Quell’idea pericolosa

da Sapere agosto 2012

Quell’idea pericolosa

di    Maria    Cristina    Marcucci


Lidea di Darwin è un solvente universale, capace di incidere nel profondo ogni idea visibile. La questione è: che cosa si lascia alle spalle?… Quanto rimane è più che sufficiente per fungere da fondamenta». «Darwin’s dangerous idea. Evolution and thè meaning of life» (.L’idea pericolosa di Darwin, Bollati Boringhieri, Torino, 1997) è un libro profondamente americano – nel senso di statunitense – come quei film di Billy Wilder in cui, dopo tanti affanni, incredibilmente, chi resta guarda al futuro. Pacificato nonostante tutto. È americano nella scrittura, con ogni concetto declinato in infiniti esempi troppo lunghi e spesso fuorvianti, con quelle digressioni che si vorrebbero spiritose tipiche delle conferenze rivolte ad un pubblico distratto; con quel tornare e ritornare con parole nuove sui medesimi concetti. Eppure è un lavoro densissimo, ideologicamente coraggioso, scientificamente accurato – l’autore sa di cosa parla – e commovente.

Direttore del Centre for Cognitive Studies presso la Tufts University, in Massachussets, Daniel Dennett è uno dei filosofiscienziati più odiati al mondo. Basta digitare “Dennett” o “neodarwinismo” e subito compaiono schermate di siti antievoluzionisti che hanno Daniel Dennett, Richard Dawkins e Steven Pinker come principale bersaglio. E gli attacchi sono senza esclusione di colpi.

Il problema principale sia della scienza sia della filosofia è quale di queste due attività della mente umana “generi” lo stato dell’altra. Momenti di rottura istituzionale hanno portato al proliferare di studi e ricerche in appoggio o quanto meno non in contrasto con il paradigma divenuto ufficioso (ufficiale?), oppure la ricerca scientifica in senso lato ha offerto le basi ideologiche per un cambiamento di prospettiva sociale e politica? Comunque la si pensi, per citare Quine «il filosofo e lo scienziato sono sulla stessa imbarcazione» e nel caso del darwinismo, ed in particolare del neodarvinismo, questo è più che mai evidente.

Questo è un libro ideologicamente chiaro. Dennett non dimostra esitazioni di alcun genere, ed è una vera e propria boccata d’aria tra le infinite pubblicazioni diciamo così “aperte” che circolano non solo in casa nostra. Piaccia o no, questo è il suo pensiero, senza distinguo. E questa, ci dice fin dalle prime pagine, è l’idea pericolosa di Darwin: l’evoluzione per selezione naturale è un processo algoritmico. I processi soggiacenti sono automatici per definizione. Nessun Progetto Intelligente, nessuna mappa generale gerarchica di tutte le cose, nessuna Mente interviene o mette in moto il progetto evolutivo. L’accezione di Locke sull’impossibilità che la materia non pensante produca la mente, il pensiero, viene superata, o per meglio dire, messa definitivamente da parte a favore di una procedura di regole per il calcolo e la risoluzione dei problemi.

Daniel Dennett, ospite délla Global Atheist Convention 2012 a Melbourne, Australia.


Le regole sono così precise che non ci accorgeremo mai se il risultato sia stato ottenuto da una intelligenza umana o da una macchina, esattamente come avviene con i nostri calcolatori. La meravigliosa diversità delle specie viventi non è frutto di un Logos creatore, di un télos, di un primo motore aristotelico, di un «Perché che mette fine a tutti i perché», ma di un processo cieco e meccanico, automatico, «un insieme di singoli passi privi di mente che si succedono l’un l’altro senza l’aiuto di una supervisione intelligente».

Il pregiudizio platonico per cui le specie erano immutabili, perde con Darwin di significato: egli non intende offrire una spiegazione dell’origine della vita o della prima specie, ma descrivere il processo di selezione naturale che avrebbe prodotto adattamento, e, nelle circostanze appropriate, l’accumulo di adattamenti avrebbe prodotto speciazione. Le specie non sono eterne ed immutabili, ogni nuova specie è il risultato di un processo di “descent with modification”, discendenza con modifica. Per generare disegni sempre più complessi, sono state necessarie delle “gru” (cranes), strutture o processi essi stessi prodotti dalla selezione naturale. Una volta originati, hanno permesso l’evolversi di strutture assai più complesse. A differenza degli “skyhooks”, dei “ganci appesi al cielo” – così Dennett chiama gli interventi di una Mente intelligente che molti scettici ritengono indispensabile postulare per spiegare certe “svolte” nel processo evolutivo – le gru sono esse stesse prodotti dei processi algoritmici precedenti. Esempi di queste gru sono la riproduzione sessuale ed il formarsi del cervello negli animali. Una gru sopra l’altra, ciascuna sorta mediante un meccanico processo di selezione.

Se visualizziamo il processo sotto forma di albero della vita con una struttura simil genealogica e si torna abbastanza indietro nel tempo, si vedrà che i rami di tutte le famiglie discendono da rami principali ancestrali comuni. Vi è quindi un unico albero della vita. In base all’idea pericolosa di Darwin, l’albero della vita ha zigzagato all’interno dello «spazio dei progetti universale», «accumulando e conservando fino a questo momento, mediante gli inesorabili algoritmi di innalzamento, le rampe e le gru e gli strati di gru della selezione naturale e dei suoi prodotti». La selezione naturale svolge un lavoro di “ricerca e sviluppo”, la biologia è quindi affine all’ingegneria. Adottando il punto di vista ingegneristico, il concetto biologico di funzione e quello filosofico di significato assumono la medesima valenza.

