I dati che il governo finge di non vedere

da Il Fatto Quotidiano di sabato 19 febbraio 2011

I dati che il governo finge di non vedere

 

La vera emergenza è nelle esportazioni

 

di Superbonus

 

     Se l’Italia non dovesse importare gas e petrolio avrebbe la bilancia commerciale in attivo e se non avesse il Sud crescerebbe più dell’Europa e se mio nonno avesse le ruote sarebbe una carriola.

   Di fronte alla pioggia di dati economici negativi il governo ha inaugurato la strategia del periodo ipotetico, primo passo verso l’ammissione di un fallimento politico che potrebbe tramutarsi in uno economico. L’Italia nel 2010 ha importato beni e servizi per 27 miliardi di euro in più di quanti ne abbia esportati: è il record negativo di sempre, ma è anche un dato che nasconde qualcosa di più profondo e preoccupante che non è stato commentato come meriterebbe. La bilancia commerciale (differenza fra esportazioni e importazioni) è il termometro della competitività di un Paese, della sua capacità di presidiare i mercati internazionali con i propri prodotti e di creare valore aggiunto sulle materie prime che si importano per poi ricollocarle lavorate e a prezzi maggiori in altri Paesi che le importano. Una bilancia commerciale negativa è il segno di una perdita di quote di mercato e di competitività, del fatto che quindi i nostri prodotti vengono scalzati da altri a più buon mercato o con più affidabilità, fascino o innovazione. Normalmente una bilancia commerciale negativa porterebbe un paese alla graduale svalutazione della propria valuta al fine di rendere più economiche e competitive le proprie merci   , un meccanismo che i vecchi imprenditori italiani conoscono bene visto che hanno costruito fortune industriali ed economiche sulle svalutazioni competitive della lira. Adesso questo non è più possibile: il meccanismo dei cambi fissi ci costringe a competere direttamente con la Germania e con la Cina, con la prima sulla qualità, affidabilità ed innovazione tecnologica e con la seconda sui prezzi. Le nostre aziende avrebbero bisogno che il cambio fluttuasse liberamente consentendo di allineare i costi della struttura economica del Paese con i valori esterni, le nostre banche avrebbero bisogno di una moneta nazionale per continuare ad erogare i prestiti senza preoccuparsi del differenziale fra tasso di raccolta ancorato al rischio Italia e tasso d’impiego ancorato all’euro e quindi alla Germania.

 

   Ma questo non si può fare: i governi italiani degli anni Novanta hanno deciso che la scorciatoia per diminuire il costo del debito e poter continuare a mantenere il livello di spesa, e di prebende, inalterato era quello di sacrificare la propria moneta nazionale nel nome di un ideale non realizzabile e non realizzato, se lo spirito europeista fosse stato veramente la molla dell’unificazione monetaria avremmo già da un pezzo i bond europei e dei meccanismi di salvataggio consolidati, ci troviamo invece nel mezzo di una crisi del debito con le regole ancora da costruire e con la crescente ostilità della Germania a un impegno reale e incondizionato. Di fronte a tali problemi l’establishment italiano segue le parole di Gianni Morandi al festival di Sanremo: “stiamo uniti”. Non importa se qualcuno verrà eliminato dalla competizione e sarà costretto a chiudere, non importa se i segnali di delocalizzazione produttiva che provengono dalle grandi imprese sono il prodromo della desertificazione industriale. Banchieri, politici, Confindustria e la maggioranza dei sindacati si passano parola “stiamo uniti”. Non si intravedono riforme strutturali del mercato del lavoro, delle professioni, della giustizia, del sistema finanziario, delle fondazioni bancarie, delle leggi che regolano i sindacati e le associazioni di categoria, della sanità, dei servizi pubblici. Gli interventi sono sporadici, senza un disegno comune e non univoci: si permette alla Fiat di cambiare il contratto di lavoro ma non si da la stessa facoltà alle piccole e medie aziende metalmeccaniche, si privatizza l’acqua in nome del libero mercato ma si propongono norme per il rafforzamento degli oligopoli professionali e la chiusura delle parafarmacie. Questa allegra brigata che si stringe intorno al presidente del Consiglio sembra avere il solo scopo di tirare a campare, troppo codarda per sfidare   apertamente Francia e Germania sulla gestione della valuta e troppo collusa per cambiare la struttura economica del Paese. Inventa sempre nuove formule e nuovi criteri per giustificare se stessa, si inserisce l’iPad nel paniere Istat per continuare a camuffare i dati sull’inflazione reale (più alta di quel che sembra dai numeri ufficiali) e si cerca di valutare a fini contabili l’alto risparmio degli italiani come se potesse incidere   sul mostruoso debito pubblico.

   La bilancia commerciale è invece lì spietata a misurarci con i numeri veri di un declino del nostro paese, la freddezza dei numeri non lascia spazio ad interpretazioni: 27 miliardi di ricchezza nazionale si sono trasferiti ed hanno prodotto lavoro in altri paesi, possiamo giudicarlo un dato negativo visto che almeno questo non è di competenza del Tribunale dei ministri.  

 

  Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti

   ( FOTO ANSA)

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