L’Italia ha truccato iconti per entrare nell’euro

Da Internazionale 1006 del 28 giugno 2013

Rubrica: Visti dagli altri

L’Italia ha truccato i conti per entrare nell’euro

Guy Dinmore, Financial Times, Regno Unito

Il Financial Times è entrato in possesso di un documento riservato del Tesoro.
La stabilità dei conti pubblici è a rischio

L’Italia rischia di perdere alcuni miliardi di euro a causa di una serie di contratti derivati che ha ristrutturato al culmine della crisi dell’eurozona. È quanto si deduce da un rapporto confidenziale del ministero del tesoro italiano, da cui emergono le operazioni finanziarie che nel 1999 hanno permesso a Roma di entrare nell’euro nonostante i suoi debiti.

Questo rapporto di 29 pagine, che il Financial Times ha potuto consultare, descrive nei particolari alcune operazioni fatte dall’Italia nella prima metà del 2012, compresa la ristrutturazione di otto contratti derivati con banche straniere per un valore nozionale (il valore dei contratti a cui sono legati i derivati) di 31,7 miliardi di euro.

Anche se il documento omette alcuni dettagli importanti e non dà un quadro completo delle possibili perdite, gli esperti che lo hanno esaminato sostengono che la ristrutturazione ha permesso al governo italiano di rinviare il pagamento dei debiti contratti con alcune banche straniere, accettando in alcuni casi condizioni di rimborso più sfavorevoli.

Il rapporto non nomina le banche né fornisce i dettagli dei contratti originali, ma secondo gli esperti si tratta di impegni sottoscritti alla fine degli anni novanta. In quel periodo, prima e subito dopo l’ingresso dell’Italia nell’euro, Roma ha ritoccato i suoi conti: otteneva pagamenti in anticipo dalle banche per ridurre il deficit e centrare gli obiettivi fissati dall’Unione europea per l’ammissione nella moneta unica. Nel 1995 l’Italia aveva un rapporto tra deficit e pil pari al 7,7 per cento. Nel 1998, l’anno in cui fu approvata la sua ammissione all’euro, il rapporto era sceso al 2,7 per cento, registrando il calo maggiore tra quelli degli undici paesi che dovevano aderire all’unione monetaria. Eppure, in quel periodo l’aumento delle entrate fiscali era stato contenuto e la spesa pubblica era scesa solo lievemente. Come previsto, il rapporto è stato presentato alla corte dei conti all’inizio dell’anno.

Secondo un alto funzionario del governo, che ha preferito restare anonimo, la corte, allarmata dalle cifre, a chiesto l’intervento della guardia di finanza, che ad aprile si è presentata negli uffici di Maria Cannata, la responsabile della Direzione del debito pubblico del tesoro, per chiedere ulteriori informazioni. Il contenuto del rapporto, pubblicato anche dal quotidiano italiano la Repubblica, riaccenderà il dibattito sui rischi dei derivati, proprio mentre sui mercati sono tornati a crescere i tassi d’interesse dei titoli di stato dei paesi della periferia dell’eurozona come l’Italia.

Il ruolo di Draghi

Secondo fonti bancarie e governative, solo pochi alti funzionari italiani, di ieri e di oggi, hanno un quadro completo della situazione. Il funzionario intervistato dal Financial Times e gli esperti consultati sostengono che i contratti ristrutturati nel 2012 includono derivati sottoscritti quando l’Italia stava cercando di soddisfare i rigidi criteri stabiliti per l’ingresso nell’euro nel 1999. All’epoca Mario Draghi, che oggi guida la Banca centrale europea (Bce), era direttore generale del ministero del tesoro, mentre Vincenzo La Via dirigeva l’agenzia del debito e Maria Cannata si occupava dei rendiconti sul debito e sul deficit. La Via ha lasciato il ministero nel 2000 per tornarci come direttore generale un anno fa (secondo alcuni funzionari grazie all’appoggio di Draghi). Un portavoce della Bce si è rifiutato di dire se la banca sapeva delle perdite potenziali legate a quei derivati e non ha commentato il ruolo svolto da Draghi nell’approvazione dei contratti negli anni novanta, prima di entrare alla Goldman Sachs International nel 2002.

