Gioventù sprecata

da Il Fatto Quotidiano di sabato 9 ottobre  2010

Rubrica: EDUCAZIONE?

La cultura del fare disfa la cultura

Gioventù sprecata

di Riccardo Chiaberge

La cultura del fare non è un’invenzione del nostro amato premier, anche se lui solo ha avuto la genialità di trasformarla in cultura del fingere di fare (o del minacciare di fare, a seconda). Le famose “Tre I” (Inglese, Internet, Impresa) sono la traduzione in mediasettese, nel gergo di Mediaset, di una deriva in atto da tempo in molti Paesi industrializzati: la tendenza a piegare la cultura e l’istruzione a scopi produttivistici, a fare della scuola niente altro che un canale di accesso al mondo del lavoro, o se volete un’anticamera dei centri commerciali. Contro questo andazzo si scaglia Frank Furedi in un libro che sta facendo molto discutere in Inghilterra (Wasted. Why education isn’t educating, Continuum Books).   Wasted significa sprecato, buttato via. Scuola sprecata, gioventù sprecata. Politici, pedagogisti e consulenti dei governi – accusa Furedi – sono accecati dal “feticismo del cambiamento”. Sostengono che l’avvento dei computer e di Internet segna una drastica cesura col passato e che l’insegnamento tradizionale ha ormai fatto il suo tempo. Ma, avverte il sociologo anglo-ungherese, al passato non si sfugge. Ci sono dimensioni cruciali dell’esperienza storica che continueranno a contare nelle nostre vite così come in quelle delle generazioni future: “Di sicuro le questioni sollevate dai filosofi greci, la poesia rinascimentale, la scienza dell’illuminismo o i romanzi di George Eliot sono ancora importanti per gli studenti del nostro tempo, non solo per quelli dell’era pre-digitale”. Il culto della novità domina l’ideologia ufficiale in materia di educazione. Paradossalmente, la celebrazione della knowledge economy, la retorica sulla società della conoscenza e dell’apprendimento ha incoraggiato potenti impulsi anti-intellettuali. Dato che il sapere diventa rapidamente obsoleto, è la tesi prevalente, le scuole dovrebbero dare meno peso ai contenuti accademici e investire sugli skills, sulle abilità pratiche, sulla capacità di adattamento dei giovani. La scuola deve emulare le imprese, che sanno trasformarsi incessantemente in risposta alle mutevoli condizioni del mercato. Altrimenti perde il treno della competizione globale. I governanti guardano con apprensione ai risultati dei test internazionali sul livello di preparazione degli studenti. E così ogni nuovo ministro mette mano ai curriculum, per modernizzare la scuola e riavvicinarla all’industria.

Il sapere non  sempre è utile

IN ITALIA, poi, a tutto questo si aggiunge uno speciale accanimento nei confronti degli insegnanti, presi di mira dal centro-destra non tanto per le spesso carenti qualità professionali quanto per le loro presunte tendenze sinistrorse. Ieri, alle folle del “no-Gelmini day”, Mary Star ha risposto con una battuta sprezzante: “A molti dà fastidio che la scuola, finalmente, non sia più proprietà privata della sinistra”. E ha rimproverato ai dimostranti di rifiutare il rinnovamento. Se fosse solo per questo, avrebbero ragione loro. Basta rileggersi Hannah Arendt: “Il conservatorismo, nel senso di conservazione, è l’essenza dell’attività educativa”, scriveva la grande filosofa tedesca, convinta che conservare l’antico e trasmetterlo alle nuove generazioni fosse la premessa indispensabile per costruire il futuro. Il mondo della scuola non può essere proprietà privata di nessuno, né della sinistra né della destra. Non si risponde all’indottrinamento marxista di ieri con i simboli padani o con i “percorsi ginnico-militari”dioggi. I politici di ogni colore devono smetterla di vedere l’istruzione come un mezzo per raggiungere altri obiettivi, invece che un fine in sé. Chiedersi se serva e a cosa, la cultura, semplicemente non ha senso. Scrive Furedi: “Il sapere acquisito attraverso l’istruzione formale non è sempre utile o direttamente rilevante. In effetti, una delle sue caratteristiche è di non essere il tipo di sapere che la maggior parte della gente non è in grado di acquisire nella vita di tutti i giorni… Una delle ragioni per cui questo genere di conoscenza è importante è che può aiutare gli studenti ad alzare lo sguardo al di sopra della loro esperienza particolare e di guadagnare delle intuizioni sul mondo più ampio in cui stanno per essere avviati”. La scuola non può essere una semplice continuazione della famiglia, del quartiere o della discoteca. Certo, se l’obiettivo è coltivare le radici locali, si può rendere obbligatoria   l’ora di dialetto e far studiare ai ragazzi bresciani la storia della Val Camonica. Ma ciò non li aiuterà a orientarsi in un paesaggio urbano sempre più contaminato da culture aliene. Abbiamo bisogno di menti aperte e ricettive, di orizzonti meno angusti. E per questo serve più Dante che un corso di marketing.

Platone  in “banda stretta”

NEL SUO L’ora d’italiano (Laterza, pagg. 122, euro 9) il linguista Luca Serianni difende lo studio e la lettura dei classici, anche a costo di torturare i quindicenni coi Promessi Sposi: “La scuola deve svolgere la funzione di mantenere la memoria storica di una comunità   ; un ufficio, questo, tanto più forte in Italia, data la ben nota labilità della coesione nazionale e la marginalità culturale dei valori non linguistici effettivamente condivisi (gastronomia e sport: che altro?)”. Appunto: che altro? Soltanto quello che Fure si chiama “feticismo del cambiamento”, può indurre i cervelli della riforma Gelmini a privilegiare l’informatica rispetto alla filosofia e al latino nei licei scientifici sezione “scienze applicate”. Se vuole diffondere tra i giovani il buon uso dei computer, il governo pensi a investire nel   wifi e nella banda larga, invece di confinare Platone nella banda stretta. Lo stesso dicasi per la formazione degli insegnanti. Giusto rendere accessibili online i curriculum dei docenti di ruolo e precari, in modo che le famiglie sappiano a chi affidano i loro figli. Ma che bisogno c’è di infilare tra i requisiti la conoscenza dell’inglese e del computer, anche per chi insegna latino e greco? Personalmente, preferisco un insegnante bravo che non ha mai aperto Facebook a un prof che twitta e smanetta, ma è un ciuco nella sua materia. E voi?

Illustrazione di Doriano

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