Rieducazione cinese

Da Internazionale 1005 del 21 giugno 2013

Rieducazione cinese

Brice Pedroletti, Le Monde, Francia

Cina

Gai Fengzhen ha 56 anni, è alta e ha il volto emaciato. Appoggia la sua stampella in un angolo della stanza, tende le mani in avanti e le mette sul bordo della mensola per mimare una persona appesa per le braccia. “Ci legavano tra i due letti a castello di ferro, le mani fissate alle sbarre. La posizione più dolorosa è in diagonale, quando una mano è tirata verso l’alto e l’altra verso il basso”. La donna si china per farci vedere, il suo corpo è contorto, la voce roca. “Anche le caviglie e i piedi sono legati, piegare le gambe è impossibile”, spiega con un filo di voce. Il dagua (l’appeso) e le sue quattro varianti, che allungano i tendini e lacerano le articolazioni senza lasciare tracce evidenti, sono una delle punizioni inflitte alle detenute di Masanjia, campo modello del laojiao, la rieducazione attraverso il lavoro. Masanjia si trova a Shenyang, il capoluogo della regione del Liaoning, nel nordest della Cina.

A descrivere questi supplizi insieme a Gai Fengzhen è una decina di ex detenute di Masanjia che abbiamo incontrato a Pechino. La maggior parte di loro ora vive nella capitale, a casa di familiari o in appartamenti avuti in prestito. Non tornano nel Liaoning perché hanno paura di ritorsioni. Sono tutte impegnate da molti anni nello xinfang (lettere e visite), la denuncia di un torto subìto – una demolizione forzata, un reato impunito, un abuso nella pianificazione familiare e così via – fatta attraverso una petizione presentata alle autorità locali e nazionali.

La “rieducazione attraverso il lavoro” era usata da Mao contro gli oppositori politici. Oggi nei campi di prigionia sono rinchiuse e torturate migliaia di persone, colpevoli solo di aver “infastidito” le autorità. Ma alcune ex detenute hanno deciso di uscire allo scoperto e denunciare il sistema. Il sistema è legale e ufficialmente è perfino incoraggiato dalle istituzioni. Ma a forza di protestare queste donne hanno finito per infastidire le autorità e così si sono ritrovate in un campo di rieducazione, il più delle volte per turbamento dell’ordine pubblico, senza alcun processo e per periodi di tempo che possono arrivare fino a tre anni. Quando sono state liberate, ad aprile, hanno deciso di rompere il silenzio e di fornire la prima testimonianza collettiva e dettagliata sui campi del laojiao, consapevoli dei rischi a cui andavano incontro.

Il sistema del laojiao – esisterebbero 350 campi in tutto il paese – risale alle campagne di Mao del 1957 contro la destra. In questi campi convivono tre diverse categorie di persone: i “delinquenti” (tra cui i tossicodipendenti e le prostitute), i seguaci del movimento religioso Falun gong, vietato in Cina dal 1999, e le promotrici recidive di petizioni, le shangfangzhe. I campi sono uno degli strumenti di controllo delle shangfangzhe: alcune sono anche passate attraverso l’internamento in manicomio e nelle prigioni clandestine, e hanno subìto innumerevoli violenze dai “recuperatori”, gli scagnozzi mandati a Pechino dalla loro località di origine per farle desistere.

L’inchiesta sconvolgente pubblicata a inizio aprile dal mensile cinese Lens – censurata e costata alla rivista la sospensione della pubblicazione – ha attirato l’attenzione su queste ex detenute, proprio mentre in Cina aumentano gli appelli per una riforma del sistema dei laojiao (a marzo il primo ministro Li Keqiang ha dichiarato che “il governo sta studiando una riforma”). Per la prima volta le detenute di un campo hanno avuto il coraggio di organizzarsi e denunciare il sistema. E nonostante la sorveglianza, le telefonate minatorie e la paura di retate, diverse di queste donne esibiscono il distintivo di Gongmin (cittadino), un’associazione di avvocati cinesi, e incontrano giuristi, docenti universitari e diplomatici.

A Masanjia si vince la resistenza di chiunque dia fastidio e lo si mette a tacere. Nel campo le detenute sono maltrattate al punto da subire dei traumi permanenti. Le torture fisiche e psicologiche sono inflitte dalle poliziotte e dalle sorveglianti con grande efficienza, e qualsiasi ricorso alle autorità è quasi sempre inutile.

