Il matrimonio perfetto (Internazionale 5 luglio 2007)

Da Internazionale 1007 del 5 luglio 2013

Rubrica: In copertina

Il matrimonio perfetto

Liza Mundy, The Atlantic, Stati Uniti

Le unioni tra persone dello stesso sesso funzionano meglio
di quelle tra uomo e donna, afermano i sociologi. E potrebbero suggerire
alcune idee su come vivere insieme in armonia

Per ironia della sorte le nozze tra persone dello stesso sesso sono diventate il principale terreno di scontro nella lotta per i diritti civili proprio quando il matrimonio, come istituzione, sembra ogni giorno più in difficoltà. Negli Stati Uniti ci si sposa sempre più tardi. Secondo l’ufficio per il censimento, l’età mediana del primo matrimonio è 28 anni per gli uomini e 26 per le donne. Negli anni cinquanta l’età mediana era rispettivamente 23 e 20 anni. Si è registrato un aumento rapido e netto delle convivenze, e non ci sono mai state così tante persone che vivono da sole. La maggior parte degli statunitensi a un certo punto decide di sposarsi, ma molti matrimoni finiscono con un divorzio. Sebbene le separazioni siano diminuite rispetto agli anni settanta e ai primi anni ottanta, la percentuale di divorzi negli Stati Uniti è comunque più alta che in molti paesi europei. Tutto questo ha creato un sistema instabile, di quelli che Suzanne Bianchi, una sociologa dell’Università della California a Los Angeles, chiama “partnering e ripartnering”, caratterizzato da un’irrequietezza emotiva e domestica tale da spingere alcuni a rinunciare del tutto all’idea di sposarsi.

Questo, però, non significa che le persone aspettino ad avere figli. Il centro nazionale per la ricerca sulla famiglia e il matrimonio ha incrociato i dati dell’ufficio per il censimento con quelli dei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, scoprendo che l’età mediana in cui le donne hanno il primo figlio è più bassa di quella in cui si sposano per la prima volta. Avere figli prima del matrimonio è diventata la norma. Mentre i laureati continuano a godere di rapporti relativamente stabili, in tutti gli altri gruppi sociali il matrimonio è in crisi. Tra le donne della classe media (con almeno un diploma di scuola superiore), il 58 per cento dà alla luce il primo figlio da nubile.

“Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Potremmo parafrasare questa vecchia battuta di Groucho Marx e chiederci: perché i gay e le lesbiche vogliono entrare a far parte di un club che, anche se si trova sull’orlo del fallimento, esita ad accoglierli?

L’idea che il riconoscimento delle nozze gay sarebbe il colpo di grazia al matrimonio tradizionale afonda sia nelle convinzioni religiose sia nelle preoccupazioni dei conservatori laici di fronte ai grandi cambiamenti in atto nella società. Molti di loro pensano che, in una famiglia, uomini e donne debbano svolgere ruoli distinti, che i bambini abbiano bisogno di un padre e di una madre, preferibilmente biologici, e che uno degli obiettivi principali dell’unione tra uomo e donna sia la procreazione. Questo si collega all’idea che madri e padri dovrebbero considerare il vincolo matrimoniale “permanente ed esclusivo”, come scrivono gli autori del libro What is marriage? Man and woman: a defense (Encounter Books 2012). Secondo loro, il matrimonio è un’istituzione rigida, che esiste principalmente per allevare figli e porre dei freni al comportamento degli adulti. Quindi, una visione del matrimonio come “lungo e faticoso cammino insieme fino alla morte”, piuttosto che un’unione basata sui sentimenti e sul piacere. Chi critica il matrimonio gay si preoccupa che i bambini possano crescere in contesti instabili, con genitori single che faticano a tirare avanti o con varie persone che convivono provvisoriamente con uno dei genitori. Teme inoltre che la difusione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso spezzi definitivamente il legame sempre più tenue tra matrimonio e figli, rendendo normale il fatto che un padre, o una madre, possa scomparire dalla vita di una famiglia per motivi legati puramente al piacere. Dal canto loro, i difensori delle nozze tra persone dello stesso sesso sostengono che molti gay e lesbiche vogliono sposarsi per avere una famiglia e per il bene dei figli, e che gli omosessuali sono discriminati quando si vedono negare diritti di cui può godere ogni eterosessuale. A chi teme che le nozze gay cambieranno l’istituzione del matrimonio, rispondono che questo non succederà, che i gay e le lesbiche sposati si mescoleranno senza problemi a milioni di coppie eterosessuali.

