La mente e il cervello (L’almanacco della scienza 1-2014 – MicroMega)

LA MENTE E IL CERVELLO

Da tempo le neuroscienze hanno chiarito che il dualismo mente- cervello è incompatibile con la natura. Eppure, è difficile per noi esseri umani accettare il fatto che siamo ciò che il nostro cervello ci fa essere, e che tutta una serie di astrazioni, a partire dalla nozione di libero arbitrio, non corrisponde alla realtà dei dati scientifici.

Anche per questo si assiste ultimamente al diffondersi di un atteggiamento tendente a superare i vincoli della ricerca scientifica con la speculazione astratta.

ARNALDO BENINI

La riflessione filosofica porta ad asserzioni sul vero,  sul bello, sull’utile, sul bene, sulla storia, sulla vita, sulla realtà, sulla conoscenza, sul mondo. Agli assoluti della filosofia e della religione Francis Bacon antepose l’indagine paziente che l’uomo fa di sé e della natura. Con la metodologia della scienza, la mente raccoglie dati sugli eventi naturali, ad esempio sul cervello, di cui è parte. Li controlla, li verifica, li corrobora o li raffina. Si avvicina agli eventi naturali, di cui fanno parte anche riflessioni, emozioni, fantasie, memorie, piaceri e dispiaceri, la matematica, la musica, con cautela e modestia d’intenti, consapevole di non poter fornire verità ma dati da verificare. Il prestar ascolto alla voce della natura porta a considerare la vita un esperimento nel quale il destino ci ha geworfen (gettati), dice Heidegger, e dal quale possiamo imparare dai nostri errori, senza l’illusione di avere il destino e la verità nelle mani.
È la conditio Humana, che le scienze colgono meglio di qualunque altra riflessione. L’aumento della conoscenza sposta i limiti della ragione. Ciò che è al di là deve essere cercato e studiato, con la consapevolezza che la scienza è l’unica metodologia e strategia mentale che aumenti la conoscenza. il fisico John Archibald Wheeler ha riassunto la saggezza e la disciplina della scienza dicendo che più si allarga l’isola della conoscenza più ci si rende conto che aumenta la lunghezza delle coste della nostra ignoranza (Wheeler, 1984; Yanofsky, 2013; Weinberg, 2013). Ciò che la metodologia della scienza non raggiunge non si spiega con speculazioni metafisiche e con ricorsi all’anima e allo spirito. I meccanismi nervosi delle percezioni, delle riflessioni, degli stati d’animo, si possono seguire con le tecniche delle neuroscienze cognitive fino a un’area del lobo prefrontale. Il passaggio dello stimolo elettrochimico a contenuto della coscienza è segnalato da un aumento dell’apporto di sangue e da uno scoppio d’attività elettrica nella regione. La mente non è però in grado di spiegare in che cosa consista il «diventare cosciente» di uno stimolo. Si registra l’attività dei neuroni, cellule nervose arcaiche e complicate come grandi città, che, nella regione attiva, sono sincronizzati, e le sinapsi che li mettono in comunicazione fra di loro, ma la mente non afferra come l’attività elettrochimica della materia cerebrale produca i contenuti della coscienza. Il cervello che studia coincide con l’oggetto studiato. Esso è il meccanismo che fa di noi quello che siamo e che crea l’ambiente in cui viviamo (Editoriale, 1998a). L’autoreferenzialità del cervello che studia i suoi meccanismi cognitivi comporta che la mente non capisce completamente se stessa e il mondo che essa indaga. Un meccanismo può essere capito solo da
un meccanismo di complessità superiore. Il cervello umano è il meccanismo più complesso della natura. Francis Bacon ammoniva che la sottigliezza della natura supera di molto la sottigliezza del senso e dell’intelletto «tanto che tutte quelle belle meditazioni, speculazioni e controversie umane sono cose senza senso (Malasana)» (Bacon, 1975, p. 553). Nel 1927, con i calcoli della teoria quantistica relativistica dell’elettrone, Paul Dirac scoprì un elettrone positivo. Era l’indizio dell’antimateria, o materia, o energia oscura (Baggott, 2013, p. 29). Essa è stata confermata dalla forza di gravità che esercita su alcune galassie e dall’accelerazione che imprime all’espansione dell’universo, che, secondo la teoria del big bang, dovrebbe invece rallentare (Brooks, 2009, pp. 17-49). In base ai calcoli, si sospetta che la materia oscura, di cui non si ha esperienza diretta, costituisca l’85- 90 per cento dell’universo. Essa potrebbe essere composta di particelle estranee ai nostri meccanismi cognitivi (come il paradossale elettrone positivo di Dirac) e quindi rimanerci oscura per sempre. Per Galileo il mondo è scritto in linguaggio matematico. È molto più probabile che possiamo capire solo la parte del mondo scritta nel linguaggio matematico perché esso è creato dal cervello (Dehaene, 2010, p. 273). A conferma di quel che diceva David Hume, quando, incitando al back to nature nello studio delle attività spirituali, ammoniva che la circonferenza della mente è molto più ridotta di quella della natura. La consapevolezza dei limiti dei meccanismi nervosi della conoscenza, corroborata dalle neuroscienze, non ha scoraggiato e non scoraggia la ricerca. L’autocoscienza acquisisce con i dati, seppur provvisori, della scienza, un senso della realtà e di sé sul quale ragionare. Descrivendo la natura che essa interpreta con la metodologia della scienza, la mente trasmette all’autocoscienza la consapevolezza delle sue capacità, delle sue qualità e caratteristiche. Le neuroscienze cognitive, studiando l’organo che fa di noi quel che siamo, contribuiscono a una visione realistica della vita e della storia, ad esempio con i dati circa la casualità degli eventi del cervello. Più che qualunque altra riflessione, la scienza mette l’uomo a confronto con la realtà, la precarietà, l’incertezza e la fragilità dell’esistenza. Con la scienza l’uomo conosce i motivi dell’ignoranza circa la sua origine, il suo destino e gran parte della natura di cui fa parte. La neuroscienza che studia i meccanismi nervosi della decisione dimostra l’irrealtà della volontà libera, dell’illusione che i nostri atti e scelte non obbediscano a meccanismi casuali della materia del cervello. Senza dover far ricorso al Maligno, la scienza spiega con eventi naturali, fra i quali l’evoluzione, una delle caratteristiche uniche nella natura, vale a dire la spaventosa ferocia della specie umana, che non a caso, secondo la Bibbia, ha preso avvio con un fratricidio. È una concezione della vita e una metodologia della ricerca dei suoi fondamenti e della sua storia che richiede disciplina mentale e con la quale molti, anche fra gli scienziati, hanno difficoltà a familiarizzare. È più comodo accettare illusioni manipolabili piuttosto che una realtà con tanti lati oscuri.

