Quando i tulipani valevano oro (Sapere febbraio 2013)

FOLLIE DELLA FINANZA

Quando i tulipani valevano oro

Una bolla finanziaria è una situazione in cui i prezzi particolarmente alti di certe azioni sono sostenuti dall’entusiasmo degli investitori più che da un’oculata stima del loro valore.

Può ad esempio accadere che i prezzi crescano sensibilmente in un periodo molto breve, sulla base del convincimento che continueranno a salire. La follia dei tulipani, un singolare fenomeno che divampò in Olanda nel XVII secolo, è il primo caso nella storia di bolla speculativa finanziaria.

Questo evento è diventato un’istruttiva metafora che viene frequentemente utilizzata dagli esperti di economia e finanza per spiegare situazioni in cui a un’illusione di massa fa seguito il panico.

In un articolo apparso sul New York Times il 28 gennaio 2011, troviamo la seguente osservazione: «A distanza di quasi quattrocento anni, noi comprendiamo che la mania dei tulipani e il conseguente crollo finanziario, sono dipesi dall’illusoria convinzione collettiva che i prezzi potessero solo salire. Ecco cosa sono le bolle finanziarie: illusioni di massa». È così diversa la situazione attuale?

Oltre che un modello per illustrare le condizioni che generano catastrofi finanziarie, la mania dei tulipani è una vicenda di per sé affascinante, che ha continuato ad attirare l’attenzione negli ambiti più disparati. Nel 1850 Alexandre Dumas padre scrisse Il tulipano nero, un romanzo di intrighi sullo sfondo dell’Olanda del 1600, dove tutto ruota intorno al tentativo di arricchirsi creando l’innaturale tulipano nero (leggenda che si è trasformata in realtà nel 1984, grazie alle tecniche di ibridazione messe a punto dal floricoltore Geert Hageman). Prima di vedere come andarono i fatti, è utile dare alcune informazioni sui tulipani e i loro bulbi. La riproduzione del tulipano avviene tramite bulbo o tramite seme. A lato del bulbo principale, si formano piccoli bulbi, detti bulbilli, che si staccano quando i bulbi vengono tolti dal terr. La riproduzione per divisione dei bulbilli è molto più rapida rispetto a quella da seme. Una volta piantati, i bulbilli crescono e producono per la prima volta il fiore nel giro di due o tre anni, mentre la riproduzione da seme è un processo che dura sette o otto anni.

È importante sottolineare come il bulbo, a differenza del fiore, non sia un bene di consumo, ma di investimento, in quanto contiene la promessa di fiori futuri.

La vicenda

Nella seconda metà del sedicesimo secolo, l’Olanda era l’economia più forte e più innovativa di tutto l’occidente e si era dotata di un moderno sistema finanziario a supporto delle intense attività economiche e commerciali.

Intorno al 1560, dalla Turchia arrivò in Olanda il tulipano, un fiore che aveva affascinato i viaggiatori occidentali in visita nel Medio Oriente. All‘importazione seguì la coltivazione che avvenne via via su scala sempre più vasta.

Questa novità floreale venne accolta con entusiasmo dagli olandesi, al punto che nel 1620, pochi decenni dopo l’avvio della coltivazione, il tulipano era di gran lunga il fiore più di moda in Olanda, un vero e proprio status symbol.

La popolarità dei tulipani continuò a crescere e scatenò tra i benestanti una maniacale competizione, volta ad assicurarsi, a qualunque prezzo, gli esemplari più rari, più belli o più bizzarri, che le signore sfoggiavano nelle scollature, come gioielli preziosi. L’offerta delle varietà più richieste era molto limitata e così i prezzi lievitarono alla follia: un bulbo molto pregiato poteva avere il valore di una casa!

Uno dei fattori che stimolarono la febbre dei tulipani era l’effetto sorpresa: dal tipo di bulbo piantato non era facile prevedere colore e forma del fiore, che talvolta presentava meravigliose screziature.

Solo molto tempo dopo si è scoperto che l’artefice delle incredibili striature a forma di piuma o di fiamma, le più apprezzate, è il virus del mosaico. Questo virus, che dal bulbo principale si trasmetteva ai bulbilli, aveva l’effetto di indebolire la pianta, per cui la produzione delle varietà più ricercate procedeva molto a rilento.

E così, a scatenare la febbre dei tulipani sono stati due fattori, entrambi dovuti al virus: la bellezza e la scarsa disponibilità di questo fiore!

Nel decennio 1620-1630, la produzione del tulipano più famoso, il Semper Augustus, era nelle mani di un singolo proprietario. Il costo di un bulbo di Semper Augustus era di mille fiorini nel 1623 e di tremila fiorini nel 1625, anni in cui il salario annuo medio in Olanda era intorno ai 150 fiorini!

A partire dal 1625, il numero di varietà di tulipani crebbe molto rapidamente, ma l’offerta complessiva rimase piuttosto limitata, in quanto, come abbiamo già detto, i bulbilli dovevano crescere per qualche anno prima di produrre il fiore. Fino al 1633, il mercato dei tulipani presentava le seguenti caratteristiche: era un commercio di lusso, a cui partecipava chi se lo poteva permettere; era un mercato di esperti, ossia di coltivatori e appassionati con conoscenze riguardo i tulipani e la loro coltivazione; e le transazioni avvenivano al momento della fioritura, quando la qualità del fiore poteva essere ragionevolmente stimata.

