L’ombra del professor Groeteschele

da Sapere dicembre 2012

ri-leggiamoli    di Maria Cristina Marcucci

L’ombra del professor Groeteschele

File-safe (titolo italiano A prova di errore) è un bel film di Sidney JL Lumet girato nel 1964, in piena guerra fredda. Un film statunitense di quegli anni in cui i sovietici avevano sostituito i pellerossa come nemici da combattere ed Henry Fonda prestava il suo bel viso intelligente a un presidente degli Stati Uniti incredibilmente colto, responsabile e lungimirante, circondato da collaboratori per la maggior parte onesti e coraggiosi. E non mancava il soldato-eroe consapevole del proprio martirio. La novità stava tutta nella trama, che dava voce alla grande paura di quegli anni, e nella figura del cinico scienziato professore Groeteschele (tedesco, naturalmente) interpretato da un inedito e per una volta drammatico Walter Matthau. In piena guerra fredda, dunque, alcuni bombardieri B-58 Hustler, bomba atomica a bordo, partono dalla base di Anchorage, in Alaska, per un normale pattugliamento. Per una serie di errori procedurali e guasti tecnici ricevono l’ordine di bombardare Mosca e non potranno più essere fermati. Nel convulso passare del tempo, in attesa della fine che, data l’immediata scontata reazione del nemico, non può essere che reciproca, il presidente americano e il premier sovietico cavallerescamente stringono un inedito patto. La scienza aveva creato mostri che potevano dimostrarsi incontrollabili ma il presidente, come un buon padre, avrebbe limitato i danni a costo di ogni sacrificio. L’onore degli Stati Uniti era salvo.

Nel film non paiono esserci responsabilità del potere democraticamente eletto, l’identità tra Stato (governo) e complesso militare-industriale è in qualche modo negata: gli scienziati cinici alleati col Pentagono agiscono autonomamente, solo loro è l’errore, solo loro è il peccato. Sono loro ad avere creato il mostro, loro ad averne perso il controllo. Il fattore umano, che potrebbe porre fine all’incubo, è annullato dal rispetto delle procedure. Attenzione, ci diceva Lumet in anni di vertiginosa proliferazione nucleare, questa scienza disumana e i suoi potenzialmente incontrollabili prodotti tecnologici possono portarci alla catastrofe.

«Vi parlerò, devo parlarvi, di concentrazioni di energia, di temperature che nessun addetto ai lavori può veramente cogliere… non enfatizzerò più l’equilibrio del terrore che è diventato tragicamente sbilanciato (a favore dei sovietici) … La distruzione mutuamente assicurata non può durare per sempre … deve essere sostituita … da vera difesa …». Queste non sono parole del violento Groete- schele-Matthau, ma del fisico Edward Teller. Giovane collaboratore al Progetto Manhattan, Teller non aveva mostrato esitazioni nei confronti della distruttiva potenza della bomba, si era anzi in seguito adoperato alla costruzione di un ordigno assai più potente, la famigerata “super- bomba” H. Come Groeteschele scienziato colluso con quel potente complesso militare-industriale che una ventina di anni dopo è in cerca di finanziamenti ingentissimi per concretizzare il sogno di Ronald Reagan – o meglio, di chi ne ha sponsorizzato l’elezione – riguardo allo scudo spaziale. Ancora un “dobbiamo difenderci”, un “dobbiamo agire prima” e “stare davanti”.

Nell’introduzione al loro bel saggio L’ingegno e il potere (Sansoni, Firenze 1992), Carlo Bernardini e Daniela Minerva esplicitano una tesi: il «sospetto ideologico e morale» non deve essere appuntato su una attività ma sugli individui che la praticano. Del resto la scienza non è una categoria dello Spirito ma l’accumularsi dei risultati conseguiti nei secoli dai tentativi degli uomini di indagare la natura dapprima osservandola, per amore di conoscenza o per trarne concreti vantaggi, poi «riducendo fenomeni assai disparati ad un’unica chiave interpretativa, una legge naturale, capace non solo di interpretare i fenomeni da cui ha avuto origine, ma anche di predirne, o addirittura progettarne, di nuovi». Come ogni altra attività speculativa la scienza «non contiene in sé alcuna vocazione per il potere» ma possono essere molto interessati al potere, e al denaro, e alla fama, i singoli scienziati. La ricostruzione storica e scientifica di alcuni di questi “tentativi” – più o meno riusciti – e le riflessioni, a margine, degli autori, rendono il lavoro un promemoria utilissimo per chi quei fatti li ha in parte vissuti e un indispensabile strumento di informazioni per i più giovani che ne hanno solo sentito parlare.

