Un presidente del Consiglio con un alto senso dello stato. Chi? Olmert

Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse sono infondate da cittadino qualunque”.
Se uno non avesse letto l’oggetto di questo intervento, forse crederebbe di aver sognato o di trovarsi d’incanto in un altro paese. E proprio da un cittadino premier di un’altro Paese sono le parole qui riportate, parole che dovrebbero essere incise a caratteri di fuoco nella mente di ogni persona che si professi democratico e – va da sé – in quella del capo del governo. Purtroppo le dichiarazioni che sentiamo quasi ogni giorno da quella fonte sono di tutt’altro genere: querimonie, attacchi alla magistratura, alla stampa, insofferenza per le istituzioni e perfino per la Costituzione. E queste parole appaiono tanto più stonate proprio perché pronunciate in quel paese da dove vengono esempi di rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini difronte alla legge. Ci ha pensato il coro gracidante degli amici del Cavaliere? O si accontenta dei contorsionismi del tipo "primus super pares"?
Da Il Fatto Quotidiano di martedì 2 febbraio

Tu vuoi fa’ l’israeliano

di Marco Travaglio   

Se c’è un posto dove il Banana non dovrebbe mettere mai piede è Israele. Invece vi stazionerà per tre giorni, seguito da una carovana di sei ministri e
un centinaio di portaborse e veline. Roba da far impallidire la spedizione di Craxi in Cina, quando Andreotti, accompagnato dalla sola moglie, commentò:
“Sono stato in Cina con Craxi e i suoi cari”. Prim’ancora di arrivare, il nostro premier da esportazione ha impartito agli israeliani una prima lezione
di democrazia, insultando sul quotidiano Haaretz i giornali che lo criticano e i giudici che lo processano. Intervista accolta con vivo stupore dagli israeliani,
che in perfetta lingua ebraica hanno commentato: “Embè?”. In quello strano paese i giornali sono abituati a criticare i presidenti del Consiglio e anche
della Repubblica, e i giudici a processarli. Il laburista Yitzhak Rabin, negli anni Settanta, si vide stoppare la carriera politica da un’inchiesta per
un conto aperto da sua moglie. Più recentemente Ariel Sharon, già fermato da un’indagine sulla guerra in Libano durante la quale non aveva mosso un dito
contro la strage falangista di palestinesi a Sabra e Chatila, era tornato sotto inchiesta per finanziamenti illeciti al suo partito. E, dopo di lui, era
finito nei guai anche suo figlio. Il penultimo presidente della Repubblica, Moshe Katsav, bersagliato da quella che il Banana chiamerebbe una “campagna
di odio” e che invece era una normale campagna di stampa, era finito sotto inchiesta per presunte molestie sessuali ai danni di alcune segretarie. Anche
in Israele il capo dello Stato (come in Italia, in Francia, in Grecia e in Portogallo) gode di un particolare status d’immunità, almeno per i delitti legati
alle funzioni che esercita come rappresentante della Nazione. Ma Katsav si spogliò dello scudo e si dimise, essendo i reati di cui era accusato chiaramente
sganciati dalla carica che ricopriva. Non possedeva, povero lui, giornali e tv da usare per inventare oscuri complotti ai suoi danni. Anche Ehud Olmert,
il penultimo presidente del Consiglio di questo paese perennemente in guerra, s’è dimesso due estati fa perché indagato per un piccolo finanziamento elettorale
non dichiarato di 150 mila dollari dal magnate americano Morris Talansky (ma anche per aver acquistato sottocosto un appartamento di 300 mq nel quartiere
più chic di Gerusalemme: vero Renata Polverini?). Anziché invocare lodi schifani o alfani, accampare legittimi impedimenti, proporre immunità parlamentari
o ministeriali, approvare processi brevi cioè morti, minacciare riforme della giustizia, chiedere di essere giudicato “dai miei pari” o dispari, proclamarsi
“primus super pares”, portarsi in Parlamento i suoi avvocati, depenalizzare i suoi reati, comprare o ricusare i suoi giudici, tentare la fuga a Brescia,
strillare alla persecuzione, Olmert se n’è andato con una pubblica dichiarazione in tv che andrebbe scolpita a caratteri d’oro all’ingresso di Montecitorio,
di Palazzo Madama, di Palazzo Chigi e del Quirinale: “Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino.
Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto
che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché
anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse sono infondate da cittadino qualunque”. Ultimamente – come ricorda
Giuseppe D’Avanzo su Repubblica – “dopo insistenti inchieste giornalistiche – anche della tv pubblica –, due ministri, Avraham Hirchson (Kadima) e Shlomo
Benizri (Shas), sono stati condannati a 5 e 4 anni di carcere per corruzione e riciclaggio”. Cose che accadono nelle altre democrazie, anzi nelle democrazie.
Se i giudici processano un politico, salta il politico. In Italia salta il processo o salta il giudice.

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