Il sovrano senza legge

È un pensiero che mi è venuto in mente più volte Quello che Gad Lerner cita così a proposito di Berlusconi:  
"Poco gli importa che altri capi di governo eletti direttamente dal popolo, da ultimo l´israeliano Ehud Olmert, si siano sentiti in dovere di lasciare
l´incarico a seguito di un semplice rinvio a giudizio per corruzione".
Già, in Israele, così elogiato per essere l’unico Stato democratico del medio oriente queste cose succedono. Ma questo significa avere il senso dello Stato
e della Legge al disopra di tutto. Per lui no lui! L’uomo non è uno statista, chechché ne dicano i suoi cortigiani e le folle plaudenti. È solo un despota,
un demagogo che approfitta della sua posizione dominante e della scarsa cultura democratica degli italiani per restare al potere.
Da La Repubblica
 
L´analisi         
 
 

Il sovrano senza legge

 
 
 
 
GAD LERNER
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Qualcuno nutriva dei dubbi? Berlusconi non si dimetterebbe neanche se condannato da un tribunale della Repubblica italiana.
Poco gli importa che altri capi di governo eletti direttamente dal popolo, da ultimo l´israeliano Ehud Olmert, si siano sentiti in dovere di lasciare l´incarico
a seguito di un semplice rinvio a giudizio per corruzione. Il miliardario che da quindici anni considera Palazzo Chigi uno strumento della sua personale
impunità, persegue ormai esplicitamente una sovranità assoluta, sganciata dalla divisione dei poteri su cui si fonda la democrazia liberale. Rivendica
il diritto di vivere al di sopra della legge.
La differenza fra Berlusconi e Olmert risiede nel potere economico e mediatico che prescinde dal voto dei cittadini, senza cui l´uomo più ricco d´Italia
non avrebbe vinto le elezioni e non avrebbe potuto instaurare la relazione di "consenso e amore" che oggi sente peraltro vacillare. Farà di tutto per sottrarsi
al giudizio della magistratura, ben sapendo che una condanna per corruzione in atti giudiziari nel processo Mills (600 mila dollari bonificati dalla Fininvest
all´avvocato inglese nel 1998, come già una sentenza d´appello ha accertato) comporterebbe automaticamente la sua interdizione dai pubblici uffici. Ma
per riuscirci Berlusconi non deve solo stravolgere la legislazione vigente. Ha bisogno altresì di occultare con lo strumento della disinformazione la realtà
dei fatti, spacciando i reati su cui è in corso la doverosa verifica giudiziaria come invenzioni dei "giudici di sinistra".
Non è certo una rivelazione clamorosa quella divulgata ieri da Bruno Vespa per fare pubblicità al suo libro. Ma colpisce la disinvoltura con cui Berlusconi
pretenderebbe di dare per scontata l´inverosimiglianza delle accuse di cui è chiamato a rispondere: «Se ci fosse una condanna in processi come questi,
saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e
lo stato di diritto». Cosa vuol dire «processi come questi»? Di quale «sovvertimento della verità» egli parla? Quando mai lo stato di diritto verrebbe
leso dalla promulgazione di una sentenza?
A Berlusconi non basta più far coincidere i suoi interessi patrimoniali con il destino politico della destra italiana. L´incertezza lo costringe a forzare
le apparenze, oltrepassando i limiti della funzione istituzionale di presidente del Consiglio fino a rappresentarsi come capo indiscusso della Nazione,
unico garante di un popolo vilipeso da poteri ostili. Non a caso le voci che osano sottoporre a verifica critica i suoi comportamenti – ieri se l´è presa
di nuovo con "Repubblica" e "L´Espresso"– vengono additate come "anti-italiane". È del tutto evidente l´analogia semantica con la propaganda di regime
che negli anni più bui del Novecento contrapponeva l´Italia "grande proletaria" all´opposizione degli "stranieri in patria". Berlusconi, certo, non è Mussolini,
sebbene talvolta appaia voglioso di somigliargli perfino nell´abbigliamento. Del resto il paragone storico si è manifestato farsesco nella disinvoltura
con cui egli ha gridato al "disegno eversivo" quando un tribunale lo ha toccato nel portafoglio (sentenza Mondadori): quasi che in ballo non fossero soldi
suoi ma l´oro della patria.
Il presidente che si autodefinisce in anticipo immune dalle sentenze di tribunale, sentendosi in diritto di abusare del responso delle urne per liquidare
i contrappesi stabiliti dalla Costituzione al potere governativo, sa bene che l´unica arma a sua disposizione per realizzare tale azione di forza è la
propaganda. Ecco perché confida di approvare prima delle elezioni regionali del marzo 2010 una legge che abroghi la "par condicio". Ampliando gli spazi
televisivi a disposizione dei partiti maggiori ma, soprattutto, liberalizzando gli spot pubblicitari con cui intende bombardare la cittadinanza e gonfiare
gli introiti della sua Publitalia. Pur di ottenere la fine della "par condicio" e un nuovo Lodo che fermi i processi a suo carico, è disposto a concedere
molto ai suoi alleati Bossi e Fini. A loro volta pronti ad approfittarne.
Tale progetto di stravolgimento della nostra democrazia viene elaborato lontano dalla sede istituzionale del governo, Palazzo Chigi, dove Berlusconi non
mette piede ormai da dieci giorni. Prima il viaggio "privato" alla corte di Putin, prolungato con la scusa di una falsa nevicata, a costo di rinviare una
riunione del Consiglio dei ministri tenutasi la settimana successiva in sua assenza. Rinchiuso ad Arcore, tra voci incontrollate di scarlattina, riceve
i dignitari alla sua corte privata e, senza apparire, lancia in tv le sue accuse ai magistrati. Tutto ciò non è normale. Il metodo di governo di Berlusconi
risulta sempre più opaco. Il suo dispregio preventivo per gli atti della magistratura, ne conferma la pericolosità.

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