La nuova austerità inutile e dannosa

Da Internazionale n. 849 4/10 giugno 2010 

La nuova austerità inutile e dannosa

I libri di economia e l’esperienza ci dicono che tagliare le spese quando ci sono molti disoccupati è una pessima idea. Aggrava la crisi e non serve a ridurre il deficit

di Paul Krugman

Cosa minaccia di più la nostra incerta ripresa economica? I pericoli sono molti. Ma oggi mi preoccupa soprattutto il difondersi di un’idea secondo me distruttiva: quella secondo cui bisognerebbe smettere di aiutare i disoccupati e cominciare a farli sofrire, anche se la debole ripresa dalla più grave crisi del dopoguerra è appena cominciata.

Quando è scoppiata la crisi quasi tutti i leader del mondo hanno reagito nel modo più giusto: tagliando i tassi di interesse e lasciando crescere i deficit dei loro Paesi. Mettendo in pratica la lezione degli anni trenta sono riusciti a limitare i danni: è stato terribile, ma non c’è stata una seconda grande depressione. Ora, però, in molti editoriali e nei comunicati ufficiali delle organizzazioni internazionali appare sempre più spesso la richiesta ai governi di non sostenere più le loro economie e di cominciare a punirle. Anzi, l’idea che le economie depresse abbiano bisogno di sofrire ancora sembra universalmente accettata. Una di quelle idee che, secondo John Kenneth Galbraith, “in ogni tempo, godono di una favorevole accoglienza in virtù della loro accettabilità”.

Me ne sono reso conto quando ho letto l’ultimo rapporto dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che ha sede a Parigi ed è finanziata dai governi delle economie più avanzate del mondo. L’Ocse è molto cauta e di solito le sue dichiarazioni sono ampiamente condivise. E ora aferma che i leader politici dovrebbero smettere di sostenere la ripresa, alzando di nuovo i tassi di interesse e tagliando drasticamente le spese. Quello che più mi colpisce in questa raccomandazione è che sembra scollegata non solo dalle reali necessità dell’economia mondiale, ma anche dalle proiezioni economiche della stessa Ocse. L’organizzazione sostiene che, nel corso del prossimo anno e mezzo, gli Stati Uniti e gli altri Paesi dell’Ocse dovrebbero alzare di nuovo i tassi di interesse per allontanare il rischio di inflazione. Ma l’inflazione è già bassa e continua a diminuire, e nemmeno l’Ocse prevede che torni a salire. Quindi perché alzare i tassi?

In realtà l’organizzazione è convinta che dobbiamo evitare che i mercati comincino ad aspettarsi l’inflazione, anche se non dovrebbero e non lo stanno ancora facendo, e che dobbiamo scongiurare “la possibilità che nei Paesi dell’Ocse si difondano aspettative di un’inflazione a lungo termine, anche se le proiezioni non lo prevedono”. Questo argomento viene usato per giustificare l’austerità. Ma sia i manuali di economia sia l’esperienza ci dicono che tagliare le spese quando c’è un alto tasso di disoccupazione è una pessima idea. Non solo aggrava la crisi, ma non serve a ridurre il deficit: buona parte di quello che un governo risparmia spendendo meno lo perde comunque perché un’economia più debole riduce il gettito fiscale. E l’Ocse prevede che il tasso di disoccupazione rimarrà alto per anni. Nonostante questo, chiede ai governi di evitare ulteriori piani di stimolo economico e di cominciare il “consolidamento fiscale” a partire dal 2011.

Perché? Ancora una volta, per dare ai mercati qualcosa che in teoria non dovrebbero volere e che per ora neanche chiedono. Oggi gli investitori non sembrano afatto preoccupati della solvibilità del governo statunitense. I tassi di interesse sui titoli di stato federali sono quasi al minimo storico. E anche se i mercati fossero preoccupati per le prospettive finanziarie degli Stati Uniti,tagliare le spese in un periodo di depressione economica non le farebbe di certo migliorare. Invece dobbiamo tagliare, dice l’Ocse, perché un consolidamento inadeguato “potrebbe provocare reazioni ostili da parte dei mercati finanziari”.

La sintesi migliore di questa contraddizione l’ha espressa Martin Wolf sul Financial Times: si è difusa la convinzione che “la politica dovrebbe dare ai mercati quello che forse potrebbero volere in futuro, anche se ora non sembrano chiederlo”. Messa così, sembra una follia. E lo è. Eppure quest’opinione si sta difondendo e sta già avendo conseguenze molto spiacevoli.

La settimana scorsa i parlamentari più conservatori alla Camera dei Rappresentanti statunitense, invocando il rischio di un aggravamento del deficit, hanno ridimensionato una proposta di legge per prorogare gli aiuti ai disoccupati a lungo termine. Il Senato non ha accolto nemmeno i pochi provvedimenti che rimanevano dopo il taglio della Camera. Quindi molte famiglie statunitensi stanno per perdere il sussidio di disoccupazione, l’assicurazione sanitaria o entrambe le cose, e dato che saranno costrette a ridurre le spese metteranno a rischio altri posti di lavoro. E questo è solo l’inizio. La convinzione comune continua a essere che la scelta più responsabile sia far sofrire i disoccupati. Ma mentre i vantaggi che se ne ricaveranno sono solo un’illusione, quella soferenza sarà fin troppo reale.

Paul Kruhman è un economista statunitense. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’economia. Scrive su The New York Times. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La coscienza di un liberal (Laterza 2009).

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