“È difficile che riescano a cambiare in modo sostanziale il matrimonio”, spiega Gary Gates, uno studioso di demografia del Williams institute, il centro studi sulle politiche di genere dell’Università della California a Los Angeles. E se invece chi si oppone al matrimonio omosessuale avesse ragione, ma non nel senso in cui crede? E se il matrimonio tra persone dello stesso sesso cambiasse davvero la vita di coppia, in meglio?

Un’unione imperfetta

Il matrimonio, per com’è oggi, non è un’istituzione da buttare. Anzi, è molto più flessibile e aperto rispetto al passato. Da quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro, gli uomini non sono più gli unici a dover sostenere la famiglia, quindi possono passare più tempo con i figli. D’altro canto, le donne non sono più le uniche responsabili dei figli e della casa, e possono avere una vita oltre i fornelli e il bucato. Eppure, come osserva la sociologa Suzanne Bianchi, molte coppie “faticano a realizzare” il moderno ideale di uguaglianza. Anche se i mariti aiutano le mogli più che in passato, per le donne le incombenze domestiche sono ancora oggi un secondo lavoro. Nelle coppie con figli, in cui entrambi i coniugi lavorano a tempo pieno, le donne dedicano in media 32 ore alla settimana ai lavori di casa, ai bambini, alla spesa e a tutte le altre necessità familiari. I mariti solo 21. Gli uomini svolgono più lavoro retribuito – 45 ore contro le 39 delle donne – ma hanno comunque più tempo libero: 31 ore, rispetto alle 25 delle mogli. Betsey Stevenson e Justin Wolfers, economisti e docenti di politiche pubbliche all’università del Michigan, hanno dimostrato che, anche se sono più libere di decidere cosa fare della loro vita, le donne sono meno felici. Uno dei motivi potrebbe essere proprio la disparità nell’assegnazione delle mansioni domestiche. A volte occuparsi della famiglia è così pesante che le donne sono costrette a rinunciare al lavoro. Oppure, pur andando in ufficio, lo fanno pensando con disperazione a quante cose fanno in più rispetto ai mariti.

In realtà la vita è difficile anche per gli uomini. Rispetto alle mogli, avvertono molto di più il conflitto tra la vita fuori e dentro il posto di lavoro (secondo uno studio del 2008 condotto dal Families and work institute, il 60 per cento degli uomini sente questo conflitto, contro il 47 per cento delle donne). Gli uomini devono anche soddisfare aspettative diverse: da uno studio condotto nel 2010 dal Pew research center, è emerso che il 67 per cento degli statunitensi è ancora convinto che per un uomo sia “molto importante” essere in grado di mantenere una famiglia se vuole sposarsi, mentre solo il 33 per cento pensa che lo stesso discorso valga anche per la donna. Questa responsabilità, aggravata dalla situazione economica, ha indubbiamente contribuito alla recente crisi del matrimonio.

Da quando l’economia non si basa più sulla produzione industriale, gli uomini con un diploma di scuola superiore non possono più aspettarsi di trovare quei lavori stabili e ben pagati che in passato gli permettevano di mantenere una famiglia. E l’idea antiquata che siano gli uomini a dover portare i soldi a casa non aiuta. A conti fatti, molte donne della classe operaia evitano del tutto di sposarsi, forse facendo questo tipo di ragionamento: posso permettermi di crescere un figlio da sola, ma non un marito che dipenda interamente da me. Quindi è inesatto dire che gli americani non si vogliono più sposare. Molti single sperano ancora nel matrimonio, ma non lo considerano alla loro portata. Sposarsi non è più una cosa che si fa quando si è giovani e incoscienti con tutta la vita davanti. La sicurezza economica non si costruisce più insieme. Le nozze sono diventate un “segno di prestigio”, spiega il sociologo Andrew Cherlin. È il coronamento di una vita di successo, non un punto di partenza. Anche se molte coppie si convincono di non essere adatte al matrimonio, in realtà è il contrario: è il matrimonio a non essersi adattato al ventunesimo secolo. I cambiamenti dell’economia e dei rapporti tra i sessi hanno smantellato la vecchia istituzione senza che s’imponesse un nuovo modello. In attesa di un modello più funzionale, le ricerche sulle unioni omosessuali possono fornire quella che Gates chiama “un’importante controprova”. Anche se non hanno risolto tutti i problemi del matrimonio, gay e lesbiche sembrano averne superati alcuni, adottando soluzioni che gli eterosessuali potrebbero imitare, soprattutto rivedendo completamente la divisione dei compiti.

