Scuola: l’opinione del fisico Carlo Bernardini

Questo è il quadro impietoso della scuola italiana che Carlo Bernardini traccia sulla rivista Sapere di ottobre. Finché l’opinione pubblica non valuterà appieno questo dissesto, non sorprenderanno il basso punteggio conseguito dagli studenti italiani nelle classifiche internazionali e le conseguenze prevedibili per il nostro futuro sviluppo.


editoriale

Riconquistare la scuola

Che la
scuola pubblica italiana sia allo sbando è un fatto ormai conclamato. L’importante
è capire esattamente che cosa vuol dire sbando; e non posso fare a meno di
metterci un punto di vista che non mi sembra ancora ben considerato, anche se
tutti prima o poi dicono che il problema è soprattutto di qualità più che di
quantità. Non apro su­bito il fuoco contro il ministro Gelmini perché il
"tiro al ministro" non è il mio forte, dacché conosco i ministeri.
Ogni volta che un ministro si alterna al suo predecessore punto gli occhi,
ormai da anni, su le truppe scelte che popolano la roccaforte di viale
Trastevere: e ci ritrovo sempre gli stessi ano­nimi marescialli che inondano
le dirigenze scolastiche locali di prescrizioni con cui il governo
dell’istituzione non esce dalle mura del maniero. Con­trollare la dirigenza
locale, degli istituti, e le sue velleitarie autonomie è ormai una specialità
ministeriale inalienabile. È da lì, col benestare del ministro, che nascono i
cinque in condotta, i grembiulini, gli elenchi dei precari da arginare, le
licenze di valutare agli insegnanti parassiti di reli­gione. E come potrebbe
nascere mai un ‘analisi della qualità? Perché la scuola ha un robustissimo
zoccolo di "si è sempre fatto così" che fa da si­stema di
riferimento accreditato, un sistema in cui tutte le relazioni di causa ed
effetto sono state già verificate e non producono più sorprese. Come si
impara a ragionare? Studiando il latino, che diamine! E la storia come deve
essere periodizzata? Mi raccomando, niente storia contempo­ranea compromettente!
E le scienze? Q.B., quanto basta, lo dicevano i no­stri grandi. don Benedetto
in particolare. Il massimo guizzo innovatore furono le famose "tre
I" di inglese, informatica e impresa: roba da leccarsi i baffi. E giù
nomi, parole, nozioni da registrare nei cervelli dei ragazzi che tra
non molto verranno
dotati di porte USB per entrarci con apposite car­tucce: si fa prima.

Perciò, sono rimasto molto impressionato quando, in un ricco articolo
del­l’Espresso (n. 36 del 10 settembre 2009) "La scuola è da rifare",
a firma di Daniela Minerva (la "nostra" cara Daniela) eMariaveronica
Orrigoni, ho visto una perla di analisi: l’intervista di Daniela, in un box a
pag. 64 a un esperto, un vero esperto, il collega e amico Mauro Palma. "La
scuola aiuta a vivere"; sì, ma a patto che…. e Mauro Palma non ha peli sulla
lingua: non è un funzionario, lui. è un Professore con la P maiuscola e sa
benis­simo che cosa distingue il capire dall’imparare. Ma non troverete funzio­nari,
per alti che siano, capaci di dire con conoscenza di causa che «a partire dalla
scuola media domina una visione narrata delle scienze» op­pure «inutile fare infinite
espressioni di primo grado senza sapere che sono il modo di cercare qualcosa
che non conosciamo avendo tutte le informazioni necessarie e così via. Merita
fotocopiarlo e metterselo sul cuore per tirarlo fuori quando capita di
affrontare una pubblica discussione.

Ma in questi giorni la situazione
si sta aggravando perché, se non fosse per questi exploit dell’
Espresso, ci accapiglieremmo per futili motivi: nonostante la profusione di
graduatorie internazionali che nessuno capisce se non per il fatto che siamo
dietro a tutti, il ministero precarizza, gonfia numerica­mente le classi,
minaccia rigori contro quegli scapestrati dei giovani. La qualità richiede, per
essere apprezzata, una certa competenza consapevole di che cosa è un
"giovane". Ma il ministero non sembra sapere cosa sia: come non
sospettare che una sottile operazione di smantellamento della scuola pubblica
sia in atto? Se solo chi può pagarsela ha diritto all’istru­zione, fra poco una
grande popolazione di analfabeti smetterà di leggere persino i giornali che
sparlano del premier, difendono gli immigrati, irri­dono il pensiero leghista,
contestano i guadagni dei supermanager e si im­picciano di rientro di capitali.
Tanto, ciò che si deve sapere lo si può ap­prendere in comodi canali
televisivi, cioè nella vera scuola privata del mer­cato, governata come si
governa un mercato e non un circuito di pubblica informazione. Che poi in altri
paesi la scuola pubblica abbia miglior for­tuna, come si fa a capirlo? La
scuola sempre scuola è, a Catania come al Polo Nord. Studiate e zitti! Cosa
volete pretendere voi di capire su come si supera la crisi, come si sconfigge
la mafia, come si evita la disoccupazione, come si interrompe la morte sul
lavoro, come si ridà un tetto ai terremotati e così via? Possibile che ci sia
tanta gente presuntuosa che pretende di so­stenere che questi problemi
potrebbero essere risolti con un po’ di vera com­petenza? E che la competenza
si acquista a scuola?

Bisognerà che ci decidiamo a
farci le idee chiare sul fatto che la qualità dobbiamo averla e produrla nei
fatti e non nella sola tradizione culturale. È possibile? Penso di sì, ma il
lavoro per ottenerlo è veramente enorme: perché in troppi remano contro: se il
conservatorismo è, come a me sembra, una malattia cronica del sottobosco
ministeriale, per la maggior parte degli italiani non solo la scuola non è il
problema dei problemi, ma è addirittura un problema d’altri. Senza accorgersi
che per questi altri il problema è sol­tanto "quanto costa?": un
problema di spesa e non di investimento. Se c’è un motivo per non condividere
le politiche attuali, per desiderare un cam­biamento radicale (non sto parlando
del governo ma del sistema che manda avanti la nostra democrazia, se così
possiamo ancora chiamarla) questo motivo sta nella marginalità politica della
scuola. Non vi sembri poco: se questo paese ha un futuro, è da lì che quel
futuro deve passare. Da quello che sapranno fare gli eredi del paese attuale.

Ho seguito con apprensione i recenti
dibattiti sul fare largo ai giovani. Sì, va bene: ma noi vecchi abbiamo le
vicende vissute che non possono essere sca­ricate nel passato. I giovani
possono fare, noi vecchi possiamo evitare che si rifaccia ciò che già non ha
funzionato. Discutiamo senza inibizioni: se riu­sciamo a portare avanti
congetture plausibili di azioni necessarie, ci sarà bi­sogno di tutti per
capire come si fa. Abbiamo una tale incrostazione di cat­tive abitudini, di
pregiudizi, di idiosincrasie che non riusciremo a rieducarci da soli; ma se la
funzione della scuola resta quella di spingere avanti la palla del peggio già
trascorso, faremo la figura degli scarabei stercorari. Cercateli
sull’enciclopedia: sono una nozione istruttiva nonché esemplare.

Carlo Berrnardini

SAPERE – OTTOBRE 2009 PAG. 5

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