La dieta giusta per la sanità? Meno Tac e più verdura (Sapere febbraio 2013)

di Roberto Satolli

La dieta giusta per la sanità? MenoTAC e più verdura

In Grecia gli ospedali sono sull’orlo del tracollo. Il personale, ridotto all’osso, è stremato, le case farmaceutiche non forniscono più farmaci essenziali, come quelli oncologici, mancano persino i guanti e le mascherine per non trasmettere le infezioni da un malato all’altro.

In Spagna è stato abolito, con un decreto reale, il sistema sanitario universale, con un balzo indietro di trent’anni verso le vecchie mutue per gli occupati, le assicurazioni private per i ricchi e la carità per i poveri.

Anche in Italia Mario Monti, avvicinandosi alla conclusione del suo governo, dopo aver portato a quasi 35 miliardi in tre anni i tagli al servizio sanitario con gli incalzanti provvedimenti di spending review, decreti, legge di stabilità, ha posto la questione: per quanto tempo ancora in Italia ci potremo permettere l’attuale sanità, senza cercare fonti nuove di finanziamento?

Come ha puntualizzato Federico Spandonaro, dell’Università Tor Vergata, bisogna distinguere tra sistema sanitario e servizio sanitario. Il primo, che comprende tutte le modalità di finanziamento e di fornitura, è più ampio del secondo e per definizione non ha problemi di sostenibilità o di finanziamento: «Come per qualsiasi altro bene, i consumi dipendono dalle risorse disponibili». Il servizio sanitario, invece, ovvero la parte pubblica del sistema complessivo, che oggi è finanziato per lo più con le tasse, potrebbe presto trovarsi col fiato corto. E ad essere minacciata sarebbe dunque soprattutto l’equità. Schematizzando, poiché si prevede che i costi per la salute continuino a crescere, se non si vogliono aumentare le tasse (e chi se la sente?), e neppure ridurre i livelli di assistenza (già considerati “essenziali”), non resta che trovare nuove fonti, come per esempio i fondi integrativi. Col rischio di scivolare indietro verso le mutue e la privatizzazione.

Vi è una quarta via, che viene indicata come “ridurre gli sprechi”, ed è abitualmente ignorata, per diversi motivi facilmente comprensibili. Innanzitutto, il servizio sanitario italiano è considerato piuttosto efficiente, nei confronti internazionali. Per quanto possa sembrare controintuitivo (soprattutto per il succedersi di scandali) la nostra sanità costa già relativamente poco rispetto ai livelli di salute che produce. Ma il motivo economicamente e politicamente più importante (anche se raramente dichiarato) è un altro: la filiera della salute è ormai la terza impresa del paese, secondo i dati di Confindustria, in termini di valore aggiunto, occupazione, percentuale di prodotto interno lordo che genera. Perseguire una politica di riduzione dei consumi, che sia per un taglio lineare dei servizi o per una oculata eliminazione degli sprechi, significa in ogni caso mettere in campo una manovra che contribuisce ad accentuare la recessione, non certo la crescita.

Ma c’è un altro modo di vedere la cosa. Anziché parlare genericamente di “sprechi”, cioè di consumi superflui, bisognerebbe imparare a ragionare in termini di medicalizzazione, cioè di consumi medici indotti che producono possibili danni. Questa fascia di consumi, già oggi enorme, è in crescita esponenziale ed è la principale causa della insostenibilità, assai più delle modifiche demografiche ed epidemiologiche che vengono sempre evocate. Colpire i consumi medicalizzanti non deprime la ricchezza del paese, perché si tratta di consumi controproducenti, anche sul piano economico, perché anziché migliorarlo possono peggiorare lo stato di salute della popolazione. Ecco un paio di esempi. Gli inibitori dell’acidità dello stomaco sono stati inventati per tenere a bada i sintomi dell’ulcera, che un tempo era una malattia cronica. Ora che si cura in una settimana con gli antibiotici, gli stessi farmaci, anziché ritirarsi in una piccola nicchia, sono esplosi come oggetto di un consumo di massa, pompato dal marketing. L’espediente è stato di promuoverli come soluzione per la “cattiva digestione” in genere: secondo le fonti scientifiche questo uso è del tutto improprio. Si dovrebbe, invece, agire sull’alimentazione e sulla vita mal regolate. Secondo il rapporto OsMed (Osservatorio nazionale sull’impiego dei Medicinali) sull’uso dei farmaci in Italia questo scherzo costa alle casse del Servizio sanitario quasi un miliardo, che anziché produrre salute favorisce diversi malanni: le fratture del femore (sino al 35% in più) e alcune gravi infezioni intestinali, polmoniti e altri guai.

