I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti” bigotti

Dal blog di Jàdawin di Atheia 30 dicembre 2010:

I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti” bigotti

La saga del politicamente corretto: alcuni esempi da La cultura del piagnisteo di Robert Hughes (Adelphi)

di Rino Tripodi

Vi è un’ideologia, una visione del mondo, una “Weltanschauung”, fondata su certezze assolute e luoghi comuni. Qualche esempio. Chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta. I disabili sono persone solidali. Chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”. I neri – mi raccomando, non scriviamo “negri” – “hanno la musica nel sangue”. Gli omosessuali sono tutti sensibili. Le donne sono vittime della storia e della violenza – congenita – degli uomini. Gli immigrati ci permettono di ampliare i nostri orizzonti culturali. Gli ebrei sono intelligenti. Gli artisti sono trasgressivi e libertari. Gli operai votano a sinistra. I cacciatori sono persone sadiche. Le prostitute – o escort? – sono costrette a vendersi per impellenti necessità economiche o perché sfruttate da malviventi. Gli imprenditori sono degli aguzzini delle proprie maestranze. I popoli orientali tendono al misticismo. Quelli africani all’armonia con la natura.

In realtà tutte le precedenti affermazioni assiomatiche sono aprioristiche ed errate. Così come lo sarebbero il loro contrario. Il criminale può esser spinto dal bisogno a trasgredire le leggi, ma quanti, pur in difficoltà, non commettono reati? Un disabile – per nascita o perché sfortunatamente lo è diveuto – ha le stesse probabilità di chiunque altro di essere solidale verso il prossimo o egoista, prepotente e vittimista. Molti studenti non ne vogliono sapere di studiare: non sono portati o non va loro e basta; non è responsabilità né della società, né della famiglia, né della scuola. Esistono neri stonati e negati per la musica. Molti gay sono malvagi, alla stessa stregua degli eterosessuali. Le donne sono vittime della storia e della violenza quanto chi è di sesso maschile. Dalla maggior parte degli immigrati non abbiamo nulla da imparare e faremmo bene invece a studiare e tutelare il nostro Rinascimento, il nostro Illuminismo o il nostro Romanticismo.

Esistono ebrei stupidi e ignoranti, così come i rappresentanti di altre etnie. Molti artisti lavorano, quanto a tempi e modalità, come un normale bancario. Gli operai italiani del Settentrione votano per lo più Lega Nord. Certi cacciatori hanno un rapporto con la natura più stretto, utile e “sensibile” di taluni ecologisti di città. La stragrande maggioranza delle operatrici del sesso si prostituisce volontariamente perché – e non c’è niente di male – è meglio guadagnare in un paio di notti quello che si ricaverebbe dal fare la badante; inoltre il più delle volte i “magnaccia” sono donne (violente). Quasi tutti gli imprenditori lavorano più delle proprie maestranze e – almeno fino a qualche anno fa – spesso non avevano la possibilità di mettere in riga e far licenziare operai fannulloni ed eternamente “malati”. Gli orientali hanno il senso del business quanto o più degli statunitensi. Gli abitanti dell’Africa hanno le stesse difficoltà nel rapporto con la natura che da sempre hanno avuto tutti gli uomini.

Gli schiavisti solo europei, i buoni pellirosse e le streghe al rogo…

L’ideologia che abbiamo cercato di smantellare si può definire come quella del “politicamente corretto”. Una sorta di religione laica (ma definirla “laica” non andrebbe neanche bene, visto che invero lo spiritò di laicità si fonda sulla apertura, sul pluralismo, sul relativismo e sulla problematicità dei punti di vista) costituita, allo stesso modo di quelle “rivelate”, da dogmi, verità indiscutibili, assoluta intolleranza per il pensiero “altro”, violenti autodafé. Come chiameremmo chi non discute liberamente, chi ha tesi precostituite, chi è rigidamente chiuso in un moralismo falso e ipocrita, chi ha tabù insuperabili? Ed è totalmente chiuso al sorriso, all’ironia dell’intelligenza? Bigotto. Allora, occorre concludere che esiste un bigottismo progressista.