Un numero sempre maggiore di studi sulla ripartizione dei lavori domestici ha dimostrato che in questo le coppie omosessuali sono più brave. Questi studi sono cominciati alla fine degli anni sessanta grazie alla sociologa Pepper Schwartz, che all’epoca si era candidata per un dottorato all’università di Yale. Sull’onda della rivoluzione culturale – che aveva investito l’ateneo, dove finalmente erano state ammesse anche le ragazze – “non pensavamo ad altro che alle questioni di genere”, spiega Schwartz. Come molte sue coetanee, voleva capire meglio cosa significasse essere uomo o donna: quali tratti erano biologici e quali sociali, e cosa si poteva cambiare. “Mi venne in mente”, racconta, che un “esperimento già naturalmente in corso” poteva far luce su questi temi. I fenomeni da analizzare erano due: l’aumento del numero di eterosessuali che convivevano e la maggiore visibilità delle coppie gay. Se avesse svolto un’indagine su tre tipi di coppie – sposate, formate da conviventi eterosessuali e composte da conviventi gay – e fossero emerse alcune caratteristiche comuni, forse avrebbe potuto scoprire qualcosa di nuovo sia sugli uomini sia sulle donne. E se avesse riscontrato troppe discordanze, forse questo avrebbe voluto dire qualcosa sul matrimonio.

Dopo aver ottenuto una cattedra all’università di Washington, e con l’aiuto del collega gay Philip Blumstein, Schwartz decise di condurre un’indagine in tre aree metropolitane: San Francisco, New York e Seattle. Non fu semplice. Le coppie di conviventi erano difficili da trovare e quelle gay avevano paura di venire allo scoperto. Quando Schwartz chiese a una donna del circolo di bridge per lesbiche se poteva intervistare le altre giocatrici, lei rispose: “Non ne parliamo mai neanche tra di noi”. Schwartz e Blumstein riuscirono però a convincere dodicimila persone a compilare un questionario e realizzarono centinaia di interviste. Il progetto durò una decina di anni e produsse una pietra miliare della sociologia, il libro American couples: money, work, sex (1983).

Schwartz e Blumstein scoprirono che nelle coppie gay e lesbiche i rapporti erano più paritari, sia nelle intenzioni sia nella pratica. Le lesbiche intervistate erano quasi esageratamente paritarie, in alcuni casi fino al punto di mettere i loro risparmi in un barattolo per dividere ogni spesa al centesimo, in un modo che, commenta Schwartz, “mi avrebbe fatto impazzire”. I conviventi eterosessuali erano attenti alla parità ma le lesbiche la portavano all’estremo. Anche i gay si dividevano i lavori di casa in modo migliore rispetto alle coppie sposate. Molti gay erano stati sposati in precedenza con una donna, ma non aiutavano mai le mogli nei lavori domestici. “Potete immaginare quanto li trovassi irritanti”, ammette la sociologa. C’erano lo stesso delle ingiustizie: in tutte le coppie la persona con lo stipendio più alto aveva più autorità e potere decisionale. Questo era meno vero per le lesbiche, più vero per gli eterosessuali e ancora più vero per i gay. Secondo gli autori di American couples, nel rapporto tra due uomini il denaro assume un ruolo fondamentale. Non è stato possibile stabilire se questa tendenza fosse innata o indotta dalla società – cioè se gli uomini fossero naturalmente inclini a equiparare le risorse con il potere o se fosse la cultura a inculcargli questa idea – ma, in un modo o nell’altro, i risultati facevano pensare che il denaro fosse un terreno di competizione anche tra uomini, e non solo tra marito e moglie. Tra le lesbiche, invece, la competizione si spostava su un altro fronte: il rapporto con i figli, che poteva diventare una “forma di potere”. Le lesbiche tendevano anche a discutere di tutto all’infinito, raggiungendo un livello di intimità sconosciuto agli altri tipi di coppie. Schwartz si è chiesta se questo non possa spiegare anche un’altra scoperta: con il passare del tempo, nelle coppie lesbiche il sesso perde importanza, si arriva a quella che l’autrice definisce la “morte della sessualità lesbica”. L’ipotesi di Schwartz è che le lesbiche raggiungono un livello tale di intimità in altri modi da non aver bisogno del sesso. Invece le donne eterosessuali, che hanno molto meno da condividere con i loro compagni, considerano il sesso indispensabile. Per quanto riguarda gli uomini, la conclusione finale è che sia per gli eterosessuali sia per i gay il sesso è come un panino: anche se è cattivo, è difficile rinunciarci.

