Le correzioni della Corte Costituzionale migliorano l’applicazione della legge 40

Due notizie dalla rivista Sapere dicembre 2009 pagg. 64-65. Quella riportata in oggetto è preceduta da un’altra che riguarda la nostra bassa posizione nella classifica europea, già non brillantissima, per spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL. Come percentuale del numero di ricercatori siamo solo quart’ultimi. Allegria!


a cura di Galileo

mappamondo

al palo per R&S

 

 

Unione Europea/1

Il grafico degli investimenti in ricerca e sviluppo nell’UE dei 27 è piatto. Lo comunica l’Eurostat che ha diffuso all’inizio di settembre scorso i dati del rapporto su scienza tecnologia e innovazione in Europa: nel 2007, i 27 stati membri hanno investito complessivamente poco meno di 229 miliardi di euro, l’1,85 per cento del PIL europeo. Praticamente la stessa quota del 2006. Tre nazioni rappresentano da sole il 60 per cento degli investimenti: Germania, con 62 miliardi (il 2,54 per cento del PIL), Francia con 39 miliardi (il 2,08 per cento), e Gran Bretagna con 37 miliardi (l’1,79 per cento). Stilando una classifica per percentuale del PIL, invece, le più virtuose sono Svezia con il 3,6 per cento, Finlandia con il 3,47 per cento, Austria con il 2,56 per cento; fanalino di coda è Cipro, con lo 0,45 per cento. L’Italia? La tabella diffusa da Eurostat riporta i dati del 2006, perché quelli del 2007 non sono disponibili. La spesa era allora di 16.831 miliardi di euro, corrispondenti all’1,13 per cento del PIL. Cifra ben inferiore alla media europea e soprattutto a quel 3 per cento che, secondo la Strategia di Lisbona, andrebbe raggiunto entro il 2010. Altri dati emersi dal rapporto riguardano la percentuale di ricercatori, che arrivano quasi all’un per cento in Europa e rappresentano lo 0,6 per cento nel nostro paese, come in Polonia e nei Paesi Bassi; dietro di noi solo Turchia, Romania, Bulgaria e Cipro. Per quanto riguarda il numero di impiegati totali nel settore – non solo ricercatori – la Finlandia è al primo posto (3,2 per cento), l’Italia è al sedicesimo posto (1,3 per cento) mentre l’ultimo spetta alla Romania (0,6 per cento).

 

Italia

Sei mesi dopo dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato parzialmente illegittima la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), sono arrivati i primi dati sugli esiti dei trattamenti post-delibera. E confermano quello che ci si aspettava: tolti gli obblighi di fecondare solo tre ovuli per ogni ciclo di trattamento e di impiantare contemporaneamente nell’utero tutti gli embrioni ottenuti, aumentano le gravidanze che vanno a buon fine e diminuiscono i parti gemellari. Questi primi numeri – presentati durante la conferenza stampa di apertura del convegno "Processo alla PMA. L’appello", in corso a Ponzano Veneto dal 24 al 26 settembre scorso – si riferiscono all’attività dei sei centri affiliati Tecnobios Procreazione e mettono a confronto gli esiti di 662 prelievi di ovociti effettuati tra maggio e luglio del 2008 con i 572 prelevati tra gli stessi mesi del 2009, cioè prima e dopo la sentenza della Corte Costituzionale. È emerso che nelle donne sotto i 35 anni la percentuale di gravidanze per prelievi di significativi i numeri che riguardano le donne sopra i 42 anni, dove la percentuale di gravidanze per ovociti prelevati è salita dal 2,8 al 7 per cento e quella per embrioni trasferiti dal 4 al 9,1 per cento. Molto buoni anche i risultati per quelle coppie in cui l’uomo aveva una grave sterilità: qui la percentuale di gravidanze per prelievo di ovociti è passata dal 14,8 al 28 per cento, e quella per transfer dal 20 al 30 per cento. «Volevamo capire come sta cambiando la percentuale di risultati positivi dopo la sentenza della Consulta», ha spiegato Andrea Borini, responsabile clinico e scientifico di Tecnobios Procreazione: «Come mostravano anche i dati raccolti dal registro nazionale sulla PMA, non poter utilizzare più di tre ovociti nel caso in cui il partner maschile abbia un campione seminale con grandi alterazioni nel numero o nella motilità degli spermatozoi, o nei casi in cui la donna abbia un’età superiore ai 40 anni, significa diminuire di molto le probabilità di gravidanza. Al tempo stesso, trasferire per forza tre embrioni in una donna che ha meno di 35 anni comporta un alto rischio di gravidanze multiple». Come ha sottolineato Carlo Flamigni, decano della procreazione medicalmente assistita in Italia, il campione è ancora piccolo e si tratta di dati preliminari: «Da un punto di vista scientifico al momento ancora non si può fare un vero paragone tra il pre e il post sentenza; per farlo sarà necessario condurre uno studio randomizzato che rispetti tutti i criteri degli studi in medicina. Ma è comunque una ricerca osservazionale valida, che mostra differenze di percentuale importanti»

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