A nulla serve scoprire ben altre verità, peraltro ormai appurate dalla Storia o da altre discipline. Qualche esempio. Si pensa generalmente che dell’orrore della schiavitù, con milioni di africani deportati nelle Americhe, siano responsabili soltanto i bianchi. In realtà, questi ultimi trovavano sulle rive dell’Africa occidentale la “merce umana” già imballata… da mercanti arabi e/o da altre popolazioni di colore (a proposito, il razzismo tra le tribù della nera Africa è ancora oggi violentissimo).

È vero che i pellirosse vivevano in perfetto equilibrio con la natura, tant’è che per migliaia di anni il rapporto abitanti/terra/risorse è rimasto inalterato. Peccato che non tutti ricordino come le guerre tra le nazioni indiane fossero costanti e che nessun pellerossa si sentiva “uomo” se non aveva ucciso un altro essere umano. Ancora. Di solito si associa l’idea della caccia alle streghe all’Inquisizione cattolica, all’intolleranza del papato romano. La verità è che la stragrande maggioranza dei roghi sono stati accesi in terre dove si professavano le religioni protestanti…

I pregiudizi resistono, sono duri a morire, in quanto permettono a chi li ha di pensare poco o nulla, di trovare risposte prefabbricate, di vivere, insomma, più tranquilli, sicuri… e ignoranti.

L’obiettivo di questo numero di LucidaMente

Il pensiero del politically correct sorge negli atenei statunitensi intorno agli Anni Ottanta dello scorso secolo. Qui non si vuole assolutamente deridere la struttura di fondo e le buone intenzioni di tale cultura, anzi le si dà merito di aver posto molti problemi reali. E pensiamo che non ci sia da ironizzare sul fatto di chiamare gli “spazzini” “operatori ecologici” o “gay” una determinata categoria di persone in precedenza designata con aberranti termini dispregiativi. Tutto quello che serve a ridare dignità alle persone è benvenuto. Vogliamo semplicemente denunciarne l’assolutismo, la rigidità che a propria volta diventa facile schematismo, quando non intolleranza.

In particolare, in questo numero, secondo gli obiettivi primari che ci siamo dati fin dalla nascita di LucidaMente, miriamo soprattutto a segnalare e ragionare sulle falsificazioni, banalità e sciocchezze propagatesi intorno alle cosiddette “differenze di genere” e al rapporto uomo-donna, ormai dilagate presso tutti gli schieramenti culturali, politici, religiosi. Di destra, di centro e di sinistra. Presso laureati e analfabeti, laici e “religiosi”, uomini e donne. Senza distinzione.

Ovviamente, ci riserviamo, in qualche numero successivo, di occuparci anche di altri campi del “politicamente corretto”.

Due saggi, ormai classici, di Bloom e di Hughes

In generale, sui pregiudizi dei bigotti progressisti risulta utile leggere due saggi ormai classici.

Il primo è il libro di Allen Bloom (1930-1992) La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (preceduto da una prefazione di Saul Bellow, fu edito nel 1987 con grande successo editoriale negli Usa e in varie parti del mondo, ma pubblicato con scarso successo in Italia nel 1988 da Frassinelli, e ora ristampato da Lindau, pp. 464, € 24,50).

Il secondo risale a pochi anni dopo (1993), ed è La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto di Robert Hughes, pubblicato nel nostro paese da Adelphi nel 1994 ne La collana dei casi, con la traduzione di Marina Antonielli (pp. 242, € 16,33), ma successivamente (2003) anche in quella più economica, gli Adelphi (pp. 242, € 8,00).