Chi porta via la spazzatura?

In seguito altri studi hanno confermato la scoperta di Schwartz e Blumstein: le coppie omosessuali sono più paritarie. Nel 2000, quando lo stato del Vermont legalizzò le unioni civili tra persone dello stesso sesso, la psicologa Esther Rothblum decise di svolgere un’indagine su come le coppie omosessuali si dividevano i lavori domestici. Docente presso l’Università statale di San Diego, Rothblum, anche lei omosessuale, s’interessava da tempo ai rapporti tra lesbiche e alla loro salute mentale. Voleva vedere in che modo la legalizzazione avrebbe influito sulla loro vita.

Quando gli omosessuali cominciarono ad arrivare nel Vermont per ottenere la licenza di unione civile, Rothblum e i suoi colleghi presero nomi e indirizzi dai registri pubblici. Li contattarono per chiedergli di compilare un questionario e di segnalare i nomi di altre coppie gay che non avevano approfittato della legalizzazione, e di fratelli o sorelle sposati. In questo modo avevano messo alcuni giocattoli su una coperta e hanno invitato bambini e genitori a giocare come preferivano. “La cosa che mi ha colpito di più”, spiega Patterson, “è che le coppie omosessuali tendono a giocare insieme, mentre in quelle eterosessuali si ripete sempre la solita storia: le mamme giocano con i figli, mentre i papà si mettono a giocare da soli con le costruzioni”. Quando i genitori di sesso diverso giocavano insieme ai figli era più probabile che nascessero discussioni e che scegliessero giocattoli diversi. Le madri lesbiche tendevano a essere più in sintonia tra loro e più afettuose, e sembravano più contente di giocare con i bambini. Anche i padri dello stesso sesso erano più paritari nella divisione dei compiti, sebbene fossero meno afettuosi e interattivi delle mamme lesbiche. Secondo Patterson i risultati dello studio andrebbero modificati in modo da tener conto anche del fatto che i maschi esprimono l’afetto in modo diverso dalle femmine. In generale tutte le famiglie che avevano incontrato erano felici, funzionavano bene e non avevano problemi economici. Tutti i partner – etero o omosessuali, uomini e donne – sostenevano di essere soddisfatti dell’organizzazione familiare, anche se spesso le mogli si lamentavano del fatto che i mariti non le aiutavano molto. “Tra tutti i genitori che abbiamo studiato sono le meno soddisfatte della divisione dei compiti”, aferma Patterson. Anche se sono più paritari nel rapporto con i figli, i genitori omosessuali condividono con quelli eterosessuali una caratteristica piuttosto antiquata: in un numero sorprendente di coppie, uno dei due va a lavorare mentre l’altro rimane a casa. Nel libro A treatise on the family, pubblicato nel 1981, il premio Nobel per l’economia Gary Becker sosteneva che la “specializzazione” – in base alla quale un genitore lavora e l’altro rimane a casa – è il modo più efficiente per gestire una famiglia, perché il coniuge che resta a casa permette a quello che lavora di guadagnare di più. A quel tempo le femministe criticarono questa teoria perché temevano che potesse essere usata per costringere le donne a rinunciare alla carriera. Ma oggi l’esempio delle coppie omosessuali ci spinge a rilassarci un po’. Probabilmente a volte la vita è davvero più facile se un genitore lavora a tempo pieno e l’altro contribuisce solo in parte, o non guadagna afatto. Forse perché questo è l’ordine naturale delle cose o forse perché negli Stati Uniti il mondo del lavoro è così spietato che qualcuno è costretto a tirarsi indietro. In ogni caso l’aspetto positivo è che la decisione su quale dei due genitori debba farlo non si basa più sul genere. Spesso a “specializzarsi” sono i papà gay. Analizzando gli ultimi dati dell’ufficio del censimento, il demografo Gary Gates ha scoperto che le coppie eterosessuali, sposate, con figli, in cui solo uno dei due partner lavora, sono il 32 per cento, mentre le coppie gay con queste caratteristiche sono il 33 per cento. Anche le lesbiche tendono a specializzarsi, ma in misura minore, forse perché per loro la parità è molto importante o forse perché guadagnano di meno. Il salario mediano delle donne è l’81 per cento di quello degli uomini, quindi non possono permettersi il lusso di non lavorare. Anche se quell’1 per cento che diferenzia le coppie gay da quelle eterosessuali non è statisticamente significativo, è interessante vedere che il numero di papà gay che resta a casa si avvicina molto a quello delle donne eterosessuali.

