La disumanità che prospera nella patria dell’Umanesimo

A chi parla sempre degli scienziati come poco inclini ad interessarsi di problemi sociali e politici, poveri di umanità, paghi solo dei risultati delle loro ricerche, chiusi nelle loro asettiche torri, suggerisco di leggere il seguente articolo di questo vecchio fisico. Che cosa c’è di poco umano o scarsamente sociale in questo editoriale apparso sulla rivista Sapere del febbraio scorso? Non vi troverete riferimenti alla scienza se non in forma mediata: nella preoccupazione dello stato in cui si trova la scuola pubblica e la cultura in genere. Direi anzi che questo articolo gronda di umanità. Il grido per la tratta degli schiavi,per gli emarginati costretti a pensare solo a procurarsi il minimo vitale, l’amarezza per il gretto particolarismo unito al disprezzo per i diversi e per gli immigrati fanno appello ai sentimenti più nobili. Trovo molto più vuoti di umanità, o se si vuole pieni di qualcos’altro, le dichiarazioni di molti uomini politici responsabili del gramo andazzo del nostro Paese. Un articolo troppo pessimista si dirà; pessimista sì, ma di un pessimismo accorato, apprensivo e tutt’altro che rassegnato.


editoriale


Che dirà la Storia?


Anni fa avevamo un presidente della Repubblica che, ogni anno, nel discorso augurale, ripeteva puntualmente che "la storia è maestra di vita. Nella mia famiglia si era instaurata la consuetudine di scommettere sulla riproposizione di questa massima; e nessuno perdeva la scommessa. È passato del tempo, da allora, quel presidente non ce più e tanta storia ha riempito imprevedibilmente gli anni: difficile dire che il paese sia lo stesso. Possiamo chiederci se la maestra di vita ci ha insegnato qualcosa o se si stia restringendo, nel suo ruolo di maestra unica come piace alla signora Gelmini, a essere di sempre più scarso interesse pubblico. Con disdicevoli fenomeni sparsi tra le sue cronache, che forse mai ci saremmo aspettati in una popolazione che la letteratura dichiara generosa e attenta alle buone maniere. Mai ci saremmo aspettati, per esempio, che ricominciasse, nel secondo millennio, la tratta degli schiavi, favorita da mercanti senza scrupoli di umanità povera e ferita a favore di un mercato che invade ogni anfratto della nostra vita. Addirittura, su questo problema, che di storia dovrebbe averne ormai veramente troppa, campano con posizioni contrastanti ma drastiche e perfino crudeli parti pur diverse della popolazione legittima della penisola; parti incapaci di accoglienza umana, solidarietà, pietà e giustizia: un partito di governo al Nord e la malavita organizzata al Sud. Che cosa può mai insegnarci questa evoluzione mostruosa della storia contemporanea? Sfruttamento e intolleranza sono la sola possibile sorte dei diversi o c’è la possibilità che quegli straordinari gruppi di volontari che si frappongono tra il cinismo e l’indigenza balzino in primo piano come campioni dell’umanità, anche senza bisogno di tuffarsi nel fiume di una convinzione religiosa che poi porterebbe al suo approdo?