Wang Yuping, 57 anni, è stata a Masanjia dall’agosto del 2007 al gennaio del 2009 per aver chiesto un aumento degli stipendi e l’agevolazione dell’accesso all’assicurazione medica nell’emporio di stato dove lavorava. Dopo essere stata torturata dalla polizia, Wang aveva vinto un processo ma la sentenza non è mai stata applicata. Da allora non ha mai smesso di presentare petizioni. Wang Yuping non avrebbe mai dovuto entrare a Masanjia dato che, a causa di un fibroma all’utero, sofriva di continue emorragie. Ma la polizia, aferma la donna, ha pagato il campo, in uno di quei discreti scambi di favore in nome del “mantenimento dell’ordine” tipici dei rapporti tra la capitale e la provincia. L’ospedale del campo ha rifiutato di operarla fino a quando suo marito non ha sborsato una somma considerevole dieci giorni dopo il suo arrivo. A partire da quel momento Wang Yuping ha avuto un solo obiettivo, sopravvivere. Sapeva che il personale del campo l’avrebbe lasciata morire ma, una volta uscita, è passata all’attacco. Cristiana, figlia di un ex “reazionario” torturato durante la rivoluzione culturale, dai primi anni duemila Wang Yuping era in contatto con i difensori dei diritti civili a Pechino. È così che ha conosciuto Yuan Ling, il giornalista della rivista Lens a cui ha presentato altre ex detenute.

Centro d’eccellenza

Abituate a scrivere petizioni, diverse detenute hanno provato a tenere un diario della vita nel campo descrivendo le ore di lavoro eccessive, le frequenti violazioni del regolamento e, ovviamente, le sevizie subite. Molti di questi diari sono stati trovati e sequestrati, ma alcune internate sono riuscite a farli uscire, nascondendoli nell’orlo o nella fodera dei pantaloni. Come per molte shangfangzhe di lungo corso, le lamentele iniziali delle donne di Masanjia oggi sembrano ben poca cosa rispetto alle violazioni e alle ingiustizie subite.

Nel gruppo cominciano a emergere alcuni dissensi. Liu Hua, per esempio, ai giornalisti parla molto del Falun gong, che da anni denuncia anche all’estero le violenze subite a Masanjia dalle sue seguaci. Aperto nel 1999, il campo ha ricevuto diversi riconoscimenti ufficiali proprio per i successi ottenuti nella “riconversione” dei seguaci del Falun gong. Ma le altre ex detenute hanno una diffidenza istintiva verso qualunque forma di generalizzazione: “Non siamo contro il Falun gong, ma ognuno deve parlare per sé”, spiega Wang Yuping. Di fatto qualunque identificazione con una forza ostile al Partito comunista, come il Falun gong, rappresenta un ottimo pretesto per la polizia, e permette una repressione quasi automatica. Un pericolo per le donne di Masanjia, così provate da tante vessazioni, che potrebbe rivelarsi mortale. u adr

Le reduci di Masanjia

Yuan Ling, Lens, Cina

Questo articolo con le denunce delle ex recluse in un campo di lavoro è stato censurato. E la rivista Lens ha dovuto sospendere le pubblicazioni

All’inizio di febbraio una shangfangzhe (promotrice di petizioni) uscita poco tempo prima dal campo femminile di rieducazione di Masanjia, nella regione del Liaoning, ha rintracciato il signor Wang Zhen, di alian, e gli ha consegnato un appello scritto a caratteri minuscoli su un foglio di carta spiegazzato. Era una lettera aperta che chiedeva l’abolizione del sistema del laojiao, la rieducazione attraverso il lavoro. Tra le firmatarie c’era anche la moglie di Wang, Liu Yuling, rinchiusa a Masanjia nell’agosto del 2012 e ancora detenuta. Al momento del suo rilascio, la shangfangzhe era riuscita a portare l’appello fuori dal campo con la stessa tecnica usata un anno prima da un’altra internata, Wang Guilan.

