Il capitalismo all’italiana che si arrende alla Volkswagen

da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 17 novembre 2010

Alfa Romeo

 

Il capitalismo all’italiana che si arrende alla Volkswagen

 

di Giorgio Meletti

 

     Negli anni Venti, quando il Modello T inondava il mercato americano e consegnava il suo nome alla storia dell’auto, Henry Ford diceva che si toglieva il cappello ogni volta che passava un’Alfa Romeo. Adesso tocca agli italiani togliersi il cappello per salutare l’ultimo rombo del’Alfa, che saluta e se ne va, probabilmente in Germania, nel land della Bassa Sassonia, città di Wolfsburg, sede della Volkswagen.  

   SI CHIUDE COSÌ una parabola esemplare, quella che aiuterà i nostri nipoti a imparare sui libri di storia la diabolica capacità distruttiva di una classe dirigente votata a obbedire ai capricci del suo mito e padrone, l’avvocato Giovanni Agnelli.

   Istruttivo ripercorrere le storie parallele di Volkswagen e Alfa Romeo. La prima è creata negli anni Trenta da Adolf Hitler che affida a un progettista geniale, Ferdinand Porsche, la costruzione dell’auto per il popolo. La seconda negli anni Trenta è già un mito. La sua superiorità nelle gare automobilistiche è tale che decide di ritirarsi perché   non c’è più gusto a vincere sempre, e lascia a piedi Tazio Nuvolari. Però i conti sono scassati, e Benito Mussolini, per non interrompere l’emozione, la nazionalizza. Il senatore Giovanni Agnelli (nonno dell’Avvocato) vorrebbe prendersela perché è già in preda a sogni monopolistici. “Il monopolio è il suo Dio ed egli non è molto alieno dal proclamarsene indiscusso profeta”, decreta il Duce, e tiene l’Alfa in mano pubblica.

   Sono passati quasi ottant’anni, e oggi la Volkswagen è un colosso davvero mondiale. Basti il fatto che vende più auto in Cina che in Germania. L’Alfa Romeo invece è ridotta a poco più di un fortissimo marchio. Venticinque anni fa l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi prese atto che i conti andavano sempre peggio. In primo luogo perché come tutte le aziende pubbliche era esposta al sistematico saccheggio della classe politica. Urgeva quindi privatizzarla   . In secondo luogo l’Alfa Romeo disponeva di un prodotto che faceva gola agli automobilisti di tutto il mondo (ricordate “Il laureato”, con Dustin Hoffman sulla Duetto scarlatta?), ma non aveva rete di vendita all’estero. Prodi decise quindi di venderla proprio   alla Ford, che poteva distribuire in tutto il mondo i rombanti motori di Arese e Pomigliano d’Arco. “Fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono”, rievocò in seguito.

   La Fiat non poteva sopportare che un gigante come la Ford entrasse sul mercato italiano. Fece il diavolo a quattro, si accaparrò facilmente appoggi politici di ogni colore, a cominciare da quello del segretario della Dc Ciriaco De Mita e del presidente del Consiglio Bettino Craxi. Si inserì nella trattativa con la Ford, durata mesi, formulando un’offerta “pochi, maledetti e subito” che il governo subito accettò (bisogna ricordarsi che le vendite di aziende dell’Iri, per legge, non le decideva l’Iri ma palazzo Chigi). Su quella vendita le polemiche non si sono mai sopite. C’è stata anche un’inchiesta giudiziaria. La Fiat offrì un pagamento a rate talmente dilazionato che nessuno ha mai capito veramente quanto avesse pagato. L’unico dato concreto è che Fabiano Fabiani, allora amministratore delegato della Fin-meccanica (la holding Iri che possedeva l’Alfa) scontò in banca il contratto con Fiat: gli dettero meno di 500 miliardi di lire di allora.  

   MA LA FIAT che futuro poteva dare all’Alfa? Lo stesso della Fiat. Un futuro asfitticamente chiuso nei confini nazionali, dove anziché investire sull’auto, come chiedeva Vittorio Ghidella (padre della Uno, rapidamente messo alla porta), continuava a “diversificare” in ogni settore, compresi gli appalti pubblici. “E’ mia convinzione che invece di gonfiare, sarebbe meglio deflazionare il campo degli Agnelli, che va dall’auto ai cantieri, dai giornali agli alberghi di montagna” (è ancora Mussolini che vede e prevede…).

   La Fiat con l’Alfa ottenne l’unica cosa che gli interessava: il 60 per cento del mercato italiano dell’auto. Erano gli anni in cui era vietato importare auto giapponesi. Venticinque anni dopo la quota di mercato della Fiat si è dimezzata e l’Alfa finalmente andrà a conquistare il mondo. Solo che ce la portano i nostri fratelli europei di Wolfsburg, usando il marchio come   fanno i cinesi con i pelati San Marzano. E le Alfa saranno progettate e probabilmente anche costruite fuori d’Italia. Destino scritto venticinque anni fa.  

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