De Sade, la leggenda nera della letteratura del ‘700(Focus Storia)

De Sade: la leggenda nera della letteratura erotica del 700. Chi era lo scrittore che esaltò il lato violento della passione

Un uomo in rivolta, affascinante per la sua carica eversiva. Un pazzo, patologicamente malato. Un individuo libero da condizionamenti morali che ha incarnato con la sua vita il mito impossibile della libertà assoluta, prevaricante. Un figlio del suo tempo – la seconda metà del Settecento – epoca contraddittoria, effimera e gaudente, aristocratica ma con forti spinte borghesi, individualistiche e razionalistiche. Il marchese De Sade ha in sé tutti questi elementi. Nessuna definizione però lo esaurisce e tutte contribuiscono a delineare il ritratto di una delle personalità più complesse e affascinanti, che ancora oggi divide: filosofo radicale o libertino assetato di violenza?

Profeta del male

Nell’immagine qui sotto: Kate Winslet e Geoffrey Rush in Quills – La penna dello scandalo di Philip Kaufman (2000), film che racconta gli ultimi giorni di De Sade in manicomio e si interroga sulle responsabilità dei suoi scritti.

Le

Le 120 giornate di Sodoma è giunto fino a noi perché il manoscritto fu nascosto in un buco nella cella della Bastiglia. E rubato prima dell’incendio.

“Sono nato in seno al lusso e all’abbondanza” scrisse di se stesso Donatien- Alphonse-François de Sade (1740-1814), “il divin Marchese”. E in effetti le opportunità per una carriera brillante non gli mancarono: studiò da uno zio abate – la cui casa, disse, somigliava più a un bordello che a una pia dimora – e poi da un gesuita – dove notò le frequenti pratiche omosessuali degli abati presenti – fino a entrare nella cavalleria nel 1764. Ma la società lo conobbe più per le sue perversioni esagerate e sfrontate che per le imprese militari. Con buona pace della moglie, Renée-Pelagie, sposata nel 1763, figlia di un ricco magistrato, devota e innamorata, che per anni gli rimase vicino nonostante tutto: inquietudini, tradimenti e delitti. Che lui giustificava definendosi “imperioso, collerico, irascibile, eccessivo in tutto. Uccidetemi o prendetemi così come sono perché di certo non cambierò

Frustami! Nel 1763 arrivò il primo processo per gli eccessi compiuti in un bordello. Non sappiamo esattamente la natura delle accuse, ma presumibilmente avevano qualcosa a che fare con i trattamenti riservati qualche anno dopo a Rose Keller, una giovane mendicante che De Sade incontrò lungo la strada e che portò nel suo castello con il pretesto di offrirle un lavoro. Lì la spogliò, le legò – secondo gli atti processuali – mani, piedi e vita e poi la frustò con una corda a nodi, mettendole unguenti per lenire le ferite tra un “trattamento” e l’altro.

Lei dopo quella tortura riuscì a fuggire e raccontò l’accaduto. Divenne, nell’immaginario, la vittima per eccellenza del sadismo. Il termine nacque in seguito (v. articolo a pag. 64) ma lui lo descrisse bene in Justine (1791), il suo manifesto programmatico: “Voglio provare emozioni. È questo il fine di ogni uomo che si abbandoni alla voluttà anche ricorrendo ai mezzi stimolanti e non v’è dubbio che il dolore colpisce molto più vivamente del piacere. Lo choc che produce si ripercuote con maggiore energia e mette in circolazione gli spiriti animali disponendoli a uno sfrenato piacere“.

Filosofi e letterati hanno versato fiumi di inchiostro per capire la sua personalità, atea, nichilista e radicale. «Visto con gli occhi di oggi De Sade appare molto più scandaloso di quanto potesse esserlo allora» precisa Daria Galateria, docente di Lingua e letteratura francese alla Sapienza di Roma. «Il Settecento fu un’epoca estremamente vivace, anche dal punto di vista sessuale: De Sade visse e incarnò il passaggio da una morale aristocratica – libertaria e frivola – a una borghese, più razionalistica e indubbiamente più moralista. Non è un caso se fu nell’800 che si definisce il sadismo come patologià. Fu allora che si iniziò a regolamentare quelle che fino a quel momento erano considerate al massimo perversioni, ma non malattie».

