Effetto Marchionne

da Il Fatto Quotidiano di sabato 12 febbraio 2011

Effetto Marchionne

la folle idea che se l’impresa fa i suoi interessi tutti ci guadagnano

Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione dedicata al caso Fiat che Furio Colombo ha scritto per la nuova edizione del suo libro “La Paga – il destino del lavoro e altri destini dopo Marchionne” (Il Saggiatore) che esce in questi giorni.

di Furio Colombo

I partiti – anche quelli d’opposizione – sembrano persuasi che il “lavoro” sia piombo che rallenta la grande marcia verso la modernità. Nessuna marcia è in   corso, ma il messaggio resta e la parola d’ordine passa in fretta: tollerare le manifestazioni di solidarietà, purché siano poche, locali e brevi. Nessuna vicinanza (che non porta bene) con i sindacati, trasformazione delle rivolte in casi umani. “Se non c’è la fabbrica non ci sono i diritti” è il motto del momento. Si traduce: “Lasciate fare all’impresa, che sa cosa è bene e che cosa è male”. Se l’impresa si difende, fa del bene a tutti. Ai consumatori, che troveranno il prodotto al prezzo giusto. Al mercato, perché tra imprese messe al sicuro trionferà la concorrenza. Ai prestatori di opera che hanno, o almeno potrebbero avere, la probabilità di trovare lavoro. È una considerazione reputata logica, utile nel difficile momento dell’economia, equa e, anzi, protettiva nei confronti di chi ha un lavoro e teme di perderlo, e di chi il lavoro lo cerca con ansia e paura. È logica anche per gli esperti del Pd (un partito che, più di ogni altro, dovrebbe essere “del lavoro”).

Questa è la chiave con cui comprendere la nuova politica industriale e che esperti del mondo del lavoro definiscono “innovazione”. Una “innovazione” che libera l’impresa dalla “rigidità” nemica, per definizione, dell’innovazione. E la libera anche   dal dovere di mantenere gli impegni presi, mettendola al riparo dalle bufere di concorrenza, di mercato, di ricerca, di azionariato e di Borsa.

Avete mai notato che l’opinione pubblica non viene mai coinvolta nel dibattito sull’organizzazione delle imprese, ma solo sulla “questione lavoro”? L’unico fattore di crisi che costringe a chiudere e delocalizzare è sempre e solo il lavoro. La storia del mondo industriale democratico non annovera aziende affondate a causa del costo del lavoro. Semmai, nel passato, ci sono state iniziative degli azionisti o dei governi per frenare i compensi troppo alti dei manager, come la Ford degli anni ‘40, che metteva un tetto agli stipendi (non più di trenta volte la paga del fattorino) o la politica-sogno di Adriano Olivetti che indicava ai suoi dirigenti una differenza minore (“in fabbrica si vive insieme”) e non ha mai avuto un’ora di sciopero. Adriano Olivetti non è mai stato accettato come membro della Confindustria, perciò ha mancato una quantità di convegni di industriali e figli di industriali sugli esorbitanti costi del lavoro. L’azienda Olivetti faceva profitto e – molti decenni prima di Sergio Marchionne e senza un dollaro del contribuente americano – ha comprato   una grande azienda statunitense e ha iniziato la costruzione del primo grande calcolatore elettronico europeo. Tutto interrotto dalla sua morte e dalla fine della “fabbrica orizzontale”, dove il lavoro conta come la ricerca e come il capitale.

Dopo una violentissima crisi economica che si è abbattuta su un’Europa senza teorie economiche e senza idee politiche e un’Italia senza governo, la proposta è di uscire dalla crisi facendo esattamente l’opposto dell’America del New Deal. Che cosa vuol dire New Deal? Vuol dire futuro, fiducia e comunità. Che cosa accade adesso in Italia? Non solo non ci sarà un New Deal, ma non ci sarà niente. Anzi, per evitare equivoci è stato cancellato ogni patto precedentemente concordato. Via i contratti nazionali. Via le regole discusse e negoziate da una parte e dall’altra.

Il nuovo slogan è “basta con la lotta di classe”. Nel caso della fabbrica, con “fine della lotta di classe” una parte tace e l’altra è libera di iniziare il grande monologo. Vanno bene dieci minuti per la pausa mensa? Va bene andare in bagno due volte invece di tre? Va bene fare straordinari la notte e il sabato senza retribuzione? Non devi rispondere. Se parli, disturbi la   produzione e potresti essere accusato di sabotaggio. La pena è il licenziamento. E se il giudice – ancora fermo a vecchie leggi ancora non abrogate – annulla il licenziamento, alla controparte che recita il monologo non interessa. La controparte è avanti, è nel futuro, è con l’innovazione, confortata dal fatto che anche la (ex) sinistra chiami innovazione l’abolizione dei diritti. Dunque, giudice o non giudice, vi possiamo passare la busta paga attraverso la porta, ma dovete restare fuori.

Ma tutto trova la sua giustificazione nel nuovo motto da issare ai cancelli: “Se non c’è la fabbrica, non ci sono i diritti”. La frase resta intatta se rovesciata: “Se non ci sono diritti, c’è la fabbrica”. Sul posto di lavoro non c’è spazio per i diritti costituzionali di cittadino. La fabbrica è extraterritoriale. Si fa secondo le regole che vigono nel suo territorio. Chi si ribella è accompagnato subito alla porta. Ora ditemi se tutto il mondo di persone, un tempo chiamate lavoratori, deve rassegnarsi a vivere senza un sindacato (l’immagine della Fiom è peggiore di quella di Vallanzasca), senza un partito (vedi la cauta astensione del Pd), con la sola scelta di obbedire. Rischiando il linciaggio pubblico in caso di protesta.

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