I nuovi padroni della terra

da Sapere agosto 2012:

I nuovi padroni della terra

di Manlio Maggi e Roberto Mussapi

L’acquisizione di enormi appezzamenti, talvolta comparabili a intere regioni europee, da parte di grandi investitori e speculatori finanziari è un fenomeno in costante crescita a livello globale

Qualche settimana fa, i giornali di tutto il mondo hanno riportato una notizia attesa con ansia in molti ambienti: la Commissione per la sicurezza alimentare della FAO, nel corso della 38esima sessione, ha reso pubblico l’esito di un lavoro lungo ed elaborato, ossia le linee guida per la governance dei regimi fondiari nei paesi in via di sviluppo. Sul sito della FAO si legge che «lo scopo delle direttive è quello di promuovere la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile migliorando la garanzia dei diritti di accesso alle risorse di terra, forestali e ittiche e proteggendo i diritti di milioni di persone spesso in condizioni di estrema povertà […] Se da una parte le direttive riconoscono che gli investimenti responsabili da parte del pubblico e del privato sono indispensabili per migliorare la sicurezza alimentare, esse raccomandano anche che vengano messi in atto meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali dai rischi derivanti dalle acquisizioni di larga-scala, e che difendano i diritti umani, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare e l’ambiente»

Le linee guida dovrebbero essere uno strumento utile ad arginare il cosiddetto land grabbing, l’acquisizione di grandi estensioni agricole in Sudamerica, in Africa, nel Sud Est asiatico, da parte di grandi investitori stranieri. Un fenomeno in costante crescita da una decina di anni.

Certo, in un momento in cui l’attenzione generale è rivolta alla crisi europea e mentre qui da noi si valuta l’estensione e la profondità della nostra criticità economica e sociale, può apparire fuor di luogo occuparsi di qualche cosa che sembra non ci riguardi direttamente. Tuttavia, esaminando con un po’ più di attenzione le informazioni disponibili, ci si rende conto che la questione è più vasta di quanto possa sembrare: il fenomeno del land grabbing rappresenta infatti l’aspetto più appariscente del più imponente tentativo, mai esperito sino ad oggi, di industrializzare, monopolizzare e quindi finanziarizzare la produzione agroalimentare su scala mondiale, ripetendo almeno in parte, mutatis mutandis, l’esperienza acquisita nel settore energetico e in particolare in quello petrolifero.

Le prime avvisaglie di quella che in seguito è stata definita la “Rivoluzione verde” si ebbero circa una quarantina di anni fa, quando per la prima volta vennero adoperati su vasta scala ibridi (quali il Norin 10, il Brevor, le varietà miracolo), ossia tutta una serie di cereali in grado di crescere, in zone fino ad allora interdette per ragioni climatiche, con elevatissime rese, e così nutrire le sterminate popolazioni asiatiche.

Il fatto era che per sostenere un tal tipo di rivoluzione erano necessari quantitativi massicci di fertilizzanti, un’irrigazione ottimale, il ricorso sistematico a una vasta gamma di prodotti fitosanitari; volendo sintetizzare, si trattava di un’agricoltura all’avanguardia, da paesi industrializzati in grado di comprendere e gestire anche le conseguenze ambientali e sanitarie di tali scelte, che in effetti non furono poche: del resto, già nel 1986, la Banca Mondiale riconosceva che i risultati non erano stati quelli auspicati e che esistevano ancora popolazioni che             soffrivano «per la mancanza di sicurezza alimentare causata dalla mancanza di potere di acquisto» . Adesso stiamo assistendo a un ulteriore passo, a quello che Gallino chiama «assalto al sistema agroalimentare» su scala mondiale, consistente nella trasformazione di «ogni segmento del sistema in una fonte di profitto» a partire dalle sementi per giungere alla distribuzione e, in questo contesto, il land grabbing può essere considerato la fase di start – up, il punto di inizio di tale assalto. È interessante notare che, su questo argomento, un giornalista italiano, Stefano Liberti, ha il merito di aver effettuato, in un volume recentemente pubblicato, il primo reportage che abbia preso in esame tale fenomeno su scala planetaria. L’espressione inglese land grabbing può essere resa, in maniera un po’ vernacolare, come arraffare la terra: in effetti, immensi appezzamenti, talvolta comparabili a intere regionieuropee, situati in Sudamerica, in Africa, nel Sud Est asiatico, da alcuni anni stanno passando di mano, e la frequenza di tali transazioni sta aumentando. Un rapporto appena diffuso, elaborato a partire dai dati di un database pubblico – frutto di un progetto di collaborazione internazionale – sulle grandi transazioni riguardanti i terreni agricoli, riepiloga la dimensione del fenomeno e sottolinea come, dal 2000 in poi, il processo di land grabbing, definito anche come global land rush, sia stato continuamente in crescita, con una forte accelerazione nel biennio 2008-2009, e come tale crescita continui in modo significativo, seppure — come si vedrà più avanti – con un passo leggermente rallentato. Grandi banche, governi, speculatori di professione e persino università, stanno appropriandosi, usando ogni modalità disponibile, dei terreni fertili disponibili in ogni parte del mondo e, particolarmente, nei paesi ove esistono ancora aree non modernamente sfruttate, per metterle a coltura usando le tecniche più avanzate (si veda la figura a pag. 39 mostra la ripartizione del fenomeno fra le regioni del mondo). Le ragioni più frequentemente addotte per spiegare tali operazioni sono la necessità di incrementare le attuali produzioni alimentari o migliorare quelle energetiche, ove con energetiche si intendono generalmente i famigerati biocombustibili: la fragilità di tali spiegazioni crediamo sia ovvia, come risulta evidente che in molte aree si stanno ricreando condizioni paradossali, simili a quelle della tristemente famosa carestia irlandese di metà dell’Ottocento, quando la popolazione indigena venne letteralmente sterminata, ma le derrate pregiate continuavano a essere prodotte ed esportate nel Regno Unito.

