Porpore, cappucci e coppole

Da il Fatto Quotidiano di venerdì 11 dicembre

Porpore, cappucci e coppole

di Pierfranco Pellizzetti   

In principio ci fu Pietro Lunardi, indimenticabile ministro berlusconiano delle Infrastrutture, teorico della necessità-opportunità di imparare a coesistere
con la grande malavita organizzata. Voce dal sen sfuggita, che esplicitava quanto altri praticavano: un nuovo “sdoganamento”, ancora più terribile di
quelli della destra neofascista o di una neoborghesia possessiva e anarcoide, spregiatrice dei valori repubblicani, clonata sul modello propagandato dalle
televisioni commerciali del Biscione a partire dagli anni Ottanta. Un occulto orribile su cui periodicamente si aprono improvvisi squarci, come sta verificandosi
in questi giorni nelle aule del Tribunale di Torino con le rivelazioni del pentito Spatuzza.    Ultimo segnale di un processo di legittimazione implicita,
a fronte del mancato contrasto da parte delle forze dell’ordine, depistate da agende della politica che ormai pongono al proprio primo punto la teatralizzazione
del perseguimento di fenomeni microcriminali; in perfetta simmetria con il tambureggiamento mediatico dei messaggi ansiogeni sul rom che rapisce gli infanti
o il balcanico stupratore: la repressione come alibi per la totale assenza di una qualsivoglia strategia dell’accoglienza nei confronti dei nuovi migranti.
   Dunque, segnali che fanno intravvedere come, nella placenta protettiva di una politica focalizzata sulle priorità personali di Silvio Berlusconi, non
solo sia cresciuto il malaffare strutturato. Peggio: andavano consolidandosi reti occulte di cooperazione tra le varie organizzazioni “coperte”.    Nonèchiaro, in assenza di raggi di luce investigativi a illuminare il fenomeno, che cosa questo lavorio abbia prodotto. Qualcosa – comunque – si percepisce ed è inquietante. Una sorta di saldatura – secondo l’espressione di Mario Guarino, in un suo saggio di dieci anni fa (I mercanti del Vaticano, Edizioni Kaos) – tra “porpore, cappucci e coppole”.    Nelle modalità del network. Non in palazzi dove sottoscrivere protocolli congiunti.    Dunque, la morfologia di reti relazionali e di processi comunicativi informali, in cui appartenenti alle diverse affiliazioni assumono ruoli sovrapposti e multipli.    Lo conferma l’indagine di una fuoriuscita
dall’Opus Dei, Emanuela Provera, pubblicata a novembre da Chiarelettere (Dentro l’Opus Dei): Marcello Dell’Utri, che sentenze hanno riconosciuto limitrofo
alla mafia, fece “l’incontro della vita” con Berlusconi – guarda caso – proprio grazie ai buoni uffici di numerari Obra, la cosiddetta massoneria cattolica.
Il Berlusconi presto affiliato alla Loggia coperta Propaganda Due di Licio Gelli con tessera numero 1816.    Contiguità abbastanza strane, sulla carta.
Se non altro in quanto, nel passato, la massoneria era considerata un covo di laicisti mangiapreti. Joseph Ratzinger, quale prefetto della Congregazione
per la dottrina della fede, ribadiva che “rimane immutato il giudizio della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche”. Solo apparentemente,
visto che “grembiulini” e “baciapile” hanno smesso da tempo di farsi la guerra. Tanto che nel 1996, tramite il cardinale Camillo Ruini, il Grande Oriente
d’Italia di Palazzo Giustiniani fece pervenire a papa Woijtila la suprema onorificenza dell’Ordine di Galileo Galilei. Il pontefice rispedirà al mittente
tale omaggio imprudentemente plateale, che comunque conferma quanto da tempo circolava: i boatos su porporati affiliati alle logge. Del resto confermati
dalla lunga partnership criminosa tra il banchiere della mafia Michele Sindona, il presidente piduista del Banco Ambrosiano Antonio Calvi e il cardinale
Paul Casimir Marcinkus a capo dell’Ior, la banca vaticana. Senza mai dimenticare l’affarismo collusivo di un’altra organizzazione molto attiva: Comunione
e liberazione, seconda a nessuno nell’accaparramento del pubblico denaro. Ma sempre disponibile alle spartizioni funzionali al raggiungimento dei propri
scopi. Alleanze di certo cementate dal comune interesse al business, dalla finanza al mattone; in Calabria o nel tratto parmigiano dalla Tav, dalla
ricostruzione in Abruzzo fino alla metropolitana M5 di Milano . Uno stato di fatto che oltrepassa specifiche illegalità per entrare nella dimensione degli
odierni assetti nel potere reale. In questo caso il mastice è – se possibile – ancora più inquinante: la tutela del contesto a garanzia dell’impunità. Insomma,
la voracità che rifiuta ogni forma di controllo e contenimento diventata progetto politico: la trasformazione dell’intera Penisola in un’immensa isola
Cayman in galleggiamento nel Mediterraneo. Un luogo che nella geografia fantastica confina con Tortuga, patria salgariana di pirati e bucanieri.    I fuorilegge,
ripuliti nelle lavanderie della segretezza che avvolge le associazioni occulte di appartenenza, assurgono – così – a classe dirigente. E possono dedicarsi
indisturbati alle loro pratiche di esproprio; di democrazia prima ancora che di ricchezze. Operando secondo gli automatismi della possessività.    Senza
perdere tempo a teorizzare. Tanto aveva provveduto a suo tempo a stendere le carte di riferimento (potremmo chiamarle managerialmente, la Missione e la
Visione) il venerabile Licio Gelli. Con il suo ben noto “Piano di rinascita democratica”.

Licio Gelli (FOTO ANSA)

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