Le decisioni dei gay su chi dei due partner deve andare a lavorare sono comunque condizionate dal fatto che molti continuano ad associare il lavoro al potere. Uno studio pubblicato nel 2005 sul Journal of Glbt Family Studies da Stephanie Jill Schacher e da due colleghi ha dimostrato che, anche quando si specializzano, i gay faticano a prendere quella decisione perché chi resta a casa sente di perdere prestigio.

La percezione del potere

Tre anni dopo aver raccolto le prime informazioni sulle coppie che avevano ottenuto la licenza di unione civile nel Vermont, Esther Rothblum e i suoi colleghi hanno svolto un controllo per vedere come andava la vita delle coppie. Nel complesso hanno scoperto che la qualità dei rapporti tra gay e tra lesbiche era per molti versi migliore di quella del gruppo di controllo (composto dai fratelli e dalle sorelle eterosessuali sposati). C’erano più compatibilità e intimità, e meno conflitti. Questo non significa che nelle coppie omosessuali non nascano conflitti. Però, quando discutono, lo fanno più lealmente. Oppure lo fanno in modo spiritoso, come spiega un articolo pubblicato nel 2003 da un gruppo di ricercatori dell’università di Washington e dell’università della California a Berkeley, che aveva preso in esame delle coppie in crisi. Dopo aver selezionato un gruppo di coppie eterosessuali sposate e a disposizione un gruppo di individui appartenenti alla stessa classe sociale e con un background familiare simile. I ricercatori chiesero ai partecipanti di indicare la probabilità, su una scala da uno a nove, che fosse uno o l’altro dei partner a lavare i piatti, efettuare riparazioni o fare la spesa. Chi trattava con il padrone di casa, puniva i figli, chiamava l’idraulico, portava i bambini a scuola, abbracciava spontaneamente o faceva complimenti all’altro? Chi cercava di capire il punto di vista del partner durante una discussione? Scoprirono che, anche nel nuovo millennio, le coppie eterosessuali si dividevano i compiti in base alla vecchia distinzione tra i sessi. Era più probabile che fossero le donne eterosessuali a lasciare al partner il compito di pagare il mutuo, l’affitto, le bollette, la spesa, gli elettrodomestici, e a volte perfino i loro vestiti. Le stesse mogli si occupavano invece della cucina, delle pulizie, dei piatti e del bucato. Rispetto ai mariti, era molto più probabile che pulissero il bagno. Ed erano sempre loro che si occupavano di “coltivare il rapporto”, con gesti afettuosi o intavolando discussioni importanti. I mariti eterosessuali falciavano il prato, andavano a buttare la spazzatura e si occupavano delle riparazioni più spesso delle loro compagne. Erano loro a preparare i drink per gli amici che venivano in visita e a guidare quando si usciva. Spesso preparavano la colazione, ma quasi mai la cena. In base a tutti questi parametri, la divisione dei compiti tra le coppie dello stesso sesso era invece più equa. Questo non significava che i compiti fossero divisi perfettamente a metà, ma erano assegnati in base alle preferenze e alle capacità.

Charlotte J. Patterson, psicologa dell’università della Virginia, ha scoperto che anche nei rapporti con i figli i genitori dello stesso sesso tendono a collaborare di più rispetto alle coppie formate da moglie e marito. Patterson e la collega Rachel Farr hanno condotto uno studio su più di cento coppie di genitori adottivi eterosessuali e omosessuali statunitensi. La loro è stata una delle prime ricerche a prendere in considerazione i padri gay. Le ricercatrici sono andate a trovare le famiglie a casa, hanno omosessuali impegnate in una relazione stabile, i ricercatori hanno creato delle situazioni in cui uno dei partner doveva proporre un motivo di conflitto da discutere con l’altro. Nelle coppie omosessuali il partner che aveva recriminazioni da fare era considerato “meno aggressivo e dominante” del suo corrispettivo nelle coppie eterosessuali. Sembrava anche meno triste e “piagnucoloso”, dimostrava più affetto, gioiosità e senso dell’umorismo. Nel tentativo di spiegare questa diferenza, i ricercatori hanno notato che le coppie dello stesso sesso attribuivano più importanza alla parità e hanno ipotizzato che la maggiore negatività delle coppie eterosessuali “avesse a che vedere con la tradizionale gerarchia tra uomo e donna”. La conclusione potrebbe essere: le donne eterosessuali sentono di avere meno potere degli uomini e perciò si comportano in modo più ostile.