La crisi della scuola occidentale postsessantottina

In questa sede accenniamo appena al saggio di Bloom, più incentrato sulla decadenza dell’istruzione nelle scuole e nelle università americane – ma lo stesso varrebbe per qualsiasi nazione dell’Occidente –, secondo il quale, dietro l’aspetto di tolleranza e creatività, portati del Sessantotto, la scuola è divenuta da luogo di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni sono prese in esame senza pregiudizi, a ricettacolo delle dannose influenze provenienti dalla cultura di massa.

L’apertura mentale si è così trasformata in chiusura: al sapere, ai valori, alle differenze, ai fatti. Per l’autore l’università deve tornare ai classici occidentali della filosofia, della letteratura, dell’arte, della storia. Deve rimettere al centro i libri e il loro studio, perché l’apprendimento sui libri è il più grande apporto che un docente possa offrire ai propri studenti, visto che l’unica strada è quella, non priva di sacrifici, di ricercare la verità attraverso il sapere.

Un critico d’arte e le sue libere riflessioni

Concentriamoci invece su La cultura del piagnisteo di Hughes.

Il bello è che l’autore è un critico d’arte australiano (oggi settantenne), esperto in Francisco Goya e Barcellona, non un “politico” o un docente universitario come Bloom… Ed è forse proprio per questo che egli è libero da pregiudizi e osserva senza barriere e filtri colorati la realtà, riuscendo a fornire un ritratto completo – e divertente – della “cultura del piagnisteo”.

Nel suo libro si alternano considerazioni, riflessioni, episodi, aneddoti, citazioni.

L’obiettivo principale sono i dogmi del politically correct e i suoi sacerdoti bacchettoni:
«Neoconservatori che fanno del multiculturalismo un babau (come se la cultura occidentale fosse mai stata altro che “multi”, vitale grazie al suo eclettismo, alla sua facoltà di felice emulazione, alla sua capacità di assorbire forme e stimoli “stranieri”); spacciatori di correttezza politica che vedrebbero volentieri la doglianza elevata automaticamente a un rango sacrale».

Papà ti ha violentato e le sdolcinatezze del politically correct

Il vittimismo è una tra le caratteristiche di tale perniciosa ideologia:
«Di qui la fortuna di terapie che insegnano che siamo tutti vittime dei nostri genitori; che non è colpa nostra se siamo scriteriati, venali o francamente scellerati, perché veniamo da “famiglie disfunzionali” […]. Abbiamo avuto modelli imperfetti di comportamento, abbiamo sofferto di mancanza d’affetto, siamo stati picchiati, o magari sottoposti alle voglie libidinose di papà; e se non ne siamo convinti è solo perché ne abbiamo rimosso il ricordo».

Un’altra peculiarità del politically correct è l’uso di termini eufemistici (non si tratta di un fallimento, ma di una “riuscita imperfetta”), di litoti (un cieco è un “non vedente”), di circonlocuzioni (un drogato diventa “individuo socialmente disagiato che eccede nell’uso di sostanze stupefacenti”), per definire realtà o situazioni “difficili”, scomode o sgradevoli. Pensiamo che, di fronte a una persona che, invece di dire pane al pane e vino al vino, si contorca linguisticamente e sintatticamente, il suo interlocutore sia assalito più da un senso di nervosismo, ansia e irritazione, che di bonomia.

Un poliziotto municipale, quindi, per avvertire che un drogato rumeno è entrato in casa uccidendo la nonna, dovrebbe dire: “Signore, la informo che un extracomunitario, abituale consumatore di sostanze che alterano la lucidità mentale, è penetrato nel suo appartamento, prelevando molti oggetti di sua proprietà, cui suppongo fosse affezionato. A proposito, sua nonna è adesso passata a una condizione di persona non vivente”.

Ora, scrive Hughes, «Se questi leziosi comportamenti inducessero la gente a trattarsi vicendevolmente con maggiore civiltà e comprensione, si potrebbe anche apprezzarli; ma in realtà non sortiscono alcun effetto. […] Nessuna sostituzione di parole è in grado di ridurre il tasso di intolleranza in questa o in qualunque altra società».