La nuova scienza

La natura descritta dalla scienza è diversa dai dati immediati della coscienza e dal senso comune. Lo studio empirico e sperimentale della natura da parte dei meccanismi nervosi della razionalità è possibile solo ignorando il dato immediato che i meccanismi nervosi della percezione comunicano alla coscienza. Se così non fosse, crederemmo ancora nell’universo tolemaico e penseremmo come Goethe che, all’inizio del XIX secolo, sosteneva che microscopi e telescopi non chiariscono, ma falsificano la natura. «Il cervello», scrive il neuroscienziato E. Kandel, «non elabora […] una replica del mondo esterno, quasi fosse una macchina fotografica tradizionale. Ma costituisce una rappresentazione interna degli eventi fisici. […] Perciò il fatto che le nostre percezioni ci appaiano come immagini dirette e accurate del mondo è il risultato di un’illusione» (Kandel et al., 1999, p. 322 e 368). Il neuroscienziato Giorgio Vallortigara, con ricerche sui meccanismi della conoscenza, sostiene che «trucchi e scorciatoie […] fanno del nostro mondo percettivo non un’approssimazione a come il mondo è davvero, ma a come sia più conveniente rappresentarlo. Un teatrino, una grande illusione. La nostra prigione» (Vallortigara- 2011, p. 10). Le neuroscienze dimostrano che il mondo in cui viviamo, la «nostra prigione», non è il luogo pieno di rumori, colori, odori in cui il cervello ci fa vivere. In realtà esso è un grigio e silenzioso contenitore di molecole senza odori, sapori, temperatura, di campi elettromagnetici e di fotoni senza colori, di molecole in vibrazione e in movimento (Bellone, 2011; Henshaw 2012). La differenza fra la caratterizzazione scientifica della realtà e la percezione del mondo in cui viviamo dipende dalla differenza fra i meccanismi nervosi della percezione e quelli della razionalità. La razionalità della scienza ha dimostrato che la terra quasi sferica gira attorno al sole e su se stessa, e che noi ci troviamo su un suo frammento. Di ciò non percepiamo nulla. Noi continuiamo a percepire uno spazio inesistente, anche dopo che aree della razionalità del cervello ne hanno dimostrato l’irrealtà. La realtà del mondo in cui la percezione ci fa vivere non è quella vera. Non lo sono nemmeno le quantità matematiche, che Galileo riteneva oggettive. Le dimensioni di ciò che vediamo, ad esempio, dipendono dall’estensione della corteccia visiva primaria, che varia da persona a persona fino a tre volte. Più estesa è l’area visiva primaria, più accurato è l’esame dei dettagli e più piccolo è percepito l’oggetto (Rees, Kanai, 2012, pp. 59ss). Se tutta l’elaborazione della conoscenza del mondo avviene dentro i meccanismi nervosi della percezione e della conoscenza, come riesce il cervello a comunicare alla coscienza che ciò che essa percepisce è fuori, nel mondo? Il cervello non proietta nulla all’esterno di sé, perché il mondo in cui la mente ci fa vivere è dentro i suoi meccanismi cognitivi. La «mente estesa» è una speculazione senza dati (Clark, Chalmers, 1998; Di Francesco, Piredda, 2012; Benini, 2013a; Di Francesco, 2013).

