Si salvi chi può

…Anche perché lottare per il proprio Paese è giusto ma, la vita è una sola e se si rischiasse di impantanarsi nell’attuale palude italiana, addio speranze.
Da Il Fatto Quotidiano di venerdì 11 dicembre

Il talento ci salverà

di Ugo Arrigo   

Ha tirato un bel sasso nello stagno tricolore Pier Luigi Celli con la lettera a Repubblica nella quale ha consigliato al figlio e ai giovani di talento
di prendere seriamente in considerazione l’estero per la propria vita professionale. Come dargli torto? Che l’Italia sia un paese inceppato e declinante,
privo di idee e prospettive, è sotto gli occhi di tutti. Che le élite che ne governano l’economia e la politica si siano asserragliate nella torre di controllo
e perseguano esclusivamente la loro inamovibilità, alla stregua di una nomenklatura da paese dell’est prima della caduta del Muro, è un’analisi condivisa.
Che l’ascensore sociale non funzioni più da tempo perché è stato boicottato dagli immeritevoli desiderosi di conservare le loro posizioni e di impedire
l’ascesa dei più bravi che potrebbero ambire a sostituirli è risaputo. Che le sedie sociali siano assegnate per eredità o appartenenza e non per merito
idem. Cosa dovrebbero fare i giovani meritevoli che escono dai nostri atenei? Accettare di giocare partite nelle quali il banco usa notoriamente carte
truccate? Partecipare da meritevoli a competizioni nelle quali l’ordine di arrivo è stabilito in partenza? Oppure aderire alla domanda di mediocrità dominante,
fingersi stupidi e offrire mediocrità ottenendone in cambio una discreta posizione sociale? Oppure mandarci tutti a quel paese e andarsene in un altro
paese? Celli ha sollevato un bel problema, le prospettive dei nostri giovani migliori alle prese con un’Italia che non li merita, ma esso è il duale di
un altro, le prospettive dell’Italia. Sino a quando potrà permettersi di non valorizzare il merito, di non utilizzare i talenti, di non rendere contendibili
le posizioni più elevate, di ostacolare l’accesso a molte professioni, di mantenere privi di concorrenza molti mercati, di conservare un settore pubblico
elefantiaco e inefficiente e una classe politica autoreferenziale e inconsistente? Una società che non valorizza il merito è inaccettabile per ragioni
di efficienza perché se non sa usare nell’interesse di tutti i talenti dei suoi cittadini migliori diviene immobile ed è destinata a perdere posizioni
rispetto alle altre, a declinare. Ma è anche inaccettabile dal punto di vista dell’equità perché per poter conservare in capo a qualcuno un posto non meritato
è necessario impedire a qualcun altro di contendere quel posto. L’esito così ottenuto non rappresenta tuttavia un equilibrio sociale sostenibile nel tempo
e l’ordine legale che dovrebbe preservarlo tenderà a non essere riconosciuto e rispettato.    C’è stato un tempo nel quale grazie all’Europa si poteva
scommettere in una rinascita dell’Italia: nel 1998, dopo alcuni anni molto duri di risanamento delle nostre finanze pubbliche e di governi che avevano
la salvezza del paese al primo posto dell’agenda, fummo ammessi senza meritarlo pienamente alla Moneta unica europea e grazie a quel risultato la rotta
della nave Italia deviò dall’iceberg del debito pubblico sul quale sembrava destinata a infrangersi. In quel momento si poteva anche pensare che saremmo
potuti divenire un normale paese europeo, ma così non fu. Ammessi forse per sbaglio al party abbiamo iniziato a comportarci come Peter Sellers in Hollywood
Party. Riammessi in famiglia come figliol prodigo siamo stati così generosamente beneficiati da poter tranquillamente riprendere i nostri precedenti bagordi.
Il grande bonus è stato il dimezzamento del costo del debito pubblico, reso possibile dalla caduta degli alti tassi sul debito espresso in lire verso i
bassi tassi del debito espresso in euro. Grazie a esso non abbiamo più avuto bisogno delle virtù del quinquennio 1993-98 che poterono essere rapidamente
gettate alle ortiche. Da allora ci siamo barcamenati per un intero decennio: la nave Italia, pur navigando in acque non troppo agitate, non è riuscita
ad approdare in alcun porto sicuro e la grave recessione del 2008-09 ci ha rimesso rapidamente sulla rotta dell’iceberg. Il rapporto debito/Pil è ritornato
sopra il 115% nel 2009 dal 105,7% dell’anno scorso, nel 2010 sarà superiore al 117% e l’Ocse lo prevede al 120% nel 2011, esattamente quanto avvenne nel lontano 1993. Ma in quell’anno cadde anche la Prima Repubblica e per salvare l’Italia la politica all’italiana dovette fare diversi passi indietro e lasciare
il passo a governi tecnici i quali, non dovendo soddisfare appetiti di parte per favorire la loro rielezione, poterono finalmente occuparsi, pur se per
breve tempo, dell’interesse generale.    Oggi siamo ritornati esattamente allo stesso punto, abbiamo lo stesso problema di allora senza più le soluzioni:
né le grandi imprese pubbliche da privatizzare (già fatto), né i vantaggi dell’aderire alla moneta unica europea (già usati). Che succederà? E’ evidente
che se si vorrà evitare l’iceberg bisognerà iniziare finalmente a usare tutti i talenti presenti a bordo, finora così trascurati. Stavolta si dovrà fare
sul serio, non ci sarà permesso per la seconda volta di divenire virtuosi solo per finta. Ragazzi, andatevene pure all’estero ma sappiate che in Italia
iete assolutamente indispensabili.

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