Una lezione di democrazia a chi sa usare solo la clava

Certamente per chi considera questi concetti non più che un orpello inutile e sa solo andare dietro ai pifferai di turno, questo articolo di Carlo Galli su La Repubblica è fiato sprecato.
 
MERCOLEDÌ, 30 SETTEMBRE 2009
 
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La differenza tra partito e popolo
 
 
 
 
CARLO GALLI

"Siamo un popolo, non un partito" ha detto l´altro giorno Berlusconi nel suo comizio di Milano. Può sembrare uno slogan, ma recentemente anche Tremonti e Brunetta hanno insistito sullo stesso punto. Evidentemente la scelta di chiamare il Pdl Popolo della libertà, non era solo dettata da motivi pubblicitari. La denominazione è insolita. Infatti, un partito è per definizione una parte, è un´entità che si riconosce limitata e inserita in un contesto più vasto. Esprime interessi determinati, anche se estesi, punti di vista particolari, anche se generosamente universalistici; e si contrappone ad altre parti, ad altri partiti, ad altri interessi, in una dialettica regolata dalle leggi e dalle istituzioni democratiche. Il Tutto, da questo punto di vista, non è che il gioco delle parti, l´interazione costituzionale fra partiti.
Un partito può ben definirsi "del popolo", o "popolare": la famiglia dei partiti europei di ispirazione cristiana, a prevalente vocazione centrista, sta a dimostrarlo. Ma che un partito si proclami senz´altro "popolo" – come ripetutamente è affermato dai suoi leader – è un´anomalia. Lessicale, semantica, certamente: e tuttavia sintomo significativo, insieme ad altri, di una tendenziale aspirazione ad alterare la sintassi della vita democratica. Dire "popolo" significa infatti appellarsi alla radice più profonda della legittimità della politica, all´istanza inappellabile della democrazia. Ma il popolo come attore politico unitario si rende visibile solo nei momenti eccezionali delle rivoluzioni, come potere costituente che combatte i suoi nemici, che abbatte vecchi ordinamenti e ne crea di nuovi: mentre nella normalità della vita democratica il popolo come intero tace, e ha rilievo politico proprio in quanto è articolato nelle sue legittime divisioni, nella sua interna e vitale dinamica: il popolo è rappresentato dai singoli parlamentari, e dal parlamento intero in quanto istituzione, in cui non a caso è presente una pluralità di partiti: ma nessun partito di per sé rappresenta il popolo, né tantomeno vi coincide. C´è uno scarto fra popolo e politica, e questo scarto offre una distanza critica e garantisce spazi di libertà e di pluralità.
Ciò non vale, naturalmente, nei regimi a partito unico – di cui il Novecento ha fornito una vasta gamma di esempi – , in cui un singolo punto di vista, un singolo interesse, e in ogni caso un singolo partito, veniva a priori caricato del peso, e dell´onore, di esprimere da solo il Bene del popolo; in cui una parte era già, potenzialmente, il Tutto. Davanti alla coincidenza di partito e Stato, e alla compenetrazione pedagogico-autoritaria fra partito e popolo, chiunque osasse presentarsi come portatore di altri interessi, di altri punti di vista, non poteva non essere un nemico del popolo, un fazioso corruttore della sua unità, disgregata in parti. Il popolo era utilizzato in funzione antidemocratica e antipluralistica.
Non è questo il caso del Pdl. La sua aspirazione non è di essere un partito che coincide con lo Stato, e neppure di educare il popolo. Il suo scostarsi dalla semantica e tendenzialmente dalla sintassi della democrazia parlamentare non prende la via dei partiti ideologici e totalitari, ma quella del populismo. Ossia di quei movimenti politici che si appellano al popolo contro partiti e istituzioni, viste come mediazioni che frenano e limitano l´immediatezza, la spontaneità e la vitalità dell´energia popolare; che evocano la forza semplice e incorrotta della "gente" contro i professionisti della politica, contro gli intellettuali, contro le élites. Il popolo del populismo, insomma, è un attore sempre presente come Intero sulla scena politica, a differenza del popolo democratico. Quale che sia la sua estrazione sociale (membro ribelle delle vecchie élites o outsider) il capo populista deve possedere una certa dote di carisma, per far sì che una larga fetta di popolo possa immedesimarsi e identificarsi in lui. Così, se il popolo del populismo è in buona parte una creatura del leader, che lo fabbrica a propria immagine e somiglianza, è anche vero che lo stesso Capo deve essere dotato di una innata predisposizione a immedesimarsi nel popolo: fra il leader populista e carismatico e il suo popolo c´è un gioco reciproco di specchi, una immensa tautologia: la parola dell´uno non è che l´eco della parola dell´altro.
In realtà, ciò che il capo carismatico populista dà al popolo (che inconsciamente lo vuole) è il sogno, l´immaginazione, di una particolare dimensione del vivere associato che non è né il partito, né lo Stato, ma la Comunità. Ovvero quella dimensione in cui i singoli individui – di per se stessi isolati, passivi, frammentati, nella loro esperienza quotidiana – sentono (o credono) di appartenere a un´entità superiore, che non chiede loro alcun impegno perché è "naturale"; un´entità all´interno della quale si vive rassicurati, in cui si vibra all´unisono per i medesimi amori e per i medesimi odi. Quest´entità è appunto il popolo, ed è impersonata, catalizzata, resa presente e operante dal Capo carismatico, con la sua persona, con il suo corpo reale che è anche al tempo stesso il corpo mistico del suo popolo; da un Io che vuol essere un Tutto. Certo, oltre al carisma è necessario anche il controllo dei mezzi di comunicazione, perché la critica, o la forza della realtà, non facciano scoppiare questa bolla politica che si autoalimenta.
Che un partito si definisca "popolo" significa, tendenzialmente, tutto ciò: questo superamento della democrazia costituzionale verso la democrazia demagogica e populista; questo modo sbrigativo ed emotivo di dire "Noi", con una pretesa di totalità e di esaustività che rende impossibile ogni dialogo e ogni dialettica con gli altri; questa delegittimazione dell´avversario politico come "anti-italiano" (ovvero, nemico del popolo); questo culto della personalità, e lo speculare culto del popolo, alimentati, in un circolo vizioso, dal Capo e dalla sua creatura. Il ritorno sostanziale alla democrazia parlamentare e alle sue logiche istituzionali dovrà essere, quindi, anche un ritorno alla consapevolezza della parzialità, della limitatezza, delle persone e delle politiche; alla misura, insomma, dopo la dismisura; alla realtà, dopo il sogno populista e comunitario.
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