Non sai che fare? Fai saltar fuori un po’ di esuberi

da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 8 dicembre 2010

Non sai che fare? Fai saltar fuori un po’ di esuberi

Alitalia, Telecom e Unicredit: la scorciatoia per abbellire i conti

di Salvatore Cannavò

Per il governo diventa sempre più difficile poter vantare il successo dell’operazione. Alitalia torna ai blocchi di partenza, con conti in rosso e una sola strategia: licenziare. O meglio, collocare i lavoratori in esubero, almeno mille, a riposo forzato facendo pagare il conto allo Stato. Eppure poco più di una settimana fa l’amministratore delegato della compagnia aerea, Rocco Sabelli, commentando i conti semestrali, si diceva ottimista: “L’andamento dei ricavi evidenzia un netto progresso”.

Il problema, come spiega anche il segretario della Cgil Fabrizio Solari, è che l’azienda ha bisogno di rispondere “ai bisogni immediati dei suoi azionisti” che puntano a vendere ad Air France il prima possibile. E siccome profitto spesso non fa rima con occupazione, ecco scattare gli esuberi.

L’ESEMPIO, del resto, viene da oltre Atlantico, dove le aziende americane stanno riportando profitti record. Secondo i calcoli del Wall Street Journal nel secondo trimestre 2010 gli utili ammontano a 189 miliardi di dollari, in rialzo del 38 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E la tendenza dovrebbe durare nel terzo trimestre. Il giornale di Rupert Murdoch nota però che “per raggiungere questi risultati le aziende hanno licenziato centinaia di migliaia di lavoratori”.

In Italia sembra succedere lo stesso. Oltre ad Alitalia, infatti, licenziare per migliorare il risultato operativo sembra diventare una strategia manageriale diffusa. C’è per esempio il caso di Unicredit: nei primi nove mesi dell’anno l’utile netto del gruppo bancario ha avuto un calo del 24 per cento rispetto all’anno prima, anche se ha pur sempre superato il miliardo di euro. Un andamento che ha indotto l’azienda a espellere quasi 5.000 dipendenti attingendo agli ammortizzatori: 3.000 hanno già maturato i requisiti per la pensione e altre 1.700 uscite sono programmate per il biennio 2014-2015.

Stessa cosa a Telecom Italia che ha chiuso i primi nove mesi del   2010 con ricavi in lieve calo a 19,8 miliardi ma con un utile netto di 1,8 miliardi (+ 14 per cento). Anche qui si procede a limare i costi con 3900 uscite in mobilità e 29mila contratti di solidarietà. Nell’elenco potrebbe finire anche la Fiat che in un mercato difficilissimo ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con un utile netto di 282 milioni in aumento di 847 milioni rispetto alle perdite del 2009. Finora l’azienda non ha licenziato, ma ferma gli impianti per evitare sovrapproduzione contando sulla cassa integrazione che garantisce un   reddito ai dipendenti che non lavorano.

Dietro questi comportamenti si intravede un ragionamento schematico: le aziende hanno bisogno di aumentare la propria produttività per tornare a essere competitive. E questo si può fare solo in due modi: aumentare la produzione a parità di addetti (molto difficile in questo momento), o mantenere invariata la produzione riducendo il numero di lavoratori. Il governatore di Bankitalia Mario Draghi, inascoltato, alcune settimane fa però avvertiva: “Le cause del deludente andamento della produttività dipendono da molteplici fattori”, e tra questi “la ridotta dimensione media delle imprese italiane; la diffusa occupazione irregolare; un problema di concorrenza nei servizi” .

QUINDI avere imprese sempre più piccole, anche se con i bilanci in utile, rischia di creare le premesse per ulteriori problemi futuri, invece che per un aumento dell’efficienza, come sperano i manager responsabili delle riduzioni di personale. La ricetta attuale, “contabilizzare gli esuberi e ridurre l’organico”, è applicabile anche grazie a un generoso sistema di ammortizzatori sociali che consente alle imprese, senza pagare praticamente nulla, di mettere a riposo la manodopera eccedente (e, spesso, di riattivarla – è il caso della cassa integrazione – quando serve). Nella manovra finanziaria (la Legge di Stabilità) che sta per essere approvata dal Senato, si stanziano un miliardo di euro per ammortizzatori in deroga, si porta all’80 per   cento il massimale per l’indennità dei Contratti di solidarietà, si facilita la mobilità verso la pensione. E se si guarda ai provvedimenti presi dalle imprese ci si accorge che molto spesso le misure sono incentrate su questo tipo di ammortizzatori. Il conto lo paga il bilancio pubblico, gli utili vanno nelle tasche degli azionisti attraverso il pagamento dei dividendi. La Fiat, per esempio, nel 2009 ha chiuso in rosso per 800 milioni ma ha pagato comunque il dividendo, distribuendo 0,17 euro per ogni azione ordinaria.

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