Una delle forme più ambigue dell’uso della scienza sono gli scopi militari. Nel caso dell’energia atomica, dei gas asfissianti, degli armamenti sempre più sofisticati, illustri fisici e chimici hanno sfruttato le proprie conoscenze per creare veri e propri imperi (le acciaierie Krupp), per sperimentare armi di distruzione di massa (il cloro liquido di Fritz Haber e dell’IG Fabern), per suscitare dalla fissione dell’atomo di uranio un’energia prima inimmaginabile e foriera di effetti collaterali devastanti (i tentativi di W.Heisenberg, quelli più pacifici di Joliot Curie e parallelamente, con successo, il Progetto Manhattan). Fino ad arrivare a Edward Teller e alla sua bomba termonucleare, con tanto di timore per una possibile ignizione dell’azoto dell’atmosfera. Timore fortunatamente infondato ma che crebbe all’annuncio di un test russo da 50 Mton (1956) nella penisola della Kamciatka. In tutti questi casi vi è stata una sorta di identità tra lo Stato e il complesso militare-industriale che aveva a libro paga gli scienziati e sovvenzionava, concontributi enormi, le loro ricerche. Si può comprendere, anche se non giustificare, quanto tanta libertà di sperimentare e tante risorse a disposizione possano avere sedotto più di un ricercatore.

Il potere ha sfruttato le conoscenze degli scienziati, gli scienziati si sono lasciati in molti casi – sia pure con qualche distinguo – sfruttare dal potere. Ma il potere può anche, mutate le convenienze politiche, rivoltarsi contro colui che fino a quel momento lo aveva fedelmente servito. Gli autori ci illustrano il caso Oppenheimer – nei primi anni Cinquanta, in pieno maccartismo – e il processo avviato senza esclusione di colpi per esautorare l’antico eroe che ora si opponeva alla costruzione della più devastante bomba all’idrogeno e agli interessi di Teller e soci, nuovi beniamini dei militari e del governo. Il capo del Progetto Manhattan, che a guerra finita si era più volte espresso a favore della smilitarizzazione, venne accusato di simpatie comuniste e di presunta collusione con il nemico, marchio di infamia che non gli sarà più tolto.

Simile destino occorse, in casa nostra, a Felice Ippolito, segretario generale del CNEN, nei medesimi primi anni Sessanta che assistevano alla rapida e mai chiarita “sparizione” – anche in senso fisico – di Enrico Mattei e Domenico Marotta. Accusato di “peculato internazionale”, venne condannato a ben 11 anni di reclusione nonostante l’appassionata difesa della grande maggioranza dei più eminenti scienziati nostrani, ben consci dell’importanza del suo lavoro. Carlo Bernardini, diretto testimone di quei fatti, con la consueta passione ci illustra passo dopo passo il calvario dell’illustre fisico, l’indignazione degli ambienti scientifici, le manovre delle forze politiche per ridurre il CNEN a un carrozzone lottizzato. Spazzati via Mattei, Marotta e Ippolito, l’Italia avrebbe posto fine al processo di progressivo affrancamento dalla dipendenza dai cartelli delle multinazionali straniere dell’energia e della farmaceutica. Da allora «i politici hanno messo i piedi negli Enti di ricerca e li usano per metterci i loro uomini». Tutte inutili le denunce e gli appelli: allora esattamente come ora «la gente si adatta e non si meraviglia più di nulla».