Nel settembre del 2011 Wang Guilan, 62 anni, aveva lasciato il campo di Masanjia uscendo dalla porta principale. Prima di essere liberata era stata perquisita, ma a nessuno era venuto in mente che potesse aver nascosto nella vagina il diario scritto da un’altra internata, Liu Hua, con cui divideva la stanza. Il diario era stato scritto sulla seta, per proteggerlo dall’acqua. I caratteri sono minuscoli e molto fitti, e si possono leggere a fatica le seguenti note:

22 giugno 2011 Finita dentro per furto, la prigioniera Wen Nuan non ha raggiunto la produzione giornaliera prestabilita, e Zhao Lan, leader del gruppo di lavoro, l’ha picchiata ripetutamente. Con il viso livido, la sera Wen rientrava in camera e faceva gli straordinari. Per punizione è stata mandata a pulire le latrine, dove l’hanno torturata. Il 22 giugno ha tentato il suicidio tagliandosi le vene dei polsi, ma non è riuscita nel suo intento. Per punizione le hanno assegnato altro lavoro.

18 agosto 2011 La compagna di laojiao Zhang Yahua è stata trascinata nel magazzino dietro alle officine e presa a calci da Zhao Lan. Le si è gonfiato il pube e non riusciva più a urinare.

Un anno prima Lu Xiujuan, anche lei detenuta a Masanjia, aveva usato le etichette di cotone dei giacconi confezionati nel campo per comporre un taccuino che poi aveva fatto uscire dal campo nascosto dentro una saponetta:

Abbiamo camminato fino a una stanza vuota, dove Zhang ha tirato fuori le manette. Mi ha ammanettato una mano all’estremità superiore di un letto a castello alla mia destra e l’altra all’estremità inferiore di un letto alla mia sinistra. Ha dato un calcio con violenza a uno dei due letti e le mie braccia si sono tese fino a farmi malissimo. Mi sembrava che le ossa stessero andando in mille pezzi. La tortura è continuata per più di sei ore, dalle otto di mattina alle due di pomeriggio, fino a che ho perso i sensi. Al mio risveglio la testa mi scoppiava e avevo un sapore di medicinale in bocca.

Tutte le shangfangzhe uscite dal campo femminile di Masanjia conoscono bene questi metodi. L’esperienza nel campo ha aumentato la loro consapevolezza delle ingiustizie subite e fin dal primo giorno di libertà hanno cominciato a denunciarle, rischiando di essere di nuovo arrestate. Oltre alle testimonianze che hanno portato in segreto fuori dal campo, queste donne hanno anche dei segni indelebili impressi sul corpo.

Sveglia alle cinque

Un giorno di febbraio del 2013, in un complesso residenziale a Donggaodi, nella periferia meridionale di Pechino, alcune shangfangzhe reduci da Masanjia hanno organizzato una cena di gruppo. Poco prima, in occasione di una sessione della Commissione centrale per gli afari politici e legali del governo, era circolata la notizia dell’abolizione, entro la fine dell’anno, del sistema del laojiao. Ma il fatto che nel campo continuino ad arrivare nuove detenute non fa ben sperare. Il campo femminile di Masanjia è il luogo di custodia dove finiscono tutte le donne da “rieducare” della regione del Liaoning. Ma l’espressione “rieducazione attraverso il lavoro” non ha niente a che fare con quello che succede lì dentro.

Wang Yuping entrò a Masanjia proprio nel periodo di punta delle ordinazioni. Stava seduta su un vecchio panno di cotone macchiato di sangue e faceva le asole degli abiti: “Ogni giorno dovevamo fare ottocento paia di pantaloni, stavamo in fabbrica venti ore al giorno”. Prima di dormire non si spogliava, non si lavava il viso né i piedi: “Conservavo le energie per lavorare”.

Nel diario di Liu Hua si legge che la seconda brigata aveva tre unità di lavoro, con venti persone addette al confezionamento degli abiti, sedici al taglio, cinquanta al ricamo e altre cinquanta alle macchine da cucire. Nel 2010 a Masanjia sono stati confezionati 160mila cappotti e trentamila paia di pantaloni, oltre a ventimila divise da lavoro e a cinquemila paia di pantaloni ordinate da Canton e da Shishi, per un totale di circa 220mila capi d’abbigliamento. Il diario di Liu Hua è stato cucito con avanzi di materiali impermeabili usati per i rivestimenti interni dei piumini confezionati per una ditta di Shenzhen.

