Per un’etica della conoscenza – su Jacques Monod

da Sapere ottobre 2012

Per un’etica della conoscenza

di Maria Cristina Marcucci

Il caso e la necessità uscì in Francia nel 1970 e venne tradotto immediatamente in Italia da Arnoldo Mondadori Editore. Il fatto non era poi tanto scontato: il lavoro, nella sua parte centrale, è di non facile comprensione per il lettore non esperto, e il sottotitolo «Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea» appare certamente ambizioso a coloro che sono abituati a ben più articolati ed argomentati percorsi intellettuali. Perché dunque tanto successo e per quale ragione, a distanza di più di quarant’anni, appare opportuno riaccostarsene? L’interesse non è racchiuso tanto nel contenuto scientifico ed ideologico del lavoro, in parte superati, quanto nella personalità dell’autore, Jacques Monod, e nel periodo aureo della biologia molecolare francese che gravitò attorno a quella formidabile fucina di premi Nobel che fu, per tutto il Novecento, l’Istituto Pasteur di Parigi.

Personaggio paradigmatico della gauche di quegli anni, ambizioso, colto, geniale, esuberante ed affascinante, Jacques Monod (1910-1976) era nato a Parigi da madre statunitense che gli donò la perfetta padronanza della lingua inglese. Il padre, pittore e storico dell’arte, era fortemente attratto dalle teorie di Darwin e iniziò il giovane Jacques alla biologia e allo studio della musica. Ottimo violoncellista, Monod fu più volte incerto nei riguardi del proprio futuro: fortunatamente, tra le due passioni la biologia ebbe la meglio, e lo troviamo, nel 1931, già laureato alla Facoltà di Scienze dell’Università di Parigi e nel ’34, dopo una breve esperienza a Strasburgo e negli States, assistente di Zoologia alla Sorbona. I suoi interessi erano già concentrati sulla biologia dei microrganismi e in particolare su quei fenomeni di adattamento enzimatico che gli avrebbero dato la notorietà in campo mondiale. Allo scoppio della guerra, Monod si unì alla Resistenza e si iscrisse al Partito Comunista Francese che ben presto abbandonò, distinguendosi nel sostegno agli scienziati di oltre cortina perseguitati dal regime sovietico. Rimase però sempre un intellettuale laico e di sinistra, che si opponeva strenuamente al maccartismo e alla guerra di Algeria. Partecipò attivamente alle manifestazioni studentesche del maggio ’68, militò a favore della pianificazione famigliare, della depenalizzazione dell’aborto e contro la pena di morte. Alla fine del conflitto tornò al Pasteur, dove, dal 1953, fu direttore del nuovo dipartimento di Biochimica cellulare. Ottenne poi la cattedra di Biologia molecolare all’Università di Parigi, al College de France, e, nel 1971 la direzione del suo tanto amato Istituto Pasteur.

Nel corso del 1965, aveva ricevuto, assieme ai suoi collaboratori Francoise Jacob e Andrè Lwoff, il premio Nobel per la medicina per il suo lavoro sulla regolazione dell’attività dei geni nei batteri. Il modello dell‘operone riassumeva ciò che si sapeva sui meccanismi della sintesi proteica «proponendo il concetto di unità di regolazione per l’espressione dei geni, un circuito costituito da una proteina regolatrice e dal suo bersaglio sul DNA che controlla l’espressione dei geni adiacenti» (F. Jacobs). La speranza era di trovare, negli organismi superiori, delle unità di regolazione funzionanti secondo gli stessi principi.

Jacques Monod con François Jacob (a sinistra) e Andrè Lwoff (a destra). I tre vinsero il premio Nobel per la Medicina nel 1965.


Il modello dell ‘operone, conobbe, alla sua pubblicazione, un grande successo, donando una immensa popolarità ai suoi teorizzatori e a Jacques Monod in particolare. Furono proprio la sua notorietà, le sue vicende biografiche e le prese di posizione intellettuali e politiche a costituire il successo de Il caso e la necessità, e ad alimentare le polemiche anche furiose che ne seguirono.

