La cassaforte segreta di villa Wanda

da Il Fatto Quotidiano di domenica 12 giugno 2011

La cassaforte segreta di Villa Wanda

di m.ch.

È il 17 marzo 1981: cronaca del blitz a Castiglion Fibocchi,  scoperti i 963 nomi degli affiliati

IL GIUDICE ISTRUTTORE GIULIANO TURONE sta per compiere 40 anni quando il 13 marzo ’81 firma l’ordine di perquisizione alle residenze di Gelli: suite all’Excelsior di Roma dove passa a fil di spada chi bussa alla porta della loggia segreta, e poi Villa Wanda e gli uffici della Giole (azienda nella galassia Lebole), paesino toscano di Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo.

Assieme a Gherardo Colombo Turone indaga sul finto rapimento di Michele Sindona, bancarottiere della mafia scomparso a New York e riapparso in Sicilia. È il mandante del delitto Ambrosoli, quell’eroe borghese che scavava nella contabilità opaca del protagonista adorato da Giulio Andreotti (che di lui disse: “ha salvato la lira“), al quale Gelli aveva aperto la fiducia della P2.

Turone non si fida delle polizie locali: “Sapevo che Gelli aveva mani su tutto“. Chiede al colonnello Bianchi e alle sue Fiamme Gialle di non annunciare la sorpresa alle autorità di Arezzo. Ordine scritto perché rompe la regola delle operazioni condivise. I protagonisti della trasferta segreta dormono in un motel dell’autostrada e alle 6 del mattino del 17 marzo ’81 suonano campanelli che rispondono malvolentieri. Guardiani che provano a resistere.  La segretaria di Castiglion Fibocchi giura di non avere notizia della chiave della cassaforte e non sa come aprire una valigia gonfia di carte. Prova a nasconderla ma un maresciallo la tiene d’occhio, ecco il vaso di Pandora.

Non solo l’elenco dei 963 nomi ma 33 buste sigillate che raccolgono i misteri d’Italia. Lo scandalo Eni-Petromin uscito dai cassetti di Cossiga; il conto Protezione di una banca di Lugano (dove compare il nome di Claudio Martelli, delfino di Craxi); Calvi e Banca d’ Italia; destino della Rizzoli, del Corriere della Sera e la lettera che rivendica l’assassinio del giornalista Walter Tobagi.

A questo punto il colonnello di Milano informa il comandante Paratore, della Guardia di Finanza ad Arezzo. Ogni perplessità svanisce appena trova Paratore nella lista P2. Ovunque, in agguato, la rete dei cappucci di Gelli.

Cominciano le telefonate. Orazio Giannini, comandante generale della Guardia di Finanza, vuole parlare da Roma al colonnello Bianchi su una linea sicura: “Ti devo comunicare che hai trovato degli elenchi. Ci sono anch’io. Non me ne frega niente, ma statti accorto: sono coinvolti i massimi vertici dello Stato. Raccomando grande riservatezza”. Lascia intendere che le Fiamme Gialle potrebbero essere travolte e lui, povero ufficiale, ne avrebbe la responsabilità. Bianchi avverte Turone.

Anche Milano si sta muovendo. Il generale dei carabinieri Giovanni Battista Palumbo si fa vivo col pm Viola: “Attenzione, è pericoloso“. Palumbo è numerario di Gelli e frequenta il procuratore per dovere d’ufficio con la cordialità di un’amicizia meno formale. Aspetta d’essere rassicurato, insomma cortesia del “vedrò cosa posso fare“, invece Viola trasmette a Turone l’avvertimento e Turone convoca Palumbo per interrogarlo. “Sembrava scocciato, ma anche preoccupato. Non si aspettava che Viola reagisse così“. Partono le grandi manovre.

