La cultura non sfama? A Londra sì

da Il Fatto Quotidiano di venerdì 26 novembre 2010

La cultura non sfama? A Londra sì

di Caterina Soffici

Anche se gli studenti inglesi e quelli italiani sembrano uniti in un’unica protesta e i risultati all’apparenza sono gli stessi – occupazioni, cortei e botte – c’è una differenza di fondo che è anche uno degli incomprensibili paradossi italiani: il menefreghismo per tutto ciò che si può riassumere sotto il generico termine di “Cultura” è una caratteristica nostrana, senza analoghi in tutta l’Europa.

CHE SIA UNIVERSITÀ o scuola elementare, istruzione superiore o ricerca, spettacolo, musica, teatri, siti archeologici, musei, tutto ciò sembra essere un imprescindibile fastidio per i nostri governanti. L’ormai celebre   castroneria del ministro Tremonti (“Con la cultura non si mangia”) è stata prontamente smentita dal responsabile del dicastero in questione Sandro Bondi, il quale ha dimostrato come con la cultura non si potranno imbandire banchetti pantagruelici, ma si possono sfamare parecchie persone, a cominciare dai figli della compagna e altre personcine care, per i quali uno stanziamento di fondi pubblici nel mezzo a tanti tagli si riesce sempre a trovare. Ma questo si potrebbe derubricare come semplice malcostume familistico   italiano. La cosa è ben più grave: il menefreghismo è tale che non c’è più neppure il pudore di dichiarare il contrario. Il paese che nell’immaginario internazionale rappresenta la Quintessenza della Cultura, la Culla della Civiltà, il Paradiso delle Arti, continua a calpestare e sputare sul suo bene più prezioso. Fa impressione mettere nero su bianco il confronto tra i finanziamenti pubblici ricevuti da alcuni istituti di cultura europei nel 2010: British Council (Gran Bretagna): 220 milioni di euro; Göthe Institut (Germania): 218 milioni di euro; Instituto Cervantes (Spagna): 90 milioni di euro; Instituto Camoes (Portogallo): 13 milioni di euro; Alliance Française (Francia): 10,6 milioni di euro; Società Dante Alighieri (Italia): 1,2 milioni euro, che saranno dimezzati nel 2011. Ecco, sarebbe come se gli arabi bruciassero   il petrolio invece di venderlo, o i russi lasciassero aperti i rubinetti delle condotte del gas o gli olandesi smettessero di annaffiare i tulipani. I ministri della cultura europei hanno difeso con le unghie i propri budget falcidiati dalla crisi e, mentre il ministro Bondi pigola che in effetti un problemino c’è ma lui non chiede l’elemosina a Tremonti, il suo corrispettivo tedesco Bernard Neumann dichiara: “È proprio nei momenti di crisi che si deve lottare per non fare tagli alla cultura perché è il valore e il fondamento che dobbiamo mantenere”. Il menefreghismo è trasversale a tutti i dicasteri, e nei giorni scorsi il ministro Brunetta metteva ancora in dubbio che lo spettacolo   rientri a pieno diritto nel mondo della cultura e non sia invece materia assimilabile al Superenalotto o alle scommesse sui cavalli. Per questo non si possono paragonare gli studenti inglesi con quelli italiani. A commento di questa protesta che infiamma l’Europa c’è già qualcuno che parla di un nuovo ’68, di un disagio serpeggiante, dell’agonia culturale del mondo occidentale come lo conosciamo. Sarà, ma non convince del tutto.

GLI STUDENTI inglesi occupano il King’s College, picchettano Oxford e Cambridge per protestare contro una riforma pesantissima che ha alzato il tetto delle rette universitarie fino a 9 mila sterline l’anno. Il governo Cameron, avviando una manovra mai vista prima, con 81 miliardi di tagli, mezzo milione di posti pubblici in meno e pensione per tutti a 66 anni, una “macelleria sociale” destinata a “cambiare lo stile di vita del regno unito per le future generazioni” (come ha detto il temutissimo ministro delle Finanze Osborne) ha risparmiato pochi settori. Quali? Non a caso l’educazione, con un incremento del budget per le scuole e dei fondi dedicati all’Istruzione che saliranno da 35 a 39 milioni di sterline. E la ricerca scientifica, ritenuta “vitale” dal governo, salvata in corner, seppure con una riduzione del bilancio del 9 per cento. L’idea è: i tagli sono necessari, ma facciamo il possibile per salvare il salvabile. Siamo inglesi, ce la faremo. E il primo a ridursi il budget di un terzo è proprio il dicastero di Osborne. In Italia si protesta contro la Gelmini, si contesta il decreto sull’Università ma dietro c’è uno scontento che viene da molto più lontano, troppo lontano e ha diversi sinonimi, a cominciare da sfiducia e precariato. L’idea è: qualche furbo riuscirà comunque a intascarsi i soldi, i soliti raccomandati a vincere un concorso, per gli altri nessuna prospettiva. E i tagli vanno sempre e soltanto in una sola direzione. Che non è mai quella giusta.

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