La scienza, ci ricorda Monod, deve sempre rispettare, dai tempi di Galileo e Cartesio, il postulato dell’oggettività della natura, rifiutando sistematicamente qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di “progetto”. Inoltre lo stadio positivo (Comte), ultimo in ordine di tempo nel progresso della conoscenza scientifica, presuppone una classificazione dei risultati ottenuti in ogni campo della ricerca in base alla loro coerenza con le leggi della fisica, la scienza della natura per eccellenza. È innegabile però che sia proprio il criterio dell’oggettività ad obbligarci a riconoscere il carattere teleonomico degli esseri viventi, che, pur dotati di morfogenesi autonoma, hanno un progetto conservato nelle proprie strutture: la trasmissione del contenuto specifico di invarianza riproduttiva alla generazione successiva. Il “sogno di ogni cellula” – quello di diventare due cellule – esige la sintesi di parecchie centinaia di costituenti organici diversi per conservare e riprodurre la propria norma strutturale, e «il prezzo termodinamico dell’invarianza viene pagato esattamente, grazie alla perfezione dell’apparato teleonomico che, avaro di calorie, raggiunge nel suo compito infinitamente complesso un rendimento di rado eguagliato dalle macchine umane».

La contraddizione epistemologica appare profonda, e due possono essere le strade per formulare un’ipotesi di priorità, causale e temporale, delle due proprietà caratteristiche dei viventi, l’una in rapporto all’altra: che l’invarianza preceda di necessila teleonomia, oppure che «l’invarianza sia protetta, l’ontogenesi guidata, l’evoluzione orientata da un principio teleonomico
iniziale di cui tutti questi fenomeni sarebberorappresentazioni». La prima ipotesi accetta l’idea darwiniana che la comparsa di strutture sempre più teleonomiche e la loro progressiva evoluzione ed affinamento siano dovute al «sopraggiungere di perturbazioni casuali in una struttura già dotata della proprietà di invarianza»; la seconda comprende sia le teorie del vitalismo metafisico (Bergson) e scientistico (El- sasser e Polanyi), sia quelle animistiche proprie delle varie concezioni religiose del mondo, il cui atteggiamento consiste nel «proiettare nella natura inanimata la coscienza che l’uomo possiede del funzionamento intensamente teleonomico del proprio sistema nervoso centrale». Anche l’uso scientifico del materialismo dialettico, secondo cui la realtà si identifica con il suo divenire in contrasto con le teorie biologiche moderne, evoca una proiezione animistica della natura ed è pertanto da considerarsi errato. Alla base di tutti questi errori vi è l’illusione antropocentrica, «l’instancabile eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza». Nell’infinita varietà dei singoli fenomeni, scrive Monod, la scienza può solo cercare gli invarianti, e l’invariante biologico fondamentale è il DNA, che, attraverso un preciso processo di duplicazione, trasmette i caratteri ereditari. Gli esseri viventi sono macchine chimiche: attraverso il loro metabolismo si costruiscono da sé e le proteine enzimatiche, con le loro doti di versatilità e duttilità, sono gli agenti molecolari essenziali alle prestazioni teleonomiche di tutti gli esseri viventi. Tutto ciò che può essere spiegato in base ad interazioni fisico-chimiche è rigidamente determinato, ma alla base dell’evoluzione ci sono modifiche impreviste, accidentali, al patrimonio genetico: il caso è quindi la regola fondamentale che dirige l’evoluzione. L’organismo è una macchina chiusa, conservatrice, incapace di ricevere istruzioni dal mondo esterno, il meccanismo di replicazione non prevede variazioni; l’origine di ogni novità, è quindi solamente «il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice del poderoso edificio dell’evoluzione». Il caso è un dato, un fatto, non una mancanza di



conoscenza: dal caso è emersa la vita. Una volta codificate nel DNA, gli eventi singolari, e come tali imprevedibili, verranno automaticamente e fedelmente replicati. In scala macroscopica, a livello di organismi, le mutazioni subiranno l’inesorabilità della selezione naturale: «Usciti dall’ambito del puro caso, si entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni». A livello di specie, poi, le mutazioni sono una regola, non una eccezione, ma non tutte vengono tramandate: a fungere da filtro è l’apparato teleonomico, che agisce privilegiando le mutazioni che rendono possibile una maggiore efficienza e nuove possibilità di sviluppo evolutivo.

