La cattiva scienza della Cia

 

da Sapere aprile 2011 pp. 88-89

 

Diritti umani

La cattiva scienza della CIA

Gli studi utilizzati dall’agenzia per giustificare le tecniche rafforzate di interrogatorio fanno acqua da tutte le parti

di Giovanna Dall’Ongaro

Si fa fatica a chiamarla scienza, eppure come tale viene spacciata. Gli studi utilizzati dal governo americano per evitare che le cosiddette “tecniche rafforzate di interrogatorio” (“enhanced interrogation tecniques” introdotte nei protocolli della CIA dopo l’11 settembre) vengano giudicate per quel che realmente sono, ossia vere e proprie torture, hanno ben poco di scientifico. Lo dimostrano, con un articolato ragionamento pubblicato nel gennaio scorso su Science, tre scienziati che all’analisi delle violazioni dei diritti umani hanno dedicato le loro carriere.

Agli occhi di Vincent Iacopino, Scott Allen e Allen Keller i dati su cui il Dipartimento della Difesa statunitense fonda la tesi della «sicurezza, legalità ed efficacia» dei crudeli trattamenti riservati ai detenuti (sonno indotto, nudità forzata, deprivazione dei sensi, posizioni dolorose prolungate…) non sono altro che appigli creati ad hoc, troppo fragili, inoltre, per sostenere il lecito coinvolgimento di medici e psicologi a fianco degli aguzzini. Le due principali ricerche che dovrebbero dare un volto umano alla tortura fanno acqua da tutte le parti. Una è stata condotta su soldati statunitensi sottoposti a un duro programma di addestramento per «sopravvivere, evadere, resistere e sfuggire» (in inglese l’acronimo è SERE) a interrogatori dove non si usano guanti di velluto. «Minimi gli effetti psicologici negativi a lungo termine», si legge nella conclusione consegnata nel 2008 su un piatto d’argento al Dipartimento della Difesa. Un risultato che non tiene conto però, dicono i tre firmatari dell’articolo, di alcuni aspetti fondamentali che nessuna seria indagine scientifica avrebbe trascurato: i soldati americani erano cavie consenzienti e potevano abbandonare in qualunque momento la sperimentazione. Il campione cioè non è rappresentativo. E non va meglio per il secondo studio, reso noto solo in parte dal Dipartimento di Giustizia nel 2005, condotto su 25 detenuti interrogati da personale del Office of Medical Services della CIA, considerato l’altra ancora di salvezza contro le accuse di tortura. In questo caso manca qualunque accertamento di danni psicologici a lungo termine, che è uno dei criteri principali per riconoscere i segni della tortura.

Inoltre i due studi hanno volutamente trascurato decenni di letteratura sugli effetti prolungati del dolore fisico e psicologico. Questa scienza si merita quindi l’etichetta di «bad science», non solo perché dimentica le regole del gioco (indipendenza e responsabilità, peer review e controllo esterno) per dimostrare tesi prefissate, ma anche perché lava le coscienze di medici e psicologi permettendogli di nascondersi dietro le ambiguità delle definizioni. In assenza di danni a lungo termine e di specifica intenzionalità di nuocere non c’è tortura. Lo dice chiaramente il documento «Bybee» del Dipartimento di Giustizia che nel 2002 ha modificato la definizione di tortura per evitare che vi rientrassero gli interrogatori “nuovo stile” condotti dopo l’11 settembre 2001. Ma alle parole delle istituzioni, dicono i nostri, i veri scienziati dovrebbero essere sordi e continuare a chiamare le cose con il loro nome, i medici dovrebbero rifiutarsi di stringere le mani agli aguzzini e gli psicologi abbandonare quelle moderne stanze delle torture, camuffate da innocui luoghi di detenzione (come già suggerito da The Lancet nel 2009).

Agli autori sembra opportuno ricordare la Dichiarazione di Tokyo sull’etica medica e la tortura del 1975: «Il ruolo fondamentale dei medici è quello di alleviare le sofferenze dei loro simili e nessuna ragione personale, sociale o politica deve prevalere su questo principale scopo». La “bad science” è tutt’altra cosa.

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