Jia Fengqin è un’operaia in pensione, in passato ha lavorato nell’industria tessile di Lingyuan. Nel 2004 è stata condannata al laojiao e ha scoperto quanto erano diversi i ritmi di lavoro: “Almeno dieci ore di lavoro consecutive, che spesso diventavano quattordici”. La sveglia era alle cinque, poi c’era la fila per timbrare il cartellino e si lavorava dalle sei e mezza alle undici e mezza, mentre nel pomeriggio cominciavamo a mezzogiorno e mezza e finivamo alle cinque e mezza. Ma secondo quanto riferisce Xiao Xi (pseudonimo di una persona che lavorava a Masanjia), nei giorni prima delle consegne non c’era un orario preciso e si poteva lavorare anche fino all’una o alle due di notte.

Nel regolamento diramato dall’ufficio per il laojiao del ministero della giustizia c’è scritto che nei centri l’orario di lavoro non deve superare le sei ore al giorno. Gli straordinari, dovuti ai picchi stagionali, alle scadenze o ad altre ragioni eccezionali, andrebbero valutati e approvati dagli appositi dipartimenti, ma in ogni caso non potrebbero superare le due ore al giorno.

In realtà nella catena di montaggio un’operazione svolta lentamente ha delle ripercussioni sull’anello successivo, quindi è sottoposta a sanzioni, punizioni corporali e aggiunta di ore di lavoro. La produzione giornaliera prestabilita deve essere necessariamente rispettata. A Liu Hua erano affidati lavori leggeri di taglio e cucito e doveva assegnare le taglie ai colli e alle maniche. “In un giorno dovevo trattare tra i milleottocento e i duemila capi, e in più stiravo circa tremila vestiti”. Alle sarte erano assegnati trecentoventi capi.

Mei Qiuyu a causa dei problemi fisici provocati da un parto indotto non riusciva a rispettare le scadenze giornaliere, così la caposquadra di turno le ha permesso di scegliere se lavorare fino a notte tarda o se restare in piedi per punizione. Mei Qiuyu ha scelto la punizione, allora la caposquadra l’ha spinta a terra e con il tacco le ha provocato una ferita profonda sul polpaccio che si è rimarginata solo dopo alcuni mesi. La cicatrice sulla gamba è chiaramente visibile ancora oggi. Gli orari di lavoro erano rigidi e non ci si poteva assentare per nessun motivo. I bagni erano chiusi a chiave e ci si poteva andare solo tre volte al giorno.

Negli ultimi anni le shangfangzhe a Masanjia sono aumentate. E, convinte di non aver fatto nulla di male, spesso si rifiutano di lavorare, andando incontro a punizioni severe. Il complesso di Masanjia si trova nei sobborghi occidentali di Shenyang e ha una superficie di circa duemila ettari. Oltre alle aree occupate dai centri di detenzione e di rieducazione, ci sono anche mille ettari di terreni agricoli. Fino ad alcuni anni fa questi terreni erano coltivati dai detenuti e producevano mais e cotone. Oltre a questi lavori, i condannati erano impiegati soprattutto fuori dal campo, per scavare canali e costruire strade. “A quel tempo quando vedevi delle persone in canottiera gialla che lavoravano nelle strade di Shenyang, erano senz’altro gli internati di Masanjia”.

A parlare è Wang Licheng, avvocato che in passato si è occupato di questioni inerenti al laojiao. Le donne, invece, erano impiegate principalmente nella produzione di biancheria da letto, abiti e prodotti di artigianato.

Fabbrica di concentramento

A Masanjia ci sono una fabbrica di lenzuola, uno stabilimento di trasformazione, uno stabilimento tessile, un allevamento di suini meccanizzato, un impianto per la sinterizzazione e una fabbrica di abbigliamento. Nel diario di Liu Hua è nominata una branca della Xiyu Clothing, che ha il recapito a Masanjia. Il personale registrato è di dieci unità, ma in realtà le operaie impiegate provengono principalmente dal laojiao. Nei momenti di maggiore afollamento, a Masanjia erano rinchiuse più di cinquemila persone, il cui lavoro non retribuito produceva enormi guadagni. Secondo Peng Daiming, ex vicedirettore di Masanjia, le entrate annuali derivate dal lavoro fuori dal centro potevano superare il milione di yuan (122mila euro) e, se si aggiungono le entrate generate dalle coltivazioni e dagli stabilimenti, il valore totale della produzione si avvicinava ai cento milioni di yuan all’anno (circa 12,2 milioni di euro).

Negli ultimi anni lo stato ha smesso di chiedere ai laojiao di reperire autonomamente parte dei fondi per il loro mantenimento, e si è impegnato a sostenere le spese quotidiane degli addetti alla sicurezza e degli internati. Da dipendenti di aziende pubbliche, i quadri e i vigilanti sono così diventati funzionari di stato. Questo però non ha fermato la ricerca di guadagno, né i ritmi di lavoro eccessivi.

