Operatore, ecologico e laureato

da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 17  novembre 2010

Operatore, ecologico e laureato

 

di Pierfranco Pellizzetti

 

     Prima scoperta (sorprendente): tra gli spazzini della mia città, quelli che già all’alba movimentano i cassonetti e spazzano le strade, ci sono laureati, perfino in Filosofia. Con tutto il rispetto per professionisti degni al pari di chiunque altro, resterebbe da appurare quanto i progetti di vita maturati nel loro percorso formativo abbiano trovato adeguata soddisfazione. Seconda scoperta (più scontata): da un sondaggio informale su allieve e allievi del mio corso di Specialistica non emerge nessun conflitto tra generazioni, piuttosto l’accomunamento di padri e figli nella percezione di un identico destino connotato dalla precarietà.

Terza scoperta (non soltanto contabile): l’ammontare del finanziamento statale alle borse di studio da erogare per il 2011 scende dai 246 milioni dell’esercizio precedente a 25, con un taglio che si aggira sul 90 per cento totale. In più quello per l’anno successivo verrà ulteriormente dimezzato, riducendosi a 13 milioni scarsi.

 

   VALE LA PENA di connettere le tre notizie per ricavarne altrettante considerazioni. Amarissime.

Primo: quante fanfaluche sull’educazione! E non soltanto la tiritera del duo Tremonti-Gelmini che la riforma della scuola avrebbe premiato il merito. Tiritera che accomuna pure i critici pensosi e buona parte della Sinistra, nazionale ed estera. All’inizio degli anni Novanta era in voga un tormentone: qualificandosi e imprenditorializzandosi, la cosiddetta “risorsa umana” (orribile termine aziendalistico) poteva giocare al meglio la propria partita in un mercato del lavoro che, facendosi globale, esigeva flessibilità in misura crescente. Ossia il nocciolo delle ricette di “Terza Via”: l’education quale modalità sostitutiva della politica economica anticiclica di stampo keynesiano nel ruolo di meccanismo regolativo automatico (una sorta di “coperta di Linus” per i burocrati del fronte progressista, con cui rimpiazzare le rassicuranti certezze della precedente stagione welfariana). In effetti si potrebbe dire che chi si è bevuto la ricetta investendo sulle proprie competenze e conoscenze è stato il primo a rischiare nella mattanza di posti di lavoro di questi anni. Anni, in cui il modo di produrre è andato sempre più alla ricerca di forme occupazionali di stampo “servile”; dai call-center all’ipersfruttamento nelle Export Zone del Far East.

Secondo: quante mistificazioni sul tema dei rapporti   intergenerazionali, con cui tipi alla ministro Sacconi giustificavano la destrutturazione del lavoro normato. Il messaggio era: riduciamo le protezioni degli attualmente occupati per dare opportunità ai loro figli. Tesi propugnate con piglio pensoso e continui richiami all’equità che nascondevano un puro e semplice attacco ai diritti del e al lavoro sanciti dalla norma costituzionale. Ormai i padri e i figli hanno capito che è stato fatto un solo mazzo dei loro destini e poi si è appiccato fuoco alla fascina. In Italia siamo giunti a un livello depressivo che sfocia nell’apatia, in un vano risentimento generalizzato. Altrove – come in Francia – si sta realizzando la saldatura tra generazioni per una comune lotta contro la precarizzazione: nelle scorse settimane gli studenti hanno marciato assieme ai lavoratori contro le politiche di innalzamento dell’età pensionabile promosse dal governo filo neoborghesia speculativa di Nicolas Sarkozy. Certo, la Marianna è un simbolo rivoluzionario, come La Marsigliese è un inno di ribellione. Però era bastata l’iniziativa della Fiom il 16 ottobre scorso per portare un po’ di Senna nel Tevere. Sperando che le Susanne Camusso non vogliano candidarsi troppo al ruolo di estintore.

Terzo: quante bubbole sulla presunta centralità della scuola. Perché quanto fa fede sono le risorse che le vengono destinate: il primo segnalatore delle priorità reali. Infatti ormai appare evidente che il vero interesse è quello di fare provvista a spese dei soggetti deboli e così finanziare il federalismo da assalto alla diligenza nella versione leghista.

   MA CHE DOVREBBE imporre una riflessione allo stesso mondo della scuola sul perché è “soggetto debole”, tanto da esprimere una capacità di influenzamento delle agende pubbliche tendente allo zero. Di certo rivela una bassissima propensione a fare “massa critica” e raccordarsi con altri settori della società nazionale. In altre parole, l’eterno equivoco per cui si attende sempre comprensione graziosamente concessa dall’alto, ignorando l’antico precetto di Luigi Einaudi che proclamava “la bellezza della lotta”: i diritti   bisogna iniziare a tutelarli e promuoverli in prima persona. Una considerazione aggiuntiva, rivolta ai tanti liberisti nostrani. Parafrasando il macabro aforisma di James Joyce secondo cui Roma gli faceva pensare a “un uomo che si mantenga mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna”, questi fondamentalisti del mercato che dovrebbe autoregolarsi continuano a baloccarsi con un pensiero ormai definitivamente defunto. Come ne danno diretta conferma le ampie casistiche della vita reale.  

 

 

 

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