In effetti, i casi che presentano una qualche razionalità alimentare, ossia un’effettiva carenza da colmare con una produzione estera, ci sembrano essere molto pochi. Tra questi si possono annoverare quello dell’Arabia Saudita, che da anni sta tentando di colmare il deficit alimentare, dovuto alla ben nota aridità del clima e dei suoli, con risultati invero modesti se paragonati all’ampiezza degli investimenti, e quello della Cina, che, proprio nel momento in cui, con la modernizzazione e susseguente ascesa al rango di potenza economica mondiale, ha perduto la tradizionale autosufficienza alimentare; ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di investimenti meramente speculativi, effettuati con una logica prettamente finanziaria e quindi completamente avulsi dai problemi dell’alimentazione, dalla carestia endemica che affligge le popolazioni del Sahel o quelle del Corno d’Africa. Del resto, che si tratti quasi esclusivamente di attività speculative è cosa questa ben nota, se persino Kofi Annan, nel discorso di apertura della 37.ma Conferenza della FAO, ricordava come «non fosse giusto né sostenibile per i contadini essere allontanati dalle loro comunità […] né che si esportasse il cibo quando la fame è dietro l’angolo». Andando con ordine, una prima evidenza la incontriamo scorrendo il lavoro di Cotula et al., «Land grab or development opportunity?», ove scopriamo come l’Africa si trovi, oggi, proprio nell’occhio di un ciclone speculativo, essendo il continente in cui, dal 2004 ad oggi, si sono concretizzate transazioni, consistenti soprattutto in affitti di lungo periodo, per un totale di circa 2,5 milioni di ettari nei cinque paesi oggetto dello studio: Etiopia, Ghana, Madagascar, Mali e Sudan. Il dato acquisisce un ulteriore rilievo se unito ad altre informazioni che mostrano come, al contempo, altri terreni, dotati di analoghe caratteristiche (fertilità, dotazioni idriche, vicinanza ai mercati), negli stessi paesi, siano al centro di intense contrattazioni; del resto, tali compravendite si stanno concentrando su estensioni unitarie crescenti, e gli attori risultano essere prevalentemente soggetti stranieri, privati fortemente appoggiati dai rispettivi governi.

Il rapporto suggerisce come, almeno in linea di principio, non si dovrebbe essere aprioristicamente contrari alle transazioni in atto, in quanto, sotto taluni punti di vista, esse potrebbero costituire un’opportunità per molti paesi, sempre alla ricerca di finanziamenti a fondo perduto e adeguato know how, ma, al contempo, riconosce l’elevato rischio di abusi e prevaricazioni nei confronti delle popolazioni indigene che, in molti casi, per le loro esigenze di sopravvivenza, dipendono dai terreni oggetto delle transazioni e si trovano a competere con interlocutori dotati di tutti gli strumenti utili per convincere i governi centrali, che sono poi le vere controparti nelle contrattazioni, e tutto questo in un continente, quale quello africano, in cui la maggior parte dei confini nazionali è stato tracciato da geometri europei durante la fase del colonialismo, mentre a livello locale gli stessi concetti di confine e di proprietà non hanno i significati e le evidenze a noi familiari.