Tutti studenti di successo… senza studiare

Tornando al tema dell’istruzione, cui abbiamo fatto riferimento accennando al libro di Bloom, vi dedica molte pagine anche Hughes:
«Io so che per me è stata una fortuna avere l’istruzione scolastica che ho avuto. Era un’istruzione ampia, “elitaria” per l’importanza che dava al rendimento, e rigorosa: il carico di lavoro, la quantità di libri che dovevamo leggere e assimilare sembrerebbero una crudeltà al moderno scolaro americano. […] Questo non ci ha arrecato alcun danno. Eravamo promossi, oppure bocciati e ripetevamo l’anno: e le pagelle venivano mandate ai nostri genitori senza riguardi per i loro sentimenti. Ci facevano imparare brani a memoria e leggere a voce alta, col risultato che qualcosa attecchiva».

La “vecchia scuola” non era poi tanto male se ha formato persone in grado di criticare le strutture sociali, politiche, economiche, culturali imperanti. Oggi, tra pillole di nozioni che si insegnano a scuola, il marasma televisivo e l’illusione che si impari e ci si formi attraverso internet, quali individui si vanno formando? Invece, insegnare la propria cultura, a un livello “alto”, consente la formazione di una coscienza critica:
«In breve, quel programma scolastico eurocentrico e monoconfessionale ci diede un punto fermo dal quale, più tardi, avremmo potuto imboccare qualunque strada. […] Non è possibile vedere bene le altre culture finché, grazie alla conoscenza della propria, non si raggiunge un punto in cui la globalità abbia senso. […] Il mio ambiente, sebbene fortemente monoculturale, non era però monolitico: mi ha dato gli strumenti per ribellarmi».

Tutti artisti: ma chi legge?

Un’altra illusione imperante è che “siamo tutti artisti”: da qui il proliferare di ingannevoli corsi di scrittura, pittura, musica, ecc., col risultato che gli “artisti” ormai superano i fruitori dell’arte e che i veri e bravi scrittori, pittori o musicisti vengono sepolti da una valanga di prodotti scadenti.

Alle radici di tale tendenza, sempre secondo l’autore de La cultura del piagnisteo, vi è sempre il vittimismo del politically correct:
«Col diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza, la discriminazione estetica viene tacciata di discriminazione razziale o sessuale. Su questo argomento pochi prendono posizione, o rilevano che in materia d’arte “elitarismo” non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità. […] Discriminare è nella natura umana: facciamo scelte e diamo giudizi ogni giorno. Queste scelte sono parte dell’esperienza concreta. Naturalmente vengono influenzate dagli altri, ma in sostanza non sono il prodotto di una reazione passiva all’autorità. […] Il principio del piacere, in arte, ha un’importanza enorme».

Una democrazia senza élites?

Una società sana e funzionante deve dunque essere fondata su una classe dirigente valida e scelta, colta e preparata, non sull’indifferenziazione demagogica e populista:
«Le élites ci saranno sempre […] ma la loro composizione non è necessariamente statica. […] Il primo passo per diventare persone del genere è riconoscere che noi non siamo un’unica grande famiglia mondiale, e che probabilmente non lo saremo mai; che le differenze tra razze, nazioni, culture e rispettive storie sono profonde e durevoli almeno quanto le loro somiglianze. […] Il compito della democrazia, nel campo dell’arte, è di proteggere l’elitarismo. Non un elitarismo basato sulla razza o il denaro o il rango sociale, ma sul talento e sull’immaginazione».

E l’istruzione superiore deve tendere all’alto, all’eccellenza:
«Le università sono istituti di cultura superiore, non (almeno non principalmente) di terapia sociale. Hanno il diritto di abbassare i criteri d’ammissione e i livelli di insegnamento per permettere agli svantaggiati di stare al passo, a scapito del diritto all’istruzione degli studenti più capaci?»

Le fonti della Storia: i documenti o Radici?