Xiao Xi sostiene che negli ultimi anni le voci sull’abolizione del laojiao sono diventate più pressanti. I controlli nei campi sono aumentati, è vero, ma di recente Wang Zhen ha fatto visita alla moglie Liu Yuling, e lei gli ha riferito che non è cambiato nulla. Le donne sottoposte al laojiao producono entrate enormi ma non sono remunerate né assicurate. Peng Daiming è sempre stato convinto che le donne sottoposte alla rieducazione non fossero criminali comuni e avrebbero avuto diritto a uno stipendio, come tutte le lavoratrici. Stando al Programma pilota per la rieducazione attraverso il lavoro, promulgato nel 1982 dal Consiglio di stato, le amministrazioni dei centri del laojiao dovrebbero erogare uno stipendio adeguato, calcolato sulla base del tipo di prestazione, delle competenze tecniche, dell’ammontare e della qualità della produzione. In realtà questo regolamento è valido solo sulla carta. Quando furono istituiti, negli anni cinquanta, i centri del laojiao erano gestiti dal ministero degli afari civili. All’epoca gli internati ricevevano uno stipendio, ma presto le cose cambiarono.

Rispetto ai veri criminali, le persone che operano nei laojiao non hanno la minima garanzia in materia di sicurezza e di assistenza medica, a causa di un vuoto normativo. A lungo andare le detenute si ammalavano, ma non erano curate.

Alcuni anni fa, nell’impianto di sinterizzazione nel complesso di Masanjia, si è verificato un grave incidente in cui sono morte alcune operaie. Peng Daiming ha rivelato che a quei tempi in caso di infortunio sul lavoro non era previsto alcun risarcimento per il detenuto; semplicemente ne veniva anticipato il rilascio. Oggi si vorrebbero evitare casi del genere, ma lo status di chi è sottoposto al laojiao non è ancora stato equiparato a quello di un lavoratore. In carcere, invece, il lavoro svolto dai detenuti è tutelato dalla legge sul lavoro e in caso di infortunio vale la normativa nazionale in materia di assicurazioni sul lavoro.

Segregazione ed elettroshock

A Masanjia le donne sono divise in tre grandi gruppi, a seconda del livello di sorveglianza a cui devono essere sottoposte. In questa classificazione le shangfangzhe appartengono alla “gestione severa”, per cui al loro ingresso nel campo sono messe sotto stretta sorveglianza. All’interno dei campi, per “stretta sorveglianza” s’intende che alcune donne da tenere sott’occhio sono affidate al controllo di altre detenute ritenute fidate. Come riferito da Peng Daiming, “incaricavamo due detenute che avevano dato prova di buona condotta di seguire da vicino la donna in questione, dormendo, mangiando e lavorando a stretto contatto con lei”. In realtà le sorveglianti sono molte di più.

Mei Qiuyu racconta che quando era sotto stretta sorveglianza era guardata a vista da sette persone in officina, da quattro durante i pasti e da altre quattro quando camminava. “La sorveglianza stretta”, ricorda Liu Hua, “era un incarico come un altro, bisognava tenere d’occhio qualcuno ogni istante. Quante volte andava in bagno, cosa diceva…per qualsiasi cosa bisognava fare rapporto ai superiori. Dovevi farlo per forza, anche se non eri d’accordo. A chi si rifiutava erano aggiunti straordinari, non c’era scampo”.

Tra gli incarichi relativi alla gestione delle detenute ci sono anche il “posto in ufficio” e le “quattro vigilanze”. Il “posto in ufficio” comporta l’assistenza al funzionario addetto agli alloggi, che si occupa della gestione delle camerate, ognuna delle quali ospita ventidue persone. “Chi svolgeva questo incarico”, racconta una testimone, “faceva le pulizie e regolava l’accesso ai bagni”. Quello delle “quattro vigilanze”, invece, è un incarico più complesso. Bisogna controllare che non ci siano fughe, incendi, tentativi di autolesionismo o incidenti. Oggi comprende anche l’assistenza alle vigilanti per tutti gli incarichi che non riescono a svolgere. Tra gli altri compiti, le addette alle “quattro vigilanze” gestiscono un incontro quotidiano alla fine dei turni di lavoro. L’incontro è di carattere educativo, ma agli occhi delle detenute è solo una punizione fisica mascherata.

