Aborto, il diritto sabotato

Da Sapere, agosto 2012

Aborto, il diritto sabotato

di Chiara Lalli


A 34 anni dalla promulgazione della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza (era il 22 maggio 1978), i dati del Ministero della Salute mettono bene in evidenza quanto la norma sia disattesa: la media nazionale di ginecologi obiettori supera il 70%, arriva in alcune regioni al 90%, e rende estremamente difficile la garanzia del servizio.

In Parlamento si discute un testo ambiguo e pericoloso, un testo che gioca sull’equivoco dei significati: che cosa intendiamo infatti per obiezione di coscienza e cosa c’entra con la libertà individuale e con la libertà di coscienza? Se ne è parlato durante il convegno «Obiezione di coscienza in Italia. Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sull’aborto» organizzato il 22 maggio a Roma dall’Associazione Luca Coscioni e dall’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED). Nell’estate 2010 Christine McCafferty, parlamentare del partito laburista inglese, ha presentato al Consiglio d’Europa un report sulla regolamentazione dell’obiezione di coscienza, «Women’s access to lawful medical care: thè problem of unregulated use of conscientious objection». Il report fotografa la situazione europea e propone alcune linee guida per limitare i danni di un esercizio illegittimo dell’obiezione di coscienza. McCafferty non abbraccia una posizione estrema, non critica cioè la possibilità di ricorrere alla obiezione, ma sottolinea che i diritti delle donne e dei pazienti vengono prima della coscienza del personale medico. È necessario un bilanciamento tra la coscienza personale e la responsabilità professionale altrimenti si finisce per ledere lo stesso diritto dei pazienti di ricevere cure e assistenza, sostituite da una predica moralistica.

Quali sarebbero le condizioni per l’esercizio legittimo della obiezione di coscienza? Possono ricorrervi i singoli direttamente coinvolti nella procedura medica e non le strutture sanitarie. Il personale sanitario ha l’obbligo di fornire tutte le informazioni sui trattamenti previsti dalla legge, di informare tempestivamente il paziente della propria obiezione di coscienza, di metterlo in contatto con un altro medico e di assicurarsi che riceva il trattamento richiesto. Se è impossibile trovare un altro medico o in caso di emergenza non c’è coscienza che tenga: il personale sanitario è obbligato a eseguire il trattamento richiesto o necessario nonostante le proprie posizioni personali. Il documento si sofferma spesso sugli effetti discriminatori soprattutto per le donne più in difficoltà, perché vivono in condizioni economiche difficili o in aree isolate o per altre ragioni.

Le condizioni indicate da McCafferty sono in linea con l’articolo 9 della 194 – ma l’articolo 9 spesso rimane solo sulla carta. L’Italia è infatti tra i paesi che regolamentano in modo inadeguato l’esercizio della obiezione di coscienza, avverte McCafferty, insieme alla Polonia e alla Slovacchia. Il report poi sottolinea che l’obiezione non può essere esercitata dal personale non medico, come amministrativi o portantini, e che l’assistenza precedente e successiva non possono essere oggetto di obiezione. Anche questo è in linea con l’articolo della legge italiana ed è utile per le discussioni sull’ampliamento dell’esercizio della obiezione ai farmacisti. A questo proposito ricordo il caso Pichon and Sapious vs. France (Corte europea dei diritti umani, 7 giugno 1999): la Corte stabilì che un farmacista che rifiuta di vendere i contraccettivi non può imporre la propria visione del mondo agli altri e che il diritto alla libertà religiosa – diritto individuale sacrosanto e strettamente intrecciato alla coscienza – non garantisce il diritto di comportarsi pubblicamente secondo le proprie credenze. Quando decido di fare il farmacista, o il medico o l’avvocato, la mia coscienza individuale non può essere quella cui tutti gli altri dovrebbero sottostare o conformarsi. La scelta di una professione implica dei doveri e la garanzia di un servizio.

Lo scontro è difficilmente conciliabile se viene mantenuto su un piano personale: perché la tua coscienza dovrebbe essere più forte della mia?

Per rispondere è necessario introdurre la scelta professionale e i doveri che ne derivano: quando da un lato c’è la coscienza di un singolo cittadino e dall’altro quella di un cittadino che ha scelto liberamente una professione, quest’ultimo deve vedersela con i doveri e le responsabilità che quella libera scelta gli impone, a meno che non pretenda di sottrarsi arbitrariamente alle conseguenze della sua libertà. Un avvocato d’ufficio non può rifiutarsi di difendere un assassino, anche se la sua coscienza non apprezza l’assassinio.

Il    Consiglio d’Europa, però, ha approvato un altro documento: «The right to conscientious objection in lawful medical care» (Resolution 1763 (2010)). Qui l’aspetto più grave è la possibilità di invocare l’obiezione “for any reason”: sembra verosimile inferire che ci si possa astenere anche nei casi in cui è a rischio la vita della donna o la sua salute. Se una donna rischia di morire o di subire gravi danni alla salute nessun medico è obbligato ad assisterla. Se una donna scopre di avere una patologia, e curarsi significherebbe mettere a rischio l’embrione, nessun medico è obbligato a curarla. Come risposta a questo assurdo si possono usare le parole di Ingrida Circene, del Partito Popolare Europeo. In un emendamento al documento McCafferty aveva scritto: «Il ricorso abusivo, diffuso e ingiustificato alla obiezione di coscienza di fatto svuota di sostanza la legge e priva le donne dell’assistenza che la legge attribuisce loro. […] Credo che il ricorso alla obiezione di coscienza dovrebbe essere fortemente limitato, considerando che la pratica volontaria della medicina e la libera scelta di una specializzazione implica l’accordo a eseguire le procedure mediche prescritte dalla pubblica autorità. Quelli che non vogliono eseguire aborti dovrebbero scegliere di non lavorare nei dipartimenti specializzati in ginecologia, ostetricia o addirittura chirurgia. Sarebbe ammissibile per un soldato professionista invocare l’obiezione di coscienza per evitare di partecipare a operazioni militari? […] Se le donne non possono esercitare il loro diritto a un aborto legale perché la maggior parte dei dottori rifiuta di eseguire questa procedura, richiamandosi alla obiezione di coscienza, che parliamo a fare dei diritti delle donne?». •

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