Come si concilia la caratterizzazione scientifica della realtà con i dati immediati che percepiamo? Galileo colse il problema e si disse sicuro che la fisica (cioè la scienza) era in grado di chiarire l’irrealtà del mondo della percezione rispetto ai dati della ricerca (van Fraassen, 2008, p. 277). Egli spiega, nel Saggiatore, che della realtà apprendiamo ciò che può essere espresso con la matematica e la geometria (forma, dimensioni, movimento, quantità). Colori, suoni, calore, sapori, odori, il solletico, non sono nel mondo ma tengono «solamente lor residenza nel corpo sensitivo», cioè nel cervello di chi guarda, ascolta e viene solleticato, e «fuor dell’animal vivente [altro non sono] che nomi» (Galilei, 1953, p. 312). È un’anticipazione di quel che le neuroscienze hanno confermato, e che nondimeno il senso comunque continua a rifiutare. Perché continuiamo a vivere in un mondo che la parte razionale della coscienza ci dimostra inesistente? Perché vivere in una terra piatta e ferma col sole che le gira intorno e con un tempo uniforme è molto più gradevole e favorevole allo sviluppo della specie che sentirsi su un pianeta rotondo che gira su se stesso e attorno al sole a una velocità folle in uno spazio a quattro dimensioni, col tempo che cambia a seconda della velocità. La percezione del mondo con i suoi contenuti (odori, sapori, temperatura, suoni, colori) non è una scelta a piacere. Essa avviene per meccanismi nervosi selezionati dall’evoluzione e trasmessi geneticamente. Essi sono la versione scientifica delle categorie kantiane. La visione distorta del mondo è un fatto evolutivo dei meccanismi della percezione. L’universo tolemaico era chiaro e ordinato. Quello nuovo è una sequenza infinita d’eventi, di dubbi, d’incertezze; non c’è soluzione di un problema che, come ammonisce John A. Wheeler, non ne ponga altri. Demolita con la razionalità della ricerca la presunta realtà del dato immediato della coscienza, la mente che studia se stessa si rende conto che solo con la scienza essa è in grado di esplorare e descrivere il mondo alla ricerca della verità. Con la vecchia concezione, la mente viveva un mondo inesistente di cui credeva di capire tutto, con la nuova scienza indaga un mondo diverso dal dato immediato della coscienza di cui sa che il fondamento continua a sfuggirle. Il medico e filosofo illuminista Pierre-Jean-Georges Cabanis, che molta influenza ebbe su alcuni dei maggiori neuroscienziati del XIX secolo, sosteneva, sulla scia di Diderot e Condillac, che la conoscenza della natura era constatazione di effetti, non conoscenza di cause. La medicina doveva curare senza poter conoscere l’essenza delle cose, cioè della natura (Cabanis, 1974, pp. 39-46). Ecco perché essa fa immensi progressi, ma non riesce a prevenire e curare tutto. La mente fatica ad accettare i due cataclismi che essa stessa, con la metodologia delle neuroscienze, ha provocato: l’irrealtà del mondo in cui viviamo rispetto a ciò che la ricerca naturalistica trova e la consapevolezza che la verità della natura, di tutta la natura, è inaccessibile ai meccanismi cognitivi. Le probabilità statistiche, strumenti indispensabili in ogni ricerca naturalistica, segnalano l’impossibilità di dati certi e definitivi. Esse sono la «misura dell’ignoranza» (van Fraassen, 2008, p. 279), e la consapevolezza dei limiti della conoscenza.

