Le intercettazioni, Antigone e il timore dei potenti

Da Il Fatto Quotidiano di giovedì 19 luglio

Rubrica: L’analisi

Leggi da violare

Le intercettazioni, Antigone e il timore dei potenti

di Bruno Tinti

Il Fatto ha detto più volte che pubblicherà ogni intercettazione di cui venga in possesso, sol che abbia interesse pubblico; e ciò anche se le intercettazioni non fossero pubblicabili per legge. E io stesso l’ho scritto e detto in numerosi convegni. Questa posizione mi è stata rimproverata spesso, da persone in buona e mala fede. L’argomento era lo stesso per entrambe: “Come puoi tu, che hai fatto il magistrato per più di 40 anni, rifiutarti di obbedire a una legge dello Stato? Già è grave che lo faccia un qualsiasi cittadino; per te è inaccettabile”. Vi racconto quello che ho risposto; e lo faccio ora che il tema delle intercettazioni è così “caldo” per via di quelle che hanno coinvolto il Presidente della Repubblica.

COMINCIAMO dal piano strettamente legale. C’è l’art. 21 della Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Naturalmente la legge può prevedere limiti derivanti da interessi pubblici preminenti; classici sono quelli riguardanti il segreto nelle indagini penali (art. 329 codice di procedura) e quelli sulla tutela della sfera di riservatezza personale (non riconosciuti esplicitamente dalla Costituzione e però fatti rientrare in essa da elaborazioni scientifiche – spesso contrastanti tra loro – degli artt. 2, 3, 13, 14 e 15 della Costituzione). È il rapporto tra il diritto-dovere di informare, da una parte, e la necessità di tutela della segretezza delle indagini e il diritto alla privacy, dall’altra, a porre problemi di coordinamento. Tuttavia, da anni, la Corte europea dei Diritti dell’uomo ha identificato regole chiare per risolvere questi problemi.

Reinboth e altri c. Finlandia (25.1.2011): Sussiste violazione dell’art. 10 Cedu (libertà di informazione) se i Giudici nazionali condannano giornalisti per la divulgazione di informazioni relative alla vita privata di un individuo che, in ragione della sua attività politica, sia oggetto di interesse pubblico. Quando le notizie divulgate rivestono carattere pubblico, la condanna, sebbene trovi fondamento nella normativa interna, non è necessaria in una società democratica. Ciò perché dovere dei giornalisti è diffondere tutte le informazioni relative a questioni di pubblico interesse (in particolare nei procedimenti giudiziari); ed esiste un vero e proprio diritto del pubblico di ricevere tali informazioni. Inoltre i limiti nella divulgazione delle informazioni sono più labili per uomini politici o persone che rivestono funzioni ufficiali.

Dupuis e altri c. Francia (7.6.2007): In una società democratica deve essere valutata con grande cautela la necessità di punire, per aver violato il segreto d’indagine, i giornalisti che esercitano la loro missione di “cani da guardia” della democrazia. L’art. 10 tutela il loro diritto di comunicare informazioni su questioni d’interesse generale quando siano in buona fede e forniscano, sulla base di fatti esatti, informazioni affidabili e precise.

Sicché, la decisione di non obbedire a leggi liberticide trova tutela nella giurisprudenza della Cedu. Per questo disobbediremo: perché è “legale”; e perché è ragionevole presumere che le condanne che ci saranno inflitte saranno “cancellate” dalla Cedu. E ci pagheranno anche le spese.

C’È POI un’altra considerazione. Tutti possono constatare che le doglianze sulla violazione della privacy (non del segreto di indagine: non abbiamo mai pubblicato intercettazioni in violazione dell’art. 329 del codice di procedura) arrivano sempre dalla stessa parte: politici pescati con le mani nel sacco. Che poi il sacco fosse pieno di reati o di comportamenti politicamente, socialmente ed eticamente incompatibili con il loro ruolo, poco importa. Sempre di gente da cacciare a scopate si trattava. Sicché lo strepito paragarantistico è sempre stato “peloso”; e dunque non merita nessuna considerazione.

Ma poi c’è una ragione definitiva; tanto valida quanto vecchia. L’ha raccontata Sofocle in Antigone, nel 442 a.C.; come dire 2500 anni fa. Creonte è re di Tebe ed è in guerra contro suo nipote, Polinice, che lo considera un usurpatore; dalla sua parte sta Eteocle, fratello di Polinice. I due combattono e muoiono entrambi. Creonte emana un editto: Eteocle avrà degna sepoltura; non cosi Polinice, nemico dello Stato. Ma Antigone, sorella di Polinice, durante la notte lo seppellisce. Poi viene arrestata e portata davanti al re. Questo il dialogo tra loro.

“Creonte: Dì tu: confessi d’aver compiuta l’opera, o lo neghi?

Antigone: L’ho compiuta: confesso e non lo nego.

Creonte: … il bando che vietava di farlo ti era noto?

Antigone: Certo. E come ignorarlo? Esso era pubblico.

Creonte: Eppure osasti violare la legge?

Antigone: Non Giove né la Giustizia emanarono questa legge …; e io non credo che tanta forza avessero le tue leggi da soverchiare le leggi degli Dei, non scritte e incrollabili: ché non adesso furono scritte o ieri: eterne vivono esse… e violarle e renderne ragione agli Dei per timore di un potente io non potevo.”

Forse tutto questo oggi non fa così effetto; gli dei sono morti e i nostri “potenti” hanno abituato i cittadini alla violazione dei principi costituzionali. Ma proprio per questo non rispetteremo la legge sulle intercettazioni: perché ce ne sono altre che non possiamo violare.

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