Il panorama sin qui delineato, si amplia a dismisura passando a un secondo documento, edito dalla Banca Mondiale, in cui l’argomento viene esaminato su scala globale, da un punto di vista siagricolo: sino ad allora, il rateo medio di accrescimento di tali superfici era dell’ordine di circa 4 milioni di ettari/anno su scala mondiale; da allora, sino alla fine del 2009, sono state effettuate transazioni per circa 56 milioni di ettari, il 70% dei quali in Africa, ove i paesi più coinvolti risultano essere l’Etiopia, il Sudan e il Mozambico.

In realtà crediamo che il rapido incremento delle aree ad uso agricolo sia solo indirettamente legato all’aumento dei prezzi delle derrate e sia, invece, direttamente connesso agli esiti della crisi finanziaria dell’epoca, che hanno portato all’attenzione dei grandi investitori l’opzione di puntare su terreni agricoli, spesso disponibili a bassissimo prezzo o addirittura gratis, non gravati da particolari restrizioni normative, con la conseguente possibilità di ottenere elevate rendite di ritorno già nel breve periodo, impiantando le tipologie vegetali più richieste dal mercato, con la certezza di poter effettuare in seguito le più remunerate operazioni speculative. Risultano coinvolte in questo tipo di attività, oltre l’Africa, vaste zone dei Caraibi, dell’America latina, del Sud Est asiatico e perfino dell’Est europeo. In questo ultimo caso però si è presentata un’inversione della tendenza generale, poiché si sono verificate delle riduzioni, anche notevoli, delle aree dedicate a coltivazioni.

Tra le colture più richieste primeggiano la palma da olio, la canna da zucchero, il riso, il mais e persino il legno.

Del resto, risulta che, per ragioni varie, tra cui spiccano le carenze strutturali e politico-legali dei paesi coinvolti, solo nel 21% dei terreni acquisiti i progetti sono effettivamente partiti, ovvero sono in via di implementazione conformemente ai programmi iniziali; ciò nonostante, nello studio della Banca Mondiale si ritiene che il rateo di crescita dei terreni dedicati alle colture, nei paesi in via di sviluppo, si manterrà sui 6 milioni di ha / anno nel medio periodo. Ci sembra che quest’ultimo rilievo fornisca un’indicazione essenziale per la comprensione delle conseguenze e dei limiti del fenomeno in oggetto. La Banca Mondiale sta constatando un rallentamento, o addirittura un’interruzione dei progetti iniziali, nella grande maggioranza delle aree, da addebitare, per quanto paradossale possa sembrarci, considerata l’esperienza acquisita nello sfruttamento dei bacini minerari, ad una sottovalutazione del dato geografico, ossia delle peculiarità dei luoghi e delle popolazioni che vi risiedono. Certo non si possono equiparare facilmente le esperienze in corso in Sudamerica con quelle nell’Africa sub sahariana o con quelle del Sud Est asiatico, ma, accettando provvisoriamente l’inevitabile approssimazione, risulta che, ancora una volta, siano stati posti in essere progetti e pratiche tipicamente da paesi industrializzati, per poi constatare una sorta di rigetto, il fallimento del tentativo di “naturalizzare” tecnologie e prassi sentite dalle popolazioni locali come profondamente aliene.

Una conferma di tale interpretazione la possiamo trovare esaminando la tabella dei sette princìpi, messa a punto nello studio della Banca Mondiale per far sì che gli investimenti futuri e le relative attività in campo agroalimentare diano i frutti sperati; crediamo che già solo i titoli della tabella siano sufficientemente esplicativi: “Rispetto della terra e dei diritti esistenti su di essa”; “Assicurazione della sicurezza alimentare”; “Sforzo di trasparenza e una corretta governance che garantisca ogni soggetto”; “Consultazione e partecipazione”; “Investimento responsabile”; “Sostenibilità sociale”; “Sostenibilità ambientale” . Sembrerebbe che la Banca Mondiale abbia voluto segnalare a tutti gli stakeholders la necessità di sviluppare ogni progetto avendo consapevolezza delle caratteristiche dell’area geografica di pertinenza, constatata l’impossibilità di dar vita ad iniziative standardizzate, specie per quanto attiene alle vulnerabilità dell’ambiente, che varia immensamente passando dall’area amazzonica a quella sub sahariana, e alle vulnerabilità umane e sociali, che verosimilmente sono già state abbondantemente sollecitate nei precedenti decenni.