Anche le conquiste della cultura umana, il linguaggio, l’arte, la religione, l’etica, la stessa scienza, «sono tutte prodotto dello stesso processo fondamentale che ha fatto sviluppare i batteri, i mammiferi e l’Homo sapiens». Dall’amico e mentore Richard Dawkins, Dennett accoglie il concetto di meme, unità di trasmissione culturale analoga ai geni dell’evoluzione biologica. Un meme può essere qualsiasi concetto, qualsiasi idea che possa trasmettersi, attraverso segni o parole, da una mente all’altra. Anche per i memi agisce una sorta di evoluzionismo darwiniano, anch’essi, esattamente come il codice genetico, sono “pacchetti di informazione”. Perché le idee sopravvivano e si trasmettano, occorre che siano dotate di fitness, di capacità di competizione e di adattamento. Alcune ce la faranno, altre, nell’universo delle idee possibili, non lasceranno traccia. Quello che caratterizza in maniera peculiare la nostra specie, è «la nostra dipendenza dalla trasmissione culturale dell’informazione e quindi dall’evoluzione culturale».

Non solo le religioni postulano “ganci appesi al cielo”. Anche grandi studiosi, come Noam Chomsky, Stephen Jay Gould o Roger Penrose, nei loro rispettivi campi di interesse, minano il riduzionismo darwiniano introducendo nelle loro teorie memi che limitano la logica del darwinismo.

Per Chomsky una visione esclusivamente ingegneristica dell’evoluzione non colma l’enorme gap esistente in fatto di linguaggio e trasmissione delle idee tra animali ed umani. Gould respinge il puro adattazionismo: la selezione naturale ridotta a «a miserly and blinkered picture», come Dennett la intende, non spiega la splendida e variegata molteplicità della vita. Penrose, nel suo La mente nuova dell’imperatore confuta la pretesa di identificare la mente umana con un algoritmo simile a quello che fa funzionare l’intelligenza artificiale. Dennett esamina ad una ad una queste posizioni, con argomenti che il lettore avrà modo di giudicare. Il suo responso è cortese ma netto: le loro ipotesi esemplificano la resistenza alla diffusione dell’idea pericolosa di Darwin «sostenendo la tesi che la mente umana sia un gancio appeso al cielo».

Stephen Jay Gould a suo tempo rispose immediatamente e ferocemente alla critica di Dennett, e non era la prima volta. In una lettera furente al The New YorkReview ofBooks che aveva ospitato una critica assai benevola del lavoro del filosofo americano, a firma del biologo evoluzionista e genetista inglese John Maynard Smith, chiamò Dennett «Dawkins’s lapdog» e Maynard Smith «submerged within thè simplicistic dogmatism epitomized by Darwin’s Dangerous Idea».

Le polveri ormai erano accese ed il fuoco non si è più fermato. Il darwiniano “non riduzionista” Gould, assai spesso maldestramente frainteso, è diventato il beniamino di molti antievoluzionisti e di coloro che intendono propagandare l’ideologia del “Progetto Intelligente”, e lo stesso destino ha accumunato molti di coloro che – come aveva previsto Dennett stesso – pur non mettendo in dubbio il darwinismo, divergevano sulle opinioni riguardo «all’effettiva capacità di alcuni tra i processi evolutivi ipotizzati».

Di recente (2010), un nuovo libro di M. Palmarini Piattelli e J. Fodor, Gli errori di Darwin – o meglio, gli errori dei neodarwinisti – ha riacceso le polveri, e nonostante i due scienziati si siano fin dalle prime pagine dichiarati «completamente, ufficialmente, fino all’osso e irriducibilmente atei», il loro lavoro, a tratti assai polemico con il riduzionismo di Dawkins e Dennett, è stato da alcuni cooptato forzatamente tra i possibilisti nei confronti dell’Intelligent Design.

Insomma, il dibattito è assai vivace, ed il relativo successo, soprattutto in termini politici, di chi pretende che la teoria del Progetto Intelligente debba per lo meno essere insegnata nelle scuole come “ipotesi alternativa” al darwinismo, va di pari passo con la deriva antilluministica e reazionaria che caratterizza questi primi decenni del nuovo millennio. L’asserire il darwinismo, in tutte le sue accezioni, solo come una teoria scientifica tra le tante, che non è neppure stata scientificamente provata («non è neppure stata scientificamente provata la NON esistenza di Dio» ci si sente ripetere spesso…) è gioco facile per coloro che speculano sull’ignoranza scientifica nostrana e non solo.

Il filosofo e lo scienziato sono sulla stessa imbarcazione. La barca di Dennett naviga senza esitazioni: «Evolution is a fact. Beyond reasonable doubt, beyond serious doubt, beyond sane, informed, intelligent doubt, beyond doubt is a fact» per dirla con le parole di Richard Dawkins. Per quanto mi riguarda, la possibilità che «The greatest show on earth» sia, nella sua meravigliosa e stupefacente varietà e complessità ancora tutta da indagare, come recita il titolo del bel libro di Giulio Barsanti, il frutto di una “lunga pazienza cieca”, mi commuove e mi rassicura. Nella speranza che “l’acido universale” non si diluisca malinconicamente, e filosoficamente, nell’oceano possibilista del politicamente corretto

Maria Cristina Marcucci è pedagogista e insegnante.

 

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