Un altro esempio è l’abuso di esami come le tomografie computerizzate, prescritte spesso senza alcun motivo, che fanno guasti non tanto o non solo per l’esposizione a radiazioni, ma perché oggi le immagini sono talmente dettagliate che lasciano vedere quasi sempre qualcosa che non va, anche se si tratta di magagne che non si sarebbero mai manifestate. E da qui altri costi, ma soprattutto interventi inutili e dannosi.

I miliardi che si potrebbe evitare di spendere in questi consumi, per non deprimere l’economia, li si potrebbe destinare ad altro. Per fare un esempio provocatorio, ma non tanto, a incoraggiare i consumi di prodotti alimentari della dieta mediterranea: frutta, verdura, cereali, pesce eccetera. Una ricerca italiana appena pubblicata su BMJ Open (vedi box) ha mostrato che le fasce meno abbienti la stanno abbandonando anche in Italia perché è ormai troppo costosa. Meno antiacidi, meno TAC e più verdura può essere una formula che fa bene a tutti: alla salute, all’economia e al servizio sanitario. ■

Roberto Satolli è direttore dell’agenzia Zadig e della rivista Occhio clinico

Se mangiar sano costa troppo

di Simone Valesini

La dieta mediterranea è troppo cara e, in tempi di crisi, in pochi possono permettersela. Ad affermarlo sono i ricercatori dei Laboratori di Ricerca della Fondazione Giovanni Paolo II dell’Università Cattolica di Campobasso, che in un articolo pubblicato su Bmj Open hanno mostrato come la crisi stia portando sempre più famiglie a preferire cibi più economici ma meno sani, con un conseguente aumento dei problemi legati all’obesità.

«La nostra ipotesi è partita da una constatazione piuttosto semplice – spiega Marialaura Bonaccio, primo autore dello studio – e cioè l’idea che il rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari e l’impoverimento progressivo della popolazione potessero spiegare il dilagante fenomeno di obesità che negli ultimi anni sta interessando soprattutto i paesi del Mediterraneo, l’Italia su tutti».

I ricercatori hanno così analizzato i dati di 13.000 persone provenienti dal progetto Moli-sani, un più ampio programma epidemiologico che dal 2005 ha reclutato oltre 25.000 cittadini della regione Molise per investigare il rapporto tra fattori genetici e ambientali e l’insorgenza di malattie croniche. Nel nuovo studio, il team di Bonaccio ha esplorato l’associazione tra il reddito dei soggetti analizzati e le loro abitudini alimentari.

I risultati hanno mostrato che il reddito influenza direttamente il grado di aderenza alla dieta mediterranea. I soggetti con entrate maggiori hanno infatti un’alta probabilità (circa il 72%) di seguire la dieta mediterranea, probabilità che decresce velocemente nelle fasce di popolazione più povere. Secondo i ricercatori, per i meno abbienti questo si traduce in una alimentazione meno sana, fatta spesso di cibi preconfezionati, più economici di quelli freschi tipici della nostra tradizione. Una situazione che ha delle ricadute dirette sulla salute: in queste fasce di popolazione l’obesità ha infatti una prevalenza del 36%, contro il 20% che si osserva tra coloro che hanno maggiori disponibilità economiche.

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Sapere – febbraio 2013


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