Fecondazione eterologa assistita, basta divieti

Da Sapere agosto 2010

Fecondazione eterologa assistita, basta divieti

di Tiziana Moriconi

La condanna della Corte di Strasburgo nei confronti dell’Austria apre nuovi spiragli anche per le coppie italiane

Se un Paese consente la fecondazione omologa, non può vietare quella eterologa. Negarla significa infatti violare l’articolo 8 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, che sancisce il rispetto della vita privata e familiare. Ed è un atto discriminatorio. Lo ha stabilito la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) lo scorso primo aprile, rispondendo al ricorso di due coppie sterili austriache nei confronti della loro Consulta. La sentenza arriva in un momento perfetto per le sei coppie italiane che da tempo stanno portando avanti la loro battaglia contro il comma 3 dell’articolo 4 della legge 40, che vieta di ricorrere a ovuli o spermatozoi di un donatore se uno dei partner è completamente sterile.

Il primo ricorso infatti è stato presentato al Tribunale di Bologna, sarà poi la volta di Firenze, Catania e Milano.  Ne abbiamo parlato con Marilisa D’amico, costituzionalista dell’Università Statale di Milano e tra gli avvocati che stanno assistendo alcune delle coppie.

Professoressa D’Ancona, cosa ha stabilito esattamente la CEDU?

«La sentenza afferma che, per le coppie eterosessuali, sposate o conviventi, non si può discriminare tra chi è totalmente infertile e chi lo è parzialmente. In entrambi i casi devono essere assicurati l’accesso alle cure e la possibilità di concepire figli. La Corte chiama infatti in causa l’articolo 14 della Convenzione dei diritti sull’uomo contro le discriminazioni. Ma anche l’articolo 8: in pratica si riconosce che il concetto di famiglia non corrisponde solo alla famiglia biologica, e che ne esistono diversi “modelli”.

Non ci sono più argomenti per consentire la discriminazione tra chi può avere figli propri e chi non può.

È l’argomento che le sei coppie italiane intendono utilizzare nei loro ricorsi?

«Esattamente. Già la sentenza 151 della nostra Corte Costituzionale ha stabilito lo scorso anno che la legge 40 deve tutelare le giuste esigenze della procreazione. Se questo vale per l’uomo che ha solo quattro spermatozoi, perché non dovrebbe valere per chi non ne ha affatto? Riteniamo che il divieto all’eterologa (intesa come cura per l’infertilità di queste persone, ndr.) vada contro gli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione Italiana».

E in che modo la sentenza della Corte europea potrà ripercuotersi sul destino delle coppie italiane?

«Ora possiamo fare leva anche sul comma 1 dell’articolo 117, che obbliga lo Stato a conformarsi all’ordinamento europeo e internazionale. I giudici, inoltre, non potranno più dire che la questione d’incostituzionalità non è fondata. Ci sono quindi solide basi per sperare che i tribunali in cui saranno presentati i ricorsi sollevino il dubbio di incostituzionalità e chiedano l’intervento della Consulta».

E a quel punto?

«La Corte Costituzionale dovrà stabilire se il divieto di accedere alla fecondazione eterologa sia discriminatorio o meno. Contiamo sul fatto che non possa ignorare quanto appena espresso dalla Corte europea. Nell’ipotesi peggiore, se la Consulta negasse per tutti i casi l’incostituzionalità della legge, i cittadini potrebbero impugnare la decisione e chiedere anche per l’Italia l’intervento della CEDU.

 

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