Secondo molti, la forza del personaggio De Sade sta tutta nell’aver constatato la presenza del male in natura e nell’uomo. E nell’averla assecondata. «È forse in questo tragico disvelamento della natura umana la chiave del suo successo» dice la studiosa. Così si spiega, per esempio, la fortuna di Justine, romanzo a tesi che ha come protagonista una giovane, orfana e devota, che cerca inutilmente di condurre una vita onesta. Rapimenti, stupri e false accuse non glielo consentiranno. Viene imprigionata da personaggi perversi che la costringono a orge, omicidi e torture. Sarà salvata da sua sorella Juliette che, al contrario, ha assecondato ogni vizio.

In gattabuia. Justine fu scritto nel carcere della Bastiglia, dove De Sade fu rinchiuso nel 1777. Sul suo capo pendeva un’accusa vecchia di cinque anni: a Marsiglia era stato accusato di aver intossicato tre ventenni con la cantaridina – confetti ritenuti afrodisiaci – durante un’orgia. Condannato a morte, aveva trovato rifugio in Italia. Era poi tornato in incognito nel suo castello in Provenza, a Lacoste, restandoci finché la suocera non aveva spifferato la sua presenza alle forze dell’ordine. Fu così rinchiuso nel carcere di Vancennes e poi alla Bastiglia, appunto, dove come ogni nobile godeva di un’ospitalità degna del suo rango, con camere spaziose e, alle pareti, variopinte tappezzerie. «Fu allora che nacque la sua leggenda nera, almeno dal punto di vista letterario. In quella cella scrisse la prima stesura di Justine, Il Dialogo tra un prete e un moribondo e soprattutto le tanto vituperate 120 giornate di Sodoma» spiega Daria Galateria. Dopo aver urlato dalla sua cella che all’interno della fortezza si sgozzavano i prigionieri, fu spostato al manicomio di Charenton. Era il 2 luglio del 1789. Dodici giorni dopo la Bastiglia fu presa d’assedio: alcuni dei suoi manoscritti, ancora in cella, furono bruciati, altri come Le 120 giornate di Sodoma vennero messi in salvo (v. riquadro a pag. 62). Non per merito della moglie che, incaricata di recuperarli, inspiegabilmente non lo fece e lasciò che andassero disperse moltissime altre sue opere.

Aria nuova. Uscito di prigione, approfittando della ventata rivoluzionaria, collaborò con il nuovo regime repubblicano, mettendo in scena le sue opere teatrali (in tutto ne scrisse 17). Erano anni particolari: la rivoluzione cercava di affermarsi rinnegando un passato dominato da valori aristocratici.

De Sade cavalcò l’onda democratica, a suo modo. Con i rivoluzionari condivideva lo spirito ateo, ribelle e libertario. Delle sue origini, non rinnegava i valori, la liberalità di spirito, l’eleganza, il culto del piacere. “Sono contro i giacobini, li odio a morte” scrisse. “Adoro il re, ma detesto gli antichi abusi; approvo moltissimi articoli della Costituzione, altri mi disgustano, voglio che si restituisca alla nobiltà il suo splendore perché il solo fatto di sopprimerlo non serve a nulla… Che cosa sono ora? Aristocratico o democratico? Ditemelo voi per favore perché da parte mia non saprei rispondere”.

Ritorno all’ordine. Fedele alla sua filosofia tragica e perversa, De Sade finì inevitabilmente per tornare a essere, anche con la Rivoluzione francese, lo scrittore scomodo che era stato negli anni dell’ancien régime. Le sue opere, seppure firmate con uno pseudonimo, sotto il Direttorio iniziarono a essere stroncate, poi proibite, finché, con il “ritorno all’ordine” della dittatura militare di Napoleone (1798), la sua posizione si aggravò: riconosciuto come autore di alcune delle opere più scandalose, fu trasferito prima nel carcere psichiatrico di Bicètre, poi nel più vivibile manicomio di Charenton. Morirà qui, il 1° dicembre del 1814: alla Francia nel frattempo era passata la sbornia napoleonica. Bonaparte era in esilio a Sant’Elena e Luigi XVIII era tornato trionfalmente a Parigi: la Restaurazione aveva inizio.