Se l’acquisizione di terreni in quantità adeguata costituisce la condizione preliminare, il passo successivo consiste nell’introduzione delle tecniche agricole più avanzate e nella diffusione delle sementi geneticamente modificate (GM), ossia di quelle sementi prodotte esclusivamente da grandi strutture multinazionali, in grado di garantire le rese ottimali: necessariamente, per tali prodotti è da anni in corso il tentativo di diffusione in tutta la parte occidentale del mondo, proprio perché tale regione è già dotata delle infrastrutture necessarie per gestire l’agricoltura del futuro e, almeno potenzialmente, è quella che potrebbe offrire la remunerazione più alta del capitale investito. Nell’area europea, però, i tentativi di penetrazione si sono subito scontrati con una decisa resistenza della maggioranza dei governi e soprattutto degli stessi agricoltori che, prima di altri, hanno compreso i nuovi e più duri vincoli che si sarebbero venuti a creare; inoltre, l’adozione di sementi GM è resa più impervia dalle limitazioni esistenti di carattere ambientale, e, in queste condizioni, l’opzione del land grabbing risulta quanto meno obbligata.

Il quadro appena tracciato si completa osservando che, a partire dagli anni Novanta, con i successi ottenuti dalle nuovissime biotecnologie, si è dato l’avvio alla produzione di sementi con particolari caratteristiche (GM) e quindi di derrate alimentari regolarmente brevettabili, il che implica che il loro uso futuro, al di là di ogni eventuale problema riguardo alle possibili interazioni con l’ambiente naturale, sarà soggetto al pagamento di royalties adeguate: sul Corriere della Sera del 25 Ottobre 2011, si rilevava che l’Ufficio brevetti europeo stava per annullare il ricorso presentato contro un brevetto sul broccolo (EP10698199) cui sarebbe seguito analogo provvedimento per un pomodoro (EP1211926). Anche la speculazione sui prezzi ha una sua storia, che parte da non troppo lontano, circa dagli inizi degli anni Novanta, quando un fondo pensioni si rivolse ad una famosa banca d’affari, per ampliare il suo portafoglio di investimenti e così ridurre il rischio finanziario cui si trovava esposto. L’intenzione era di investire in derrate alimentari, ma la speculazione in tal campo, negli Stati Uniti, era limitata da una normativa che risaliva al 1936, per scavalcare la quale fu richiesta una sorta di eccezione alla U.S. Commodity Futures Trading Commission, l’agenzia governativa preposta al controllo del mercato dei futures. Il percorso intrapreso si rivelò piuttosto lungo e impervio, sia a causa delle tradizioni in materia, ossia della storica esclusione dei non addetti ai lavori dal mercato delle derrate, che dalle indecisioni dei politici. Tuttavia, all’inizio del 2000, la situazione finanziaria su scala globale cambiò drasticamente in conseguenza di una serie di avvenimenti, tra i quali l’attacco alle torri gemelle di New York, il tracollo del mercato immobiliare e della cosiddetta e-Economy, aprendo così la via ad un complesso processo legislativo, tutt’ora in corso, favorevole alla completa deregulation dei mercati, che ha progressivamente coinvolto anche l’area europea. In estrema sintesi, anche per le transazioni riguardanti le derrate alimentari sono progressivamente divenuti di uso comune termini quali hedge funds, derivates, con i quali, del resto, ogni europeo è da tempo familiare, non fosse altro che per la crisi economica in cui si trova coinvolta l’intera Comunità.

Con la crisi del 2007-2008 andarono alle stelle non solo le quotazioni dei prodotti energetici, ma, insieme a quelle, anche i prezzi delle derrate alimentari: perfino la United Nation Conference on Trade and Development (2009) rilevava che l’esplosione dei prezzi delle derrate avvenuta tra il 2002 e il 2008, come pure la successiva flessione, era riconducibile alla finanziarizzazione dei mercati. Il caso dei futures è in una certa qual maniera indicativo di un andamento globale che in un altro periodo storico sarebbe stato definito come “eterogenesi dei fini”: si trattava infatti di strumenti creati originariamente per dare certezza agli agricoltori sul prezzo delle derrate da loro prodotte e la cui compravendita era ad essi riservata; con la loro crescente finanziarizzazione, i piccoli agricoltori sono stati espropriati di ogni capacità di intervento e controllo, che è stato rimesso nelle mani delle banche, ovvero in quelle dei grandi gruppi economici, in grado di manovrare i capitali necessari e di effettuare operazioni su scala globale, che risultano poi essere gli attori principali del land grabbing sopra richiamato.