In materia di conflitti, c’è una variabile fondamentale che separa molte coppie gay e lesbiche da quelle eterosessuali: i figli. Come fa osservare Rothblum, per i genitori eterosessuali la felicità sembra seguire una curva a U: è alta all’inizio del matrimonio, raggiunge un punto molto basso e poi risale di nuovo. Il punto più basso corrisponde al periodo in cui i figli crescono. Anche se il numero di coppie gay e lesbiche con figli sta aumentando, è comunque inferiore a quello delle coppie eterosessuali. Non tutti gli studi che confrontano i comportamenti dei due tipi di coppie tengono conto di quest’importante diferenza. Uno studio del 2008 pubblicato sul Journal of Family psychology l’ha fatto, seguendo le coppie per i primi dieci anni di convivenza, e ha verificato che tra le lesbiche senza figli la “qualità del rapporto era migliore” rispetto alle coppie gay o eterosessuali.

Da un altro studio del 2010 è emerso che nelle coppie senza figli – gay, lesbiche o etero – la qualità del rapporto peggiora leggermente durante il primo anno successivo all’adozione di un bambino. Ora che sempre più omosessuali diventano genitori, è probabile che andranno incontro agli stessi problemi dei genitori eterosessuali. Resta da vedere se il diverso modo di vivere il rapporto con i figli individuato da Charlotte Patterson riuscirà a compensare la fatica di essere genitori.

Il problema del sesso

Per quanto riguarda il divorzio, i dati sono ancora incompleti. Da uno studio condotto in Svezia e Norvegia nel 2006 è emerso che, rispetto ai coniugi eterosessuali, la percentuale di separazioni è più alta tra i partner dello stesso sesso che hanno registrato la loro unione. Invece, secondo uno studio statunitense, le unioni gay durano più a lungo di quelle eterosessuali. Ma è troppo presto per avere dei dati affidabili. Quello che è emerso finora è che nonostante, o proprio a causa, della loro estrema attenzione alla parità, le coppie lesbiche hanno maggiori probabilità di rompersi rispetto a quelle formate da due uomini. Pepper Schwartz lo aveva notato già all’inizio degli anni ottanta. Lo conferma anche lo studio del 2006 in Svezia e Norvegia, alla fine del quale i ricercatori hanno ipotizzato che forse le donne sono “più sensibili alla qualità del rapporto”. Questo significa che sono anche più esigenti e, quando si è in due, la vita diventa più complicata. Quindi forse la vera minaccia al matrimonio sono le donne.

Quando negli anni settanta e nei primi anni ottanta cominciò a intervistare i soggetti del suo studio sulla loro vita sessuale, Schwartz fece una scoperta esplosiva: tra i gay la monogamia era molto rara. L’82 per cento di loro dichiarava di avere rapporti sessuali al di fuori della coppia. Poco più di un terzo degli intervistati pensava che la monogamia fosse importante. Per gli altri due terzi era irrilevante (oppure non avevano un’opinione in proposito). In un certo senso, spiega Schwartz, nelle unioni tra persone dello stesso sesso (come in quelle eterosessuali) i rapporti intimi non sembravano essere fondamentali. Alcuni gay le avevano detto di amare i loro partner ma di non essere fisicamente attratti da loro. Altri avrebbero voluto essere monogami, ma i loro compagni, la cultura gay o entrambe le cose glielo impedivano.

