Crocifisso nelle scuole: per chi non ha la mente obnubilata dai pregiudizi

È possibile che non venga in mente a quanti strepitano contro la sentenza emessa ieri dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo che non si tratta né di calpestare tradizioni (che risalgono poi a una circolare del governo fascista), né di prevaricare la libertà di alcuno, e neanche di violare lo stesso (tanto amato) Concordato, ma semmai di tutelare la libertà di tutti i cittadini, a prescindere da quale confessione (o non confessione) professino, e perdipiù in perfetta conformità con la nostra laica Costituzione? C’è davvero da pensare che per questi il crocifisso sia un feticcio, un talismano irrinunciabile, come se fosse necessario ai bambini o agli studenti per imparare la lingua, la storia o l’algebra. Neanche il tricolore è così tanto adorato, vedasi cosa ne pensa la Lega. È per questo che mi pare che non faccia una grinza questo articolo su La Stampa di oggi di Michele Ainis di cui riporto una frase di meraviglia (ma non troppo): "Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero".

Doveva arrivare un giudice d’Oltralpe per liberarci da
un equivoco che ci portiamo addosso da settant’anni e passa. In una decisione
che s’articola lungo 70 punti (non proprio uno scarabocchio scritto in fretta e
furia) ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di
ovvietà.
Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o
sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una
soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza
a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la
supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la
libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche
che ne rappresenta il più immediato corollario.
Significa che fin qui ci
siamo messi sotto i tacchi una libertà fondamentale, quella conservata per
l’appunto nell’art. 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo? Non
sarebbe, purtroppo, il primo caso. Ma si può subito osservare che nessuna legge
della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.

Né,
d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici
pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari
risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu
introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è,
neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli
ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che
impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al
crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la
Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo
primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la
sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede
quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili.
Ma adesso no,
non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce
l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del
nostro Stato. Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero. Domanda: ma
l’art. 7 non cita a sua volta il Concordato? Certo, e infatti la Chiesa ha
diritto a un’intesa normativa con lo Stato italiano, a differenza di altre
religioni (come quella musulmana) che ancora ne risultano sprovviste. Però senza
privilegi, neanche in nome del seguito maggioritario del cattolicesimo.
D’altronde il principio di maggioranza vale in politica, non negli affari
religiosi. E d’altronde la stessa Chiesa venne fondata da Cristo alla presenza
di non più di 12 discepoli. Se una religione è forte, se ha fede nella sua
capacità di suscitare fede, non ha bisogno di speciali
protezioni.
michele.ainis@uniroma3.it

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