In silenzio, “lo spirito più libero mai esistito”, come lo definì il poeta Guillaume Apollinaire, usciva di scena. Entrando però nel mito, insieme ai grandi poeti che hanno saputo cogliere la profonda complessità umana: “Non ci si può imporre delle virtù, né si può avere in quelle cose un gusto piuttosto che un altro proprio come non è in nostro potere diventare dritti quando si è nati storti. Questa è la mia filosofia, da cui non uscirò mai”.    •

Giuliana Rotondi

Sadismo rosa

Le donne spesso assistevano con piacere alla messa in scena delle sue opere teatrali nel castello di Lacoste. Senza trovarle scandalose

 Il romanzo maledetto

Il giallo de Le 120 giornate di Sodoma

Il Marchese De Sade scrisse Le 120 giornate di Sodoma in 37 giorni nel 1785 in prigione. Per non farsi scoprire nascose i rotoli manoscritti in una crepa del muro della sua cella e morì pensando che l’opera fosse andata distrutta nel rogo della Bastiglia. Ma si sbagliava. L’opera fu scoperta e venduta più volte fino a che nel 1929 il visconte Charles de Noailles e la moglie acquistarono il manoscritto, che ebbe grande fama. Accresciuta dalla trasposizione cinematografica di Pier Paolo Pasolini: questi nel 1975 trasse dal romanzo la sceneggiatura per il suo discusso film, metafora sul potere ambientata nell’Italia occupata dalle truppe nazifasciste (da qui il titolo Salò e le 120 giornate di Sodoma).

Qui sopra, Manuale d’amore del medioevo cristiano


La cintura di castità

La tradizione fa risalire la cintura di castità alle Crociate, quando i cavalieri in partenza per la Terrasanta imposero alle consorti di indossare marchingegni a copertura delle parti intime, assicurati da lucchetti, per garantirsi fedeltà durante la loro assenza.

Vero o falso?

C’è, però, chi pensa sia tutto falso: Piero Lorenzoni, autore di Storia segreta della cintura di castità (Pontecorboli editore), ritiene che le cinture di castità, chiamate “congegni fiorentini”, siano state inventate a Firenze, attorno al XIV-XVI secolo, e siano state usate dai nobili come strumenti di piacere sadomaso.

Il pasticcio sarebbe avvenuto per un’errata interpretazione dell’espressione “cingulum castitatis” (“cintura di castità”), che era però un simbolo di purezza e non uno strumento di dissuasione erotica.

Sacro e profano. Tormento ed estasi. Salvezza e dannazione. Sono questi i due abbinamenti che vengono in mente associando le parole “eros e religione”. Una libera associazione che, se non vale per altre fedi, di sicuro calza a pennello per il cristianesimo. Il cui avvento plasmò la civiltà occidentale trasformando il piacere in peccato. Se però si va a guardare da cosa derivi questa impronta sessuofobica, si rimane sorpresi. Nel Nuovo Testamento, in una sola occasione Gesù condanna l’adulterio (nel Vangelo di Giovanni). L’evoluzione dottrinale sembra sia stata determinata, più che dagli insegnamenti di Cristo, da quelli dei Padri della Chiesa, tra i quali sant’Agostino (IV secolo) che predicò la liberazione dello “spirito” dalla “carne”. I primi a farne le spese furono i coniugi, i cui rapporti dovevano essere casti e mirati alla sola riproduzione. Per Tommaso d’Aquino (XIII secolo) il sesso nuziale era immunditia, ignominia, morbus; ma già per papa Gregorio Magno (VI secolo) un amplesso troppo ardente fra sposi era pericolosa fornicazione. La lotta contro gli appetiti sessuali fu subito durissima, come rivela il gesto estremo di Origene di Alessandria che ricorse all’autoevirazione.

Penitenza. Per molto tempo quei concetti sono rimasti più teologia che dottrina. Né il concubinaggio né le abitudini omosessuali furono realmente estirpate. Nell’Alto Medioevo le idee dei teologi divennero dottrina: se i libri penitenziali hanno pensato bene di confinare il sesso coniugale ad alcuni giorni della settimana, e a escluderlo durante l’Avvento, la Quaresima, dopo la Pentecoste, durante gravidanza, mestruazioni e allattamento, la confessione dei peccati arriverà a colpevolizzare i pensieri: “Se qualcuno ha peccato col pensiero, cioè ha desiderato fornicare […] di nascosto, faccia penitenza a pane e acqua per sei mesi […]. Se ha commesso atti come la sodomia, faccia penitenza 10 anni; se un monaco avrà fornicato una sola volta, faccia penitenza tre anni” si legge nel Libro penitenziale di san Colombano (del 615). Ma il culmine fu con il predicatore Bernardino da Siena, che nel XIV secolo esortava gli sposi a non accoppiarsi con gioia e prese a modello due timorati neosposini che, restii a profanare il sacramento, trascorsero l’intera prima notte in drammatiche angosce, decidendosi a obbedire al dovere coniugale “tra pianti e lamenti“.

Claudia Gianmatteo

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