La padella o la brace?

Sembra questa, secondo Massimo Giannini, la scelta che
ci attende: un po’ di demagogia, la solita, sulla riduzione delle tasse (non sul
lavoro, si badi) per recuperare un po’ di consenso oppure vivacchiare alla
giornata come si è fatto fin’ora. Una cosa però è certa: se l’industria non ha
avuto molto, le classi a basso reddito hanno avuto inezie; e il protagonista del
tiro alla fune è il solito Tremonti: un dejà-vu. Ma di questo oggi sa
vivere la scena politica italiana.
Da La Repubblica
 
SABATO, 24 OTTOBRE 2009
 
Pagina 1 – Prima Pagina
 

Governo al bivio senza via d´uscita

 
 
 
 
MASSIMO GIANNINI

Silvio Berlusconi ha inventato una «tormenta di neve»,
per giustificare il suo mancato rientro da Mosca ed evitare la resa dei
conti con il suo ministro dell´Economia. Giulio Tremonti ha evocato una
«coltre di nebbia», per descrivere la condizione di confusione politica in
cui versa il suo presidente del Consiglio. Che sia neve, o che sia nebbia,
questo governo naviga a vista. Ed è una tragedia per il Paese, solo un
anno e mezzo dopo il trionfo elettorale del 13 aprile
2008.
Il nuovo «caso Tremonti» riprecipita l´Italia nello
stesso psicodramma del 2004. Secondo governo Berlusconi. Anche allora, di
fronte a una crisi assai meno grave, c´era una parte di centrodestra che
reclamava «una gestione collegiale» della politica economica», e
soprattutto «una significativa inversione di rotta dell´azione
dell´esecutivo». Anche allora, di fronte alle grida uguali e contrarie dei
ceti deboli e delle categorie produttive, c´era un pezzo di maggioranza
che invocava allo stesso tempo «tagli all´Irpef per le famiglie» e «sgravi
Irap per le imprese». Cinque anni fa a stringere nella tenaglia il
ministro dell´Economia (e a picconare l´asse di ferro Berlusconi-Bossi)
erano gli alleati minori del cosiddetto «sub-governo», Fini e Follini. La
fine della storia è nota: dopo tre mesi di un´estenuante lotta di potere,
Tremonti gettò la spugna e si dimise, lasciando la poltrona a Domenico
Siniscalco.
Oggi sono cambiati alcuni protagonisti, ma il senso degli
avvenimenti è lo stesso. C´è un governo che, a parte i rifiuti a Napoli e
l´avvio della ricostruzione a L´Aquila, giace inerte di fronte alla più
grave recessione del dopoguerra. Un governo che non ha fatto nulla per le
famiglie, e quasi nulla per le imprese. In questi venti mesi di
galleggiamento, ci ha raccontato un alibi e una favola. Il primo: non
possiamo far molto, il rigore dei conti pubblici ci impedisce grandi
manovre. La seconda: reagiamo meglio alla crisi, e ne usciremo più forti
di altri. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non abbiamo risanato i
conti (il deficit viaggia a quota 5%, il debito oltre quota 115% del Pil).
Il nostro tasso di crescita è sotto zero, di gran lunga uno dei peggiori
d´Europa.
Tremonti, per ragioni di equilibrio contabile ma anche
politico, si è limitato al «surplace». Ai colleghi di governo non ha
concesso quasi nulla, fermando l´assalto alla diligenza dei ministri di
spesa. Ma non ha concesso quasi nulla ai cittadini contribuenti, riducendo
al minimo il sostegno all´economia. Spiccioli ai poveri (social card).
Mancette ai disoccupati (cassa integrazione in deroga). Così non si va
lontano. L´economia reale agonizza. Il consenso sociale si vaporizza. L´ha
capito Berlusconi, e l´ha capito anche il resto della coalizione. Serve
una svolta. Il premier, sempre più ammaccato sul piano personale e
delegittimato sul piano internazionale, sa che solo così questo governo
può sopravvivere a se stesso. Ha di fronte a lui una doppia opportunità.