Difficile credere che salvare i diversi da una povertà assassina sia una attitudine evoluta dei paesi sviluppati. La tempesta del presente è alimentata da interessi privati: dalla crisi economica, dalle avide manovre dei manager della finanza che sono gli unici a consolidare le loro posizioni a scapito di ogni investimento di pubblico interesse. E qui veniamo, appunto, agli investimenti. Come mai, in questo paese, non si reclama a gran voce l’assoluta centralità della scuola pubblica? Una scuola dove insegnare fuori dai denti la storia vera, quella che ha sostituito le competenze con le astuzie, le dedizioni al bene comune con le truffe, le mafie alle forze dell’ordine, la gestione privata alla conduzione politica democratica, il commercio del superfluo alla ricerca dell’indispensabile? Come mai la cultura ha ceduto il passo allo spettacolo, la pubblicità ha soppiantato l’informazione, l’esibizionismo il desiderio di farsi ascoltare? Che individui saranno i nostri eredi se l’immagine del mondo sarà quella che vedranno attraverso schermi che tengono lontane tutte le catene di cui sono avvolti tanti nostri simili? E perché costruiamo portaerei e aerei da combattimento, chiamiamo missioni di pace alcune guerre fatte perché tutti somiglino a noi, perché costruiamo ed esportiamo armi leggere, perché armiamo bambini di pelle diversa sperando che si uccidano tra loro? Perché non crediamo che la storia già scorsa debba raggiungere tutta l’umanità per far capire che possiamo dividere le risorse, sfruttandole meglio e risparmiandole, per non avere paura del nuovo che richiede intelligenza e disponibilità? Le cose si stanno mettendo male. Come si dice con un linguaggio efficace anche se nuovo, non convergono. La terra è uguale per tutti, ma per alcuni è troppo generosa, per altri è avara alla fame. Le parole più importanti, acqua, agricoltura, energia per alcuni sono un rubinetto, un mercatino rionale, un distributore di benzina o una presa di corrente; per molti, moltissimi, sono un miraggio faticoso e lontano, una natura selvaggia, uno sforzo dei muscoli. La maestra di vita non ha spiegato come si sono emancipati i ricchi del mondo e come hanno potuto lasciare tanti altri fuori del muro. Non ci sono più le colonie ma abbiamo perso il treno quando potevamo lasciare scuole, competenza, valori condivisibili. E ora, stiamo anche dando il cattivo esempio a casa nostra. La scuola si sta tramutando in un servizio da far funzionare perché rispetta certe regole e non perché produce qualità e cultura. Ciò che accade ha interesse se ci tocca direttamente, se incide sul quotidiano e sulla nostra tribù: è la privatizzazione del sociale, il dominio dei piccoli ma redditizi comitati d’affari, l’estraneità dell’interesse comune. Essere politici vuol dire gestire il consenso, non già capire il meglio per tutti.

Verrebbe voglia di dire: qui ci vuole una rivoluzione. Ma è stato già detto tante volte senza effetto, perché le rivoluzioni finiscono inevitabilmente con l’avere un leader che poi vuole tutti a sua immagine e simiglianza. Gli studenti iraniani ne sanno qualcosa. Si studia, a scuola, ciò che succede in Iran e non deve assolutamente accadere da noi? Temo di no. Ma noi, anche senza rivoluzione di piazza, non abbiamo per caso dato spazio a un leader, diciamo pure a un "soft leader" per non essere accusati di faziosità? E come faremo a fronteggiare il mercato asiatico se quello si preoccupa soprattutto dei prodotti e dell’innovazione e noi soprattutto dei profitti? Mi si dice che, nelle nostre scuole, è impossibile contestualizzare le discipline che si insegnano, parlare del ruolo sociale della matematica, della filosofia, della storia, della biologia, dell’arte, della chimica o della fisica, della letteratura: i professori italiani si fanno un punto d’onore di essere specialisti ((puri" anche quando poi non lo sono. Non sarà un espediente per nascondere l’inadeguatezza della nostra cultura di massa attuale? Non sarà un modo per lasciare agli opinionisti dei mass-media il pacchetto delle cose in cui credere o non credere? Non sarà un modo per far sì che, senza tanti elementi di "prova", una parolina, un aggettivo in più ci induca a credere che tutti i malfattori sono stranieri, tutti i manager hanno diritto a speciali bonus, tutti i pentiti sono infami, tutti i giudici agiscono per odio, e così via? Ho l’impressione che si parli poco e senza idee chiare. A scuola meno che mai. La maestra di vita sembra andata in pensione senza rimpiazzo. Ne vogliamo discutere?

Carlo Bernardini

SAPERE – FEBBRAIO 2010 PAG. 5

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