Ancora prima che si cominciasse a parlare di aids, Schwartz aveva riscontrato una nuova tendenza alla monogamia. Oggi, alcuni decenni dopo, le coppie gay sono più monogame che in passato, ma non quanto le altre. Nel corso della sua ricerca in Vermont, Esther Rothblum ha scoperto che il 15 per cento dei mariti eterosessuali aveva avuto rapporti fuori del matrimonio, rispetto al 58 per cento dei gay che avevano scelto le unioni civili e al 61 per cento di quelli che vivevano un rapporto meno vincolante. Quando ha provato a chiedere alle coppie se avevano un accordo esplicito sulle relazioni extraconiugali, solo il 4 per cento dei mariti eterosessuali ha detto di averne discusso con la moglie e stabilito che erano ammissibili, rispetto al 40 per cento dei gay che avevano scelto le unioni civili e al 49 per cento di quelli che vivevano un rapporto non legalizzato. Per le donne, invece, la monogamia era fondamentale e per le lesbiche lo era ancora di più: il 14 per cento delle donne sposate ammetteva di aver avuto rapporti sessuali extraconiugali, rispetto al 9 per cento delle lesbiche unite civilmente o che avevano una compagna stabile senza vincoli legali.

Nella domanda se i gay e le lesbiche cambieranno il matrimonio, o se succederà il contrario, il punto più spinoso è quello che gira intorno al sesso e alla monogamia. I comportamenti privati probabilmente rimarranno privati: quando ha studiato il matrimonio nei Paesi Bassi, l’economista Lee Badgett, dell’Università del Massachusetts, ha riscontrato che pur tenendo molto alla parità, le coppie omosessuali non danno troppa importanza alla monogamia, anche se la praticano. E alcuni difensori dei diritti dei gay, come il giornalista Dan Savage, sostengono che insistere sulla monogamia può essere controproducente in una coppia. Savage, che mette in discussione il fatto che tutti gli esseri umani siano portati a fare sesso con la stessa persona per decenni, pensa che “la monogamia implicita nel matrimonio sia stata un disastro per molte coppie” perché ha creato aspettative poco realistiche. Invece, “le coppie gay sono più realistiche sulla natura degli esseri umani”. Il suo matrimonio all’inizio era monogamo: aveva concordato con il partner che se uno dei due avesse tradito l’altro si sarebbero separati. Ma quando lui e il marito hanno deciso di adottare un bambino, Savage ha suggerito di allentare la tolleranza zero sull’infedeltà. Rischiare la separazione per un motivo del genere non aveva più senso. In seguito il suo compagno ha suggerito esplicitamente di concedersi un’evasione ogni tanto, cosa che secondo Savage costituisce una valvola di sfogo per il loro rapporto: se la società vuole che il matrimonio sia più duraturo, deve accettare che sia meno monogamo.

È sicuramente un concetto difficile da accettare: agli occhi dell’opinione pubblica, risulterebbe strano se un marito proponesse alla moglie di non essere monogami sostenendo che è nell’interesse del loro bambino. Ma, anche se la maggior parte dei difensori dei matrimoni gay non arriva a pensarla come Savage, alcuni esperti sostengono che i gay sono più propensi a parlare apertamente di sesso. Naveen Jonathan, un esperto di terapia familiare e docente alla Chapman university, in California, ha notato che molte coppie gay stabiliscono una specie di accordo su quello che possono permettersi dal punto di vista sessuale: “Ci sono momenti e situazioni in cui si può non essere monogami e altri in cui non è opportuno”. Anche se alcune raggiungono accordi diversi, la maggior parte delle coppie eterosessuali dà per scontata la monogamia. Un aspetto negativo di questa situazione è che è più difficile parlare apertamente di sesso, di desiderio e della fatica di essere fedeli. Altri esperti contestano la tesi che la maggior parte dei gay preferisca i rapporti non monogami, o che prima o poi li accetti.

La teoria di Savage secondo cui l’infedeltà è una valvola di sfogo è “molto interessante, ma è solo un’ipotesi”, osserva Justin Garcia, un biologo evoluzionista dell’istituto Kinsey per la ricerca sul sesso, il genere e la riproduzione. Garcia sostiene che non tutti gli uomini sono maniaci sessuali e che non tutti vogliono una relazione aperta. “In un certo senso le coppie dello stesso sesso sono più sane perché tendono a discutere più apertamente di queste cose”, dice. Ma discutere può essere stressante. In molti casi, osserva Garcia, uno dei partner preferirebbe la monogamia, ma poi cede di fronte alle richieste dell’altro.

Evoluzione storica

Quindi quale versione del matrimonio prevarrà alla fine? Quella non monogama o quella convenzionale? Vale la pena di sottolineare che negli Stati Uniti le unioni omosessuali sono leggermente più frequenti tra le donne, che non sono delle grandi sostenitrici della promiscuità sessuale. È anche dimostrato che le persone sposate tendono a cambiare. William Eskridge e Darren Spedale hanno notato che da quando la Norvegia, la Svezia e la Danimarca hanno legalizzato le unioni civili, molte coppie dello stesso sesso hanno cominciato ad attribuire più importanza alla monogamia, anche se il tasso di infezioni da hiv era già in calo.