Che il potere riduca al silenzio chiunque in qualche modo cerchi di contrastarlo è evidente anche dalle traversie affrontate negli US dal matematico Harold Knapp che ostacolò i tentativi del governo di nascondere i danni biologici provocati dal fall-out atomico e dal più recente caso di Mordecai Vanunu, giovane tecnico “pentito” che raccontò al mondo la concreta realtà della costruzione e messa a punto di armi nucleari in corso nel reattore nucleare di Dimona, nel deserto del Neghev, da parte dello stato di Israele. Ma ben più pericolose degli uomini sono le idee, i memi, che però, per quanto contrastate, se sono sufficientemente potenti trovano in sé la forza di riprodursi e moltiplicarsi nelle menti degli uomini. Le gerarchie cattoliche costrinsero al silenzio, ma invano, Galileo; il senso comune, non comprendendo «l’economia dei postulati realizzata su un piano incredibilmente astratto» della fisica einsteiniana – per non parlare della quantistica – e percependola come un potere oscuro e minaccioso, non perde occasione per delegittimarla amplificandone strumentalmente ogni fallimento. Da Chernobyl ai reiterati, ingannevoli annunci riguardanti la fusione fredda, fino ai recentissimi neutrini e relativo tunnel ministeriale. Eppure la ricerca continua, le strutture formali impiegate nella fisica si fanno sempre più complesse ed i risultati – quelli veri – arrivano.

Negli ultimi tempi molto è cambiato. Altri, adattabilissimi memi artificialmente creati alla bisogna, si insinuano, replicandosi ovunque, nella mente del cittadino inerme, dal senso critico ormai distrutto da decenni di trovate pubblicitarie ed improbabili telefilm fantascientifici. L’incubo della “cattiva” fisica, è stato sostituito da quello della “malvagia” genetica, materia certo non meno ostica ma, grazie al mito di Frankenstein e dei mostri multiformi che da sempre popolano gli incubi degli uomini, assai più facilmente strumentalizzabile da parte dai poteri politico e religioso. Al bombardamento giornaliero di notizie che certificano “scientificamente” i più triti luoghi comuni o la creazione di poveri, inutili ibridi (il coniglio fosforescente, ecc…) da Wunderkammer di seicentesca memoria, il malcapitato non sa distinguere e scuote la testa, decretando con questo suo gesto la più potente delegittimazione dello scienziato e del suo lavoro. In questa cacofonia di annunci, tra questo moltiplicarsi di informazioni, gli antichi poteri da una parte suscitano anatemi paventando un’aggressione all’ordine “naturale” e “divino”, dall’altra possono agevolmente trovare, alla bisogna, anche da parte del vecchio nemico, una sponda alle proprie dogmatiche o strumentali affermazioni. A forza di insistere sulla “liquidità” del nostro tempo, qualsivoglia sciocchezza ha raggiunto, nell’immaginario collettivo, lo status di possibile verità. Ogni alito di fiato, per il moderno cittadino strumentalmente invitato ad essere politicamente corretto e “tollerante”, deve godere, per par condicio, delle medesime possibilità di espressione, occupare il medesimo spazio. È del tutto evidente in quanti ne approfittino: i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Credibilità, trasparenza, indipendenza, utilità, argomentano Carlo Bernardini e Daniela Minerva, dovrebbero caratterizzare il lavoro dello scienziato e le scelte della politica nel concedere o meno finanziamenti che, mano a mano che le conoscenze in tutti i campi si espandono, dovranno necessariamente essere sempre più cospicui. Ingenti finanziamenti necessitano del consenso popolare, di un pubblico responsabile e correttamente informato. Le intenzioni degli autori di questo libro, ancora attualissimo, vanno in questa virtuosa direzione.

Il futuro della ricerca scientifica, a tutti i livelli, è nelle mani degli scienziati e nel loro rapporto con il potere. Ovvero con il denaro, che in questi tempi di reale o pilotata crisi, riempie sempre più le tasche dei privati, assai spesso fortemente orientati ideologicamente.

Sta ai ricercatori medesimi autoregolamentarsi e .alzare la voce di fronte all’opinione pubblica pretendendo dai media una corretta informazione, prendendo le distanze riguardo agli “infedeli” ed i collusi, abbandonando anacronistiche prudenze ed interessi corporativi. Rinchiudersi nella propria torre d’avorio per poter lavorare senza problemi assecondando il recente revival gentiliano — e crociano – della separatezza delle due culture, non aiuta. Ciascuna, nel proprio ambito, potrebbe pretendere mano libera. Il coniglio fosforescente o il concepito certificato “scientificamente” come “persona” si moltiplicherebbero, i cittadini, per citare nuovamente Bernardini, si adatterebbero e non si meraviglierebbero più di nulla. A volte sorge il dubbio che, da parte del potere, sia esattamente questo che si vuole: assecondandolo, però, lo scienziato potrebbe ritrovarsi, alla fine, ad aver barattato la primogenitura con un piatto di lenticchie. •

Maria Cristina Marcucci è pedagogista e insegnante
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