Allarme di Roberto Saviano: la camorra alla conquista dei partiti in Campania

Nell’indifferenza all’attacco alle istituzioni hanno
buon gioco le mafie; e non ci può far molto la magistratura. Solo un soprassalto
della coscienza democratica dei cittadini può cambiare la rotta. Non se ne creda immune l’opposizione.
Da La Repubblica
 
SABATO, 24 OTTOBRE 2009
 
Pagina 1 – Prima Pagina
 
La polemica
 

La camorra alla conquista dei partiti in Campania

 
 
 
 
ROBERTO SAVIANO

Quando un´organizzazione può decidere del destino di un
partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di
una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e
altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere
le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a
un´emergenza, a un´anomalia, a un «caso Campania». Ma al cospetto di una
presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a
mettere insieme alcuni segni e sintomi palesi.
Sembra persino
riduttivo il ricorso alla tradizionale metafora del cancro: utile, forse,
soprattutto per mostrare il meccanismo parassitario con cui avviene
l´occupazione dello Stato democratico da parte di un sistema
affaristico-politico-mafioso. Ora che le organizzazioni criminali decidono
gli equilibri politici, è la politica ad essere chiamata a dare una
risposta immediata e netta. Nicola Cosentino, attuale sottosegretario
all´Economia e coordinatore del Pdl in Campania, fino a qualche giorno fa
era l´indiscusso candidato alla presidenza della Regione. Nicola
Cosentino, detto «o´mericano», è stato indicato da cinque pentiti come
uomo organico agli interessi dei Casalesi: tra le deposizioni figurano
quelle di Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, nonché di Dario de
Simone, altro ex capo ma soprattutto uno dei pentiti che si sono rivelati
fra i più affidabili al processo Spartacus. Per ora non ci sono cause
pendenti sulla sua testa e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia
sono al vaglio della magistratura. Nicola Cosentino si difende affermando
di non poter essere accusato della sua nascita a Casal di Principe, né dei
legami stretti anni fa da alcuni suoi familiari con esponenti del clan.
Però da parte sua sono sempre mancate inequivocabili prese di distanza e
questo, in un territorio come quello casertano, sarebbe già stato
sufficiente per tenere sotto stretta sorveglianza la sua carriera
politica. Invece l´ascesa di Cosentino non ha trovato ostacoli: da
coordinatore provinciale a coordinatore regionale, da candidato alla
Provincia di Caserta a sottosegretario dell´attuale governo. E solo ora
che aspira alla carica di Governatore, finalmente qualcuno si sveglia e si
chiede: chi è Nicola Cosentino? Perché solo ora si accorgono che non è
idoneo come presidente di regione?
Perché si è permesso che l´unico
sviluppo di questi territori fosse costruire mastodontici centri
commerciali (tra cui il Centro Campania, uno dei più grandi al mondo) che
sistematicamente andavano ad ingrassare gli affari dei clan. Come ha
dichiarato il capo dell´antimafia di Napoli Cafiero de Raho «è stato
accertato che sarebbe stato imposto non solo il pagamento di tangenti per
450 mila euro (per ogni lavoro ndr) ma anche l´affidamento di subappalti
in favore di ditte segnalate da Pasquale Zagaria». Lo stesso è accaduto
con Ikea, che come denunciato al Senato nel 2004 è sorto su un terreno già
confiscato al capocamorra Magliulo Vincenzo, e viene dallo Stato ceduto ad
una azienda legata ai clan. Nulla può muoversi se il cemento dei clan non
benedice ogni lavoro.
Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti
facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro,
altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il
consorzio Eco4, ossia la parte "semilegale" del business dell´immondizia
che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele
Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno
dell´anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse
chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il
basso casertano sino all´area di Mondragone dove sarebbe invece – sempre
secondo il pentito Gaetano Vassallo – Cosimo Chianese, il fedelissimo di
Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre.
Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti
e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche
destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto
legale l´avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli
anni Novanta. Dall´altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia
stabilizzano il consenso e il potere politico.
Districare i piani è
quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra
economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un
costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è
impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola
differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini
"loro", e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici
che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere
una gestione clientelare "vecchia maniera", ossia fondata certo su favori
elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.
Per quanto Clemente Mastella possa dichiarare: «Io non ho nessuna
attinenza con i clan e vivo in una provincia dove questo fenomeno non c´è,
o almeno non c´era fino a poco fa», sta di fatto che un filone
dell´inchiesta sullo scandalo che ha investito lui, la sua famiglia e il
suo partito sia ora al vaglio dell´Antimafia. I pubblici ministeri
starebbero indagando sul business connesso alla tutela ambientale; si
ipotizza il coinvolgimento oltre che degli stessi Casalesi anche del clan
Belforte di Marcianise. Il tramite di queste operazioni sarebbe Nicola
Ferraro, anch´egli nativo di Casal di Principe, consigliere regionale
dell´Udeur, nonché segretario del partito in Campania. Di Ferraro,
imprenditore nel settore dei rifiuti, va ricordato che alla sua azienda fu
negato il certificato antimafia; ciò non gli ha impedito di fare carriera
in politica. E questo è un fatto.
Di nuovo, non è l´aspetto
folkloristico, la Porsche Cayenne comprata dal figlio di Mastella
Pellegrino da un concessionario marcianisano attualmente detenuto al
416-bis, a dover attirare l´attenzione. L´aspetto più importante è vedere
cos´è stato il sistema Mastella – un sistema che per trent´anni ha
rappresentato la continuità della politica feudale meridionale – e che
cosa è divenuto. Oggi, persino se le indagini giudiziarie dovessero dare
esiti diversi, non si può fingere di non vedere che Ceppaloni confina con
Casal di Principe o vi si sovrappone. E il nome di Casale qui non ha
valenza solo simbolica, ma è richiamo preciso alla più potente, meglio
organizzata e meglio diversificata organizzazione criminale della regione.