Alle cinque, dopo il lavoro, si va in aula. “Ognuna di noi”, racconta Hao Wei, “prendeva posto su una piccola panca di plastica, da sinistra a destra. A volte dovevamo ripetere a memoria i trenta articoli del codice di comportamento del laojiao. Stavamo così per più di un’ora, ogni giorno, inclusa la domenica. Spesso ripetevamo le regole anche per due ore”. Era una cosa difficile da sopportare, soprattutto se si tiene conto che queste donne arrivavano in aula sfinite.

Gli altri argomenti di studio riguardavano le leggi e i regolamenti sul laojiao. Sembra che alcune detenute, una volta tornate in libertà, abbiano poi usato le conoscenze acquisite per rivendicare i propri diritti con delle petizioni. Così, alla fine, il programma è stato sostituito con i libri di testo delle elementari. Le studentesse modello scrivevano i testi sulla lavagna e le altre li copiavano. Spesso, però, le shangfangzhe si rifiutavano di scrivere. Lo studio era quindi accompagnato dalle punizioni.

La segregazione in celle minuscole è una punizione stabilita esplicitamente dal ministero della giustizia. I casi in cui è prevista e la sua durata sono regolati rigidamente, e un detenuto non può rimanere in queste celle per più di dieci giorni. In realtà spesso questo limite viene superato. Le celle usate per la segregazione nel centro femminile di Masanjia sono di diversi tipi. Stando alle testimonianze delle detenute, la cella più stretta è larga un metro e lunga due e, mentre in origine era usata solo in casi particolari, con il tempo il suo impiego è stato esteso. Il 12 giugno 2009 Lu Xiujuan è stata rinchiusa in una di queste celle dopo un litigio con una caposquadra. La cella, al terzo piano, era stata ricavata nell’angolo di una stanza, misurava circa quattro metri quadrati, dall’esterno non entrava il sole e l’unica fonte di luce era una lampada accesa giorno e notte. Appena entrata Lu Xiujuan si è sentita sofocare. Perdeva i sensi più volte al giorno, era costretta a stendersi a terra e ad avvicinare il naso contro le fessure della porta per respirare.

In seguito a un’ispezione la caposquadra ha saputo delle condizioni di Lu Xiujuan e ha dato l’autorizzazione a portarla in corridoio a respirare. Arrivata nel corridoio Lu ha avuto uno shock e solo dopo un massaggio ha ripreso a respirare. Da allora Lu Xiujuan ha cominciato a sofrire di emicranie e si è ammalata di cuore. Dopo quest’esperienza è stata trasferita in una cella nuova e un po’ più grande, di sei metri quadrati circa, insieme a Mei Qiuyu. La cella era molto umida, le due donne sono rimaste lì per più di quattro mesi, per poi tornare di nuovo sotto sorveglianza speciale con le altre shangfangzhe.

Nel corso dell’anno trascorso a Masanjia, Zhao Min è stata rinchiusa per tre volte, l’ultima per quasi cinque mesi. Le prime due volte è stato durante un inverno molto rigido, per cui dormiva sul pavimento vestita. Non le era consentito uscire per andare in bagno e aveva a disposizione solo una padella. Poteva mangiare, bere e gettare rifiuti solo all’interno della cella. Per questo una volta Zhao Min ha fatto lo sciopero della fame. A causa dell’umidità sul pavimento, faceva fatica ad alzarsi in piedi, e dietro le ginocchia le erano comparse delle pustole. Dopo essere uscita dal campo ha fatto causa alla struttura ma non è riuscita a dimostrare di essersi ammalata durante la permanenza a Masanjia.

Anche Gai Fengqin è stata rinchiusa in una di quelle celle minuscole. “Per terra era tutto bagnato, il pavimento ricoperto di escrementi. Solo il terzo giorno mi hanno dato un recipiente per urinare”, racconta. Prima di essere messa in isolamento, Gai Fengqin era stata ammanettata e torturata e la sera vomitava sangue.