Per avere un’idea di come stiano andando le cose, un utile strumento ce lo fornisce la FAO, con il suo Food Price Index (FFPI) , disponibile online, che segue l’andamento di un paniere di 55 derrate; sul sito, alla data del 12 gennaio, si poteva leggere che: «nonostante un certo indebolimento durante la seconda metà del 2011, il FFPI si è attestato mediamente

  1. South EthiopJ

    La mappa del land grabbing realizzata nel 2009 dall’International Food Policy Research Institute (IFPRI).

    intorno ai 228 punti, 23 per cento (42 punti) in più che nel 2010, superando il precedente picco di 200 punti che risaliva al 2008, collocandosi al livello più alto da quando è stato istituito l’indice». Paradossalmente, la nostra inquietudine aumenta ancora quando troviamo, sempre sul sito della FAO, il Food Price Volatility Portal, che ci conferma come le derrate alimentari siano oramai divenute, persino in tale consesso, un problema meramente finanziario. In realtà il fenomeno a cui stiamo assistendo potrebbe essere assimilato ad un sommovimento geologico, intendendo con ciò evidenziarne sia l’estensione che la profondità oltre che la totale, completa coerenza con le nostre scelte economiche e politiche, da cui ne deriva l’inevitabilità. Riteniamo quindi irrealistico auspicare che esso si possa fermare spontaneamente, a fronte di obiezioni di tipo morale/etico, ovvero che sia sufficiente l’acquisizione di un certo grado di consapevolezza da parte di una porzione dell’elettorato per giungere ad un ragionevole compromesso, esprimibile nei termini di uno sviluppo sostenibile.

    Ci sembra che in tal senso testimoni una recente “scoperta” di un gruppo di ricercatori inglesi riguardo l’esistenza, in molte delle regioni geografiche africane più martoriate dalla siccità, di vaste riserve sotterranee di acqua potabile a tutt’oggi sostanzialmente inattingibili. Certo il ricorso a tali bacini, la cui esistenza era in realtà nota da tempo, non è facile e, verosimilmente, richiederà attente valutazioni e discreti investimenti, comunque decisamente trascurabili se comparati con quelli posti in essere per attuare la speculazione di cui sopra. Eppure questi “tamponi” naturali, che potrebbero mostrarsi particolarmente utili per compensare situazioni climatiche avverse o fenomeni temporanei di siccità e che potrebbero, quindi, significativamente lenire la situazione di intere popolazioni, non sembrano riscuotere l’interesse delle maggiori organizzazioni umanitarie e neppure quello dei diversi governi nazionali.

    Del resto è ben noto che fenomeni del tipo di quelli descritti, in atto in zone lontane, in altri continenti, generalmente non sommuovano più di tanto gli animi: quello che accade oggi in Africa o in Asia può essere al più oggetto di reportage televisivi che stimolano un temporaneo sdegno, regolarmente rimosso il giorno seguente.

    Eppure l’Africa è già qui, basta leggere l’articolo sulla coltivazione delle arance a Rosarno (RC) pubblicato sull’Ecologist del 24 febbraio 2012. L’articolo descrive con dovizia di particolari la situazione pressoché disperata in cui sopravvivono immigrati africani, giunti nel nostro paese con la speranza di un lavoro, impegnati nella raccolta degli agrumi destinati alle grandi multinazionali delle bevande. Dall’indagine effettuata risulta che questi riescono a percepire, quando sono fortunati, cifre che si aggirano sui 25 euro al giorno proprio mentre il costo medio del lavoro nell’euro- zona è stato recentemente stimato dall’ Eurostat pari a circa 28 euro all’ora.

    A rendere più drammatico tale sfruttamento si aggiungono lo    squallore dei luoghi, il degrado sociale esistente nell’area, che purtroppo non ha niente da invidiare a quello che si può incontrare nei giganteschi campi profughi in cui vengono ammassate, nell’Africa sub sahariana, le popolazioni in fuga davanti all’incalzare della siccità, della fame: l’Africa è già qui e, forse, non ce ne siamo accorti.

    Crediamo utile concludere riportando un periodo da Finanzcapitalismo di Luciano Gallino, a cui del resto si rinvia per utili approfondimenti: «La creazione temporanea di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà surclassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta» che, ci permettiamo di aggiungere, costituisce l’unica vera ricchezza disponibile e possibile per ognuno. 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Articoli su vari argomenti, Cibo e Bevande, Economia e società. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...