Il dato delle neuroscienze più arduo da accettare da parte del senso comune, un vero «spasmo dell’esistenza», dice il filosofo Colin McGinn (2011), è l’identità di mente e cervello, il dato che noi siamo ciò che il cervello ci fa essere. Non è semplice per la coscienza convincersi che essa è l’attività elettrochimica di miliardi di neuroni, tanto più senza l’evidenza dell’introspezione (McGinn, 2013). Paradossalmente, il rapporto fra mente e cervello è evidente quando parte del cervello non funziona come dovrebbe (Crick et al., 2004). Difficile accettare che neuroni e sinapsi creino, in alcuni cervelli, la Divina Commedia o la teoria della relatività. Ma se non loro, che cosa allora? Eventi immateriali come riflessioni, fantasie, sogni, calcoli, piaceri estetici, creazioni artistiche, teorie scientifiche, ma anche convinzioni demenziali, piani di guerra e di massacri, non esisterebbero se la materia del cervello non li producesse. Essi fanno parte della realtà, come della realtà fanno parte i criteri per giudicarli, anch’essi prodotti dal cervello. Nel 1890 William James scrisse che «nell’uomo la corteccia è il solo organo della coscienza» (James, 1890, p. 66, corsivo nel testo). Ciò è confermato dalle tecniche della brain imaging (elettroencefalografie, risonanze magnetiche, tomografie con positroni ed altre). Senza attività in specifiche aree cerebrali, non c’è evento mentale. Il contenuto della mente emerge e cambia solo se cambia il funzionamento della corteccia cerebrale. Meccanismi e aree cerebrali sono diversi se si ragiona in maniera deduttiva (tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, Socrate è mortale) o induttiva (dal dato alla regola) (Goel et al., 1997), ma non si può leggere ciò che si pensa. Una condizione costante della vita è l’incertezza, che ci pone nella necessità di scegliere. Ci sono aree corticali attive nella condizione d’incertezza e altre che trasmettono alla coscienza il grado di fiducia raggiunto nella scelta (Benini, 2013b). La curiosità (che gli antropologi chiamano flessibilità comportamentale), presente in tutti gli esseri viventi come base della nutrizione e della riproduzione, vale a dire del mantenimento della specie, è dovuta, nell’uomo, a una rete di neuroni con assoni particolarmente lunghi distribuiti in tutto il cervello, che consentono collegamenti e sincronizzazioni temporanei fra aree corticali distanti fra di loro. Jean-Pierre Changeux pensa di poter parlare di sistemi della curiosità (2013, p. 56). In un esperimento, una persona deve aggiungere a (o sottrarre da) una cifra da lei scelta (che non è dichiarata) uno di due numeri che le sono indicati. Prima che la persona decida se aggiungere o sommare, la risonanza magnetica mostra attiva una zona circoscritta della corteccia prefrontale sinistra diversa a seconda che essa poi sommi o sottragga (Haynes et al., 2007). Se si pensa a Dio con devozione o per negarlo, sono attive aree cerebrali diverse (Kapogiannis et al., 2009). Il concetto di responsabilità, alla base della convivenza e della legislazione, è fondato sulla scelta libera da ogni condizionamento. Innumerevoli studi di neuropsicologia, di neuroimaging e di neurologia tendono invece a dimostrare che la coscienza d’ogni decisione è preceduta da un aumento d’attività nelle aree specifiche della corteccia cerebrale. La coscienza è informata con l’illusione di esserne l’artefice quando l’evento è già in atto, a volte con un ritardo di 10 secondi. Ciò sembra contraddetto dal fatto che noi avvertiamo la differenza fra una decisione libera da una presa sotto costrizione. Fra le due condizioni sembra in realtà esserci solo la differenza del momento in cui i meccanismi della coscienza ricevono l’informazione di ciò che è già in atto. Le ricerche cliniche e neuro fisiologiche dello scienziato del movimento Mark Hallett (2007-2010) dimostrano che tutti i movimenti (cosiddetti volontari e involontari o psicogenici e patologici) partono dal cervello, senza motivazione esplicita. «Perché una mattina» si chiede Sani Harris, «mi sveglio con la voglia di caffè anziché di tè?» (Harris,

p. 7). Non è una scelta, è un meccanismo spontaneo del cervello che anticipa la coscienza. Il sistema nervoso non agisce a comando, ma spontaneamente (Changeux, 2013, p. 143).