Il caso di Zhu Guiqin è raro per la durata eccezionale della sua segregazione. Era entrata a Masanjia il 17 marzo del 2005 e il 30 aprile era stata rinchiusa per essersi rifiutata di lavorare. Poiché aveva problemi di respirazione, come Lu Xiujuan si stendeva per terra appoggiando il naso sotto la porta. I familiari le avevano portato un cuscino di gommapiuma che le è stato requisito e, dato che non aveva lenzuola a disposizione, dormiva sul pavimento coperto di fanghiglia. Quando a novembre hanno acceso il riscaldamento, il termosifone nella sua cella è stato rimosso. Non poteva uscire per andare in bagno, perciò defecava per terra e spalmava le feci sul muro, mentre per urinare usava una bottiglietta d’acqua. Solo dopo un accertamento della procura su segnalazione dei suoi familiari, la sua cella è stata pulita.

Il 45° articolo del regolamento della rieducazione attraverso il lavoro afferma che è obbligatorio trattare in modo civile le persone internate nei campi, garantirgli il cibo e l’acqua potabile, mantenere gli alloggi puliti e provvedere puntualmente alle cure mediche. Infine, è obbligatorio garantire ai detenuti non meno di un’ora di attività all’aperto ogni giorno.

Durante il periodo di segregazione, poiché aveva provato a ribellarsi prendendo a calci la porta della cella, Zhu Guiqin è stata sottoposta a diversi tipi di punizione. Le hanno legato i polsi alla grata sulla porta della cella per tredici giorni di seguito. Secondo il regolamento, il ricorso a misure dissuasive nei confronti dei detenuti deve limitarsi all’uso delle manette ai polsi. È proibito legare il busto, ammanettare le mani ai piedi e legare una persona a un oggetto.

Nel settembre del 2005, in seguito alla denuncia dei familiari di Zhu Guiqin, sono intervenuti gli avvocati e la procura ha fatto una verifica. Si è scoperto che le gambe di Zhu Guiqin si erano gonfiate quasi fino alla vita e sul dorso del piede aveva un edema di cinque centimetri. Il 27 maggio Zhu Guiqin era ancora segregata ed è stata ammanettata per cinque giorni, i polsi legati alla porta della cella, con l’eccezione delle ore di sonno. Ma le indagini fatte dal suo legale hanno portato alla luce la testimonianza di Xia Zongli, una delle “sorveglianti” di Zhu Guiqin, secondo la quale Zhu rimaneva ammanettata anche di notte ed era perciò costretta a rimanere in piedi sveglia.

Il 21 luglio, in seguito a un litigio nel suo ufficio, Wang Yanping, vicecapo dell’unità di rieducazione, ha ordinato a due addette alle “quattro vigilanze” di spingere a terra Zhu Guiqin e chiuderle la bocca con un nastro adesivo. Le autorità hanno stabilito che si trattava di misure contrarie al regolamento, ma dato che il fine giustifica i mezzi la condotta di Wang non è stata messa agli atti. La risposta arrivata da Masanjia alla petizione presentata da Zhu Guiyi, sorella maggiore di Zhu Guiqin, riconosce che la condotta di Wang Yanping “ha infranto il regolamento ricorrendo a misure di dissuasione non consentite”.

Estremi rimedi

Oltre all’isolamento e all’ammanettamento, la procura ha anche scoperto che quando l’8 maggio 2005 Wang Yanping e altre persone si sono scontrate con Zhu Guiqin all’ingresso della sua cella, in un eccesso di rabbia Wang l’ha colpita al volto e ha chiesto al direttore del centro l’autorizzazione a usare il manganello elettrico. Nel regolamento il ministero della giustizia ha stabilito che l’uso del manganello è consentito solo in caso di tentativo di fuga, sommosse, aggressioni violente a sorpresa e situazioni simili. L’uso del manganello contro persone anziane, malate, fisicamente deboli, disabili, minorenni e contro le donne generalmente non è consentito. Eppure Zhu Guiqin è stata sottoposta a elettroshock anche in altre circostanze. Stando ai suoi racconti, il giorno stesso in cui è stata messa in isolamento le hanno applicato delle scariche sul volto e alle tempie. Il trattamento è stato ripetuto anche successivamente, finché il suo avvocato e sua sorella, in occasione di una visita, le hanno fotografato il volto con il cellulare. Hanno portato gli scatti, che mostrano il suo viso cosparso di piccoli punti rossi e di eritemi, e il suo sguardo spento, a Zhang Yuan, dello studio legale Suoyang, il quale ha confermato che “a prima vista sembravano scosse elettriche”. Anche sulle sue dita c’erano delle cicatrici che sanguinavano. Così Zhang Yuan e i suoi colleghi sono andati a Masanjia a raccogliere altre testimonianze.