Quello del sesso, quindi, potrebbe essere un terreno sul quale l’istituzione del matrimonio rimette in discussione i comportamenti adottati da molte coppie gay. Certo, il matrimonio cambierà. O piuttosto, cambierà di nuovo. Il “matrimonio tradizionale” in realtà non esiste. In vari luoghi e momenti della storia è stato uno strumento per unire case reali e stringere alleanze, facendo sposare tra loro dei bambini. Ai tempi della Bibbia era un’unione che a volte legava un uomo alla vedova di suo fratello, a volte a molte donne. È stato uno strumento per trasferire ricchezza da una generazione di maschi all’altra, per stabilire se un figlio era legittimo o illegittimo, un privilegio non concesso agli afroamericani, qualcosa che i genitori decidevano per i loro figli adulti, un contratto in base a cui le donne cessavano legalmente di esistere.

Fino a buona parte dell’ottocento, per la common law britannica l’idea che i coniugi diventavano “un’unica persona” significava che al momento del matrimonio una donna diventava suo marito e rinunciava al diritto di possedere beni e spendere i suoi guadagni. La storia dimostra che il matrimonio si evolve nel tempo. Abbiamo buoni motivi per pensare che il matrimonio tra persone dello stesso sesso contribuirà all’evoluzione di questa istituzione. L’idea che i gay e le lesbiche siano pionieri della società non è nuova. Già nel 1992 il sociologo britannico Anthony Giddens sosteneva che fossero gli araldi di un nuovo tipo di unione, che sarebbe durata solo fino a quando soddisfaceva entrambi i partner e che sarebbe stata soggetta a continue rinegoziazioni. Ora che questi presunti araldi chiedono di impegnarsi in un rapporto più vincolante, avremo la controprova di cui parla Gary Gates: saremo in grado di capire meglio quali dei piaceri e dei dolori del matrimonio sono legati al genere e quali no.

Alla fine potremmo scoprire che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è poi così diverso da quello tradizionale. Se, a lungo andare, i matrimoni tra gay o lesbiche diventeranno rissosi, noiosi e insopportabili, o soddisfacenti, gioiosi e afettuosi come gli altri, sapremo che un minimo di conflittualità non è dovuta alla presunta guerra tra i sessi, ma è semplicemente inevitabile quando due esseri umani fanno del loro meglio per trovare il modo di vivere insieme.

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L’AUTRICE

Liza Mundy è una giornalista statunitense esperta di questioni di genere. In Italia ha pubblicato Michelle. La biografia (Castelvecchi 2009).

La corte suprema ha deciso

Il 26 giugno 2013 la corte suprema degli Stati Uniti ha preso due decisioni importanti sui matrimoni omosessuali.

La prima riguarda il Defense of marriage act (Doma), la legge del 1996 che definisce il matrimonio un’unione tra un uomo e una donna. La corte l’ha giudicato incostituzionale perché “vìola la pari tutela di tutti i cittadini davanti alla legge che il governo è tenuto a garantire”.

La seconda decisione riguarda il referendum Proposition B, che nel 2008 ha abolito il matrimonio omosessuale in California. Il referendum è stato giudicato incostituzionale dai tribunali californiani e la corte federale ha stabilito che i promotori del referendum non hanno nessun titolo per fare ricorso.

I matrimoni tra persone dello stesso sesso residenti negli Stati Uniti sono legali in Connecticut, Delaware, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Hampshire, New York, Rhode Island, Vermont, Washington, Washington D.C. e ora anche in California. In altri sette stati sono in vigore leggi sulle unioni civili che riconoscono alle coppie omosessuali quasi gli stessi diritti di quelle eterosessuali. La sentenza sul Doma permetterà alle coppie omosessuali sposate di beneficiare dei diritti e degli aiuti federali garantiti agli eterosessuali.

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2 risposte a Il matrimonio perfetto (Internazionale 5 luglio 2007)

  1. Pingback: Dedicato a Guido Barilla e al suo concetto di matrimonio tradizionale

  2. Harper ha detto:

    Is it alright to put part of this on my personal webpage if I post a reference to this site?

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