L’università reale


 

di Francesco Sylos Labini (*) e Stefano Zapperi (**)




 

  
L’organizzazione dell’università
ideale è stata descritta in ogni dettaglio da alcuni economisti della
Bocconi. Il modello è quello di un’università a gestione privatistica,
finanziata principalmente dalle rette studentesche e non più dallo
Stato, con totale libertà nel reclutamento e nella didattica. Questo
sistema garantirebbe eccellenza, farebbe scomparire il nepotismo
accademico e chiudere le università improduttive. Tuttavia, per portare
a compimento un programma di questo tipo, occorre prima di tutto radere
al suolo il sistema esistente. A questo fine giova dimostrare che
l’università e la ricerca italiana sono di qualità assolutamente
scadente nonostante siano finanziate addirittura in maniera eccessiva.
Si sbandierano



 

le classifiche internazionali e si
scelgono gli indicatori statistici più appropriati sulla produttività
scientifica e sulla spesa pubblica destinata all’università,
utilizzando a volte metodi discutibili per tirare le statistiche dalla
propria parte. Il modello sembra rifarsi a una versione estremizzata
del sistema universitario statunitense dove le rette sono in genere
molto alte anche se esiste una vasta rete di università pubbliche. In
Europa il sistema universitario è invece prevalentemente pubblico, con
rette studentesche che in molti casi sono addirittura inferiori a
quelle italiane. Inoltre vi è spesso un forte sostegno al “diritto allo
studio”, conresidenzeuniversitarieeborse di studio che manca in Italia.
Se vogliamo imitare gli altri paesi, perché non cominciare portando il
finanziamento a università e ricerca al livello degli Stati Uniti o
almeno a



 

quello della media dei paesi Ocse?
Il disegno di legge sull’università recentemente presentato dal governo
aggiunge un tassello al piano di smantellamento del sistema pubblico e
di costruzione del nuovo modello privatistico. A questo piano
concorrono i tagli strutturali al finanziamento universitario decisi
l’anno scorso dal governo (legge 133/08), che stanno mettendo in seria
crisi molte università che l’anno prossimo potrebbero non essere in
grado pagare gli stipendi ai propri docenti. Citiamo anche il
rallentamento delle procedure di assegnazione dei fondi per la ricerca
(i progetti per il finanziamento della ricerca di base a livello
nazionale per il 2009 sono ancora da assegnare) e la loro riduzione
quantitativa (-30% in 5 anni), il rinvio di concorsi e assunzioni di
personale docente. Tutte queste misure
vengonopresentatedivoltainvoltacome dovute all’emergenza finanziaria o
dettate da problemi tecnici. Sembranoinveceinperfettoaccordo con il
modello teorico enunciato sopra e con la sua applicazione che richiede
come primo passo la distruzione dell’esistente. La mancanza di risorse
costringerà di fatto le università ad aumentare le rette studentesche e
ad avviarsi a un modello



 

di gestione privatistico. Inoltre
la riforma della governance universitaria contenuta nel nuovo disegno
di legge riduce le funzioni del senato accademico a favore di un
consiglio di amministrazione conunafortecomponentediesterni. Di fatto
si chiede ai privati di gestire l’università pubblica, senza richiedere
nulla in cambio in termini di finanziamento. Una vera manna. Inoltre
vengono incrementati i poteri del rettore, eletto non più da tutto il
corpo accademico, ma da una ristretta cerchia di professori ordinari
“con provata competenza manageriale”. In sostanza la scelta è lasciata
ai soliti baroni che hanno ricoperto cariche accademiche fino ad ora.

  
Il fumo che avvolge questa
operazione è la “meritocrazia”, parola che se presa sul serio da coloro
che continuamente la invocano, dovrebbe indurre a immediate dimissioni.
Per “premiare il merito” si cambiano le regole di reclutamento,
abolendo definitivamente il ruolodiricercatore,introducendo la
tenure-track e cioè un contratto di 3+3 anni “eventualmente” seguito
dall’assunzione come professore associato. Negli Stati Uniti una
tenure-track è un contratto cheallafinediunperiododiprova,



 

in genere di cinque anni, prevede
l’assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E’
quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l’eventuale
posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel
ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di
idoneità nazionale e il superamento di un concorso locale.
Paradossalmente è il vecchio posto di ricercatore ad assomigliare alla
tenure-track americana: in teoria sarebbe previsto un periodo di prova
di tre anni prima della conferma in ruolo. In Italia però le regole
sono spesso formali e la conferma in ruolo è stata data sempre per
scontata. Dunque invece di abolire il ruolo di ricercatore sarebbe
stato sufficiente rendere sostanziale la regola formale con una seria
valutazione dell’attività del primo triennio. La nuova tenure-track
fornirà principalmente bassa manovalanza per i baroni. Intanto i
massimi vertici del mondo accademico invitano le nuove generazioni di
ricercatori a fuggire dall’Italia. Ci chiediamo se non sarebbe meglio
che se ne andasse qualcun altro.

 

 (*) Centro Enrico Fermi, Roma

  
(**) Cnr, Modena



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