Purtroppo, la penetrazione nella scuola di luoghi comuni e pregiudizi ha sortito l’effetto di non far studiare le varie materie, tra cui la Storia, come attenta analisi dei fatti. Hughes riporta un caso, cui abbiamo già accennato all’inizio del presente articolo:
«L’immagine divulgata dai romanzi popolari tipo Radici – gli schiavisti bianchi che irrompono, armati di moschetti e coltellacci, nella quiete di pacifici villaggi africani – è molto lontana dalla verità storica. Già da secoli esisteva un sistema di compravendita, e i rifornimenti erano controllati dagli africani. […] A differenza degli inglesi e degli americani, nell’Ottocento né gli arabi né i re africani videro la minima ragione umanitaria per opporsi alla schiavitù. […] Eppure l’idea della colpa solitaria di Europa e America continua a infestare le discussioni sulla schiavitù. […] Africani, islamici, europei, tutti ebbero parte nella schiavitù dei negri, la esercitarono e trassero profitto dalle sue miserie. Ma alla fine soltanto l’Europa (includendovi, in questo caso, il Nordamerica) si dimostrò capace di concepirne l’abolizione; solo l’immensa forza morale e intellettuale dell’Illuminismo, rivolta contro l’odiosa forma di oppressione rappresentata dalla schiavitù, fu in grado – in modo disuguale e con molta difficoltà – di far cessare la tratta degli schiavi».

Playboy? È violenza sessuale leggervi la Dichiarazione dei diritti

Hughes narra di un episodio che sarebbe divertente, se non fosse preoccupante. Ci troviamo a Berkeley, in California:
«Una mattina del 1991, una cameriera […] vede a un tavolo un giornalista che legge un articolo sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo […] ma l’articolo è pubblicato da “Playboy”, sicché […] rifiuta di servirgli la colazione, dicendo di essere “scandalizzata e inorridita”, che la sola vista di “Playboy” è una forma vicaria di stupro, di molestia sessuale sul posto di lavoro, di offesa alla dignità delle donne, e via di seguito. La cameriera e il direttore del locale chiedono al malcapitato giornalista di andarsene».

Ovviamente, non finisce lì. Poco dopo, davanti al locale, si succedono due diverse manifestazioni: una di fautori delle libertà civili, che distribuiscono gratuitamente copie di Playboy, un’altra di femministe, secondo le quali la presenza del celebre periodico (peraltro dallo stile elegante e colto) «in un ristorante danneggia la salute delle donne».

I marziani? Non possono essere cattivi!

Ovviamente, non ci attendiamo, con questo modesto articolo e col presente numero di LucidaMente di far breccia nell’ottusità, di scalfire il muro di rigidità, di riuscire a far cambiare idee e mentalità alle legioni di malati di politically correct.

C’è una bella sequenza nel film Mars Attacks! (1997, di Tim Burton, con Jack Nicholson, Glenn Close, Pierce Brosnan e molti altri celebri attori che si sono divertiti a partecipare all’opera): il generale Decker (interpretato da Rod Steiger), violento, rozzo, ignorante, “politicamente scorretto”, è il primo – e l’unico – a capire che i marziani giunti sulla Terra sono malvagi e pronti al genocidio dei terrestri, sicché urla disperato: «Bisogna distruggerli, bisogna distruggerli, bisogna distruggerli!!!». Gli intellettuali, i politici, gli scienziati, i giornalisti attorno a lui, nonostante gli alieni abbiano già dato esplicita prova di crudeltà e intenzioni assassine, gli lanciano sorrisetti di disprezzo e superiorità intellettuale…

Come per i bigotti “di destra” i comunisti hanno governato per cinquant’anni l’Italia, per quelli “di centro” gli omosessuali sono malati, così, per i bigotti “di sinistra”, chi delinque è spinto dal bisogno e da una società ingiusta; i disabili sono persone solidali; chi va male a scuola è giustificato dall’esser nato in famiglie povere o “difficili”… e riprendiamo da capo.

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Informazioni su Jàdawin di Atheia

Nato a Milano nel 1954
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