Dai furori sessantottini ai furori berlusconiani

 

Il più squallido dei servi del Cavaliere: personaggio dalle mille giravolte; prima giovane ardimentoso del ’68, quindi in odor di socialismo lombardiano, poi convertito sulla via della P2 da Gelli e recuperato da Craxi, non poteva che finire col fare il cavalier servente del Cavaliere. Luca Telese lo definisce "testa d’ariete del berlusconismo", con tutto il rispetto per gli arieti.
Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 16 dicembre

Quel sorriso da Joker, dal marxi-cicchittismo al cicchi-berlusconismo



 

VITA E OPERE DI FABRIZIO CICCHITTO: LA P2 E I PROGRESSISTI, L’ANTIAMERICANISMO E I VERSI DI BONDI


 

di Luca Telese




 

  
Per noi che (a sentir lui) saremmo
“un mattinale delle procure” affiliato al “network dell’odio” (di al
Qaeda stranamente non ha parlato) è doveroso premettere che Fabrizio
Cicchitto (oggi la più frenetica testa d’ariete della falange di



 

attacco berlusconiana) è una
persona amabile: il suo inconfondibile sorriso mascellato da Joker è in
realtà segnato da una storia politica complessa e dolorosa. In questi
giorni lo si vede sempre in tv: speciale Tg1, al Tg2, Tg5, impegnato a
spiegare che Tartaglia non è un ragazzo psicolabile, ma un giovane
pasdaran prodotto da “una campagna d’odio” (la nostra, pare). Chissà
come mai Cicchitto non dice che la famiglia Tartaglia non era
girotondina ma, lo dice il padre, craxiana come lui.

  
Esordi. Il primo a notarlo, questo
focoso ragazzo uscito dal turbine del 1968 (“Quando con i fasci ci
facevo a botte – sorrideva Cicchi – ma prendendole”) fu il mitico
Fortebraccio. Alla penna più affilata del’Unità, il furore ideologico
di questo giovane – antiamericano e massimalista – che usciva dal
movimento per diventare socialista lombardiano ispirò una definizione
divina, che battezzava una nuova corrente ideologica: “Il
marxismo-cicchittismo”.

  
Tessera 2232. “Cicchi” era già come oggi: ardimentoso


 

, intellettualmente spericolato,
amante delle parole grosse, un debole per le polemiche. La sua prima
vita politica si interruppe drammaticamente ai tempi in cui la corrente
lombardiana frequentava il convento delle convertite e lui era uno dei
discepoli del vecchio maestro socialista. Erano già uscite le voci
sulla sua affiliazione alla P2 e Cicchitto risultava essere
intestatario della tessera 2232 (data di iniziazione 12 dicembre 1980).
In una riunione drammatica il vecchio Lombardi gli chiese: “E’ vero che
sei affiliato?”. Lui, mesto, rispose: “Sì”. Allora Lombardi gettò il
suo bastone per terra e lo schiaffeggiò platealmente: “Ammetti tutto. E
basta”. Chicchitto ammise (e fu uno dei pochi): “La politica italiana è
una guerra per bande – disse – mi sentii isolato, mi iscrissi per
cercare protezione”. Raccontò tutto dopo una celebre lettera aperta di
Giampiero Mughini (“A un fratello smarrito”). Nell’Italia in cui tutti
negavano, questa confessione gli costò 7 lunghi anni di purgatorio. A
riabilitarlo fu Bettino Craxi, che nell’ottobre del 1987, da Milano, lo
evocò in una assemblea socialista, pur senza nominarlo: “Abbiamo
affrontato il problema di un compagno che ammise di essersi iscritto
alla P2 e di aver commesso un errore… E’ stato 7 anni ai margini del
partito, ci siamo chiesti se era giusto che continuasse così”. Craxi
fece una delle sue storiche pause e concluse: “Abbiamo concluso che non



 

era giusto”.

  
“Progressista berlusconiano”. Tornò
con una responsabilità minore, nel settore economico, e quello stesso
gusto per la polemica. Si cosparse il capo di cenere e (intervistato da
Giuliano



 

Ferrara) giurò: “Non mi associo
più nemmeno a una bocciofila”. Poi, amarissimo: “Quando sei in
disgrazia quelli a cui hai dato una mano non te lo perdonano”. Raccontò
cosa gli aveva detto Craxi: “Devi ricominciare da zero”. Ma una volta
tornato in pista ci prese gusto. Amava sparare sul Pci (“Non c’è niente
di peggio che il sovversivismo moderato”) e le tv di Berlusconi (“Tv
privata? Gli squali attendono”). Riesce a diventare capogruppo del Psi
nel 1994, ma di nuovo il mondo gli cade sulla testa (con Tangentopoli
il garofano si estingue). Una volta incrocia le lame con Giuliano
Ferrara: “Giulianoferraratogliatticraxiberlusconi”, lo battezza.
L’Elefantino risponde coniando un feroce acronimo parallelo:
“Fabriziocicchittosignorileortolanigelli” (la peggio l’ha avuta lui).
Nero Nesi, ex compagno, testimone del drammatico colloquio con
Lombardi: “Quando parla della sinistra, lo fa con astio. Sembra un
prete spretato”. Lui avvalora: “La sinistra è finita nel ‘92, la casa
dei socialisti è nel Pdl”. Pochi ricordano però, che nel 1994, ai tempi
della discesa in campo, “Cicchi” si candidò in Puglia. Con il
Cavaliere? Macché: contro di lui, con i Progressisti. Ne uscì con
amarezza dopo la mancata elezione (aveva davanti Occhetto). Inizia una
fase (come racconta il suo compagno di allora, Bobo Craxi) “di
carboneria socialista”. Tempi grami e difficili, scampoli di
eleggibilità.



 

  
Il convertito di Arcore. Così nel
1999, con Margherita Boniver, approda alla corte del Cavaliere, a cui
viene presentato da Gianni De Michelis. Scrive articoli, saggi, libri:
da quelle parti serve come il pane. Il polemismo è sempre il suo
tallone d’Achille. Querela l’Unità per aver citato



 

la via dove abita, dà del
“traditore di Craxi” a Claudio Martelli. a Barbara Romano su Libero
dice: “Ho fatto due grandi errori, nella vita. Il primo iscrivermi alla
P2”. E l’altro? “Corteggiare le ragazze citando Weber, col risultato
che quelle scappavano dai palestrati”. Dopo le lezioni del 2008 diventa
capogruppo del Pdl a Montecitorio. Purgatorio finito?. Berlusconi grida
a Italo Bocchino: “Gli serve un sarto! Portalo da Mazzuoccolo!”. Arriva
persino la consacrazione letteraria degli indimenticabili versi che il
ministro Bondi gli dedica: “La mia fede/ è la tenerezza dei tuoi
sguardi./ La tua fede è nelle parole che cerco”. Malgrado l’idillio è
lui il protagonista della rottura con An che precede il Predellino. Lo
fischiano al Lirico di Assisi: “Questi stronzi – lo sente gridare al
telefonino Francesco Specchia di Libero – mi hanno messo davanti al
plotone d’esecuzione”. Di nuovo grida all’imbarbarimento, di nuovo
esibisce quel sorriso da Joker triste in tv. E a noi “del network
dell’odio”, quel malinconico zelo fa simpatia. Sarà, come dice Bondi,
la tenerezza dei suoi sguardi? E’ il cicchi-berlusconismo, bellezza.




 


 
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