Ci sono le elezioni regionali di primavera, che nelle condizioni date
valgono come elezioni politiche per il Paese, e come referendum ad
personam per il Cavaliere. C´è un nuovo «tesoretto» da spartire, che
arriverà sotto forma di introiti dello scudo fiscale: 5 miliardi, forse di
più.
L´assedio a Tremonti nasce da qui. Per quanto riguarda il
palazzo, da qui nascono i documenti della Pdl, autentici o apocrifi che
siano, in cui si parla di «scelte fin qui fatte insufficienti» e si invoca
(come nel 2004) un abbattimento delle aliquote Irpef e della tassazione
sulle imprese. Da qui nasce la contro-manovra dell´economista ex An Mario
Baldassarri, che giudica quella tremontiana «una politica inerziale», che
produce una «ripresa lenta», un recupero di crescita del Pil solo nel 2016
e un ritorno ai consumi del 2007 solo nel 2012. Per quanto riguarda il
Paese, da qui nascono le pressioni di Confindustria, il malessere del
Profondo Nord, la Vandea delle «partite Iva senza rappresentanza», la
riemersione carsica della «Questione Settentrionale» che, per essere
risolta, chiede non solo di essere riconosciuta come tale, ma anche di
essere «risarcita» sul fronte fiscale.
Istanze giuste. Richieste
legittime. Ma qui si annida, oggi, il pericolo più grande. Berlusconi e i
nemici di Tremonti dentro il governo fanno due più due: ci sono le
elezioni, c´è un tesoretto. Quale occasione migliore per un po´ di
«panem et circenses»? E dunque, via con le sparate demagogiche.
Aboliamo l´Irap. Torniamo a due aliquote secche di Irpef. La prima ipotesi
costa 37 miliardi. La seconda ne costa 85. Il ministro dell´Economia sarà
pure troppo avaro, ma questi ordini di grandezza sarebbero proibitivi
anche per le finanze pubbliche di Barack Obama. Figuriamoci per quelle
della povera Italia. Tremonti resiste, per questo. Ma non solo per questo.
C´è un palese risvolto politico, in questa faida interna al centrodestra.
Il ministro dell´Economia ragiona ormai su uno scenario
post-berlusconiano, e si tiene pronto per una partita di potere che,
dall´oggi al domani, potrebbe riaprirsi a un pezzo di Pdl dissidente, al
Pd, all´Udc. Solo così si spiega la sua metamorfosi iper-statalista e il
suo radicalismo neo-marxista. Ma in questa traversata in mare aperto si è
bruciato tanti, forse troppi vascelli alle spalle. In molti, oggi,
chiedono la sua testa (come nel 2004). Nel governo non ha più sponde.
Persino Fini ha preso le distanze. Ma gli resta la Lega: «Noi lo
difendiamo», annuncia Bossi. Questo conta: il Senatur conserva tuttora la
«golden share» di questa maggioranza. Ecco perché Tremonti, un giorno si e
l´altro pure, può difendersi minacciando sistematicamente le dimissioni.
Ma quanto può durare, questo tira e molla? E un governo come questo può
permettersi il lusso di perdere il superministro dell´Economia, senza
perdere se stesso in Italia e senza perdere la faccia in Europa?

Dunque, oggi ci troviamo di fronte a questo bivio, agghiacciante, tra
due disastri. Se in questo conflitto Tremonti vince, il Paese non
distrugge il bilancio dello Stato ma continua a vivacchiare nell´accidia,
in attesa di agganciare la chimera di una ripresa mondiale fragile e
stentata. Se Tremonti perde, ci pioveranno addosso spot elettorali
pirotecnici e annunci fiscali propagandistici. Irpef, Irap, e chi più ne
ha più ne metta. Se fossero veri, l´Italia andrebbe in bancarotta
domattina. Poiché saranno falsi, l´Italia sarà presa in giro (come nel
2004). Così, ancora una volta, la storia si ripete. Fu già una farsa
allora. Figuriamoci oggi.
m.giannini@repubblica.it
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