L’opinione di un autorevole giornalista liberale

Anche Piero Ottone, sulla cui credibilità vorrei vedere se un Feltri o un Belpietro possano obiettare, riconosce che nella realtà del giornalismo odierno oggetto di intimidazioni c’è qualcosa che non va.
Da "Il Fatto Quotidiano" di mercoledì 16 dicembre-link valido per gli abbonati

PIERO OTTONE

“Questa stampa
spuntata
sotto
il tacco di Silvio”

di Stefano Feltri

Sono sessant’anni che
Piero Ottone fa il giornalista, ha diretto il Secolo XIX e il Corriere della
Sera negli anni del terrorismo. E oggi, ottantacinquenne, dice: “Quando la
nostra generazione, negli anni Settanta, cominciava a prendere in mano le redini
dei giornali aveva un senso di ribellione contro quel giornalismo conformista
alla Mario Missiroli. Anche nel giornalismo ci sono periodi migliori e periodi
peggiori, come quello che stiamo vivendo”.

Ieri alla Camera
Fabrizio Cicchitto, capogruppo dei deputati del Pdl, se l’è presa con la
“campagna di odio iniziata fin dal 1994”, soprattutto da il Fatto e dal
gruppo Espresso-Repubblica, della cui storia Ottone è un pezzo importante. Dice:
“Queste polemiche sono stupidaggini. Ogni frase è risposta a una frase
precedente, è come quando i bambini dicono ‘ha cominciato lui’. L’atmosfera in
Italia è quella che è. Non c’è da dare la colpa a nessuno, a destra o a
sinistra, cercare i mandanti è un esercizio futile”.

Alla fine degli anni
Ottanta Ottone lavorava alla Mondadori dell’amico Mario Formenton. Dopo che
Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendettero le loro quote alla Mondadori, di
cui erano già azionisti Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, Ottone aveva il
compito di curare le relazioni con il gruppo Espresso. Ha appena ripubblicato
“La guerra della rosa” (Longanesi), il libro in cui racconta la guerra di
Segrate tra De Benedetti e Berlusconi per il controllo della Mondadori vista
dall’interno. Una guerra che ancora non è finita: il 22 dicembre c’è la prossima
udienza sul risarcimento da 750 milioni di euro che la Fininvest deve pagare per
la corruzione giudiziaria con cui Berlusconi ha strappato l’azienda a De
Benedetti   (che, con una mediazione, conservò il gruppo Espresso con la
Repubblica
, il settimanale e le testate locali). “E’ stato un episodio
importante nella storia di questo Paese e del suo giornalismo ma non spiega
tutto”, racconta oggi, con la consapevolezza di chi si è trovato a negoziare per
evitare che perfino la Repubblica e l’Espresso diventassero
berlusconiani.

Secondo Ottone nella
storia del nostro giornalismo si osservano “fenomeni che non sono mai
riconducibili a un fatto solo, per esempio che in Italia sia considerato normale
che i giornali appartengano a grandi gruppi di interesse. Ma conservare una
certa autonomia è possibile. Giulio De Benedetti, il grande direttore de la
Stampa
nel dopoguerra, perseguiva il pareggio di bilancio, per garantirsi un
margine di indipendenza dalla Fiat e anche Luigi Albertini, che del Corriere
è diventato azionista, aveva un suo orgoglio professionale che gli permetteva di
non prendere ordini dalla proprietà, così come più tardi anche Scalfari è stato
alieno da condizionamenti”.

Quello della proprietà è
un problema di contesto (“siamo abituati a giornali di poteri finanziari o di
gruppi ideologici”), poi ci sono le deficienze individuali dei giornalisti.
Ottone le riassume così: “In Italia in materia di obiettività il massimo che si
può chiedere ai giornalisti sembra essere di dichiarare da quale parte stanno,
ecco, con una categoria di questo tipo il nostro non è un giornalismo
paragonabile a quello del resto dell’occidente”. Ottone ha visto Berlusconi
conquistare la Mondadori, prendere possesso dell’azienda preparandosi a
espugnare per conto di Bettino Craxi le testate nemiche: “Segrate era la
capitale dell’impero, occupata la capitale bisognava estendere l’occupazione
alle province”. Poi l’occupazione è fallita, il gruppo Espresso è andato a De
Benedetti, ma quella guerra ha chiuso una stagione: “Il tono e la qualità dei
giornali dipende molto dalla situazione circostante. Negli anni Settanta e
Ottanta il potere politico era in declino e quindi si aprivano maggiori spazi
per i giornali”.

Poi c’è stata la breve
stagione di Mani Pulite subito seguita dal berlusconismo e “oggi la stampa
italiana è molto meno spregiudicata, ma non continuerà a essere così dopo
Berlusconi, perché soltanto lui ha il carisma, il denaro e la capacità di tenere
tutti in riga”. Per ora, però, resta la domanda: ma in Italia c’è una vera
libertà di stampa anche oggi che Cicchitto attribuisce ad alcuni giornalisti la
responsabilità di aver armato la mano dello squilibrato che ha colpito
Berlusconi a Milano? La risposta Ottone l’ha affidata al suo libro: “L’Italia
contemporanea, nella quale è possibile manifestare dissenso, critica e magari
vilipendio, non è una dittatura. È però anche vero che in una vera democrazia,
in un Paese libero nella sostanza oltre che nella forma, il fiume
dell’informazione giornalistica, quell’informazione che si presenta ai cittadini
come autonoma e indipendente, non subisce limitazioni, intimidazioni,
condizionamenti”.  

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