La casualità dei meccanismi del cervello

La ricerca di alcuni dei maggiori centri di ricerca neuroconoscitiva ha portato alla Global Workspace Theory (spazio globale di lavoro) del cervello cognitivo (Baars, 1997; Baars, Cage, 2007; Changeux, 2013, pp. 176 ss.). La sincronizzazione di una vasta area di neuroni con mappa genetica comune che comprende gran parte della corteccia rende l’informazione cosciente. I processi coscienti sono meccanismi nervosi distribuiti su tutto il cervello, una condizione costante del cervello sembra essere l’insufficienza d’energia. Solo il 30 per cento delle sinapsi raggiunte da uno stimolo lo diffonde. I criteri con cui lo stimolo prosegue o si ferma, uno dei campi più studiati dalle neuroscienze, sono inspiegabili. È possibile che il passaggio e la modulazione dello stimolo attraverso le sinapsi, eventi fondamentali del funzionamento del cervello, sia casuale (Linden, 2007, p. 44). Un’altra conseguenza dell’energia insufficiente è l’incapacità della coscienza di fissarsi su più di un compito alla volta. Per questo, ad esempio, telefonare mentre si guida è proibito. Di tutte le informazioni che i meccanismi della coscienza elaborano, solo un’informazione per volta diviene cosciente a scapito delle altre, che rimangono incoscienti, influendo però inconsciamente più o meno a lungo sui meccanismi della coscienza. La coscienza e i processi inconsci sono una variabile probabilmente casuale degli stessi meccanismi nervosi. L’«attenzione», scrive William James (1890, p. 405), «comporta il ritiro da alcune cose per concentrarsi con efficacia su altre.» Qual è la regola di uno dei meccanismi decisivi della vita? Quando la coscienza è posta davanti a compiti cognitivi specifici, alcune regioni del cervello (centri della memoria, parte dei lobi frontali e parietali) aumentano l’attività mentre altre (corteccia cingolata, altre regioni frontali e parietali, il cervelletto) l’attenuano. La differenza è tanto maggiore quanto più l’attenzione verso il compito da svolgere è intensa. Se intervengono emozioni, ricordi, fantasie, divagazioni, l’intensità del lavoro del primo insieme diminuisce, cioè la concentrazione e l’attenzione scemano (Noudoost, Moore, 2013; Dehaene et al., 2006). Le due reti nervose sono antagoniste e si contendono l’energia disponibile. Il cervello cognitivo non risponde agli stimoli esterni e all’ordine di concentrarsi su un compito, ma modula secondo stimoli suoi il funzionamento del sistema. L’attenzione dipende solo dai meccanismi cerebrali. Ciò che diventa cosciente dipenderebbe in gran parte dal caso e non dall’urgenza o dalla gravità oggettiva. Di momento in momento diventiamo coscienti di un evento, di un ricordo, di una riflessione, di uno stato d’animo (i qualia) senza consapevolezza delle alternative. «Quasi tutto quello che facciamo, pensiamo e sentiamo non è sottoposto al nostro controllo conscio» scrive il neuroscienziato David Eagleman (2012, p. 6; Dehaene et al., 2006). Un padre affettuoso ha dimenticato la figlia di due anni in automobile sotto il sole per cinque ore e la bambina è morta per ipertermia e disidratazione. Il padre aveva trovato inaspettatamente molte cose da fare. Pensare alla figlia chiusa in macchina al sole dovrebbe avere la preminenza assoluta. Nel cervello del padre la concentrazione sul lavoro inaspettato ha abbassato l’attività dei centri della memoria al punto da dimenticare la bambina. Una tremenda coincidenza casuale di eventi nervosi ha portato i meccanismi nervosi a un comportamento sul quale volontà, attenzione, amore non possono nulla perché essi stessi prodotti di meccanismi nervosi che in quella circostanza non erano più in grado di agire nel senso giusto, per insufficienza di energia utilizzata altrove. Il padre non poteva agire diversamente da come ha agito. Uno dei tanti orrori della natura. Il giudice l’ha fortunatamente prosciolto (Fasano 2013; Benini, 2012, pp. 22-23). Più di trent’anni fa il filosofo Hans Blumenberg scelse, su basi psicologiche, l’iceberg come metafora della coscienza: «Come nell’iceberg, sei settimi dell’essere umano giacciono sotto la superficie, solo un settimo sopra. Sei settimi del suo essere gli sono sconosciuti. È consapevole solo di una piccola parte del suo essere, col quale identifica la coscienza» (Blumenberg, 2012, pp. 207ss). La scienza tende a dimostrare che un settimo di consapevolezza è troppo.