Il rapporto non specifica le perdite che Roma potrebbe subire a causa della ristrutturazione dei contratti. Ma tre esperti indipendenti consultati dal Financial Times le hanno calcolate in base ai prezzi di mercato del 20 giugno 2013 e sono arrivati alla conclusione che il ministero del tesoro italiano rischia di perdere circa otto miliardi di euro, una cifra sorprendentemente alta rispetto al valore nozionale di 31,7 miliardi. Il ministero non ha rivelato del tutto la sua esposizione sui contratti derivati. Secondo gli esperti contattati dal Financial Times, che hanno chiesto di restare anonimi, il rapporto traccia solo il quadro semestrale di un numero limitato di contratti ristrutturati.

All’inizio di quest’anno l’Italia, in seguito a una richiesta della Morgan Stanley, è stata costretta a rivelare di aver pagato alla banca d’afari statunitense 2,57 miliardi di euro, perché l’istituto aveva applicato una clausola di recesso dai contratti derivati stipulati con l’Italia nel 1994. Si trattava di uno swap dei tassi d’interesse (accordo tra due parti che si scambiano reciprocamente, per un periodo di tempo predefinito, pagamenti calcolati sulla base di tassi d’interesse diferenti e predefiniti, applicati a un capitale nozionale) e di una swap option (un’opzione che attribuisce la facoltà di entrare in un contratto di swap).

Da un rapporto ufficiale presentato al parlamento nel marzo del 2012 risulta che la Morgan Stanley era l’unica controparte ad avere questa clausola di recesso con l’Italia. Inoltre, è emerso per la prima volta che il ministero del tesoro aveva sottoscritto quei derivati per mettersi al riparo da un debito di 160 miliardi di euro, circa il 10 per cento dei titoli di stato in circolazione. All’epoca l’agenzia Bloomberg News aveva calcolato che, al valore di mercato, l’Italia aveva perso più di 31 miliardi sui suoi derivati.

Nel suo rapporto di febbraio sui conti pubblici per il 2012, il procuratore generale della corte dei conti, Salvatore Nottola, ha osservato che “il danno alle casse dello stato costituito dall’esito negativo dei contratti derivati è particolarmente critico”. La corte si è rifiutata di commentare il rapporto e la guardia di finanza non ha risposto alle nostre domande. Un portavoce del ministero ha confermato l’esistenza del documento, ma non ha voluto commentare i suoi contenuti né le possibili perdite, adducendo come motivo il segreto finanziario. Non ha accettato di parlare neanche delle richieste fatte dalle fiamme gialle a Maria Cannata.

Nel 2001 Gustavo Piga, un docente di economia, scatenò un putiferio perché, dopo aver visto uno dei contratti stipulati nel 1996, accusò i paesi dell’Unione europea di “truccare” i loro conti. Piga non riuscì a identificare né il paese né la banca coinvolta, ma in seguito si è scoperto che si trattava dell’Italia e della JP Morgan. “I derivati sono uno strumento molto utile”, scrisse Piga. “Diventano pericolosi solo quando sono usati per truccare i conti”. Piga accusò il paese innominato di ignorare gli standard sui derivati per rinviare il pagamento degli interessi sul debito.

L’anno scorso il settimanale tedesco Der Spiegel è riuscito a ottenere alcuni documenti ufficiali in cui si dimostrava che nel 1998 l’allora cancelliere Helmut Kohl aveva deciso per motivi politici di ignorare gli avvertimenti dei suoi esperti secondo i quali l’Italia stava truccando i suoi conti e non poteva soddisfare i criteri di Maastricht per l’ingresso nell’euro, compreso quello del rapporto tra deficit e pil inferiore al 3 per cento. Le autorità italiane, incluso l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, hanno dichiarato che l’Unione europea sapeva che l’Italia stava usando i derivati per riuscire a entrare nell’euro e aveva approvato questa decisione. Due anni dopo Atene avrebbe seguito l’esempio di Roma, ma le irregolarità nei suoi conti pubblici sono emerse solo nel 2009.

Nel 2012 l’agenzia Bloomberg News aveva presentato al tribunale dell’Unione europea una richiesta di libero accesso alle informazioni per poter consultare i documenti della Bce. Secondo Bloomberg News, questi documenti dimostravano che la Grecia aveva usato i derivati per nascondere il suo debito. Il tribunale, che ha sede in Lussemburgo, aveva respinto la richiesta, sostenendo che la pubblicazione di quei documenti “sarebbe andata contro l’interesse pubblico, perché rivelava dettagli sulla politica economica dell’Unione europea e della Grecia”. u bt

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