Appena il colonnello e i suoi uomini tornano a Milano coi tesori di Gelli, i due giudici passano la notte a fotocopiarle, autenticarle, firma e timbri di cancellieri. Pacchi che nascondono in archivi insospettabili: armadio al giudice Pietro Forno, magistrato che indaga sulle Formazioni Comuniste Combattenti. A chi può venire in mente di frugare lì? E custodia affidata alla Guardia di Finanza in luogo sconosciuto ai magistrati. Vorrebbero consegnare le carte al presidente Pertini, ma Pertini sta girando l’Europa. Chiedono udienza a Forlani, capo del governo. Li accoglie il prefetto Semprini, responsabile del gabinetto del presidente. Loro sanno che Semprini sa che loro sanno perché anche il collaboratore di Forlani è fra i tesserati P2. Ma l’aspirante fratello del quale vogliono discutere col capo del governo è il ministro della giustizia Adolfo Sarti, fedelissimo al presidente. Il quale si imbarazza appena gli mostrano la supplica a Gelli di accoglierlo nella loggia segreta, preghiera firmata. “Vorremmo ne verificasse l’autenticità”, Turone e Colombo contano le parole. Forlani controlla e sospira: “Lasciatemi riflettere”. Appena torna Pertini ecco le dimissioni.

Trent’anni fa, per la prima volta nella storia della Repubblica, il capo dello Stato affida il governo a Giovanni Spadolini, politico laico e non democristiano. Tina Anselmi che presiede la commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2 chiede a Raffaele Fiengo un rapporto: hanno lavorato assieme negli anni con Spadolini direttore al Corriere. Passeggiano sottobraccio: “Volevo farti sapere dei soldi che hanno comprato il giornale e messo fuori gioco Angelo Rizzoli il quale non può decidere niente. Decidono le finanziarie che hanno prestato i capitali agli azionisti. Sono soldi P2, ma la P2 li ha avuti dalla mafia”. È l’intreccio che non si interrompe con la scoperta di Turone e Colombo: accompagna appalti e carriere, intrighi ed insulti fino all’Italia del 2000. Ma i primi giorni sono di smarrimento.

Quando il Giornale di Montanelli racconta le perquisizioni dei giudici di Milano, divide la sorpresa dell’operazione con Domenico Sica, magistrato del foro romano il quale non ha mosso un dito. Sa
cosa è successo dalla tv. Forse non è proprio un errore: qualcuno prepara la contromossa. Perché i documenti sequestrati contemplano le trame di Mani Pulite e altre storie che scoppieranno nel tempo.

A parte la vanità dei giornalisti in carriera come Gervaso che supplica Gelli quando vuol lasciare il Resto del Carlino e la Nazione per arrivare al Corriere, il Cavaliere delle tv cos’ha guadagnato? La Fininvest andava male. Debiti che Milano2 non riusciva a ripianare perché le case si vendevano col contagocce e le banche stringevano i cordoni. Ma otto funzionari della Banca Nazionale del Lavoro sono fratelli di loggia, piduista il direttore del Monte dei Paschi, piduista Ferruccio De Lorenzo, sottosegretario di un governo Andreotti e presidente dell’Ente di Previdenza e Assistenza dei medici. Grembiuli autorevoli che garantiscono fiducia e le banche aprono crediti impensabili per un’azienda ridotta così. De Lorenzo investe nei palazzi del Cavaliere, compra anche un albergo a Milano2. Comincia a nascere la leggenda dell’imprenditore che si è fatto da solo.

La fortuna non bacia tutti i 963 fratelli, per esempio Cicchitto, rivoluzionario radicale nella sinistra del Psi: la scoperta del suo abbraccio alla P2 addolora il padre nobile del socialismo Riccardo Lombardi. Cicchitto si scusa: intimidazioni, pressioni che spaventano lo hanno costretto al sacrilegio. Lombardi lo assolve invitandolo a restare lontano dalla politica “per un tempo ragionevole”. E lo sventurato china il capo, ringraziando.

Ma ricordava Gaetano Arfé, storico della politica: “Il piduismo è un momento eterno dello spirito italico. Quando sparisce la destra storica, la P2 si affaccia quale espressione di un conservatorismo rozzo e brutale, vorace e spietato, tendenzialmente eversivo”.

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