Dal 1634 in poi, la situazione cambiò e divenne pratica comune acquistare in autunno o inverno in vista della consegna a giugno o settembre. Alcuni commercianti vendevano bulbi per cui avevano stipulato un contratto d’acquisto ma che non erano in loro possesso. Questo consentiva loro di trarre profitti, senza dover mai piantare un bulbo di persona. Iniziò così il commercio dei tulipani di carta, ossia degli atti d’acquisto, pezzi di carta che venivano firmati, senza bisogno di mostrare fiori e bulbi.

Nel 1635 venne creata, per il commercio dei tulipani, un’unità di peso, il perit, e prese piede la vendita a peso, limitata ai bulbi più grossi e pregiati. Si potevano, ad esempio, acquistare duecento perit di un certo bulbo e quattrocento perit di un altro. Questa nuova opportunità ebbe l’effetto di separare il mercato dei tulipani da bulbi specifici e rese possibili transazioni in cui nessuna delle due parti in causa era a conoscenza dell’effettiva provenienza dei bulbi. A partire dall’autunno del 1635 il mercato dei tulipani aprì borse in tutte le principali località dell’Olanda. Non ci si trovava più nei campi dove i bulbi venivano piantati e i tulipani fiorivano, ma nelle taverne. Lì si discuteva sui prezzi, si stipulavano accordi, si comprava e si rivendeva dopo poco, e le quotazioni dei tulipani cambiavano ogni giorno… Venivano effettuati acquisti finalizzati solo ai guadagni: si comprava non perché si desiderasse possedere tulipani, ma perché si era convinti, di fronte all’eccesso di domanda, che il valore di quel bene sarebbe aumentato. Le notizie di ingenti profitti si spargevano velocemente, attirando sempre nuovi speculatori. Gli strumenti che permisero agli acquirenti di speculare sui tulipani furono le opzioni di acquisto. Il compratore pagava solamente un acconto sui bulbi per regolare poi la posizione in un secondo momento. Si era così venuta a creare la leva che consentiva di scommettere tanto impegnando poco denaro.

Si potevano comprare titoli corrispondenti a 200 perit del bulbo A e 300 perit del bulbo B, pagando solo il 10% del prezzo pattuito. Questo contratto poteva essere utilizzato in un’ottica speculativa, ad esempio vendendo titoli corrispondenti a 150 dei 300 perit del bulbo B per acquistare titoli per 200 perit del bulbo C, e così via.

Alla scadenza del contratto, chi l’aveva sottoscritto doveva naturalmente pagare il saldo. In realtà ben pochi compratori avrebbero avuto il denaro per saldare i propri conti, ma nessuno di loro intendeva richiedere la consegna: compravano tulipani di carta solo per rivenderli dopo poco ricavandone un profitto.

Il gioco d’azzardo che si era venuto a creare scatenò una spinta al rialzo, una frenetica corsa ad acquistare e rivendere, nella convinzione che i prezzi sarebbero continuati a salire.

Dopo che i bulbi vennero piantati nell’ottobre del 1636, i prezzi iniziarono a salire vertiginosamente. L’andamento proseguì nei mesi di novembre, dicembre e gennaio. I prezzi più alti vennero pagati a fine gennaio e nei primissimi giorni di febbraio del 1637. Dall’ottobre del 1636 a gennaio del 1637, alcuni bulbi erano passati di mano, nella compravendita, fino a dieci volte e il
loro prezzo era cresciuto fino a venti volte.

Il crollo arrivò, improvvisamente e inaspettatamente, nel febbraio del 1637. I prezzi si erano spinti a livelli così alti da fare capire agli investitori più prudenti che era opportuno vendere. Le prime vendite scossero le certezze di altri operatori, i quali di li a poco li imitarono, dando origine a un effetto valanga, che portò al panico e a vendite forsennate. Un contributo importante al rapido crollo del mercato fu dato dalla velocità con cui le informazioni si propagavano nella rete sociale, fìtta di legami, che faceva da sfondo al commercio dei tulipani. Nel giro di poche settimane i prezzi vennero trascinati sempre più in basso, crollando del novanta per cento, finché si arrivò alla sospensione delle contrattazioni.

La quotazione del singolo bulbo di Semper Augustus perse nel giro di pochi mesi il 98 per cento del valore raggiunto durante la prima settimana di febbraio del 1637.

Lo scoppio della bolla condusse alla rovina tanti operatori e originò una serie di azioni legali da parte di coloro che volevano costringere i possessori di atti d’acquisto a procedere al saldo dei contratti.

La storia si ripete

La bolla dei tulipani viene spesso accostata a situazioni che si sono verificate nel mercato finanziario dei nostri giorni, in particolare al crollo delle borse causato dalla crisi del mercato dei mutui subprime. In un articolo apparso l’11 ottobre 2008 sul New York Times si leggeva: «Non è possibile che nel sofisticato e computerizzato ventunesimo secolo ci possiamo trovare a sperimentare lo stesso tipo di panico finanziario, lo stesso genere di dissennatezza finanziaria, che ha colpito l’umanità al tempo della mania dei tulipani del 1630. È mai possibile?». Purtroppo, la sensazione che la finanza non impari dai propri errori sembra trovare ampie giustificazioni.    ■

Bruno Codenotti è dirigente di ricerca del CNR presso l’Istituto di Informatica e Telematica (UT) di Pisa

Sapere – febbraio 2013 27


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