Per la camorra – abbiamo detto – destra e sinistra non esistono. Il Pd
dovrebbe chiedersi, ad esempio, come è possibile che in un solo pomeriggio
a Napoli aderiscano in seimila. Chi sono tutti quei nuovi iscritti, chi li
ha raccolti, chi li ha mandati a fare incetta di tessere? Da chi è formata
la base di un partito che a Napoli e provincia conta circa 60.000
tesserati, 10.000 in provincia di Caserta, 12.000 in quella di Salerno,
6.000 ciascuno nelle restanti province di Avellino e Benevento? Chiedersi
se è normale che il solo casertano abbia più iscritti dell´intera
Lombardia, se non sia curioso che in alcuni comuni alle recenti elezioni
provinciali, i voti effettivamente espressi in favore del partito erano
inferiori al numero delle tessere. Perché la dirigenza del Pd non è
intervenuta subito su questo scandalo?
Che razza di militanti sono
quelli che non vanno a votare, o meglio: vanno a votare solo laddove il
loro voto serve? E quel che serve, probabilmente, è il voto alle primarie,
soprattutto nella prima ipotesi che fosse accessibile solo ai membri
tesserati. Questo è il sospetto sempre più forte, mentre altri fatti sono
certezza. Come la morte di Gino Tommasino, consigliere comunale Pd di
Castellammare di Stabia, ucciso nel febbraio dell´anno scorso da un
commando di cui faceva parte anche un suo compagno di partito. O la
presenza al matrimonio della nipote del ex boss Carmine Alfieri del
sindaco di Pompei Claudio d´Alessio.
L´unica cosa da fare è azzerare
tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i processi di selezione in
corso, sia per la candidatura alla Regione che per le primarie del Pd,
all´occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile lasciare la
politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali. Non
basta più affidare il risanamento di questa situazione all´azione del
potere giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la
magistratura non fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia
non fossero lunghi come nel nostro. È la politica, solo la politica che
deve assumersi la responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non
ricandidare più tutti quei politici divenuti potenti non sulle idee, non
su carisma, non sui progetti ma sulle clientele, sul talento di riuscire a
spartire posti e quindi ricevere voti.
Mentre la politica si
disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica
cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di Michele
Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito dalle
cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e
si rifiutò di far vincere un appalto a un´impresa legata al clan. Per
questo gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in
quattro, in piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo,
paralizzarlo. Tonino Cangiano ha vissuto ventun´anni su una sedia a
rotelle, ma non si è mai piegato. Non si è nemmeno perso d´animo quando
tre anni fa coloro che riteneva responsabili di quel supplizio sono stati
assolti per insufficienza di prove.
Se la politica, persino la
peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero simulacro, semplice
stampella di un´altra gestione del potere, è ora che corra drasticamente
ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che per
«questione morale». Non è impossibile. O testimonia l´immagine emblematica
e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi
interventi terminati con l´amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma
il cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a
prendersi ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina
dritto e libero, questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il
Sud e la Campania. È ciò da cui si dovrebbe finalmente ricominciare.
©
2009 . Published by arrangement
with Roberto Santachiara Literary
Agency

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