Cosa Nostra e il Cavaliere, la dove insistono i pm

Da Il Fatto Quotidiano di martedì 2 febbraio

Cosa Nostra e il Cavaliere, la dove insistono i pm

DALLA BANCA RASINI, ALLO STALLIERE MANGANO, FINO A RETESICILIA ACQUISTATA DA GALLIANI NEL 1980

Palermo   

Berlusconi e Cosa Nostra: ecco i principali ”incontri ravvicinati” emersi dalle carte giudiziarie negli ultimi anni, alcuni dei quali hanno indotto i
giudici del verdetto di Firenze sulle stragi del ’93 a considerare ”non meramente episodici” i rapporti tra il Cavaliere e i boss. Il punto di partenza
per decifrare la scalata economica del premier è la Banca Rasini, indicata da Sindona come “’la banca della mafia”’. Sugli affari dell’istituto milanese
la procura di Palermo ha indagato a lungo nell’ambito dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri, sequestrandone gli archivi, ma arrivando solo a sfiorare Silvio
Berlusconi.    Sportello unico a Milano, in piazza dei Mercanti n.8, la Banca Rasini è la cassaforte che negli anni Settanta finanzia tutte le prime operazioni
immobiliari del Cavaliere. Fondatori negli anni Cinquanta sono i Rasini, aristocratici di Milano; a loro subentrano gli Azzaretto, Giuseppe e Dario, padre
e figlio, di Misilmeri, alle porte di Palermo. Giuseppe Azzaretto è considerato uomo vicino ad ambienti Vaticani e ad Andreotti. Alla Banca Rasini lavora,
fino alla pensione, Luigi Berlusconi, il padre di Silvio. Nel 1973, dopo che la Rasini sas diventa una Spa, il timone della banca passa nelle mani degli
Azzaretto e l’istituto si inabissa nella palude di affari sempre più oscuri.    Dieci anni dopo, è lo sportello dei grandi riciclatori arrestati nel blitz
di San Valentino. La procura di Palermo alla fine degli anni Novanta, ipotizza che da quella banca passano i flussi finanziari poi confluiti nelle holding
della Fininvest, ma non riesce a provarlo. Da Misilmeri, arrivano anche i fratelli Antonio e Giuseppe Inzaranto, proprietari di Retesicilia, la prima tv
locale acquisita da Adriano Galliani che nel 1980 – per conto di Berlusconi – siede nel cda dell’emittente. Giuseppe Inzaranto è marito di una nipote del
boss Masino Buscetta. L’inchiesta palermitana, che ipotizza il riciclaggio a carico di Dell’Utri, finisce con un’archiviazione. Ma secondo alcuni pentiti,
è addirittura il boss Stefano Bontade il socio occulto di Berlusconi. Secondo il racconto del pentito Francesco Di Carlo, reso nel processo a Dell’Utri,
i due si incontrano a Milano, negli uffici della Edilnord di Foro Bonaparte. Anfitrione: Marcello Dell’Utri.    È il 1974. Berlusconi è preoccupato ”per
la sicurezza dei suoi familiari”. Oltre a Bontade e Di Carlo, sono presenti i mafiosi Gaetano Cinà e Mimmo Teresi. Berlusconi manifesta a Bontade la preoccupazione
per i rapimenti e il boss gli garantisce l’invio di persone che possano proteggere la sua famiglia. Lasciando l’ufficio, il boss commenta favorevolmente
l’incontro e Cinà fa il nome di Vittorio Mangano, la persona da mandare ad Arcore proteggere Berlusconi. Il Cavaliere nega l’incontro e nega di aver mai
sospettato che Mangano fosse mafioso. Ma che Berlusconi sappia esattamente chi è lo stalliere di Arcore, emerge chiaramente dalla telefonata intercettata
dalla polizia, nella quale il capo della Fininvest commenta con Dell’Utri la bomba esplosa contro la cancellata della sua azienda, il 28 novembre 1986
in via Rovani, a Milano. Berlusconi dice: ‘È Mangano. Una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto…. Secondo me, come un altro
manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba”    Dell’Utri: ”Alla Mangano, sì”. Berlusconi: ”Uno dice: ma e’ arrivata una
raccomandata, caro dottore? Lui ha messo una bomba”. I due ridono. Dell’Utri: ”Lui non sa scrivere!” Altre risate. Berlusconi: ”Su con la vita!”  
g.l.b. e s.r.

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