L’evoluzione dell’uomo è avvenuta sia sul piano biologico sia su quello culturale, e egli non è portatore né erede di alcun destino biologico. I due piani sono interdipendenti, tanto più complessi diventano la funzione simbolica ed il linguaggio, tanto maggiore risulta la spinta evolutiva all’accrescimento della corteccia e dei lobi frontali. Emerso per caso in un universo del tutto indifferente al suo destino, nel momento in cui «l’Australopiteco o qualcuno dei suoi simili» riuscì a comunicare il contenuto di una sua esperienza soggettiva, determinò la nascita di un nuovo regno, il “regno delle idee” ed il sorgere di una nuova evoluzione, quella culturale, che certamente esercitò la propria pressione sull’evoluzione del genoma. La cultura ha, nel corso dei millenni, soppresso gran parte della selezione naturale, e queste condizioni non selettive che regnano nelle società più progredite, rappresentano, per la specie, un pericolo certo. Ma non l’unico. Monod vede per la società contemporanea un pericolo assai più grave, l’ideologia sottostante a tutte le religioni, dotata di fortissimo potere di penetrazione: l’illusione antropocentrica, che vede l’uomo confidare nel pensiero animistico per soffocare l’angoscia della propria solitudine, la consapevolezza di essere, come l’intera complessità del vivente, un’improbabilità inaudita nell’universo. È invece l’etica della conoscenza l’unica possibilità che rimane all’uomo moderno per sconfiggere il male dell’anima. Al postulato dell’oggettività della natura, che ha solamente quattro secoli, l’uomo deve la propria prosperità materiale; la propria debolezza morale agli ormai obsoleti miti animistici ai quali tenta ancora di aggrapparsi. Questa contraddizione è fatale: «L’etica della conoscenza, creatrice del mondo moderno, è la sola compatibile con esso, la sola capace, una volta compresa ed accettata, di guidare la sua evoluzione». L’etica della conoscenza, al contrario dei sistemi animistici che reprimono l’uomo biologico, incoraggia l’umanità a riconoscere e rispettare la propria origine animale, ad accettarla ed a trascenderla dominandola. Dall’amico ed ispiratore Camus, Monod mutua il concetto esistenzialista dell’uomo solo nell’indifferenza dell’Universo: «L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il regno e le tenebre». Monod ci parla con parole chiare e decise, come non sentiamo ormai più da troppo tempo. E sulle quali la recente deriva “animistica” globale ci dovrebbe seriamente far riflettere.    •

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Una risposta a Per un’etica della conoscenza – su Jacques Monod

  1. gold account ha detto:

    Nel 1936 va negli USA a perfezionarsi e rimane un anno al California Institute of Technology , sotto la guida di Thomas Hunt Morgan . Rientra a Parigi nel 1937 e consegue nel 1941 il dottorato in biologia, rituffandosi nella ricerca nell’ambito della Sorbona . Scopre il fenomeno della doppia crescita (diauxia) di colture batteriche poste in miscele differenti di zuccheri. Attivo nella Resistenza francese sin dal 1941, dopo un’irruzione della Gestapo alla Sorbona per sospette attività clandestine, viene invitato dall’amico André Lwoff (anch’egli partigiano) a lavorare all’ Institut Pasteur . Nel 1943 si iscrive al Partito Comunista Francese , che però abbandona nel 1945 deluso dai metodi antidemocratici usati e dalla sudditanza all’URSS.

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