Craig Venter e la vita artificiale

È molto diffuso un senso della natura come madre saggia, quella che ogni cosa che fa, sia brutale che dolce, è sempre fatto per il bene dei suoi figli. Gli adoratori di questa madre mitica, sottovalutano che la stessa natura, offre ai suoi figli quasi sempre una vita particolarmente dura, fatta di competizione: morte tua vita mia, dove i parassiti, i virus e i batteri non risparmiano nessuno. Prova ne siano le epidemie mortali che mietevano migliaia di vittime. Senza contare poi i capricci del clima, le carestie e i cataclismi che richiedono continui adattamenti. E chi non si adatta viene spazzato via. Solo adesso stiamo cominciando ad addomesticarla, sfruttandone gli espedienti come facciamo con gli antibiotici, oppure capendo i segreti meccanismi che stanno alla base della vita. Ecco perché gli scienziati più ardimentosi stanno cominciando a usarli per creare una vita artificiale, dove siamo stavolta noi a sfruttarla per la nostra convenienza, il che non significa considerare con superficialità il delicato equilibrio che l’evoluzione della vita ha instaurato per milioni di anni, né trascurare gli effetti del nostro operato sull’ambiente, né ignorare il rapporto costi-benefici. Uno di questi scienziati-imprenditori è Craig Venter, la cui impresa è arrivata prima nella decodifica del genoma umano.
Dovrebbe piuttosto allarmarci quanto lo scienziato dice a proposito dell’Italia: "[…] Certo, molti dei nostri studi pongono questioni etiche, toccano i fondamenti stessi della vita. Ma abbiamo l´abitudine di affrontare i timori discutendo, informando, sostenendo un dibattito pubblico prima ancora di partire con gli esperimenti. […] , ma non in Italia. Questa è la ragione per cui nel resto del mondo la conoscenza scientifica si sta espandendo in modo esponenziale, mentre nel vostro paese implode: l´Italia è spaventata dalla ricerca di base, quella che produce conoscenza. E non si rende conto che ne pagherà le conseguenze, dal punto di vista dello sviluppo. Nel paese di Galileo, ci tengo a dire che la lettura del Dna, esattamente come il telescopio, è uno strumento per vedere mondi prima invisibili. Non ha senso ritrarsene spaventati»
Da la Repubblica
 
LUNEDÌ, 21 SETTEMBRE 2009
 
Pagina 1 – Prima Pagina
 
Venter: ecco il futuro con la vita artificiale
 
 
 
 
VENEZIA
NEW YORK

Craig Venter ha decodificato per primo il genoma umano. Entro un anno promette di "scrivere" il Dna dei batteri "Inserendo le istruzioni giuste nel codice genetico sconfiggeremo riscaldamento globale e dipendenza dal petrolio"
 
"Meno infezioni e inquinamento ecco il futuro con la vita artificiale"
ELENA DUSI  
 
 
A chi lo accusava di "giocare a fare Dio", Craig Venter rispose una volta piccato: «Non sto affatto giocando». Oggi questo scienziato americano 64enne, esperto di Dna ma anche di business, di provette e brevetti, reduce del Vietnam e diventato milionario cavalcando l´onda della "rivoluzione della genetica.
Ora promette che la "nascita" del primo essere vivente assemblato interamente in laboratorio (un batterio) avverrà entro un anno. E a quel punto, con in mano una creatura disegnata a sua volontà e ispirazione, l´uomo secondo Venter avrà in mano l´arma per sconfiggere fame, riscaldamento globale e dipendenza petrolifera. Ieri Venter ha illustrato i suoi esperimenti sul Dna artificiale a Venezia, alla conferenza "The future of science", organizzata dalle Fondazioni Umberto Veronesi, Giorgio Cini e Silvio Tronchetti Provera, che fino a domani raccoglierà i più importanti scienziati del mondo attorno al tema "La rivoluzione del Dna". «Fino a ieri ci sforzavamo di leggere il genoma. Oggi abbiamo imparato anche a scriverlo» esordisce Venter.
Quali creature artificiali intende creare, e per farne cosa?
«Sono semplici batteri formati da un´unica cellula. Inserendo le istruzioni giuste nel loro codice genetico, inizieranno a produrre carburanti puliti fino a sostituire il petrolio come fonte di energia. Potranno sintetizzare antibiotici per combattere le nuove infezioni del pianeta. O ancora eliminare la CO2 in eccesso nell´atmosfera e frenare il riscaldamento globale. Per la prima volta nella storia i limiti dell´uomo non saranno posti dagli strumenti che ha a disposizione, ma solo dalla sua capacità di immaginazione».
A che punto è arrivato il progetto?
«Siamo partiti da quattro flaconi con i componenti chimici essenziali e in quindici anni di lavoro siamo arrivati a costruire una lunga catena di Dna artificiale. Il prossimo passo, quello finale, sarà inserire questo cromosoma in un batterio e trovare l´interruttore in grado di "accendere" la vita. Quando raggiungeremo il traguardo? Direi entro un anno. Quando sapremo far fare alla cellula ciò che vogliamo, non ci saranno più scuse per la carenza di acqua, medicine, risorse energetiche pulite».
Lavora solo con fondi privati?
«Ho una collaborazione con la British Petroleum: useremo le nostre cellule per trasformare il carbone in gas naturale. Un´altra con la Exxon Mobil per produrre carburante partendo da alghe geneticamente ingegnerizzate. Negli Stati Uniti esiste una comunità di investitori privati che ha fiducia in quel che fa la scienza. Abbiamo una situazione molto diversa da quella italiana».
In che senso?
«Gli Usa sono un paese che in buona parte non ha paura della scienza. Certo, molti dei nostri studi pongono questioni etiche, toccano i fondamenti stessi della vita. Ma abbiamo l´abitudine di affrontare i timori discutendo, informando, sostenendo un dibattito pubblico prima ancora di partire con gli esperimenti. Lo stesso avviene nella Comunità europea, in Gran Bretagna, ma non in Italia. Questa è la ragione per cui nel resto del mondo la conoscenza scientifica si sta espandendo in modo esponenziale, mentre nel vostro paese implode: l´Italia è spaventata dalla ricerca di base, quella che produce conoscenza. E non si rende conto che ne pagherà le conseguenze, dal punto di vista dello sviluppo. Nel paese di Galileo, ci tengo a dire che la lettura del Dna, esattamente come il telescopio, è uno strumento per vedere mondi prima invisibili. Non ha senso ritrarsene spaventati».
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