Li Yujie, in passato addetta alla “stretta sorveglianza” di Zhu Guiqin, ha riferito che Wang Yanping aveva applicato delle scosse elettriche con un grande manganello “al volto, sul corpo, sul collo e sulla testa di Zhu Guiqin, che era ammanettata alla porta di ferro, fino a farle uscire rivoli di sangue dalla testa”. Il trattamento “è durato a lungo, probabilmente circa venti minuti”, poi Zhu Guiqin è rimasta legata.

Dal testo di un’altra indagine, condotta dall’avvocato Gao Yang del centro di assistenza legale di Fushun, è emersa la testimonianza di Ding Ying, un’altra detenuta che ha assistito Zhu Guiqin. Secondo quanto si legge, il 16 giugno Ding era andata a prelevare Zhu per condurla nella prima unità di lavoro, ma sulle pareti della sua cella ha visto delle macchie di sangue e massaggiandole la testa ha notato che aveva alcune cicatrici sulle tempie.

Zhu Guiqin non è l’unica detenuta a essere stata sottoposta a scosse elettriche. Qu Huasong, dal settembre 2008, è stata rinchiusa per un anno nel centro di Masanjia. È stata ammanettata e colpita con un manganello elettrico, che sul viso le ha lasciato delle cicatrici rosse e gonfie, fotografate dai suoi familiari durante una visita. Ancora oggi Qu Huasong non le mostra agli sconosciuti. Anche a Hu Xiufen le scosse elettriche hanno lasciato il segno. Per spiegare la sensazione dell’elettroshock spiega che “è qualcosa di dolorosissimo, che ti fa tremare dalla testa ai piedi”, ma poi aggiunge, scuotendo la testa: “È impossibile descriverlo a parole”. Una volta anche Gai Fengzhen stava per subire l’elettroshock, ma è intervenuta una caposquadra: “Ha il cuore malato, potrebbe rimanerci”, disse. È così che è riuscita a salvarsi. u mcr

Censura e sparizioni

Da sapere

L’inchiesta di Lens è uscita il 7 aprile e poche ore dopo è scomparsa dal web. La rivista, un mensile femminile noto per le inchieste scomode, è stata costretta a sospendere le pubblicazioni.

Prima che fosse censurato, l’articolo è circolato su diversi blog e le autorità del Liaoning, la regione dove si trova il campo di Masanjia, hanno liquidato le accuse come false e di parte. Dopo un’indagine, le autorità hanno concluso che l’articolo “ha distorto i fatti e ha usato le stesse calunnie difuse dalla setta Falun gong all’estero”, scrive l’agenzia di stampa statale Xinhua.

Il giornalista Yuan Ling, autore dell’inchiesta, attraverso il suo account di Weibo (il Twitter cinese) ha replicato mettendo in dubbio i risultati dell’indagine governativa.

“Sfido il campo di lavoro del Liaoning a farmi causa e a dimostrare in tribunale che è tutto falso. Se la corte stabilisce che le accuse che ho mosso sono false, accetterò di buon grado qualsiasi condanna. Ma se quello che ho scritto è confermato, vorrei che la corte condannasse ogni funzionario coinvolto, dai torturatori a chi ha taciuto”. Yuan ha anche aggiunto che quello che succede a Masanjia non è un caso isolato. Negli ultimi cinque anni ha intervistato detenuti dei campi di lavoro in tutto il paese e ha scelto di raccontare di Masanjia dopo che il governo ha accennato a una riforma dei laojiao.

Dal 31 maggio il regista di documentari Du Bin è nelle mani della polizia di Pechino, rinchiuso in un centro di detenzione a sud della capitale, con l’accusa di “pubblicazione di materiale illegale”. Du, un ex fotografo del New York Times, recentemente ha pubblicato un documentario con le testimonianze delle reduci di Masanjia e un libro sul massacro di Tiananmen, entrambi vietati in Cina ma usciti a Hong Kong e a Taiwan. La sorella di Du racconta che, dopo l’uscita del film su Masanjia all’estero, la sorveglianza della polizia si era intensificata. Nelle interviste le reduci di Masanjia raccontano che dopo l’uscita dell’inchiesta di Lens la polizia le sorveglia. Du Bin è sparito dal suo appartamento insieme al suo computer e ai suoi libri. South China Morning Post, Rsf

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