Tremonti no problem

da Il Fatto Quotidiano di giovedì 17 febbraio 2011

Tremonti no problem

“Nessuna tragedia, niente lacrime e sangue” Ma soltanto se la crescita economica si impenna

di Stefano Feltri

“Mi dispiace deludere un’aspettativa di tragedia che non ci sarà per il Paese”.

A sorpresa, Giulio Tremonti si assegna un ruolo rassicurante. Niente manovre correttive lacrime e sangue, niente sacrifici in stile greco, niente drammi, anche se alla fine passassero le regole europee che imporrebbero di ridurre del 5 per cento ogni anno la parte di debito che eccede il 60 per cento del Pil (per l’Italia circa 928 miliardi di euro). Per Tremonti non dobbiamo preoccuparci per la voglia di severità dei partner europei. E se l’Italia si trova oggi isolata è soltanto perché è lei a voler imporre a Francia, Germania e Gran Bretagna maggiori controlli sulle banche.

IN CONFERENZA stampa, a fianco di Silvio Berlusconi, il ministro dell’Economia, ostenta sicurezza. Le nuove regole europee potrebbero obbligarci ad abbattere il debito di oltre 46 miliardi ogni anno. Ma nessuna preoccupazione:

“Sono regole che avranno effetto dal 2015, un tempo francamente lungo e siamo convinti che le riduzioni del debito porteranno il nostro Paese perfettamente in linea con gli altri”.

Per capire se l’ottimismo di Tremonti è fondato o un po’ eccessivo (e per capire come mai, se le cose vanno così lisce, l’Italia sta tenendo il veto in sede di negoziati del Consiglio europeo su queste regole) bisogna partire dalla Decisione di Finanza Pubblica (Dfp) 2011-2013, cioè il documento ufficiale in cui la primavera scorsa il governo ha fissato le direttrici per la sua politica economica nella legislatura.

La media della crescita italiana deve salire, ma cercate di guardare le cose non in modo autolesionistico”,

ha detto ieri il ministro. E si capisce bene il perché: la Dfp prevede che dal 2012 ci sia un avanzo primario pari al 2,9 per cento del Pil. La differenza tra entrate e spese dello Stato (prima di aggiungere al conto gli interessi da pagare sul debito) sarà cioè positiva per il 2,9 per cento. Risparmi che andranno a ridurre il debito, perché, se la macchina dello Stato non opera in deficit, parte dei titoli di debito in scadenza non andranno rifinanziati e lo stock di indebitamento si ridurrà gradualmente. Dal 2015, quando la Ue inizierà a pretendere di vedere il risanamento, il nostro   indebitamento inizierà a scendere dal 115 per cento circa fino all’80 del 2033 (comunque ancora lontano dall’obiettivo del 60 per cento).

IL PROFESSOR Giuseppe Pisauro, che dirige la scuola superiore interna al ministero delle Finanze, ha scritto già a ottobre su lavoce.info che

“se l’economia italiana riprende a crescere (a un   tasso di almeno il 2 per cento all’anno) il compito è molto impegnativo ma non impossibile, se invece l’economia ritornasse sul sentiero di quasi stagnazione del periodo 2000-2007 (prima della crisi) le prospettive sarebbero davvero preoccupanti”. L’ottimismo ostentato ieri da Tremonti si fonda su almeno un paio di ipotesi molto forti, come dicono gli economisti, cioè su combinazioni d’eventi nient’affatto scontate: che la velocità della ripresa raddoppi dal 2012, passando dall’attuale stentata crescita dell’1 per cento al 2 stabile, e che il peso degli interessi che dobbiamo pagare non cresca, cioè che la Banca centrale europea non aumenti il costo del denaro (com’è invece probabile se l’inflazione continua a salire) o che sui mercati non si scateni il panico intorno ai titoli  di Stato italiani facendone salire il costo per il debitore.

SULLA CRESCITA non ci sono grandi ragioni di ottimismo. Lo dimostra anche l’accordo chiuso ieri tra Abi (associazione delle banche), governo e Confindustria: la proroga della moratoria per i prestiti concessi alle imprese, cioè la sospensione del rimborso del capitale da restituire (non degli interessi). Chi non l’ha chiesta può aderire fino ad agosto, chi ha già avuto il debito   congelato può continuare così per due o tre anni. Segno che non ci si aspetta che le imprese si riprendano neppure quel tanto che basta da rimborsare le banche per parecchio tempo.

Sempre su lavoce.info, poi, due economisti (Marco Fioramanti e Claudio Vicarelli) hanno calcolato che se tutti i Paesi iniziano ad adottare misure di austerità allo stesso tempo per rispettare i vincoli europei, si indeboliscono a vicenda: il consolidamento dei bilanci pubblici rischia di costare   all’Eurozona l’1,8 per cento in meno di crescita del Pil e un aumento dello 0,5 per cento della disoccupazione. E per l’Italia può andare anche peggio.

QUESTI CONTI li ha fatti anche Tremonti. E quindi ieri ha mandato tre messaggi.

  • Primo: nei negoziati l’Italia difenderà la sua posizione fino all’ultimo rinfacciando alla Germania e alla Francia

“che le loro banche hanno problemi che le nostre non hanno e che la crisi è partita dalla finanza privata, non dai debiti pubblici”,

così da ottenere un risanamento il più graduale possibile.

  • Secondo: i tagli non sono finiti, perché per aumentare l’avanzo primario – lo dicono i numeri della Dfp – si deve continuare a ridurre la spesa anche nei prossimi anni (soprattutto nel 2014), altro che politica della spesa pubblica.
  • Terzo: se la crescita non riparte è un disastro. Ma dei provvedimenti presentati soltanto una settimana fa proprio per rilanciare la crescita nè Tremonti né Berlusconi hanno praticamente fatto cenno. E il premier ha detto che quando parlava di crescita al 3-4 per cento intendeva dal 2015 in avanti. Come si possa raddoppiare l’attuale ripresina da 1 per cento non l’hanno ben spiegato (a parte un progetto di sostegno alle piccole imprese che esportano, tramite la Cassa depositi e prestiti). Ma forse questo sarà compito di un altro governo.

Il ministro Giulio Tremonti spera che la bassa crescita del Pil non gli rovini tutto (FOTO ANSA)

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