiente relativamente più secolarizzato e che ricevono un’istruzione scientifica più precoce dei secondi, possiedono alternative rilevanti per la spiegazione dei fenomeni naturali.

Credere, obbedire e, qualche volta, dubitare

Il
ruolo dell’insegnamento scientifico precoce illustra l’importanza dei fattori ambientali e della trasmissione culturale nel favorire l’emergere di una visione religiosa o non religiosa del mondo. Come riconoscono esplicitamente i seguaci di vari credi religiosi, nulla è più importante che far assimilare le credenze religiose ai bambini piccoli. L’indottrinamento precoce, infatti, ha il vantaggio di sfruttare non solo le predisposizioni cognitive dei bambini ma anche la loro inclinazione a credere a ciò che dicono genitori e adulti dotati di un qualche ruolo sociale importante (Harris, 2012). Anche quest’inclinazione è di per sé funzionale: per i piccoli della nostra specie è stato vantaggioso credere a quanto insegnato da genitori e anziani (Dawkins, 2006). Chi di loro ha seguito il consiglio «non nuotare nel fiume perché ci sono i coccodrilli» ha avuto maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi di chi non l’ha fatto. L’inclinazione infantile ad accettare gli insegnamenti delle persone più grandi continua sotto altre forme nel resto della vita. Gli adulti infatti tendono ad accettare in modo selettivo le credenze espresse dalle persone che hanno una posizione gerarchica elevata (Cialdini, 1993) o dalle persone che mettono in atto comportamenti stravaganti e magari costosi, come l’autoflagellazione e il digiuno, ma coerenti con le credenze professate (Henrich, 2009), secondo il principio che «gli uomini prestano meno fede a quello che odono che a quello che vedono» (Erodoto,
Storie, libro 1, cap. 8). Gli adulti infine tendono ad accettare le credenze più diffuse tra i membri dei gruppi di appartenenza e a comportarsi di conseguenza, soprattutto in condizioni di incertezza e di isolamento (Cialdini, 1-993).

Tutti questi meccanismi di apprendimento culturale possono favorire lo sviluppo e la diffusione dei sistemi di credenze nel sovrannaturale e rendono conto della diversità degli stessi (Gervais, Henrich, 2010). In particolare, si tenderà a credere alle entità sovrannaturali maggiormente sostenute dal proprio ambiente e a essere scettici verso altre entità, ugualmente sovrannaturali, ma prive di sostegno culturale. Per esempio, attualmente la maggior parte degli abitanti del Nordamerica venera una qualche variante del Dio cristiano e non crede più a un’entità, un tempo molto popolare, come Manitù. I meccanismi di apprendimento culturale, però, possono anche favorire l’incredulità. In particolare, in ambienti in cui la maggior parte delle persone non crede o non mette in atto comportamenti che testimonino fede sincera verso alcuna entità sovrannaturale, ci sarà una minor probabilità di sviluppare una visione religiosa del mondo. Per esempio, nei paesi scandinavi, forse l’area del mondo più secolarizzata, anche bambini allevati in famiglie religiose hanno scarsa probabilità di diventare adulti credenti essendo raramente esposti a manifestazioni credibili di fede da parte dei genitori (Lanman, 2012).

Torniamo ora alla spiegazione funzionale delle credenze religiose che abbiamo considerato all’inizio. Anche se le credenze nel sovrannaturale non possono essere emerse solo perché erano socialmente vantaggiose, è probabile che il loro comparire abbia favorito, in qualche caso, la socialità. In particolare, la credenza in «divinità morali», cioè in entità sovrannaturali che vigilano e sanzionano i comportamenti umani, può aver favorito la coesione di gruppo. In effetti, vi sono molte prove empiriche che l’attivazione della credenza nelle divinità morali rende più probabile la cooperazione e la fiducia tra estranei (Norenzayan, Shariff, 2008). D’altro canto, vi è una sistematica correlazione tra la presenza di tali divinità e l’ampiezza dei gruppi umani: mentre nei gruppi di piccola taglia, cioè quelli più simili alle società umane più antiche, le divinità non sono del tutto onniscienti e nemmeno implicate nella regolazione del comportamento umano, nei gruppi di grande taglia si venerano quasi sempre divinità morali (Roes, Raymon, 2002). Questi dati portano a formulare l’ipotesi che la credenza in tali divinità si sia diffusa per ragioni di ordine culturale. Quando i gruppi umani assunsero un’ampiezza tale da rendere difficile il mantenimento della cooperazione tramite la selezione di parentela e l’altruismo reciproco, credere nelle divinità morali può aver svolto un ruolo storico rilevante, anche se non esclusivo, nel favorire la cooperazione tra estranei. Secondo alcuni archeologi, in effetti, le divinità morali potrebbero essere comparse solo negli ultimi 15 mila anni, in coincidenza con l’allargamento dei gruppi sociali prodotto dall’agricoltura (Cauvin, 2000).

Insomma, diversi fattori di evoluzione culturale sembrano avere contribuito alla diffusione delle credenze in un tipo particolare di entità sovrannaturale. Fattori della stessa natura, quindi, possono contribuire al loro declino. Le società dotate di affidabili istituzioni per il controllo delle relazioni tra gli individui, come i tribunali e le forze di polizia, offrono serie alternative secolari alle divinità morali. Se in società di questo tipo scarseggiano le prove comportamentali di fede religiosa, le istituzioni secolari finiscono per indebolire il ruolo sociale delle religioni. La minor rilevanza sociale delle fedi, a sua volta, le renderà meno capaci di espandersi, limitando la loro possibilità di influenzare le giovani generazioni. Il caso dei paesi scandinavi illustra adeguatamente questa possibilità (Zuckerman, 2008).

Conclusioni

In conclusione, il pensiero religioso e, più in generale, sovrannaturale non sembra essere un adattamento diretto alla vita sociale ma un sottoprodotto di adattamenti di altra natura, in particolare di intuizioni cognitive precoci. Tuttavia, tali intuizioni non sono sufficienti per produrre e diffondere credenze religiose specifiche. Vari meccanismi di apprendimento e di evoluzione culturale favoriscono lo sviluppo e il mantenimento di sistemi di credenze religiose e rendono conto della diversità degli stessi. Le stesse forze, d’altro canto, possono indebolirli: la mancanza di supporto culturale e la presenza di adeguate alternative secolari incoraggiano l’indifferenza religiosa, come nel caso, più volte citato, dei paesi scandinavi. Le capacità di pensiero analitico, inoltre, indeboliscono le intuizioni che stanno alla base delle credenze religiose, portando così, in ambienti culturali favorevoli, allo sviluppo dello scetticismo esplicito e dell’ateismo.

La ricerca scientifica sui processi cognitivi e culturali che permettono l’emergere e il diffondersi del pensiero non religioso è ancora agli inizi. I risultati che essa ha finora prodotto però sono doppiamente incoraggianti. Da un lato essi indicano che l’ipotesi evoluzionista del pensiero sovrannaturale riesce a render conto anche dell’indifferenza religiosa e del pensiero scettico. Dall’altro lato, essi suggeriscono che questi ultimi non sono destinati a essere fenomeni marginali, psicologicamente difficili da sostenere e culturalmente instabili. Anche se le propensioni cognitive che stanno alla base delle credenze religiose sono parte integrante della natura umana, gli esseri umani possiedono capacità cognitive e organizzazioni sociali per sviluppare e sostenere visioni meno intuitive del mondo.

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