Fuga in avanti?

Da Sapere, aprile 2012

Fuga in avanti?

di Carlo Bernardini

Molti anni fa, lo storico della fisica Russell McCormack pubblicò un libro, Pensieri notturni di un fisico classico (Editori Riuniti, 1990) che portava il lettore dritto dritto nel vuoto della “fine della fisica”. Tutto era stato scoperto, prima della fine dell’Ottocento o almeno così pensavano i fisici, e non restava perciò che insegnare il repertorio alle generazioni future perché ne facessero buon uso.

Quest’idea dominante, che McCormack rendeva con intelligente distacco, non poteva essere più lontana dalla realtà: nel 1905, annus mirabilis di lì in poi, il trauma del cambiamento non poteva essere più violento. Prima la relatività speciale, poi quella generale, poi la meccanica quantistica e infine la meccanica quantistica relativistica, e il senso comune andò a farsi benedire. Sopravvisse chi aveva la spregiudicatezza e la grinta necessaria per accettare che il linguaggio adatto a capire i fatti nascesse dai fatti stessi e che la filosofia lasciasse scappare all’aria aperta la fenomenologia, dalle caverne dello spirito in cui l’idealismo si era rintanato. Che le strutture formali di una matematica ad hoc fossero le sole capaci di previsioni con regole probabilistiche fu una doccia fredda che non riusciremo mai a trasformare, per il grosso pubblico, in uno spettacolo teatrale o in un quadro espressionista o in una composizione musicale. Gli uomini colti si troveranno, nel Novecento, a parlare di fisica in piccoli gruppi di adepti, come i membri di una setta o di una società segreta che però segreta non vuole essere. Anzi. La divulgazione diventa una delle arti coltivabili: ma deve convincere e piacere a tipi umani molto diversi. Nasce persino il “diritto al rifiuto” a priori.

È solo dopo questa fase di rivoluzione scientifica che compaiono le tecnologie evolute moderne. Gli atomi diventano una risorsa, le scienze ibride come la biofisica, la geofisica, l’astrofìsica, la chimica-fisica moltiplicano le direzioni di marcia dello sviluppo e continueranno a moltiplicarle sempre di più. Le macchine che hanno aiutato l’uomo in città e in campagna diventano dispositivi elettronici: evolvono ahimè le armi inarrestabilmente, i tempi si accorciano, le distanze scompaiono. Ma pochi, troppo pochi, sanno come è cambiata profondamente la cultura della popolazione mondiale, lasciandosi dietro una scia di miserabili indigenti perché derubati delle loro risorse ed esclusi dal circuito dell’istruzione: e poi, a che serve istruire fino a 18 anni un giovane che ha una speranza di vita di 25 anni? Quel giovane non mangia proteine e non beve abbastanza acqua per alimentare il cervello che studia: non ha libri, quaderni, lavagne, non ha luce notturna per leggere o scrivere.

Il welfare, il benessere diffuso che noi occidentali rivendichiamo ormai come un diritto consolidato, non è più percepito come un privilegio da ciascuno di noi nati già ricchi. Tanto è vero che ci permettiamo persino l’inoperosospauracchio di una crisi economica, per affrancarci dall’ultima fastidiosa incombenza che abbiamo conservato con poco impegno e entusiasmo: ricercare, creare, lavorare e studiare.

Allora, cerchiamo di fare in modo che queste cose ci “piacciano”, ci “divertano”, ci “adeschino”. Ieri sera ho visto un pezzetto di un film in televisione in cui una setta di “Illuminati” risalente a Galilei si accingeva a far deflagrare il Vaticano con un pezzo di antimateria prodotto da incauti fisici nella ricerca della “particella di Dio”. Un simile condensato di brandelli di pasticci linguistici non mi era mai capitato di incontrarlo: ho spento il televisore per non avere disturbi di nausea, ma non mi sono nemmeno chiesto lì per lì “perché lo fanno?”. Mi è veramente difficile capirlo: certo, è una fiction (si dice così, vero?), una favola, un ‘invenzione fantascientifica, ma che vuole apparire realistica e, perciò, ruba alla realtà le parole più nuove della parte del mondo incomprensibile ai più. Davvero, non so che pesci pigliare: l’autore del film ha il diritto di farlo, io non ho diritto a censure. Ma, poi, non posso andare a rintracciare i resti di queste deliberate “bufale” negli spettatori.

Attenzione, però: se facciamo sul serio- per esempio, noi fisici – e vogliamo proporre un possibile scenario futuro, per i nostri figli e nipoti, con dati e progetti sull’energia, sulle risorse alimentari, sull’acqua, sui trasporti, scopriamo subito che il nostro diploma di laurea serve solo a produrre diffidenza: scientisti, disumani, pericolosi, ecc. Voglio parlare di energia? Attenti, vi rifila il nucleare. Voglio parlare di trasporti? Attenti, vi rifila gallerie e amianto. E via discorrendo: “un referendum vi seppellirà” sembra il nuovo motto delle democrazie più avanzate, cioè di quelle che possono permettersi di parlare solo di rischi e non di benefici.

Una rivista come Sapere potrebbe avere la sua parte in questo stato di “necessità evolute”. Ma, mi si dice, la carta non è più il veicolo della cultura; specie di quella scientifica. Dunque, il linguaggio di tutti non è più il veicolo di quella cultura, la carta nemmeno, la rete dovrebbe garantire di non essere un porto di mare in cui si entra a gomitate: va bene, perché no? Ma dobbiamo allora trovare il modo di “validare” quello che gira su di essa; e qui ci mordiamo la coda. Chi valida i validatori?

Stavolta non si può dire che per essere veramente democratici bisogna essere tutti validatori potenziali (dalla maggiore età in poi: ma fa poca differenza), perché ciò che si può fare e ciò che non si può fare non sono progetti di maggioranza. Sono progetti di cui si è trovato un modo comprensibile di valutare rischi e benefici, di paragonare la probabilità dei rischi e dei benefici oltre che il costo e l’esistenza delle forze in grado di realizzarli. Potremmo fare queste cose documentandole per iscritto anziché pretendendole in piazza. In linea di principio sì, ma oggi è più popolare esigere un lungo applauso per un progetto gradito senza perdere tempo a studiare perché è gradito. Non so come uscirne fuori: siccome sono anni che ci penso, devo necessariamente concludere che non sono abbastanza intelligente. È la conclusione più responsabile che so offrire. Ma, nello scriverla, mi sembra di illuminare un aspetto ancora oscuro di questa condizione democratica: perché non considerare più democratico anche il fatto che chi non conosce i fatti essenziali legati a un progetto scopertamente esposto, stia zitto e cerchi di capire cosa spiega chi li spiega?

Sapere potrebbe diventare una miniera di problemi che aspettano una soluzione comprensibile. Una miniera in carta e penna, di quelle che si possono visitare dopo essere state sfruttate. Che ne dite?

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