Défaillance della ragione

La differenza fra dati della scienza, senso comune e dati immediati della coscienza è particolarmente profonda con le neuroscienze. Ciò che esse descrivono in termini naturalistici circa mente e coscienza è, per molti, un attentato ai valori e al senso della vita (Editoriale, 1998b). Denis Diderot, nel saggio Eléments de physiologie, assicura che la materializzazione dell’anima nel cervello non la umilia, ma la valorizza (1982, pp. 608,610s, 686ss, 711s, 713ss; Changeux, 2013, pp. 7-8). Lo studio dei meccanismi dell’esistenza non minaccia nulla, ma cerca di capire come essi sono e come si sono sviluppati. Se non erano temuti quando non se ne sapeva nulla, non si vede perché dovrebbero spaventare da quando di loro si sa qualche cosa. La difficoltà di conciliare l’evoluzione, l’identità di mente e cervello, il vivere nel mondo dei meccanismi razionali che ha poco in comune con i dati immediati della coscienza e col senso comune, la consapevolezza che con la metodologia della ricerca si rimane alla superficie delle cose, l’ingrata difficoltà di contrasti e dissidi fra razionalità e senso comune, lo stimolo a voler dare risposte definitive agli enigmi del mondo, portano all’insicurezza dell’esistenza per il contrasto fra ragione, sentimenti, percezioni e realtà. Essa va accettata perché è la natura della vita. A una vera defaillance della ragione sono esposti coloro che non si rassegnano alla legge della natura secondo la quale la coscienza rimane oscura a se stessa. Il neuroscienziato Christoph Koch (2012, p. 27), autore nel 2003 di un testo apprezzato di neuroscienza, trova ora «scandaloso» che la nascita della coscienza dal cervello sia certa, ma inspiegabile. Insieme all’altrettanto stimato neuroscienziato Giulio Tononi (2008) ha preso a predicare a favore del panpsichismo: tutta la coscienza è informazione, tutta la natura è informazione, e quindi fra la coscienza di un sasso e quella del cervello c’è differenza solo di quantità. Il filosofo Thomas Nagel (2012) rifiuta la teoria dell’evoluzione, sostenendo che la natura vivente era programmata sin dall’inizio per evolvere verso la coscienza. Oltre che essere sfondoni scientifici, le tesi di Koch, Tononi e Nagel non spiegano nulla di ciò che la scienza lascia irrisolto. Lo stesso vale per i meccanismi della mente che si estenderebbero fuori dal cranio e dalla pelle (Di Francesco, 2013; Noè, 2010). Si potrebbero portare altri esempi. È in atto un atteggiamento che intende sottrarsi ai vincoli della ricerca scientifica col convincimento che i limiti dei meccanismi cognitivi del cervello si possono superare con la speculazione astratta, ignorando l’ammonimento del filosofo Daniel Dennett che la filosofia senza scienza è un vaniloquio. È il ritorno al dualismo di mente e cervello, per il rifiuto a priori della riduzione della mente all’organo che la produce. Non si avverte che il dualismo è incompatibile con la natura. Dubbi e aggressività verso la scienza non turbano gli scienziati al fronte della ricerca. Nei loro lavori non compaiono diatribe su determinismo, indeterminismo, compatibilismo, riduzionismo, fisicalismo, costruttivismo, realismo vecchio e nuovo, strutturalismo, pensiero moderno e postmoderno, ontologia ed epistemologia del reale, panpsichismo, scientismo e altri rompicapo delle zuffe fra dotti. Nondimeno lavori di neuroscienziati come John H. Jackson, Charles S. Sherrington, Herbert Jasper, Eric Kandel, Gerald Edelman, Vernon B. Mountcastle, Bernard J. Baars, Boll’Singer, Jean-Pierre Changeux, Joseph LeDoux, Stanislas Dehaene, Giorgio Vallortigara e delle loro scuole appartengono alla sparuta schiera dei grandi prodotti dell’intelligenza.

OPERE CITATE

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